1943-1945: mio padre, il suo processo e qualche ricordo del poi

Questo processo me lo porto dietro anche anagraficamente. Sono nato l’8 ottobre del 1946; il processo, con assoluzione e scarcerazione, si è celebrato l’11 dicembre 1945 e ho ritrovato la ricevuta di pagamento dell’avvocato datata 3 gennaio 1946, a liberazione avvenuta.

I miei genitori si sono sposati a fine maggio del 44 e mio fratello Sandro è nato il 13/3/45 (dieci mesi mese dopo il matrimonio); mio padre è uscito dal campo di concentramento a fine processo e io sono arrivato dieci mesi dopo.

Papà è rimasto fascista anche dopo la liberazione ed è sempre stato orgoglioso della sua coerenza (lui parlava di fedeltà ai propri ideali). E’ morto il 23 aprile del 95, due giorni prima del cinquantenario della liberazione e con mia moglie ci abbiamo scherzato su: ha deciso che se doveva morire era meglio farlo prima del cinquantenario.

il processo

Del processo ho sentito parlare qualche volta in famiglia, senza troppi dettagli, e non sapevo che mia madre conservasse gelosamente gli atti, che sono saltati fuori solo dopo la sua morte una quindicina d’anni fa. Sono copie dattiloscritte mentre il fascicolo originale è all'archivio di Stato di Milano in attesa di catalogazione.

Il capo di imputazione riguardava un punto generale (aver fondato e diretto il fascio repubblicano dall'ottobre 43 al 45 con una interruzione da gennaio a settembre 44 per richiamo alle armi) e due addebiti specifici: minacce alla moglie di un partigiano e non aver fatto a sufficienza per impedire la deportazione a Mauthausen di un lavoratore di Villasanta arrestato dopo gli scioperi di Sesto del marzo 44.

L’arresto avvenne l’8 maggio del 45 su disposizione del CLN di Villasanta dopo un primo interogatorio in comune, da parte del dr. Aldo Buzzelli, che non aveva ritenuto di procedere all'arresto. C’erano due episodi che tornavano fuori nei discorsi della mamma: l'arresto e lo smascheramento del vero responsabile delle minacce alla moglie del partigiano. Del terzo fatto ho saputo dagli atti.

Sandro aveva due mesi e mia madre raccontava l’arresto con coloriture gergali del tipo cià ven giò e parlava dello spavento dei mitra spianati. In quei giorni si faceva in fretta a morire.

Dell’episodio delle presunte minacce alla moglie di un partigiano era molto orgogliosa; in particolare della sceneggiata con le donne della cascina Bagordo di Concorezzo e con la moglie del Valaguzza (il partigiano ricercato). Aveva in mano la foto di quello che, ragionando con gli altri fascisti detenuti, mio padre aveva individuato come responsabile e si rivolgeva loro dicendo:
- ma guardatelo, forse vi siete sbagliate, non può essere mio marito.
- ci dispiace signora Anita, ma è proprio lui. Lo riconosco.
In effetti era stato lui, quello della fotografia (tale Luciano Crosta di Monza), non mio padre.

Nient’altro sul processo, in particolare da mio padre, che aveva seppellito tutto della sua storia giovanile. La vicenda lo aveva segnato perché riteneva di aver sempre agito nel giusto e aveva un po’ di rimpianto per come era andata a finire la politica sociale della RSI in cui aveva creduto e per la quale aveva investito del suo. Dagli atti del processo emerge che ci aveva messo a fondo perduto circa 250'000 lire e se tenete conto che, nello stesso periodo, il valore di mercato di un paio di scarpe belle, franco fabbrica, era di 250 lire, il conto è presto fatto.

i fucilati del 45

Qualche volta accennava al tema del sangue dei vinti parlando di amici ingiustamente perseguitati e, in un caso, uccisi. Dagli atti del processo ritorna in un paio di occasioni il nome di uno dei due fucilati a Vimercate (Pietro Erba che partecipa agli interrogatori della Muti) mentre dell'altro (Osvaldo Marzagalli) nulla risulta. Era lui l'amico di cui parlava mio padre. Ho fatto qualche ricerca e ho visto che è stato uno dei fondatori del CAI, appassionato di sci e di alpinismo. Compare in molte foto del volume per il 70° del CAI accanto a molti altri soci che poi furono dalla parte giusta e l'impressione che se ne ha è quella di un giovane esuberante che, probabilmente, pensò di continuare le sue avventure con la RSI.

Guardando quelle foto della fine degli anni 30 si resta impressionati. Ne ho trovata anche una in cui ci sono Carlo Magni (partigiano cristiano) accanto a mio padre e Maeiuccio Calderara morto volontario sul fronte greco albanese dove era appena arrivato.

il dopoguerra e il nostro rapporto

Finita l’avventura della RSI con la riabilitazione, papà si è buttato in quella del calcio portando il Villasanta in serie Cmentre il nonno continuava ad occuparsi della banda. Raccontava con orgoglio delle sfide con il Monza e con la Pro-Lissone, mentre la mamma si lamentava di quanti soldi hai buttato via. Di quel periodo mi rimane una bellissima spilla d’oro a forma di pallone da calcio, un contorno di rubini e la scritta AC Villasanta che, nella divisione dei ricordi di famiglia, è toccata a me.

Il nonno, il cav. Alessandro Cereda è morto nel 53; credo che lui fosse davvero un fascista da camicia nera e credo che non fosse molto contento dell’impegno sociale del figlio. Lo intuisco da qualche lettera, che dice e non dice, durante la detenzione di mio padre.

Con papà, ovviamente, a spizzichi e bocconi, abbiamo parlato della sua storia e del suo processo perché non gli è stato facile per lui digerire il progressivo e inesorabile spostamento a sinistra dei suoi due figli grandi: bravi a scuola, impegnati e altruisti come lui, ma di sinistra.

C’erano stima reciproca e affetto; amore contenuto, come usava allora. Lo stimavo molto per la capacità di inventarsi un nuovo lavoro a 45 anni, con cinque figli da mantenere (da 0 a 15 anni) quando nel 59 il Calzaturificio Monzese chiuse l’attività (si veda Il Calzaturificio Monzese).

Ci siamo scritti di cose serie mentre ero a militare nel 1970, sconvolto dall’autoritarismo sfrenato di quell’ambiente che mi appariva organizzato solo per annientare la personalità, con lui che mi rispondeva cercando il lato positivo della faccenda (la formazione del carattere, l’obbedienza, …).

Ero e sono orgoglioso di questo papà, così diverso da me, cordiale e da bar, quanto io sono orso, amante delle rimpatriate e della tavola, sempre disponibile per quelli di Villasanta: il ragionier Cereda o più amichevolmente ragiunier che negli anni 60 e 70 passava molte ore della sua giornata da Ugo da Pedren e ci faceva anche un po’ del lavoro di assicuratore (una specie di ufficio al bar).

Io diventavo di sinistra e lui non si è mai permesso di pormi un divieto. Me lo pose una volta sua sorella maggiore (la zia Giovanna), inviperita e preoccupata perché ero stato visto alla Casa del Popolo in occasione di una Festa dell’Avanti. Era il 1964: spero che tu sia andato lì per conoscerli, in modo di combatterli meglio, perché, ricordati, che sei un Cereda. Una di quelle cose che ti lasciano allibito e che non ti dimentichi più.

Era compiaciuto del fatto che facessi politica; non ce lo siamo mai detti, ma si capiva: bravo a scuola, si mantiene agli studi e si dà da fare per gli altri. Ricordo il suo orgoglio di quando, nel 76, sono andato a Tribuna Politica, per conto del Quotidiano dei Lavoratori, a intervistare il segretario del PSI De Martino.

Il contrario dei messaggi che ricevevo dalla mamma: non fare come tuo padre, hai visto cosa gli è successo, impara a farti gli affari tuoi. Due concezioni del mondo opposte e cosa volete che scelga un giovane?

Così non ho mai avuto bisogno di contare balle in casa; ricordo ancora la trattativa per restare a dormire nella università occupata nel marzo 68 (la prima occupazione di fisica). Patti chiari, amicizia lunga: sii onesto, fai il tuo dovere e poi fai quello che vuoi.

Naturalmente mi capitò di domandargli le ragioni di quell’impegno con i fascisti, del suo non farsi domande anche dopo, del restare affezionato al Duce, dell’acquistare dal giro dei reduci libri che non avrebbe mai letto e che adesso ho io, del non perdersi una Tribuna Politica di Almirante.

Sulle ragioni di quell’impegno non aveva dubbi: darsi da fare per gli altri e cercare di salvaguardare Villasanta. Come emerge dai documenti, dalla sua autodifesa e dalle testimonianze, nell'accettare la carica aveva posto precise condizioni: niente violenza, no alla brigata nera.

Alle mie domande ma papà, hai presente l’allenza con i nazisti, ma papà i nazisti nel 43? La risposta era sempre la stessa: garantire l’onore dell’Italia nel tener fede alla parola data. Io non capivo e mi rendevo conto che eravamo cresciuti in due mondi diversi. E’ stata una sorpresa trovare quelle carte: gli atti del processo e le lettere d’amore a mia madre con i tipici litigi tra fidanzati con lei che fa la sostenuta e lui che striscia ai suoi piedi.

la vicenda processuale

La storia del Valaguzza la conoscevo già, anche se ho trovato la dichiarazione del fratello della moglie che racconta di essersi lamentato con lui delle minacce e di aver avuto rassicurazioni sul fatto che nessuno l'avrebbe più infastidita e così fu.

Ma sono state le altre vicende a impressionarmi e mi spiace non averle conosciute in tempo per ossessionarlo di domande; una più di tutte, ma tu da che parte stavi?

1.      I rapporti con i fascisti e gli antifascisti

La madre di Ambrogio Villa (medaglia d’oro al valor militare) Ancri Giovannina (vedova Villa) è ospitata alla sede del fascio (scuola Notari) sotto la protezione-assistenza di papà. E’ la mamma della medaglia d’oro ma è anche sorella di comunisti ricercati. Vediamo i documenti.


Io sottoscritto Ancri Luigi abitante a Villasanta dichiaro che la notte del 28 marzo 1944 mi trovavo presso l'ingresso della sede del fascio quando diversi elementi della Muti uscirono diretti alla cascina Bagorda e seppi in seguito che erano alla ricerca di Valaguzza Giovanni. Vidi bene e riconobbi gli elementi che formavano il gruppo, ma tra essi non rinvenni affatto il signor Cereda Alfredo.

Faccio presente inoltre che in data 7 giugno 1944 fui arrestato insieme a mio fratello Carmelo dalla polizia segreta e tradotto al carcere di Monza dal quale sono stato rilasciato dopo 22 giorni in seguito all'interessamento di mia sorella Ancri Giovannina madre della medaglia d'oro fante Ambrogio Villa.

In data 22 luglio 1944 fui nuovamente ricercato dalla Muti e dovetti fuggire. Trovai ricovero presso l'abitazione di mia sorella (alle scuole Notari di Villasanta) la quale, d'accordo con il signor Cereda, mi nascose in un'aula facendomi dormire nelle brande della colonia elioterapica e ciò durò sino al termine delle indagini.

Nel frattempo il signor Cereda provvide a dare aiuto a mia moglie e ai miei bambini con denaro e viveri in quanto ciò non era possibile da parte mia, perché continuamente perseguitato dalla Muti, essendo io un comunista.


Io sottoscritta Ancri Giovannina, vedova Villa e madre della medaglia d'oro Ambrogio Villa dichiaro che in data 29 settembre 1944 alle ore 7 si presentò presso la mia abitazione situata presso la scuola Notari, il tenente Ghinelli della Muti invitandomi a sgomberare l'aula da me occupata perché doveva essere usata dalla Muti.

Feci presente la mia dolorosa situazione, che cioè mi trovavo sola perché l'altro figlio rimastomi si trovava in servizio militare e perciò non poteva darmi nessun aiuto; per tutta risposta mi si disse che tutto ciò a loro non importava nulla , ed anzi estrassero una bomba a mano per intimorirmi.

Aggiunsi che mi sarei rivolta al signor Alfredo Cereda giacché altre volte mi aveva aiutata. Mi sentii rispondere che il Cereda non era degno di essere fascista e che se fosse stato presente in quel momento l'avrebbero fatto freddo in 5 minuti; poi provvidero allo sgombero mettendomi in strada il mobilio.

Dopo qualche giorno ne parlai con il signor Cereda il quale mi disse di avere pazienza perché non sanno quello che fanno e di tasca sua pagò vari danni che mi avevano arrecato.


Protegge il futuro sindaco della Liberazione Giuseppe Sala di cui resterà amico per tutti gli anni 50 (e di ciò ho ricordi personali); interviene per garantire che cessino le pressioni sulla famiglia Valaguzza (molte testimonianze dei diretti interessati agli atti). I fratelli Valaguzza sono 4: Giovanni, Emilio, Mario e Luigi. Quando quelli della Muti non trovano Giovanni, si rifanno sugli altri e sulle loro mogli. Solo Luigi non si presenta. Quelli della Muti stanno pestando un altro fermato che ritengono coinvolto nella sparizione di un carico d'armi quando papà interviene per proibire i pestaggi (riferiscono i Valaguzza):


ha risposto che la sede era stata riaperta perché c'era un ordine di Milano, ma non il pestaggio, e lui era pronto a lasciare la carica se facevano un altro atto simile


Quelli della Muti vorrebbero portare a Monza Emilio, Mario e le loro mogli; papà interviene, li fa rilasciare provvisoriamente in cambio della promessa che si presenti Luigi per informazioni. Ed ecco la testimonianza di Luigi:


La sera stessa mi trovavo in compagnia di mio cugino Stucchi Paolo che era venuto a cercarmi, e mi ha detto: tu devi venire con me che ti porto dal signor Cereda che ti può aiutare perché ne ha già aiutati molti.

La stessa sera, con la fiducia di mio cugino, sono andato a casa del signor Cereda e ci ho raccontato il fatto che mi succedeva e il perché sono fuggito. Lui si è impegnato subito ad andare in sede per il fatto mio e mi ha detto che cercava l'impossibile di parlare con l'ufficiale della Muti per quello che era di mio riguardo e di trovarmi il mattino seguente alle ore 8 che mi avrebbe fatto sapere se dovevo fuggire o essere liberi tutti, escluso il Giovanni, perché la colpa, sapendo che era al sicuro l'han lasciata tutta su di lui.

Al mattino seguente sono andato all'appuntamento stabilito e mi ha detto che ha potuto ottenere la libertà di tutti escluso però il fratello Giovanni . Poi mi ha detto di dirgli, se sapevo dove si trovasse, di non avvicinarsi a casa che è molto ricercato dalla Muti e gli dispiaceva che non può far nulla per lui.


Mi ha colpito la testimonianza allibita delle maestre antifasciste denunciate e chiamate a rapporto da mio padre (parla l'insegnante Virginia Lattanzi):


Quando ad essere antifascisti si correva se non il pericolo di perdere la vita, sicuramente però il mezzo di sostentarla, io e la mia collega A. Antozzi abitante in via Lecco 16 a Monza, fummo denunciate come disfattiste all'ex fascio locale di cui il signor Cereda Alfredo era membro.

Questi ci chiamò a rapporto rivolgendoci alcune domande alle quali rispondemmo autodifendendoci. Le redarguizioni ebbero termine con le seguenti testuali parole del signor Cereda: io non impongo, ognuno pensa come vuole, ma è bene usare prudenza nel parlare, in questi momenti.


3.  La protezione di sbandati e irregolari

Su questo terreno opera in modi diversi: in maniera clandestina procurando documenti falsi e facendo finte assunzioni in azienda; in maniera diretta intervenendo presso le autorità affinché si possa sanare ciò che è sanabile (modifica di domande di arruolamento). Agli atti sono citati con nome e cognome una decina di casi. Sui rapporti con il governo repubblichino non ho trovato documenti, ma ho ricordi di testimonianza diretta: papà si è recato a Gardone, Verona e Salò in più di una occasione per perorare cause e sistemare situazioni.

Si tratta di Mojoli Tino (Lesmo), Bianchi Piero (Concorezzo), Sala Luigi (Arcore), Sala Vladimiro (Villasanta), Rossi Mario Villasanta, Fiorenza Filippo e Pannetta Giorgio (siciliani)


Io sottoscritto, Fiorenza Filippo, dichiaro che nel tempo del mio sbandamento, dopo due volte che sono fuggito dalla repubblica, trovandomi senza nessun ricovero, abbandonato da tutti, mi sono recato a Villasanta per cercare lavoro … fui indirizzato dal signor Alfredo Cereda, dove lui mi ha domandato della mia situazione, gli ho raccontato tutta la vita che ero passato, cioè che ero fuggito due volte dalla repubblica; lui mi ha risposto che pensava a tutto lui, che infatti mi ha fatto avere dei documenti falsi con la classe del 1919 sotto il nome di Di Marco Romeo. Allora fui preso al lavoro per tre mesi cioè fino al 25/4/45.


Il signor Spreafico Luigi me lo ricordo bene, aveva il panificio in piazza Daelli, dove ora continua la attività suo figlio. Mi pare che fosse un appassionato suonatore di violono ed era il papà del mio compagno delle elementari Pietro (come suo nonno) diventato poi don Pietro e scomparso prematuramente. Pietro ci batteva tutti nella corsa nonostante fosse un po' cicciotto.


Il sottoscritto, Spreafico Pietro, residente a Villasanta porta a conoscenza che a suo figlio Luigi, classe 1917, all'epoca degli esami premilitari, gli venne fatto firmare un modulo in bianco, che in seguito risultò essere una domanda di arruolamento nellla Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale.

Naturalmente, siccome mio figlio non aveva alcuna volontà di appartenervi, ed in considerazione della manovra alquanto subdola ed illegale adoperata, egli si è sempre astenuto dal rispondere al sia pur ristretto numero di chiamate in servizio, cosicché alla fine non venne più importunato.

Senonché, avvenuta la costituzione della Guardia Nazionale Repubblicana, mio figlio si è visto precettare per l'immediata presentazione in servizio a Monza.

Richiesto l'intervento del rag. Alfredo Cereda, tanto si adoperò e fece verso il comando, finché ottenne l'immediata e definitiva canellazione dai ruoli. 


4.  La lettera del parroco

Lettera del 28/11/45 di don Gaetano Galli, parroco di Villasanta al P.M. avvocato Buzzelli.


Già dal maggio u.s. vive in campo di concentramento un mio buon parrocchiano, il signor Cereda Alfredo, il quale se ha una colpa, è quella di essere troppo buono, soprattutto se si tratta di poveri. Sono ormai 47 anni da che mi trovo a Villasanta e posso dire di conoscerlo bene.

Scrivo alla vostra signoria illustrissima non per invito di qualcuno, non per spirito di parte. Da giorni sento un impulso che non so vincere e che mi spinge a manifestare un piccolo particolare non conosciuto.

Dopo la rinascita del fascio incontrai il signor Cereda sulla strada e l'abbordai bruscamente dicendo: ma cosa ti venne in mente di far rivivere ancora il fascio! Ed egli calmo mi rispose: proprio per salvare il mio paese e per fare del bene e soprattutto pe impedire, che venisse qualche elemento torbido e violento a buttar sossopra la nostra popolazione. Parole testuali. E difatti:

1° reintegrò tosto la refezione scolastica sovvenendola di propria borsa 2° Istituì l'opera della minestra ai poveri e continua ancor oggi a sue spese 3° Ebbimo la disgrazia di vedere in paese per ben quattro mesi una squadra della famigerata Muti; eppure non ebbimo mai alcun rastrellamento e neppur alcun disturbo ai nostri sbandati e ciò si deve all'opera del signor Cereda.

Il signor Cereda Alfredo fu sempre un uomo onesto in tutto il senso della parola e l'affermo con la coscienza sicura di dire la pura verità.


5.  La protezione dei villasantesi

Una decina di Villasantesi furono arrestati perché sorpresi a fare legna nel Parco e papà intervenì ad impedirne la deportazione.

Ci sono svariate dichiarazioni degli interessati, ma la più completa è quella rivolta al CLN di Villasanta. Il fatto avviene nella notte tra il 30/9 (sabato) e il 1/10 del 44. Papà aveva lasciato la reggenza del fascio dal gennaio a settembre 44 per richiamo alle armi. Era sottotenente di artiglieria e questa è la ragione per cui si è sposato in divisa. Il richiamo in servizio fu a Milano e a Monza e ciò gli consentì di essere comunque presente in paese. L'episodio del far legna avviene quando è stato appena congedato ed ha ripreso il ruolo di reggente del fascio.

La mamma è in ospedale, al San Gerardo, per l’asportazione della colecisti dopo molte coliche. I calcoli, grossi e lucidi, nero verdastri, sono ancora in giro come ricordo e il fegato della mamma, che non poteva più mangiare le uova, è stato una delle costanti delle storie famigliari degli anni 50 e 60.

Papà è con la mamma (al terzo mese di gravidanza) quando viene chiamato in via Volturno dove sono stati rinchiusi gli arrestati. Fa in modo che vengano trasferiti alle carceri di Monza e quando i famigliari gli riferiscono di una minaccia imminente di deportazione in Germania interviene con il Cancelliere perché si proceda all’interrogatorio nella giornata di lunedì.

Si accorda per far derubricare il reato abbassando i quantitativi di legna e così nella giornata di lunedì, d’accordo con il procuratore, ottiene la scarcerazione.

Ma serve il visto dei Tedeschi. Papà va dai tedeschi e porta a casa il risultato. Fa venire alle carceri di via Mentana il camion della ditta e li riporta a Villasanta tra l’esultanza generale.

Concludo con la vicenda della deportazione a Mauthausen del'operaio. Papà sostenne di essere intervenuto ma, stante la rapidità dell'arresto e e del trasferimento a Bergamo non ci fu nulla da fare. I trasporti verso Mauthausen (campo di annientamento attraverso il lavoro) furono una cosa drastica, repentina e senza sconti decisa dal comando tedesco come ho potuto verificare partecipando a diverse iniziative dell'ANED di Sesto che raccoglie i famigliari di quei deportati.

Così lui è uscito da questa vicenda a testa alta e, come ho osservato all'inizio, io sono il figlio della avvenuta liberazione.

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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3 risposte a 1943-1945: mio padre, il suo processo e qualche ricordo del poi

  1. Teugi scrive:

    Un vero peccato non averla avuto quale docente!!!
    Complimenti sinceri per l'ottimo contributo che hai messo a disposizione degli altri.
    Non ce ne sono molti di veri "maestri" che trasmettono ai giovani le loro conoscenze ed esperienze.
    Con grande stima, Teugi.

  2. Claudio Cereda scrive:

    pubblico un po' dei commenti apparsi su Facebook

    Raffaele Di Marino Belle storie ci stai raccontando, Claudio. Immagino che messe insieme diverrebbero un libro interessante.

    Claudio Cereda chissa; mi mancano 4 o 5 capitoli (uno dedicato alla lotta nel gruppo dirigente di AO che accelerò lo sfaldamento e gli altri sulle esperienze di impegno nella scuola)

    Enzo Biassoni Un bel ricordo che ci spinge a riflettere

    Angelo Santambrogio Un bel pezzo di storia.
     

    Mario Serenthà Esperienza dura!

    Ennio Abate Molto interessante, Claudio. E quasi t'invidio per la fortuna di aver potuto ricostruire in dettaglio e sulla base di documenti una parte significativa della storia di tuo padre.

     

    Fabio Osto Grazie per aver pubblicato questo interessante documento. Fu un periodo triste e doloroso della nostra storia. Il Carmelo Ancri citato nel documento era mio nonno materno.

     
    Fabio Osto Mariagrazia Ancri nel documento viene citato il nonno

    Mariagrazia Ancri Ciao Fabio ho letto è mi sono un po' commossa…..

    Fabio Osto ci credo, ricordo benissimo i racconti della mamma e del nonna.

    Mariagrazia Ancri Claudio Cereda Carmelo Ancri era mio papà (io sono nata nel 1951) quindi la storia di mio papà mi è stata raccontata da mia mamma….Ancri Luigi é mio zio come lo é mia zia medaglia d'oro……sono commossa leggendo la storia da lei raccontata!!!!! grazie

    Tiziana Sala Fratello di mia nonna Ancri Severina Emoticon heart

    Gianlu Gdf Complimenti per la ricostruzione storica, anche se è passato molto tempo è importante che la storia si conosca attraverso documenti ufficiali, e la vostra storia familiare,meriterebbe di essere raccontata in un film per la sua particolarità, un ritratto storico drammatico ma appassionante.

    Severino Erba Questa ricostruzione consolida ancora di più il mio giudizio sulla persona del rag.Alfredo Cereda ricordandolo personaggio onesto simpatico e disponibile con tutti i bisognosi di aiuto. Grande amico di mio fratello Angelo

    Claudio Cereda angelo e la signora bianca erano gli unici con cui c'era amicizia consolidata con scambio di inviti reciproci insieme a Massimo e Claudia; sono presenti in tantissime foto

     
    Giovanni Mondonico Ritengo che i tuoi pensieri liberi siano un merito ed uno stimolo ad altri per una loro riflessione che per molti potrebbe essere utile. Complimenti. Ottimo lavoro che merita maggior visibilità.

    Claudio Cereda la visibilità potete darla voi consigliandone la lettura agli amici; la rete ha un modo strano di funzionare a comparti; a volte basta una condivisione e partono letture che, altrimenti non si avrebbero. In questo sono fondamentali i gruppi perché tutti i membri ricevono la notifica

    Tiziana Sala Carmelo Ancri fratello di mia nonna Severina Ancri Emoticon heart

    Cristina Marzagalli Una ferita sempre aperta per molti di noi. Grazie, Claudio… per aver menzionato mio nonno Osvaldo, anche lui fedele all'ideale fino a morirne. Gran bella persona, papà Alfredo… mio padre lo ricorda con affetto.

    Carola Maria Besana bellissimo Claudio!

    Edoardo Coen Io ho sempre sentito brutte storie del fascismo e dei fascisti, tra le tante disavventure dei miei avi, soprattutto da parte del mio bisnonno al quale devo il cognome, che era insegnante e dovette fuggire in quel che è ora, anche grazie a lui (rifiutò l'incarico di ministro d'istruzione) Israele. Ma leggere ciò mi fa capire che non tutto era marcio e c'era davvero brava gente che credeva in quella realtà politica e non sfruttava semplicemente la questione per poter compiere atti di pura crudeltà. Mi piacerebbe davvero conoscere queste motivazioni, per poter vedere da un punto di vista più oggettivo, dato che purtroppo credo quasi nessuno ne abbia gli strumenti. Chissà cosa pensava davvero sulle decisioni prese da Mussolini, chissà se condivideva tale politica nonostante fosse una persona tanto buona, empatica ed onesta, sono dannatamente curioso. Nonostante io disprezzi l'ideologia fascista, provo stima per quest'uomo e in piccola parte mi fa sentire orgoglioso di essere villasantese, grazie per la condivisione

    Claudio Cereda non ho mai preteso di convincerlo che avesse sbagliato a mettersi dalla parte dei fascisti. Le storie personali sono sempre dannatamente complicate. Ma mi ha fatto piacere avere un padre che 1) riteneva che impegnarsi per gli altri fosse importante 2) era buono e disponibile 3) rispettava la sostanza della democrazia (il rispetto delle idee altrui) 4) pensava che, anche nelle situazioni peggiori le persone vengono prima delle ideologie.

    Giovanni Immorlano Ho letto di suo padre per la prima volta nel libro del prof. Meroni ("Piazza Martiti della Libertà") che parla di quel periodo. Mi colpì molto quell'uomo che utilizzò il suo ruolo (nn e qui il luogo dove disquisire se dalla parte giusta o sbagliata, la storia parla da sè) e la sua posizione economica per aiutare molti villasantesi oltre ad evitare ben peggiori situazioni che in quei periodi era facile si verificassero (come scrisse don Galli). Mi dispiace solo che non abbia avuto la possibilità di parlare di questi fatti, documenti alla mano, con lui ancora in vita.

    Elena Ficocelli Ciao Claudio veramente un pezzo di storia ! Ricordo i tuoi genitori con tanto affetto ..sopratutto la tua mamma che mi trattava come una figlia .. pensa che quando ha portato i confetti per il matrimonio di tuo fratello Marco, mi ha detto : mi avrebbe fatto tanto piacere se vi sposavate voi due !

     

  3. Claudio Cereda scrive:

    Oggi all'incontro dei volontari biografi, qui a Monticiano ho letto il pezzo. Lavoriamo sulle emozioni e ogni quindici giorni leggiamo una cosa scritta da noi.

    Ascoltare fa partire componenti del cervello e del cuore in maniera inattesa.

    Dicevo che ho letto e se mentre scrivevo rimanevo concentrato sul prodotto finale, nel leggere ho iniziato molto presto a piangere. Commuoversi fa bene.

     

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