1962-1963: elettrotecnica

In terza ho fatto crescere la barba ed è stata una bella guerra con papà che non vietava, ma ti pigliava per il culo. Questo, come dice mia figlia, è un dato di imprinting che mi è rimasto.

Ho scelto elettrotecnica. All'Hensemberger c'erano solo tre trienni: corso A, primo piano, meccanica; corso B, secondo piano, elettrotecnica; corso C, terzo piano, metallurgia.

I laboratori erano una cosa grandiosa: ricordo quello tecnologico in cui venivano le aziende del territorio a fare le prove sui materiali (e pagavano). Credo che fosse il lavoro principale del capo ufficio tecnico e vice preside prof. MIgliorini.

Scartai meccanica per via dei miei rapporti infelici con il disegno, scartai metallurgia, che era la specializzazione di elite, voluta dal preside De Majo (e che c'era solo a Monza e a Brescia in Lombardia) perché il mondo della siderurgia non mi prendeva e così scelsi elettrotecnica perché incominciavano a prendermi bene sia la scienza sia le sue applicazioni.

A quei tempi elettrotecnica voleva dire: centrali idroelettriche, grandi macchine, grandi impianti di trasporto e distribuzione. Lo status della disciplina era definito; l'elettrotecnica era uguale a se stessa da 50 anni e i laboratori della scuola, nuovissimi, erano assolutamente all'altezza. Ricordo in particolare quello di misure elettriche, molto grande e con un set di macchine disposte prima dei finestroni lungo la via Cavallotti con cui si poteva fare assolutamente di tutto in termini di simulazione degli impianti di produzione ed utilizzo (motori sincroni e asincroni, alternatori, dinamo e motori a corrente continua, il tutto in gruppi che potevano essere interconnessi).

In terza incontrai un professore di lettere di alto valore, il professor Augusto Vegezzi, piacentino di origine, futuro autore di un fortunato testo di storia e poi lungamente preside del liceo Banfi di Vimercate. Allora a Monza era così; al Mose Bianchi c'era Franco Fortini e il professore di filosofia di mio fratello, al Frisi, era Renato Fabietti. Con Vegezzi (intellettuale di sinistra) mi trovai bene perché era un educatore vero che sapeva dare un senso all'insegnamento di Italiano e di storia in un ITIS. Ti faceva discutere, non imponeva; rispettava le mie opinioni allora molto diverse dalle sue. Su sua indicazione lessi "Il maestro di Vigevano" di Lucio Mastronardi (ma prima chiesi il parere al mio confessore, don Giulio Oggioni, futuro arcivescovo di Bergamo).

Nei temi, con Vegezzi, mi sentivo libero e così il passaggio in quarta fu traumatico con un bel 3 meno meno nel primo tema in classe da parte del nuovo docente professor Vencia, molto diverso nello stile e nella concezione del mondo da Vegezzi.

Ebbi l'occasione di fare un bel corso di tecnologia in cui studiai gli elementi essenziali delle proprietà dei materiali e dei processi siderurgici (dall'alto forno, ai convertitori, ai forni di fusione) e un altrettanto buon corso di meccanica perché allora il perito era pensato come un tecnologo che si specializzava, ma doveva comunque avere una competenza a 360° sulle cose essenziali.

Così, dopo il corso di chimica generale in II, ce ne fu uno di chimica organica e industriale dove ci occupammo dei grandi impianti chimici per la produzione dei composti chimici essenziali per l'industria (acido solforico, acido nitrico, soda caustica, acido cloridrico, ipoclorito di sodio, coloranti) e di tutte le problematiche legate alla produzione e distillazione degli idrocarburi. Avevo acquistato da un compagno di classe un certo numero di reagenti (acidi, basi e sali) e nella cantina di casa (areata da uno sportellino in alto a livello del suolo esterno) mi divertivo con le reazioni. Spettacolare la produzione di ipoazotide (una miscela di ossidi di azoto di un bel colore rosso mattone) che si ottiene facendo reagire trucioli di rame con acido nitrico. Avevo un sale di cobalto che, a seconda della umidità cambiava colore e mi divertivo a scaldarlo in una provetta.

Sempre in cantina mi ero attrezzato un piccolo laboratorio di elettrotecnica messo in piedi recuperando vecchi trasformatori provenienti dalla fabbrica chiusa di mio padre. Con dei raddrizzatori che mi ero procurato ci facevo l'elettrolisi e con i soli trasformatori la saldatura ad arco ed esperimenti con cui portavo alla incandescenza fili di rame piazziati su una basetta di legno con dei chiodi e misuravo i tempi prima della evaporazione a seconda dello spessore. Negli anni avanti mi sarei dilettato con la radiotecnica e un po' di elettronica: produrre un amplificatore dalle vecchie radio, costruire una chitarra elettrica.

Voglio ricordare un altro laboratorio che ora non si fa più: il laboratorio di saldatura; due ore pomeridiane molto divertenti passate a fare pratica; un trimestre fiamma ossidrica, un trimestre saldatura ad arco, un trimestre fucina (l'aiutante tecnico che lavorava al maglio era soprannominato Vulcasno). L'orario scolastico era pesante: 34, 36, 38 ore, ma anche così ci si abituava al futuro lavoro in fabbrica (gestione del tempo e ritmi di lavoro).

Last but not least, anzi, l'elettrotecnica: ovvero il testo di Olivieri e Ravelli e l'ingegner Bellini. Oltre all'elettrotecnica c'erano misure elettriche, impianti e costruzioni con altri docenti; ma l'elettrotecnica all'Hens era l'ingegner Bellini, la sua parola, in classe o nei discorsi tra studenti, equivaleva all'ipse dixit (l'ha detto l'ingegner Bellini). Con lui non si pedeva tempo e si lavorava, sin dal primo anno di specializzazione, sulla preparazione alla prova scritta. I conti erano tanti e si facevano con il regolo calcolatore con due o anche tre cifre significative.

L'Olivieri e Ravelli, edizione CEDAM, rilegato in tela e cartone a lettere d'oro, tre volumi (generale, misure e macchine) è stato nella mia formazione quello che, all'università, sono state le Lectures on Physics di Feynman. Bellini faceva lezione; le cose essenziali di teoria (tanto c'era l'Olivieri e Ravelli) e tante applicazioni. Prendevo appunti e poi li rielaboravo studiando sul testo. Non eravamo in molti a lavorare così, c'era chi si accontentava di riuscire a fare i compiti in classe e c'era chi si faceva aiutare durante i compiti.

Gli altri docenti delle materie di indirizzo non erano di pari valore, ingegneri neo laureati in attesa di assunzione e prestati (senza impegno) all'insegnamento. In terza compresi bene i concetti di corrente e di differenza di potenziale e mi resi conto della spiegazione demenziale che mi avevano dato in II sugli uccelli posati sui fili di trasporto dell'energia elettrica.

Nella primavera del 63 ci fu uncidente importante durante una lezione di educazione fisica al campo di calcio di Triante (professor Tarca). Ero in azione in velocità e per un difetto di controllo del pallone finii in avanti sulla punta del piede destro. Sentii un bel crack di osso che si rompe, mi ritrovai a terra e poi arrivò il dolore: frattura scomposta di tibia e perone gamba destra. Ospedale, 20 giorni di trazione, 45 giorni di gambale gessato senza possibilità di appoggio, 30 giorni di stivale e poi altri 20. Quando levai l'ultimo gesso il mio polpaccione destro era ridotto a un terzo. Era luglio e andammo al mare a Varazze e ricordo che stavo meglio in acqua che a camminare sulla sabbia. Mi sono rimasti un bel callo e un accorciamento di quasi 1 cm e mezzo.

Ne parlo perchè dopo una settimana di stivale in cui era stato prescritto il riposo a letto ricominciai ad andare a scuola. Il mio compagno Luigino Sacchi mi veniva a prendere in Lambretta e, in qualche modo si arrivava all'Hens dove mi prendeva tra le braccia e mi portava in tutti gli ambiti in cui non ce la facessi con le stampelle. Altri tempi.

Intanto mi impegnavo sempre di più in GS e mi apprestavo a fare il caporaggio dell'Hensemberger. La giornata era strutturata così: scuola mattina, scuola pomeriggio, un salto in GS prima di cena, studio dopo cena. Mentre fino a tutta la seconda nel pomeriggio della domenica andavo al cinema a Villasanta adesso c'era la caritativa: andavamo nei quartieri in espansione di Cinisello (le coree) a far giocare i bambini intorno a parrocchie che stavano nascendo (Robecco, Bellaria, Cornaggia). Ci si trovava verso le 14 alla fermata di piazza Trento e si rientrava dopo le 18.

Il sabato pomeriggio cineforum di GS cui partecipavano almeno 300 giovani di tutte le scole di Monza. Il cineforum era a cicli sui registi e così ho conosciuto Eisenstein (la corazzata Potemkin, Ottobre, Ivan il terribile, Alexander Newsky, i cavalieri dell'ordine teutonico), Fellini (La strada, le notti di Cabiria, i Vitelloni, Otto e mezzo), Dryer (la passione di Giovanna d'Arco, dies irae, ordet), Lang (il dottor Mabuse, il mostro di Dusseldorf, Furia), Bergman (il volto, il posto delle fragole, sorrisi di una notte d'estate, il settimo sigillo, la fontana della vergine, il silenzio) e ovviamente il neorealismo italiano da Rossellini a De Sica, da Zurlini. a Monicelli. Una esperienza decvisamente formativa per la quale sono eternamente grato a GS e a don Vico che lo organizzava.

3 – continua

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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3 risposte a 1962-1963: elettrotecnica

  1. paolo scrive:

    io, invece, con la Castoldi ho avuto una brutta esperienza. In prima ero un suo pupillo tant’è che quando aveva invitato De Maio in classe per far vedere come si era preparati in inglese fui chiamato alla lavagna come studente modello. In seconda gli ero caduto giù dal birolo e mi diede inglese a settembre, rovinando così il mio cursus studiorum nell’istituto, visto che in tutti i cinque anni sono uscito con la media del sette. La Pasini ed altri prof cercarono di darmi una mano ma invano. Per il mio fiuto e per un sesto senso che mi ha sempre accompagnato nella vita, andai a ripetizione e mi feci fare il tema At the station. Questo fu poi il tema in inglese dato a settembre. Nello scritto presi otto e la Castoldi mise solo una virgola, tanto per segnare la presenza. In orale fu un disastro: lei andava sempre a fare le ferie in Inghilterra ed in luoghi diversi e così cambiava la pronuncia. Feci un dettato pieno di errori. Passai solo per il tema. In terza ritornai suo pupillo perchè mi ero applicato in inglese sin dall’inizio. Quando ci fu l’interrogazione di punizione caduta il giorno seguente per l’orario definitivo dato all’improvviso, dei 27 alunni interrogati soltanto due presero la sufficienza: io ed un altro. Per l’esattezza sei meno meno poichè non volle darmi la soddisfazione di essermi preparato. Da qui ritornai, come detto, in auge.

  2. paolo scrive:

    caro claudio non parli della prof di inglese castoldi. che ricordi hai?

    • Claudio Cereda scrive:

      Non ho parlato della prof di Inglese Castoldi perché è stata con me solo in III mentre in prima e seconda c’era una morettina magra di cui non ricordo il cognome. Con la professoressa Castoldi sono stato benissimo anche se al suo arrivo ero molto intimorito perché era la prof di mio fratello al Frisi e la fama era di una persoa dura. Non è stato per niente così e mi sono trovato molto bene. L’Inglese non è comunque mai stato un problema anche se alle medie, come molti, avevo fatto francese.

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