non sarà epocale … ma c’è

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Non mi pare il caso, adesso che stiamo passando alla fase applicativa della riforma, riaprire il dibattito sui massimi sistemi. Il modello di riferimento, nell’era dei governi Berlusconi, non può che essere l’ipotesi disegnata nel modello di Riforma Moratti incardinato nel DLGS del 2005 mai attuato e che però conteneva alcune idee sulla riforma delle superiori abbastanza innovative.

Farò dunque riferimento a quel modello per vedere se abbiamo fatto passi in avanti o indietro dopo aver premesso che il passo più importante è quello che ha consentito al pachiderma di mettersi in moto e di passare dunque dai dibattiti alla attuazione.

  • La struttura della scuola: la Moratti ipotizzava un doppio modello (liceo allo stato, istruzione e formazione professionale alle regioni). Si è passati alla tripartizione dopo il ripescaggio della autonomia della istruzione tecnica fortemente voluto dal centro sinistra e da Confindustria. E’ ancora da sciogliere pienamente il nodo della collocazione della istruzione professionale. Personalmente tifo per la piena regionalizzazione e qualche passo positivo è stato mosso in Lombardia. L’Istruzione Tecnica sta per essere rilanciata ma mi pare che si facciano troppe chiacchiere sulla completa equipollenza con il sistema dei licei. Non è così né per il modello culturale, né per le finalità, né sul piano sociale. Continuare a negarlo vuol dire riperpetuare errori. Ogni segmento del sistema di istruzione ha una sua mission e basta stare in una scuola per capirlo. La cultura tecnica è una cultura operativa e l’apprendimento privilegerà il saper fare rispetto all’astrazione. Quando avremo il coraggio di dire che per fare fisica è bene (anche se non indispensabile) fare un buon liceo (meglio se ad indirizzo scientifico forte) e per fare ingegneria è bene fare un buon ITI avremo fatto tutti un passo in avanti.

    Ora la tripartizione è un dato di fatto e bisogna lavorare sul rafforzamento della identità di ogni singola istituzione scolastica magari garantendo (attraverso gli Istituti di Istruzione Superiore) la possibilità di passerelle indolori tra un sistema e l’altro. Chi continua a sognare percorsi unitari fuori dal tempo mi pare appunto fuori dal tempo. Contemporaneamente bisogna lavorare sulla formazione professionale e sull’apprendistato per dar loro dignità e per riscoprire la cultura del lavoro.

    • Molti parlano di competenze; molti a sproposito. Qualche giorno fa sono stato ad un convegno in cui chi ne parlava confondeva competenze e nozioni. La problematica di una didattica che punti a costruire competenze e della conseguente certificazione delle medesime è indifferibile per stare nel mondo avanzato. Oltre che certificare bisognerà entrare in una logica di crediti parziali spendibili e ottenibili nel corso dell’intera vita lavorativa. La scuola è pronta? No. La dimensione delle competenze è l’unica prospettiva del fare cultura? No. Basta pensare alla necessità di strutturare la conoscenza, al bisogno di scienze forti, alla astrazione, per rendersene conto. Mancano le norme perché non c’è chiarezza di prospettiva e manca anche la volontà dentro le scuole.
    • Una riforma che parte mettendo troppa enfasi sui tagli e troppa poca enfasi sulla razionalizzazione dei processi e sulla autonomia mi pare che parta con il piede sbagliato. Nella scuola ci sono molti sprechi ma mi pare che chi ci governa sia più interessato a far tornare i conti sul piano statistico che non a riformare.

    L’hanno già detto in molti: non si dà riforma senza un coinvolgimento forte dei docenti; non necessariamente tutti, ma quelli bravi sì e subito. Nella società civile, dove della scuola si sa poco, c’è uno schieramento abbastanza esteso a favore del cambiamento. Ma nella scuola, anni e anni di mancate riforme hanno creato molta rassegnazione. Non c’è stato ricambio generazionale: i sessantenni degli anni 70, quelli della metà degli anni 80 e poi più niente.

    Chi entra a scuola oggi lo fa dopo anni di precariato e quando passa di ruolo ha tra i 40 e i 50 anni; è rassegnato e dice adesso tiro il fiato.

    Per coinvolgere quelli bravi bisogna fare discorsi coraggiosi sulla carriera, sui riconoscimenti economici in cambio di lavoro, sulla rottura del sistema fondato sull’egualitarismo al ribasso, sulla responsabilità. In due parole non basta dire che si vuole rompere con le forze della conservazione (indicate nei sindacati e nella burocrazia ministeriale) bisogna passare dalle parole ai fatti. Invece io temo che applicando la politica dei due tempi, appena i tagli diventeranno effettivi, si creerà un movimento di contestazione di dimensione ben superiore a quello dei precari e il processo di razionalizzazione si assesterà al ribasso con un bello schieramento docenti contro governo

    • La riforma Moratti si fondava sulle “tre i”: inglese, informatica, impresa. Due lingue comunitarie per tutti, Internet dovunque e per tutti, cultura del job. Ci fu polemica e le tre i furono indicate quasi come bestemmie. Le tre i servivano eccome. Ma cosa è rimasto? Direi una onesta ristrutturazione di contenuti e ordinamenti che forse doveva essere fatta nel 45. Dov’è la II lingua? Dove sono gli investimenti in formazione e strutture per far passare nella scuola la cultura della informazione diffusa e in tempo reale? Ma c’è l’autonomia. Quale se manca quella finanziaria?

    Prendiamo il dibattito sulla superiore in 4 anni. Rimaniamo a 5 ma nel disegno morattiano l’ultimo anno aveva una funzione fortemente orientativa (al lavoro o agli studi) e lo schema era davvero 2 + 2 + 1 con un anno finale molto diverso dal resto: ricerca, approfondimento, approcci monografici, alternanza, … Sono passati alcuni anni e stiamo andando molto rapidamente e nuovamente al 2 + 3.

    • Nel disegno di Berlinguer e, con minor decisione, con la Moratti c’era una visione del rinnovamento della scuola che prendeva in esame simultaneamente tutti i diversi aspetti da riformare: ordinamenti, ministero, autonomia, organi di governo, stato giuridico, dirigenza, obbligo scolastico. I provvedimenti erano diversi ma c’era una unica cabina di regia, una testa pensante. Ora abbiamo: un ministro prossimo alla maternità (e questo è bello e nuovo, ma creerà problemi di assenza nella fase più calda), lo stato giuridico che viaggia per conto suo, l’abbandono del tema della governance ridotta a questione di organi consultivi, la fine della autonomia in occasione del suo decennale. Posso dire, senza offendere, che l’attuale sottosegretario (Pizza?) non mi pare all’altezza di fare la supplenza nella fase operativa della riforma quando nascerà un problema al giorno e serviranno decisioni politiche autorevoli e competenti.

    Ho creduto nel discorso di insediamento di Gelmini di fronte alle commissioni istruzione . Era un discorso di largo respiro e che sottolineava i nodi problematici da affrontare. Complimenti per la grinta dimostrata nel non ascoltare le sirene del rinvio ma anche pollice verso per aver lasciato trascorrere tutto il 2009 senza tirar fuori i provvedimenti che dovrebbero dare corpo alla riforma. Non sappiamo nulla di Obiettivi Specifici di Apprendimento, non sappiamo come e con quali criteri si applicherà la riduzione oraria in vigore da subito in tutta la Istruzione Tecnica, a parte i comunicati stampa e gli allegati non sappiamo nemmeno cosa c’è scritto nel regolamento (e questo è grave a una settimana abbondante dal Consiglio dei Ministri).

    • Si possono fare riforme a costo zero? In periodo di crisi secondo me sì, ma per farlo bisogna avere il coraggio di reinvestire nella riforma ciò che si risparmia con i tagli e non si può avere la pretesa di riformare e farlo a saldo negativo (inizio a riformare tagliando i costi).

    Mi spiego con un esempio: ci attende nei prossimi mesi una situazione tempestosa. Ho fatto due calcoli sul taglio degli Insegnanti tecnico pratici (quelli ce fanno compresenza nelle attività di laboratorio). Nell’ITIS tra biennio e triennio c’è una riduzione di monte ore dell’ordine del 30%. Se, come è probabile, ragioneremo di organici non prima di maggio giugno (visto che conosceremo la consistenza delle nuove prime nella seconda metà di aprile) come verrà gestito l’esubero di personale? Parlo di personale di ruolo che non può essere mandato a casa e che rischia di innamorarsi della riforma dovendo frequentare corsi di riconversione o essere assegnato ad insegnare cose che non sa cosa siano.

    Negli ITI ci sono ancora in giro i vecchi insegnanti di aggiustaggio riciclati ad occuparsi di tecnologia, disegno e matematica che sono pronti per un nuovo sottoutilizzo.

    Immagino una situazione ingovernabile a meno che il ministero ragioni (smentendo parzialmente Tremonti) sulla opportunità di mantenere i perdenti posto (di ruolo) presso le loro istituzioni scolastiche quando non esistano in prossimità cattedre scoperte. Esistono classi di concorso nella Istruzione Tecnica in cui di posti scoperti non ce ne sono e non ce ne potranno essere visto che le cattedre dovranno complessivamente diminuire.

    E’ pensabile dire oggi che si assegnano (almeno in parte) per realizzare una sorta di organico funzionale, a disposizione dei dipartimenti, per progettare gli allargamenti di offerta formativa e le curvature funzionali ai bisogni del territorio? Insomma è possibile che dal ministero arrivi alle istituzioni scolastiche disposte a giocarsi nel processo riformatore qualche messaggio positivo?

    Ma in conclusione avevano ragione i teorici del rinvio? No, l’ho già scritto un mese fa: Fare presto e bene. Una riforma parziale è meglio dell’ennesimo rinvio.

    Fare presto vuol dire emanare i provvedimenti attesi a tamburo battente correndo il rischio di sbagliare o di doverci tornare sopra. Meglio sbagliare facendo che avere ragione nella immobilità.

    Fare bene vuol dire avere un atteggiamento pragmatico, ascoltare un po’ di più la voce delle scuole, essere flessibili, capire che non si può lasciare al ministro del Tesoro la regia della riforma.

    Confindustria si è molto battuta per la riforma della Istruzione Tecnica ma si è poi trovata in mezzo alla crisi epocale che conosciamo. Ora non si può chiamare fuori per via delle difficoltà nello sviluppo. Molti imprenditori hanno stretto i denti decidendo di andare avanti nonostante le difficoltà; bisogna farlo anche per la scuola: la didattica per competenze, la formazione in azienda dei docenti, la didattica laboratoriale, le sinergie nell’allestimento dei laboratori, i contributi sulla governance sono tutte cose per le quali occorrono indicazioni esplicite da praticare sul territorio per rilanciare l’Istruzione Tecnica.

     

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    Info su Claudio Cereda

    nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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