1956-1960: in Collegio

Nell'anno scolastico 1955/1956 mio fratello Sandro faceva la quinta elementare e durante l'inverno si beccò una brutta broncopolmonite; da piccolo è sempre stato molto gracile e così, su suggerimento dei medici, si decise che avrebbe dovuto passare gli inverni al mare, il che voleva dire andare in Collegio.

Ci sarebbero dovuti andare sia lui, a fare la prima media, sia mio cugino Enzo (l'ultimo figlio della zia Giovanna) a fare la seconda. Ma io, che ero molto legato a Sandro, decisi di essere della partita. Così, nell'ottobre del 56 partimmo un tre per il Collegio Salesiano di Varazze: io in quinta elementare,e loro alle medie.

Finimmo dai Salesiani perché la zia Giovanna conosceva bene quelli di via Copernico a Milano dove mio cugino Franco aveva frequentato un po' di scuola professionale.

In Collegio eravamo poco più di un centinaio di interni (convittori) ma le medie erano frequentate anche da esterni (i semiconvittori).

Il mio maestro era don Ariatti, un prete moro, abbastanza rude sui cinquant'anni e, della parte scolastica di quell'anno, non ricordo altro. Facemmo gli esami di quinta in Collegio e quelli di ammissione alla I media presso la scuola statale di Varazze (un tema, un problema e l'orale). Andò tutto bene.

L'edificio

Come si vede dalla foto messa in apertura, il Collegio aveva 4 piani oltre a un piano terra con il colonnato; sul davanti c'era un grande cortile adibito a campo da calcio nel quale, durante la ricreazione, facevamo più partite contemporaneamente. A sinistra c'erano l'oratorio con il cinema-teatro e, più in basso, una struttura dismessa che aveva ospitato il noviziato. C'era anche, nel passaggio verso l'oratorio un campo di pallavolo e nella parte a sinistra del cortile un porticato con i servizi igienici e una serie di tavoli stretti e lunghi, con le sponde di legno, dove si giocava a boccette usando delle piastre cilindriche d'acciaio di 4 cm di diametro per 1 di altezza.

Le camerate erano al III e IV piano e portavano i nomi dei santi. Erano dei corridoi lunghi e stretti con i letti messi l'uno dopo l'altro e, all'inizio e alla fine, un letto con tenda dove dormivano i custodi, dei laici detti coadiutori o cooperatori.

Al secondo piano c'era la parte scuola (aule e aula studio) mentre il primo era nella disponibilità dei preti (ma forse era il contrario, scherzi della memoria) e al piano terra c'erano gli uffici (del consigliere, del prefetto, del direttore), il parlatorio e il refettorio.

Un locale molto particolare era l'aula studio: anche qui un lungo corridoio con i banchi disposti a destra e a sinistra contro le pareti. I banchi erano individuali, verniciati di nero e con un piano d'appoggio incernierato che chiudeva uno scomparto in cui tenevamo i libri. Il piano incernierato consentiva di nascondere la testa e farci un po' gli affari nostri nelle lunghe e interminabili ore dello studio pomeridiano.

Io ci tenevo anche i flaconcini vuoti degli antibiotici (recuperati in infermeria) e, dopo aver tolto l'etichetta e liberato il tappo in gomma, ci mettevo le mosche che catturavo al volo e mi divertivo ad osservarne il comportamento.

Il refettorio era arredato con panche e lunghi tavoli che avevano degli scomparti al posto dei cassetti. Ci tenevamo un po' di viveri di scorta (le arance e la pasta d'acciughe nel mio caso) e il tovagliolo. Su uno dei due lati lunghi c'erano i banconi di collegamento con le cucine e, al centro del locale, un piedistallo dove, durante il pasto, uno di noi, a turno, leggeva qualche libro di avventura o di edificazione (tipo la vita di San Domenico Savio). Domenico Savio e San Luigi erano i due modelli di gioventù proposti cn tutti gli annessi e connessi sulla castità che non capivo molto bene.

Delle letture mi è rimasto impresso Piccoli martiri una storia scritta negli anni 40 da un salesiano fissato con la massoneria. Due bambini venivano rapiti dai massoni per educarli alla lotta contro Dio, ….

Questa della massoneria era una fissa che si ritrovava anche nei libri di preghiere, così come la pericolosità dei protestanti e credo fosse un retaggio delle difficoltà di don Bosco a Torino nei rapporti con lo stato liberale. A distanza di anni mi sono chiesto come mai, visto ce eravamo in piena guerra fredda e dunque c'erano tanti altri esempi di senzadio ci fosse questa fissa della massoneria.

A proposito della lettura dei libri di edificazione nell'ora di pranzo un episodio curioso capitò a Gerbi, un mio compagno di classe.

Avevamo deciso di imparare a fischiare con le dita e così, invece di ascoltare le vite dei santi eravamo impegnatissimi a soffiare con le dita in bocca. Ci riuscì per primo Gerbi che, ovviamente fu punito. Così non ho mai imparato a fischiare con le dita anche se in collegio imparai tutti gli altri versacci che simulano i peti: quelli fatti con il palmo della mano e quelli con la mano sotto ascella.

La cappella non era tanto grande, molto decorata e con sul fondo una balconata: messa tutte le mattine e messa doppia (normale e cantata) la domenica. Ho imparato molto bene a fare il chierichetto con tanto di incenso, turibolo e aspersorio. Mi ero fatto regalare per Natale anche ben due messalini tascabili rilegati e in carta india. Uno aveva le pagine dorate sul bordo, l'altro le aveva rosse. C'era, per ogni giorno dell'anno un breve riepilogo della vita del santo cui veniva dedicata la giornata, i salmi e le letture del giorno (l'epistola e il vangelo). Credo di averceli ancora in qualche scatolone in garage.

Ogni convittore riceveva anche un suo libretto di edificazione Il giovane provveduto, scritto da don Bosco e il cui testo, se la cosa vi incuriosisce, potete trovare qui. Inoltre eravamo pieni di santini-reliquia ottenuti con microscopici pezzettini di stoffa che, teoricamente, erano appartenuti a don Bosco, Domenico Savio o a qualche Beato o Servo di Dio della grande famiglia salesiana.

Il colonnato del cortile era importante perché lì si scontavano le punizioni: in piedi alla colonna a guardare i compagni che giocavano, in ginocchio alla colonna e, nei casi più gravi qualche vergata sulle mani da parte del prete consigliere (addetto alla disciplina).

La giornata tipo e le regole

Sveglia intorno alle 6:30 – 7:00; abluzioni e messa (per poter fare la comunione a digiuno); prima colazione; mezz'ora di ricreazione e alle 8:30 inizio della scuola sino alle 12:30; pranzo; ricreazione per un'ora e dalle 14 alle 16 studio; merenda e ricreazione di un'ora; dalle 17:30 alle 19 studio; cena; ricreazione; preghiera della sera nel colonnato o sotto la statua di Maria Ausiliatrice a poi tutti a nanna.

In uno dei giorni della settimana la merenda consisteva in un panino con dentro una fetta di salame di cioccolato a riquadri bianchi e marroni della Ferrero (il signor Ferrero era un ex allievo salesiano). Aspettavamo con ansia quel giorno, invece della solita marmellata della Zuegg, della fetta di formaggio o della mortadella. Un paio di volte in tutto l'anno c'era la focaccia, la buonissima focaccia ligure.

C'erano due varianti all'orario standard:

  • il giovedì non c'era scuola e si andava a fare lunghe passeggiate su per le colline (al bricco don Bosco, alla Guardia, al Deserto) o nelle calette lungo la costa a est (verso Cogoleto) o a ovest (verso Celle e Albisola). Se la passeggiata era lunga si pranzava al sacco. Il Collegio era posto all'inizio della collina verso la frazione Cantalupo e le escursioni in collina incominciavano da lì: uliveti e poi bosco misto di pini. Passavamo sotto i cantieri dell'autostrada Genova Ventimiglia che era in costruzione e ricordo quei piloni grandi e altissimi, visti da sotto.
  • L'altra variante riguardava la domenica: non c'era scuola, c'erano due messe intervallate dalla ricreazione e dopo pranzo, arrivati in studio venivano letti ad alta voce (dal consigliere) i voti di condotta settimanale. Se si prendeva 7 meno meno, o peggio, mentre gli altri andavano al cinema, si rimaneva in studio. Non ho mai preso 7 meno meno, ma neanche 10.

Le ore di lezione era poche (giustamente si puntava sullo studio) ed erano poche anche le materie (lettere, incluso il latino), matematica, francese, ginnastica.

I compagni di classe venivano dalle diverse località del nord Italia ed erano di classi sociali diverse. Estrazione popolare in quelli dalle province di Savona e di Genova, piccola borghesia e borghesia dall'Emilia e dalla Lombardia. Ricordo qualche cognome: Bortolotti, Canepa, Cabrini, Cortesi, Gerbi, Quaglia, Resnati, Rossi, Simonitti. Cortesi, che aveva un porro sul naso, lo chiamavamo NASA; eravamo proprio cretini. Guardavamo con un particolare rispetto Cabrini perché una sua prozia, con lo stesso cognome, aveva in corso la causa di beatificazione.

Per degli adolescenti, lontani da casa, le regole erano eccessivamente rigide. Quando la domenica venivano a trovarti, comunque non si poteva uscire dal Collegio. O si stava in parlatorio (un locale subito a sinistra dell'ingresso) o al più si poteva stare in cortile. L'uscita era consentita solo nel giorno di San Giuseppe (il 19 marzo) per assistere al passaggio della Milano Sanremo.

La mamma veniva a trovarci in treno ogni due o tre settimane, qualche volta in macchina con il papà e si comunicava per lettera. La mamma, negli anni successivi, scherzava sulle mie lettere laconiche: qui tutto bene, portami le arance, il salamino e la pasta d'acciughe. Sembra che, allora, la sintesi fosse il mio forte.

Si tornava a casa solo per le vacanze (incluse quelle di Natale e Pasqua). Ci fu una eccezione per l'epidemia di influenza asiatica nel novembre del 57. L'intero collegio era ko e dunque fu consentito alle famiglie di portarsi i figli a casa. Venne a prenderci l'autista Stefano con la mamma sulla 1100 famigliare della ditta. Fu abbassato il sedile posteriore, messo un materasso e delle coperte e così, con la febbre alta, ce ne tornammo a casa per qualche giorno.

Avevamo a disposizione qualche soldo lasciato dai genitori presso il Consigliere che teneva la contabilità. Li usavamo per acquistare, durante la ricreazione, qualche caramella della Elah vendute da uno dei coadiutori che girava con una specie di banchetto tenuto a tracolla. In quel periodo ho mangiato una quantità enorme di mou latte e menta o cremliquerizia.

Quando volevamo risparmiare andavamo in infermeria e ci facevamo dare il Formitrol. Se il mal di gola era vero ti davano anche le pastigliette di clorato di potassio da lasciar sciogliere in gola, ma noi le mettavamo da parte e quando ce n'erano a sufficienza le macinavamo, qualcuno dei genovesi si faceva portare lo zolfo; si mischiava e bastava mettere un po' di quella polverina tra due cubetti di porfido, metterci un piede sopra e con l'altro dare una bella botta laterale. Venivano esplosioni molto più potenti di quelle fatte con i petardi.

Le figure di riferimento

Al primo posto ci metto don Morello. Era il prefetto del Collegio (cioè una delle due autorità insieme al direttore) e fu il mio professore di lettere  per tre anni.

Era originario di Ivrea, una persona pacata e con un bel sorriso. Con lui abbiamo studiato l'Iliade e l'Odissea in maniera assolutamente piacevole e lo stesso si può dire per il latino: in prima analisi logica e le declinazioni, in seconda grammatica e sintassi e in terza autori (Giulio Cesare, Ovidio e Catullo) compresa un po' di lettura metrica della poesia.

Il professore di Matematica era un laico, probabilmente un terziario salesiano oltre che scout, l'ingegner Nocelli. Mi ha dato una buona preparazione sino alle equazioni di primo grado ma ci ha anche insegnato ad applicarle alla risoluzione di problemi.

Non ricordo con chi facessimo francese e religione.

Poi c'era don Moroncelli, con quel faccione pacioso e sorridente, assomigliava un po' ad Oliver Hardy. Era così, un uomo buono che teneva nelle sue mani tutta la baracca del Collegio. Oltre che fare il direttore insegnava lettere ed è stato il professore di mio fratello. Mio cugino Enzo ha avuto come docente di riferimento don Ricciarelli un toscano biondo e giovane che poi se ne tornò a fare il missionario in sud America.

I riferimenti erano uomini in carne ed ossa, ma i salesiani tendevano a farti assimilare il punto di vista di don Bosco: importanza della scuola, attenzione ai giovani e disponibilità nei loro confronti, diffidenza nei confronti dello stato.

Ho già detto della fissa della massoneria; aggiungo le cose che ci dissero contro Garibaldi e gli eroi del risorgimento. Le cose le dicevano ma, ovviamente, trattandosi di una scuola parificata, non stavano scritte sul libro di storia che pure era edito dalla SEI (la casa editrice dei Salesiani).

A fine anno venivano premiati con medaglia il I, II e III classificato per profitto e per religione. Ne ho prese un bel po' (anche d'oro) su entrambi i fronti.

Una cosa che ho fatto per 4 anni e che poi mi è servita nella vita sono stati gli esercizi spirituali (tre giorni) che prevedevano ogni giorno due prediche (la meditazione e la contemplazione, ma forse aveva un altro nome) intervallate da periodi di silenzio in cui si doveva riflettere sugli spunti che erano stati forniti, sul modello di Ignazio di Loyola. Le prediche erano tenute da preti venuti da fuori. Buttavi giù qualche idea, ma soprattutto imparavi a riflettere e in questo lavoro era fondamentale il ruolo del silenzio.

Ci ho ripensato scrivendo queste note: il silenzio mi piace, aiuta a pensare e, dopo che negli esercizi spirituali, da grande l'ho praticato facendo sci da fondo, escursionismo in alta quota e ora nelle lunghe uscite in Mountain bike tra i boschi della Toscana.

La parentesi di Novi Ligure

Alla fine della seconda ho avuto una crisi mistica. In uno slancio di generosità e di adesione allo spirito salesiano decisi che volevo farlo anche io. Ero influenzato dalla lettura del bollettino salesiano che parlava delle missioni e da questo spirito di aiuto verso i giovani che si traduceva nella miriade di scuole professionali e di mestiere inaugurate da don Bosco e viluppate dai successori.

Ne parlai alla mamma in una delle visite e poi con don Morello e don Moroncelli. Si decise che avrei provato. All'inizio della terza sarei andato a Novi Ligure dove c'era un preseminario salesiano.

Negli anni 50 era molto diffusa, anche per il clero secolare, l'abitudine, da parte delle famiglie contadine e povere, di mandare i propri figli in seminario. O la va, o se non va, tornano che hanno studiato e comunque non sono stati di peso a casa.

Il preseminario d Novi era pensato per scoraggiare quella pratica; si stava meno bene che a Varazze, si mangiava male, il trattamento era piuttosto rude e poichè bisognava abituarsi al distacco, era previsto il ritorno in famiglia solo per pochi giorni a Natale e per un mese d'estate.

Non ricordo quasi nulla di quel periodo, tranne la progressiva sensazione che la cosa non fosse per me e così, tornato a casa per Natale ne parlai con la mamma che, dopo aver chiamato don Moroncelli organizzò le cose per farmi rientrare a Varazze. Fu la fine del mio desiderio di farmi salesiano. Ma mi è rimasta in mente la canzone di don Bosco e ogni tanto la canticchio.


Giù dai colli un dì lontano | con la sola madre accanto | sei venuto a questo piano | dei tuoi sogni al dolce incanto.

Ora, o Padre, non più solo | giù dai colli scendi ancora, | di tuoi figli immenso stuolo | t'accompagna a tua dimora.

Don Bosco ritorna tra i giovani ancor, | ti chiaman frementi di gioia e d'amor.


Varazze

Il rapporto con il posto è rimasto anche dopo il Collegio.

Dalla prima sino alla terza superiore ci simo tornati per delle brevi vacanze estive. Stavamo a casa del signor Boffa che era stato il rappresentante della ditta per la Liguria, il Piemonte e la Toscana. La sua compagna (non erano sposati) faceva una specie di mezza pensione a casa (mi pare in via Cilea) e si mangiava benissimo e casalingo con un misto di cucina ligure e cucina meridionale.

Mio fratello Sandrio ha fatto di più; dopo la laurea si è trasferito a lavorare a Genova e si è impiantato a Cogoleto dove ha messo su famiglia e vive ancora adesso. Quando torno da quelle parti resto impressionato da come è cambiata la parte costiera della Liguria per via della urbanizzazione. Probabilmente se ci si sposta di qualche chilometro nelòl'interno è tutto come prima, ma non ho ancora avuto modo di verificarlo.

 

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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