Tolleranza, fin dove?

Lo spunto mi è venuto dal modo tiepido con cui negli USA si è espressa solidarietà a Charlie Hebdo: siamo solidali ma riteniamo che certe vignette non andrebbero pubblicate perché la satira non deve offendere la religione qualunque essa sia.
Questo argomento mi ha fatto ritornare ad alcuni scritti di Popper che ho rivisto in questi giorni e che rimandano ai comportamenti di uno stato democratico nei confronti di chi non crede alla democrazia, ai diritti, alla eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Non solo non ci crede ma li osteggia apertamente.

Lo scritto che citerò ampiamente è il testo di una conferenza intitolata Sulla tolleranza che Popper tenne nel 1981 alla università di York. Il testo è contenuto in una ampia raccolta di saggi e articoli pubblicata da Armando editore (disponibile anche in e-book) con il titolo Dopo la società aperta. Insieme al più noto Congetture e Confutazioni lo consiglio a chi si voglia avvicinare a Popper senza dover abbordare le opere più impegnative.
Dirò la mia cucendo e commentando citazioni da questa conferenza tenuta in un periodo in cui il fondamentalismo islamico non era ancora di attualità.


Temendo di essere intolleranti, tendiamo ad estendere la tolleranza, come un diritto, anche a coloro che sono intolleranti; a coloro che cercano di diffondere ideologie intolleranti: ideologie che implicano il principio per il quale tutti coloro che dissentono da esse debbono essere eliminati con la forza; ideologie che addirittura considerano tutti i dissidenti come criminali. Ritengo che questo sia uno dei nostri problemi più seri, non tanto da un punto di vista teorico quanto da un punto di vista pratico. E sosterrò che, nel nostro attaccamento all’idea di tolleranza, corriamo il pericolo di distruggere la libertà, e con essa la tolleranza...

L’esagerata paura che anche noi sostenitori della tolleranza potremmo diventare intolleranti ha condotto all’atteggiamento errato e pericoloso secondo il quale dobbiamo tollerare qualsiasi cosa, forse persino atti di violenza; ma certamente tutto ciò che non arriva ad un atto di violenza. Questo atteggiamento è comprensibile e, in un certo senso, ammirevole. Deriva infatti da quell’intuizione che sta alla base di ogni tolleranza: l’intuizione che tutti siamo fallibili e inclini all’errore: l’intuizione che io potrei avere torto e tu ragione, e che io debbo imparare a diffidare di quella pericolosa sensazione o convinzione intuitiva secondo cui sono io ad aver ragione. Io debbo diffidare di questa sensazione per quanto forte essa possa essere. Anzi, quanto più è forte, tanto maggiore è il pericolo che io possa ingannare me stesso; e, con esso, il pericolo che io possa diventare un fanatico intollerante...

Sembra tutto a posto; tolleriamo finché la tolleranza stessa non viene attaccata perché potremmo essere noi ad avere torto.

Voltaire vide molto chiaramente che la tolleranza deve essere reciproca: che essa è basata sulla reciprocità. Ma non previde l’avvento di una società democratica in cui la tolleranza è diventata un principio accettato; non solo la tolleranza religiosa, ma anche la tolleranza politica. E non previde che, in una tale società, sarebbero sorte minoranze che non sono disposte a ricambiare la tolleranza offerta loro dalla maggioranza: minoranze che accettano un principio d’intolleranza; che accettano una teoria della necessità della violenza e che potrebbero persino agire in maniera violenta. Abbiamo ragione di pensare che queste minoranze tenterebbero di abolire la democrazia, la libertà di parola e la tolleranza, se riuscissero a ottenere il potere anche per un solo giorno.

Il nostro problema è il seguente: Dovremmo o no tollerare queste minoranze? Se non le tolleriamo, sembriamo rinnegare i nostri stessi principi: sembriamo fare concessioni all’intolleranza, e diventiamo così degli ipocriti. Se le tolleriamo, possiamo diventare responsabili della fine della democrazia e della tolleranza.

Il dilemma è chiaro: è lecito essere intolleranti verso chi non accetta i princìpi della tolleranza? Quali rischi si corrono nell'esserlo e nel non esserlo?

La tolleranza ha e deve avere un limite nel principio di reciprocità:  finché queste minoranze intolleranti discutono e diffondono le loro teorie come proposte razionali, dovremmo consentire loro di farlo liberamente. Ma dovremmo richiamare la loro attenzione sul fatto che la tolleranza può esistere solo su una base di reciprocità, e che il nostro dovere di tollerare una tale minoranza finisce quando la minoranza comincia ad agire in maniera violenta. Sorge la domanda: Dov’è che finisce la discussione razionale e comincia l’azione violenta? Questo non sarà facile da decidere in concreto, poiché l’azione violenta comincia con certi atti come l’incitamento alla violenza o la cospirazione per rovesciare la costituzione democratica. Ovviamente, né l’incitamento alla violenza né la cospirazione possono facilmente distinguersi da forme più ammissibili d’azione.

Popper sta riflettendo sulla grande tragedia del nazi-fascismo, ma da qualche anno siamo in presenza, in giro per il mondo (in particolare in spezzoni più o meno estesi del mondo islamico) di situazioni in cui si propongono e si attuano legislazioni e forme di governo che prevedono esplicitamente la discriminazione e la guerra santa. In molti casi si va oltre e si praticano sia l'omicidio terrorista, sia le stragi, sia gli eccidi di massa nei confronti degli infedeli.

…La situazione morale e teorica è sempre stata, a mio parere, chiara in linea di principio. Tuttavia, molti si sentono così fortemente attaccati alla tolleranza da non voler vedere la differenza, per esempio, tra un partito politico nel senso democratico, cioè un partito che rimane vincolato alle regole democratiche anche quando gli capita di raggiungere la maggioranza, e, invece, un partito che cospira – forse in parte apertamente, o del tutto in segreto – per abolire la democrazia. Che un simile partito faccia questo in parte con mezzi democratici o diversamente non conta molto: l’abolizione della democrazia porterà in ogni caso ad un’azione arbitraria, e alla violenza. Ad un simile partito non dobbiamo sottometterci, neppure se ha ottenuto la maggioranza.

Ragionando sull'Islam, dice Popper, non dovremmo accettare quei regimi nemmeno in presenza di un consenso di massa.

… Alla domanda se un simile partito abbia il diritto di pretendere di essere tollerato, le teorie della democrazia e della tolleranza forniscono, ritengo, una risposta chiara. La risposta è: no. Non dobbiamo tollerare neppure la minaccia d’intolleranza; e non dobbiamo tollerarla se la minaccia si fa seria. Ovviamente, dobbiamo – e possiamo – rifiutare le teorie di quanti tentano di giustificare l’uso della violenza. Queste teorie sono sempre essenzialmente le stesse. Esse consistono in accuse secondo le quali la nostra democrazia e la nostra tolleranza sono solo una messinscena, e che proprio noi, i presunti tolleranti, siamo stati i primi che abbiamo usato la violenza, e che la usiamo continuamente. 

Sono le argomentazioni dell'integralismo islamico dall'Isis a Boco Aram, la democrazia occidentale è una trappola che serve a perpetuare lo sfruttamento ed è portatrice di corruzione morale. Popper, che ha fatto l'esperienza dello stare dall'altra parte, è particolarmente fermo su certi princìpi. … Ho spesso detto in precedenza che ritengo la nostra società come la migliore che sia mai esistita. Sarebbe quasi criminale non dirlo, e con la dovuta enfasi, se ci si crede. Si debbono combattere quelli che rendono scontenti così tanti giovani con il persuaderli che noi viviamo in un mondo terribile, in una specie d’inferno capitalista. La verità è che noi viviamo in un mondo meraviglioso, in un mondo splendido, e in una società straordinariamente libera e aperta. Ovviamente oggi è di moda – ce l’aspettiamo, quasi l’esigiamo, dall’intellettuale – dire il contrario, lamentarsi ad alta voce dei nostri mali sociali, dell’intrinseca ingiustizia della nostra società, e specialmente delle sue terribili disuguaglianze (e forse minacciarci con l’imminente giorno del giudizio, quando otterremo ciò che meritiamo). Penso che tutto questo sia semplicemente falso... La verità è che, benché le nostre società, le nostre democrazie occidentali, siano ben lungi dall’essere perfette, esse sono le sole società in cui esiste molta libertà; in cui viene fatto molto per l’assistenza dei bisognosi; in cui esiste molta uguaglianza davanti alla legge, ed in cui esiste molta tolleranza. Ovviamente, la nostra società è ben lungi dall’essere perfetta. C’è molto abuso di droghe, di tabacco – che è anch’esso una droga pericolosa – e di alcool; ma queste cose sono molto difficili da evitare, dato che abbiamo a cuore la libertà.

In altri scritti Popper è spietato nel denunciare i limiti attuali della società occidentale (primi fra tutti la scarsa attenzione ai diritti dei bambini e il mancato argine al rincoglionimento di massa indotto dalla televisione) ma qui si sofferma sul rischio di un eccesso di tolleranza in nome del rischio di sbagliare e del carattere provvisorio di ogni conoscenza.

La vera debolezza nascosta dietro la nostra esitazione a difendere dai suoi nemici la democrazia e la nostra almeno ampiamente aperta società, e la debolezza nascosta dietro la nostra grande paura di poter diventare intolleranti nei confronti di coloro che non sono disposti a loro volta ad essere tolleranti, risiede in questo: abbiamo imparato, in effetti, la lezione così splendidamente formulata da Voltaire: che noi siamo esseri umani fallibili e che spesso sbagliamo. E da questo molti di noi sembrano concludere che tutto va bene; che tutto possa essere difendibile. Ne concludiamo non solo che dovremmo ascoltare ugualmente tutti, ma anche che ogni posizione potrebbe essere migliore di ogni altra; in particolare, migliore della nostra; che essere ragionevoli significa non solo essere tolleranti, ma anche riconoscere che tutte le opinioni possano essere difese, che tutte le opinioni siano eguali, siano esse democratiche o totalitarie …

Sul tema del relativismo e delle implicazioni di tipo etico e bioetico si è discusso molto e sono stati i laici a difenderne il valore come utile vaccinazione contro il dogmatismo e il fondamentalismo. Popper fa una sottile, ma utile, distinzione tra fallibilismo e relativismo. Qui vale la pena di fare qualche puntualizzazione. Ciò che Popper chiama relativismo non è quello che sostengono i laici nelle discussioni attuali, ma piuttosto la sua caricatura spesso disegnata da ambienti cristiano-cattolici e penso, per esempio, a Giovanni Paolo II prima e a Benedetto XVI poi e con maggiore forza.

Questa è la posizione alla quale i filosofi hanno dato il nome di “relativismo”. E molti ritengono che il relativismo sia inevitabile se accettiamo il fallibilismo e così, con Voltaire, prendiamo sul serio la fallibilità umana e la tolleranza. Replicare al relativismo e rifiutarlo è, a mio parere, della massima importanza. Ed è piuttosto semplice. Fallibilità umana significa che possiamo sbagliare, e che non dobbiamo basarci su ciò che ci sembra vero, o moralmente giusto, poiché potrebbe non essere vero, o moralmente giusto. Ma questo implica che esiste un qualcosa di simile alla verità, e che esistono azioni che sono moralmente giuste, o quasi. Certamente il fallibilismo implica che spesso è difficile arrivare alla verità e alla bontà, e che dovremmo essere sempre disposti ad ammettere di aver commesso un errore. D’altro canto, il fallibilismo implica che possiamo avvicinarci alla verità, o ad una società giusta. Non possiamo certo evitare di agire, o di prendere posizione; infatti, anche un’inazione è un’azione, ed equivale a prendere posizione. Quello che tutto ciò c’insegna è che non dobbiamo mai fermare la nostra ricerca critica – altamente critica – della verità, cercando sempre d’imparare da coloro che hanno un diverso punto di vista. Dobbiamo cercare di ascoltare gli altri, e d’imparare dagli altri, in particolare dai nostri oppositori, se vogliamo seriamente avvicinarci alla verità, o scoprire il genere migliore d’azione alla nostra portata. E proprio per questa ragione dobbiamo rifiutare il relativismo.

Il tema che abbiamo di fronte, visto con gli occhi di oggi è il seguente: in nome del fallibilismo è lecito chiudere gli occhi nei confronti di sistemi statuali che negano in linea di principio le conquiste di civiltà dell'illuminismo e propongono sistemi teocratici in cui vigono la discriminazione e sistemi giuridici basai sull'occhio per occhio e dente per dente. E' bene o è lecito collaborare con questi stati facendo finta di nulla?

Tutto ciò potrebbe forse essere espresso nel modo seguente. È ottima cosa dire “È possibile che io abbia torto e tu ragione”; e se entrambe le parti lo dicono, potrebbe anche bastare per una reciproca tolleranza e per una società giusta. Ma per evitare il relativismo dobbiamo dire più di questo. Ciò che dovremmo dire è: “È possibile che io abbia torto e tu ragione; e discutendo le cose razionalmente potremmo essere in grado di correggere alcuni dei nostri errori e potremmo forse, entrambi, avvicinarci alla verità, o agire nel modo corretto

Come vedete siamo mille miglia lontani da un atteggiamento di tipo fondamentalistico. Ci si incontra sul terreno della ricerca della verità che non è rivelata ma nasce dalla discussione ed è nella discussione che avviene l'arricchimento reciproco. Dobbiamo ascoltare, discutere, assumere il punto di vista dell'altro non perché vada bene quasiasi posizione ma perché discutere in modo libero ci aiuta ad avvicinarci alla verita. Popper prosegue analizzando a fondo i tre princìpi guida che ha esposto: 1) È possibile che io abbia torto e che tu abbia ragione e la disponibilità nei confronti dell'errore potrebbe implicare che abbiamo torto entrambi, ma vale la pena discutere 2) discutere le cose razionalmente aiuta a correggere gli errori parole invece che spade, parole semplici, linguaggio chiaro e senza ambiguità 3) discutere razionalmente aiuta ad avvicinarsi alla verità anche se permane un disaccordo.

Il primo di questi principi è, come abbiamo visto, identico alla consapevolezza di Socrate e di Voltaire che noi “sappiamo di non sapere”. Il secondo sottolinea l’importanza del linguaggio e della libertà di parola; è perciò strettamente connesso alla tolleranza. Ma esso indica anche i limiti della libertà di parola, specialmente in connessione con i limiti della tolleranza. Il suo scopo deve essere la discussione razionale; vale a dire, la scoperta della verità, piuttosto che l’incitamento delle passioni o la vittoria in un dibattito.  Il terzo principio è che, discutendo, potremmo avvicinarci entrambi alla verità, anche se non raggiungiamo un accordo. È chiaro che questo può essere raggiunto, in una discussione, attraverso una reciproca tolleranza; attraverso la reciproca adozione dell’atteggiamento per cui ciò che dice l’altra persona può, per lo meno, meritare ascolto, e forse di più. La tolleranza è la precondizione di questo atteggiamento, una precondizione della possibilità di correggerci reciprocamente l’un l’altro, e di avvicinarci così alla verità. La ricerca della verità, e l’avvicinarsi alla verità attraverso la critica reciproca, è impossibile senza un considerevole grado di reciproca tolleranza. L’accordo è relativamente poco importante nella ricerca della verità: potremmo facilmente sbagliarci entrambi. Gli uomini sono stati fortemente d’accordo, per lungo tempo, su molte dottrine erronee (come il sistema tolemaico del mondo), e l’accordo è spesso il risultato della paura dell’intolleranza o anche della violenza.

Popper è un epistemologo e il ritorno alla scienza appare inevitabile. … questi tre principi portano alla tolleranza; ma allo stesso tempo presuppongono la tolleranza. Un vero progresso nella scienza è impossibile senza tolleranza, senza il sentirci sicuri di poter esprimere pubblicamente i nostri pensieri, dovunque possano portarci. Tolleranza e dedizione alla verità sono così due dei principi etici che sono alla base della scienza, e che sono sostenuti dalla scienza. Due altri simili principi sono l’umiltà intellettuale e la responsabilità intellettuale: l’esigenza di non pensare a noi stessi, ma alla verità, e di mantenere l’approccio critico a tutti i problemi fino all’ultimo.

L'intolleranza e il dogmatismo si combattono con l'ironia e la risata. E mi torma in mente il padre Jorge de Il nome della rosa. Il riso e l'ironia sono uno strumento essenziale del progresso nella libertà. E' vietato ironizzare perché l'ironia è madrina del dubbio.

Nella prospettiva di tutto questo, l’accettazione di una nuova etica professionale mi sembra inevitabile. Io propongo i seguenti principi:

  1. Noi sappiamo, congetturalmente, ben più di quanto chiunque possa mai padroneggiare completamente.
  2. Questo vale anche per coloro che ancora si considerano degli specialisti. Infatti, ogni conoscenza specialistica è soggetta ad essere abbattuta.
  3. La nostra conoscenza può essere solo congetturale, vale a dire incerta e limitata; la nostra ignoranza è necessariamente infinita. Cominciamo ora a sapere quanto poco sappiamo: proprio l’aumento della conoscenza dimostra che Socrate aveva ragione. Queste verità sono diventate esperienze pratiche quotidiane per la maggior parte degli scienziati.
  4. Errori vengono commessi ogni giorno in ogni campo. La vecchia idea che un’autorità possa evitare errori e debba evitarli deve ora essere riconosciuta essa stessa come un errore. La terribile verità è che le autorità erano costrette dalla vecchia etica a coprirsi reciprocamente i loro errori.
  5. È di qui, dal lato pratico, dal fatto che commettiamo così tanti errori, che possiamo iniziare la nostra riforma etica: poiché gli errori sono inevitabili, dobbiamo modificare il nostro atteggiamento nei loro confronti. Bisogna ammettere che vi sono ancora errori colpevoli, errori che avrebbero certamente dovuto e potuto essere evitati; e che naturalmente vi sono casi limite. Ma la maggior parte degli errori che costantemente commettiamo sono semplicemente dovuti alla fallibilità umana, alla nostra difficilmente evitabile ignoranza umana, o al fatto che non siamo stati sufficientemente abituati all’autocritica: al fatto che un atteggiamento autocritico è molto difficile da raggiungere, e che difficilmente è parte della nostra educazione.
  6. Io suggerisco che il primo comandamento della nostra nuova etica professionale dovrebbe essere: Impara dai tuoi errori.

Non è importante che un errore si stato commesso da me o dal mio vicino: dobbiamo tutti guardare innanzitutto ai nostri propri errori, ma se il mio vicino attira la mia attenzione su un errore, dovrei essergliene grato. Dobbiamo imparare che in questa ricerca degli errori non ci dovrebbe essere nessun atteggiamento di denigrazione connesso alla scoperta dell’errore di un’altra persona. Dovremmo assumere l’atteggiamento per il quale, nella ricerca di errori, siamo tutti uniti insieme. Dobbiamo cooperare, poiché solo in questo modo i differenti punti di vista possono essere messi in relazione con i nostri problemi. Questo è importante, perché per ciascuno di noi, avendo affrontato la nostra congettura da una determinata angolatura, con un nostro arsenale mentale estremamente limitato, è impossibile pensare a tutte le possibili fonti d’errore. La cosa principale è scoprire gli errori e correggerli quanto prima possibile, prima che ne derivi un eccessivo danno.
Così, l’unico peccato imperdonabile è quello di coprire un errore. Dobbiamo eliminare l’impulso che porta a questo comportamento. Questo impulso era molto forte sotto l’influenza della vecchia etica. Dobbiamo imparare che l’autocritica è la cosa migliore; e che la critica reciproca, che è sempre necessaria, e che ci serve per imparare l’autocritica, è quasi altrettanto un bene.

Se sogno un’utopia democratica, questa sarà un’utopia in cui un candidato al Parlamento possa sperare di attrarre voti vantandosi di aver scoperto nel corso dell’ultimo anno 31 errori da lui commessi e di essere riuscito a correggerne 13; mentre il suo avversario ne ha scoperti solo 27, sebbene abbia dichiarato anche lui di averne corretti 13. Non ho bisogno di dire che questa sarebbe un’utopia di tolleranza.

Tanta disponibilità ad ascoltare, a cambiare il proprio punto di vista, ma su una cosa non si scherza: lotta senza quartiere alla intolleranza anche perché dopo gli stati governati secondo i princìpi dell'Islam radicale stiamo passando allo spirito missionario basato sul Kalashnikov. Qualcuno ha dichiarato guerra e contro chi fa la guerra vigliacca si isola, si indaga e quando serve si spara.

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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