province, regioni, autonomia, riforme

Stamattina mentre andavo in macchina a Siena ho ascoltato a Radio Radicale alcuni spezzoni del dibattito alla Camera sul decreto relativo al riordino delle province. Mi hanno colpito alcune cose:

  • i presenti e votanti erano meno di 300 su un totale di 630
  • gli interventi a sostegno dei diversi emendamenti era di una scontatezza e ritualità incredibili da cui si salvavavano i relatore Fiano e pochi altri

Ci ho pensato un po' su e mi sono detto: ma gli abbonati all'appello, quelli che come si inizia qualunque riforma parlano subito di vulnus alla democrazia, non riflettono mai sul fatto che così non si può andare avanti? Poco prima avevo ascoltato una intervista a Luciano Violante sulle questioni di Senato sì, Senato no: altra esperienza,altro livello.

Detto ciò ho pensato di dire la mia su un po' di questioni e cercherò di dirla in maniera schematica e chiara a costo di essere unilaterale.

  1. Il potere legislativo va bene che sia affidato ad una sola Camera. Un organismo di controllo di legittimità ce l'abbiamo già e si chiama Corte Costituzionale. Se è il caso potenziamolo, ma piantiamola di dire che ci vuole il Senato per quello. Secondo me il Senato va abolito e basta. Ho trovato grillesca l'affermazione di Grillo secondo cui nei paesi dove non c'è un Senato elettivo non c'è democrazia. Nel corso rapido di cultura istituzionale basato sulle figurine Panini e su cui si è formato, avevano dimenticato l'Inghilterra (dove la appartenenza alla camera dei Lord è ereditaria) e che dunque, secondo Grillo, non fa parte dei paesi democratici.
  2. Per come si fanno le leggi in Italia (esame in commissione prima di arrivare in aula) di controlli e ripensamenti ce ne sono già molti, anzi sono proprio gli inghippi dei regolamenti parlamentari, oltre che il bicameralismo perfetto ad avere indotto una deriva di estromissione sostanziale del parlamento a favore degli atti di governo (decreti legge, decreti omnibus, decreti legislativi, disegni di legge di iniziativa del governo con corsia preferenziale).
  3. 630 deputati sono troppi non perché costano troppo, ma perché non garantiscono fnzionalità. Ne basterebbero 200 per garantire al Parlamento di riuscire a lavorare in parallelo (aula e commissione); ma voglio esagerare e allora diciamo 300. Mi chiedo semmai se le forze politiche sono in grado di selezionare 300 persone pensanti, in grado di orientarsi rapidamente, in grado di fare interventi all'altezza della funzione parlamentare. Ad ascoltare i dibattiti alla Camera vi assicuro che il numero degli interventi decenti è molto al di sotto del rapporto 1:2 e, attualmente sfiora 1:10.
  4. Le due istituzioni parlamentali e aggiungo il Quirinale costano troppo in termini di apparato rispetto a ciò che riescono a garantire. Anche su questo terreno farei dei bei tagli all'apparato, oltre che sulle indennità parlamentari, sui servizi di privilegio (dal barbiere al ristorante) e sulle pensioni assurde. Ma avete osservato qualche volta la fila di brontasauri che compaiono in video quando ci sono le dirette sui colloqui tra il Presidente della Repubblica e i partiti per la formazione dei governi?
  5. L'esperienza delle Regioni non ha funzionato, ma non tanto perché i deputati regionali hanno lucrato con i rimborsi arrivando a raddoppiare delle indennità che, di per sè, sono già fuori misura. L'istituto regionale è pensato in costituzione come decentramento autonomistico del potere legislativo; si è invece trasformato in una macchina mangiasoldi, fuori controllo, in cui la potestà legislativa è del tutto residuale (oltre che poco significativa andando a vedere gli statuti e le leggi regionali). Oltre che gestire senza controllo la spesa sanitaria (finanziata con la famigerata IRAP, una delle cause el declino del manifatturiero) le Regioni sono diventate un canale di distribuzione del danaro dallo stato centrale verso Comuni e Province, le due entità che erogano davvero servizi ai cittadini. La formazione professionale (competenza regionale) è decollata, non molto bene, in pochissime regioni ed è diventata invece una macchina mangiasoldi nella stragrande maggioranza di quelle del centro e del sud (mangia i soldi ma non dà formazione).
  6. Le Province sono finite nell'occhio del ciclone e così stanno per saltare come strumento di democrazia decentrata. Ricordo che le province si occupano di edilizia scolastica, programmazione dei servizi sul territorio, trasporti, piani urbanistici territoriali, politiche per il lavoro. Le province, secondo me dovrebbero rimanere sia perché si occupano di cose che comunque non si potranno abrogare per legge, sia perché la dimensione dei Sindaci associati non è in grado di garantire il necessario distacco rispetto alle politiche del proprio campanile. Se come auspico si dovessero abolire le Regioni, le province sarebbero inoltre il necessario strumento di raccordo tra l'istituzione Comune e lo stato centrale. C'è sicuramente un problema di riduzione di numero: lo si affronti come si era iniziato a fare al tempo del governo Monti. Per fare un esempio toscano: aprite una cartina e guardate la provincia di Prato o quelle di Pisa e Livorno e confrontatele con Arezzo, Grosseto e Siena.
  7. I piccoli comuni (quelli sotto i 5'000 abitanti) vanno unificati ope legis senza attendere azioni che, dalla dimensione comunale non partiranno mai. Non basta la gestione consortile dei servizi tramite le unioni dei comuni, nelle quali finisce sempre per prevalere il più grande. E' comunque dai Comuni, in termini di potestà, bilanci, finanziamenti dallo stato centrale e politiche fiscali dirette sul territorio, che deve venire il rilancio del sistema democratico.
  8. La Costituzione va certamente cambiata in profondità piantandola di parlare di "Costituzione più bella del mondo" come se non ci trovassimo di fronte ad alcune cose che hanno funzionato e una gran parte di cose che hanno fallito (parlare del CNEL è come sparare sulla Croce Rossa), come se i principi non fossero figli di un compromesso  fatto alle soglie della guerra fredda guardando ad un mondo che non esiste più. La parte  su cui mettere mano decisamente è quella delle istituzioni e si tratta di farlo con un atteggiamento pragmatico e che guardi alla esperienza già fatta. I tabù che, secondo me vanno superati sono questi:
  • la questione del presidenzialismo: è vero il sistema elettorale francese che insieme a quello dell'uninominale secca ha il mio favore, funziona perché poi si elegge direttamente il Presidente della Repubblica che è anche il vero capo del governo. E' dai tempi di Pertini in poi che in Italia c'è un progressivo aumento di potere da parte del Presidente che fa da supplente a mezzo servizio rispetto alla crisi delle istituzioni. Se ne prenda atto.
  • la questione del governo: quando fu approvata a colpi di maggioranza la riforma costituzionale Berlusconi-Calderoli ci si stracciò le vesti, a sinistra; si fecero un sacco di promesse sotto referendum (per vincerlo) e a referendum vinto si è lasciato tutto fermo. Il ruolo del Presidente del Consiglio va rivisto e potenziato nella chiarezza se si vuole che poi il Parlamento riconquisti quel potere legislativo che non ha più
  • la questione della magistratura e della giustizia: a) revisione del sistema dei tre gradi di giudizio (ne basta uno di merito e uno di forma) b) trasformazione di molti reati in addebiti amministrativi c) distinzione di ruoli e carriere dei magistrati avendo presente il sistema americano in cui il pm non è un magistrato d) riforma del CSM che, a differenza del CNEL, ha funzionato, ma lo ha fatto pro domo sua d) certezza della pena e della sua espiazione lasciando cadere le suggestioni buoniste di cui è pieno il nostro paese
  • assunzione dei modelli nordeuropei per quanto riguarda le politiche dei diritti individuali e sociali
  • riforma dello stato nel senso di una riduzione di ciò che lo stato gestisce direttamente o indirettamente e che potrebbe essere gestito dai privati o in maniera mista pur conservandosi la natura pubblica del servizi (scuola, sanità, politiche sociali)

Alla domanda se bisogna prima uscire dalla crisi o riformare le istituzioni rispondo che la crisi è figlia di come questo nostro paese si è ridotto dilatando i servizi e uccidendo l'artigianato e la grande manifattura. Stiamo ancora in piedi con la piccola industria e non so per quanto. Il rilancio economico e la ripresa dell'occupazione richiederanno tempo e non si decidono per scelta politica. Ma alla politica spetta il compito di riformare le istituzioni e creare il quadro giuridico che agevoli la ripresa.

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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