1970-1971: il servizio militare

Era uno dei primi giorni di ottobre del 1970 e sono partito da Milano centrale con il treno direttissimo per Palermo intorno alle 4 o alle 5 del pomeriggio; destinazione CAR presso il 46° reggimento fanteria REGGIO, caserma Scianna.

Il punto più a sud d'Italia dove ero stato era Roma e pensavo che l'Italia finisse dopo Napoli. Primo errore: non solo la costa salernitana e poi la Calabria non finiscono mai, ma quando sei arrivato a villa San Giovanni, e credi di essere arrivato, ti manca il binario unico Messina Palermo. Per farla breve sono arrivato a Palermo alle due del pomeriggio dopo 21 ore di treno.

Sui binari c'erano ad attenderci dei soldati e graduati che scrutavano i giovani in arrivo; se avevi in mano una borsa e magari la cartolina precetto eri finito. Tu, spina, vieni qui. Mettiti lì che quando ci siete tutti vi portiamo in caserma.

Viaggio sul cassone di un CM (che stava per camion medio), scedere, sbrigarsi, aspettare. Il viaggio in camion era obbligatorio perché la caserma stava in Corso Calatafimi, fuori Palermo sulla strada per Monreale. Dalle due del pomeriggio, rigorosamente senza mangiare, siamo riusciti ad arrivare in camerata alle 21, esausti, sfiancati, depressi e anche un po' impauriti.

Prima ci hanno registrato in un grande stanzone dove venivi chiamato e dei soldati ti interrogavano per compilare una scheda con dati che, teoricamente erano già in possesso dell'esercito. Poi ci hanno fatto spogliare e portato al magazzino per il vestiario: zaino da viaggio, divisa estiva, divisa invernale, basco, bustina, passamontagna, tre camice, mutande, calzettoni, maglie da sotto, scarpe, scarponcini, anfibi, materasso, cuscino, federe, lenzuola, coperte, fazzoletti,  sapone, spazzole, lucido, grasso, gavetta, dentifricio, posate.

Svelti, correre, … e sembravano divertirsi a farti aspettare e poi correre. Alla fine ce l'abbiamo fatta con quel carico di roba pesantissimo, a Dio piacendo, siamo arrivati in camerata. Ho messo a posto quel che potevo e mi sono buttato sul letto a castello che mi avevano dato. Mi veniva da piangere e mi chiedevo: ma dove sono finito? Intanto, sino a mezzanotte hanno continuato ad arrivare altri disgraziati come me, ma alla fine mi sono addormentato.

Nei primi giorni si imparano le regole, ti rasano i capelli (con la contrattazione perché non eccedano), si sistemano alla belle e meglio le divise, ti danno il fucile (e a me capitò l'Enfield un fucile inglese della I guerra mondiale pesantissimo, che usavano i cecchini). Si apprendono le tecniche di realizzazione del cubo in modo che passi indenne dalle ispezioni, si fanno le prime amicizie e poi si marcia, si marcia, si marcia.

E quando non si marcia ci si siede nel cortile di terra battuta a sentire un semianalfabeta che ti spiega come funziona la bomba d'assalto SRCM (la quantità di tritolo, le due sicure, come la si lancia). Mezz'ora per esporre due concetti da 5 minuti, ma guai se sintetizzi.

Il caporal maggiore istruttore, che era il nostro riferimento, poi si offende. Anni dopo mi sono trovato a riflettere sulle tecniche di spersonalizzazione leggendo i libri di Primo Levi e mi è subito venuta in mente, con le dovute differenze di intensità, la vita di caserma.

Ci sono i lavori appartenenti alla pedagogia del lavoro inutile; li devi fare. Visibilmente non servono a nulla, ma abituano ad obbedir tacendo. Era autunno e i lunghi viali della caserma erano fiancheggiati da alberi che perdevano le foglie. Armati di scope e di palette si partiva da una parte e si puliva. Quando eri arrivato alla fine ti giravi e vedevi che il viale era di nuovo pieno di foglie. Chissenefrega, tanto eravamo in duemila e qualche cosa dovevano pur farci fare.

Siamo andati due volte al poligono tra Partinico e Montelepre; una volta a sparare da sdraiati e una volta a tirare la bomba d'assalto SRCM, imparando a lanciarla in avanti e non come si vede nei film americani (da dietro) perché in quel caso, quasi sempre, si fa un lancio a campanile e la bomba ti arriva in testa.

La SRCM, durante il fascismo detta Ballila, era ancora in uso: 30 o 40 g di tritolo, due sicure, una linguetta e la seconda fatta da quel coperchietto di alluminio che salta via in volo. Fa un gran botto e poco danno. La si lancia in avanti di una ventina di metri correndo perché il suo raggio d'azione è sui 10 metri. E' la bomba con cui i fascisti uccisero il 12 aprile del 73 l'agente Marino (il giovedì nero di Milano).

Noia e fatica; i primi giorni eravamo spaventati dalle regole assurde per poter andare in libera uscita: i capelli a posto, i fogli di carta igienica nella tasca destra dei pantaloni, il pettine, il tenente che, per un niente, decideva che eavamo tutti consgnati.

Imparai a conoscere i comportamenti di tre tipologie regionali: i toscani della FGCI, un se ne po' più, facciamo una manifestazione, i bolognesi della FGCI socmel non si può continuare così, sì, ma quando andiamo a balare, i napoletani che mentre eravamo in fila, in attesa di accedere al refettorio, ne facevano di ogni per aggirare la coda ed eano odiati da tutto il resto d'Italia, da nord a sud. Non era il vantaggio che gli interessava, ma il fatto di fotterti. E ci ridevano sopra.

Ricordi positivi dalla trattoria Carlo V vicino a piazza Maqueda. Un sitasc dove facevano una pasta con pomodoro e pinoli buonissima e delle braciole di maiale con il giro di grasso bianco che ho rivisto nella cinta senese, pane con il sesamo, che ho provato per la prima volta; il vino bianco era spillato al momento dalla botte messa tra le due sale da pranzo.

In quei giorni scrivevo molte lettere e, mettendo in ordine le carte, dopo la morte della mamma, ne ho ritrovate alcune. Ero proprio disperato; in una, rivolta a papà, esternavo la mia rabbia per quella struttura oppressiva e distruttiva della personalità e lui mi rispondeva, lui che era stato fascista, e un po' lo era ancora, di portare pazienza, che le cose si sarebbero sistemate e mi invitava a cercare l'aspetto positivo delle cose.

Un giorno mentre eravamo in adunata è arrivata dal comando la richiesta di un laureato in fisica; per la paura che mi offrissero qualche posto privilegiato che mi costringesse a rimanere per 15 mesi a Palermo o peggio a Trapani, dove la voce popolare diceva che ci si faceva la barba con l'acqua minerale, mi sono fatto piccolo piccolo e sono stato zitto. Alla fine dei 40 giorni, ci hanno chiamato in un camerone simile a quello che ci accolse all'arrivo e ci hanno dato la destinazione e l'incarico: Ospedale Militare di Bologna e corso di aiutante di Sanità.

la tradotta e l'O.M. di Bologna

Ci hanno portato al nord con la tradotta, un treno con i vecchi vagoni di III classe, quelli con la porta ogni quattro posti a sedere e i sedili di legno, che dava la precedenza anche ai treni merci e si fermava regolarmente per lo sgancio dei vagoni delle diverse destinazioni.

Trentasei ore per fare Palermo Bologna, ma c'era gente che doveva andare sino al confine orientale: Udine, Tolmezzo, Gorizia.

Ho incominciato a chiedermi come mai, con la laurea in fisica ad indirizzo elettronico, non fossi finito nelle trasmissioni e la risposta che mi sono dato è la stessa in base alla quale ero finito a Palermo  a fare il CAR: le schedature funzionavano. L'aiutante di sanità è un privilegiato, ma in compenso non fa vita di camerata e non sta con i soldati.

Come il CAR, anche il corso all'Ospedale di Bologna era di 40 giorni, ma non c'è mai stato. Eravamo in una quarantina, quasi tutti laureati, e la prima cosa che hanno fatto è stata quella di nominare un capocorso perché, anche tra pari, la gerarchia è importante (era uno studente di ingegneria di Roma).

Per qualche giorno ci hanno portato in una specie di teatro interno all'Ospedale e poi hanno smesso di fare anche quello. Il corso non c'è stato, l'esame finale neanche, ma alla fine ci hanno assegnato la destinazione e ci hanno dato il diplomino di Aiutante di Sanità.

Io, per altro, mi sono fatto anche una settimana di ricovero per una bella tonsillite bilaterale e ho anche rischiato l'intervento chirurgico. Tra ricovero e scazzamento, in tutto quel periodo sarò uscito per Bologna tre o quattro volte. Una volta sono andato in centro a vedere le Torri e ho fatto un salto alla libreria Feltrinelli, uno dei posti che ci erano stati indicati come pericolosi; un altro era via Lame, credo per ragioni di puttane e malavita.

Da Bologna a Rimini

Era dicembre inoltrato, trasferimento individuale in treno, bella caserma (121° artiglieria leggera, caserma Giulio Cesare), abbastanza in  centro, ma un freddo atroce che costringeva a dormire con il passamontagna. L'infermeria aveva una sua piccola camerata e noi, se non c'erano esigenze particolari, dormivamo lì.

Sono riconoscente per tutta la vita al segretario del movimento giovanile DC di Ravenna, che non ho mai conosciuto. Era raccomandato ed ottenne il trasferimento da Treviso a Rimini e così, dopo neanche un mese, io venni preso e mandato a Treviso al suo posto.

A Rimini c'era un colonnello comandante allucinante che aveva introdotto una serie di norme, a suo dire antilavativi, che determinarono la morte di un soldato: si chiamava Bruno Raffaelli ed era di Viareggio.

Il colonnello C.A. aveva stabilito che se uno marcava visita e otteneva il provvedimento medico legale di servizio, ricevesse una serie di benefit che gli facessero ricordare la cosa: esclusione dalla libera uscita per quella giornata, esclusione dai permessi di 48 ore per  tre mesi, esclusione dalle licenze per 5 mesi. 

Bruno Raffaelli, quel giorno di inizio gennaio, compiva 21 anni ed attendeva i suoi genitori per festeggiare l'avvenimento. La mattina al risveglio non si sentiva bene e probabilmente aveva già la febbre, ma per non incappare nelle regole del colonnello, non se la sentì di marcare visita. Il tenente medico fece le sue visite tradizionali e poi se ne andò (era domenica).

I compagni di Bruno ce lo portarono in infermeria in stato di sem-incoscienza, con la febbre alta, rigidità nucale e vomito a spruzzo. Il riflesso di Babinsky, che si fa strisciando un ago sulla pianta del piede, ed osservando come si muove il pollice, era già positivo. Tutti i sintomi di una menengite cerebro spinale in fase avanzata. Ce la dovemmo cavare da noi sentendo il medico per telefono e, mentre lo attendevamo, chiamammo l'ambulanza che arrivò insieme al medico. Fu ricoverato all'ospedale di Rimini tra le 11 e le 11:30 e alle 14 era morto.

In caserma, nel giro di pochi giorni, nonostante l'isolamento e la profilassi di massa con i sulfamidici (la sulfametossipiridazina, me lo ricordo ancora) si ebbero altri 7 casi, seri di contagio, ma con prognosi fausta e 60 tamponi oro-farimgei positivi.

Nei giorni successivi, in libera uscita mi misi alla ricerca dei compagni di Lotta Continua per fare qualcosa, denunciare, rompere il silenzio, fare casino. Quando finalmente li trovai arrivò, del tutto inatteso, il mio trasferimento. Non so cosa avrei combinato. Capite perché devo ringraziare quel giovane democristiano? Mi ha quasi sicuramente salvato dal finire a Gaeta o a Peschiera (i due carceri militari).

Insomma, nè Bologna, nè Rimini me le sono viste o gustate.

Da Rimini a Treviso

Nuovo viaggio in treno da solo e con il gigantesco zaino da viaggio con dentro tutto e fu un passaggio dalle stalle alle stelle: per Treviso e la sua gente, per i compagni di infermeria, per gli ufficiali medici. Sono stati 11 mesi gradevoli in cui ho imparato un po' di cose sull'Italia, ho imparato le tecniche essenziali di primo soccorso e ho avuto tempo anche di studiare Gramsci.

La caserma Cadorin, era un po' fuori Treviso, sulla strada feltrina, ma ad una distanza accettabile. Per altro, di lì a qualche mese mi arrivò la 500 che avevo comperato a rate nel 67 e che, in mia assenza, stava usando Bruna la mia compagna (anzi la mia fidanzata, come si diceva allora), sposata poi a settembre.

L'infermeria era in una palazzina a sé stante a destra dell'ingresso e abbastanza vicina al muro (cosa di cui approfittava qualche collega per entrate e uscite fuori ordinanza).

Al piano terra c'erano le sale visite e d'attesa, i servizi igienici e un deposito. Al piano superiore le camere di ricovero, una cucina e anche una cameretta per l'aiutante di sanità in turno notturno con letto vero, armadietti vari e persino il telefono. Ovviamente la palazzina era collegata al riscaldamento centrale del comando.

La cameretta, in realtà era riservata all'aiutante più anziano e gli altri dormivano nei ricoveri se c'era posto, oppure in camerata (eravamo comunque aggregati alla compagnia comando dove stavano quelli che lavoravano negli uffici del reggimento).

La caserma Cadorin, comando di reggimento, ospitava 3 battaglioni, due di obici da 105 e 155 mm e una di carri semoventi, anche quelli dotati di obice. Poi c'era un distaccamento a Gradisca d'Isonzo. Il reggimento era comandato dal colonnello Danese, una persona ammodo e raffinata, già addetto militare a Lisbona, e che poi avrebbe fatto carriera, sino a terminare come generale di Corpo d'Armata (era il fratello della moglie di Andreotti).

A Treviso, quando sono arrivato, ho trovato tutti i riti del nonnismo, una forma di cameratismo semiviolento che le autorità militari tolleravano perché consentiva di mantenere la disciplina creando divisione tra i soldati. C'erano ancora i nonni e le spine, le canzonacce, i gavettoni, la stecca in cui si incidevano i giorni di servizio sino a quello del congedo. Ma il fenomeno si andava restringendo.

La vita in infermeria

Sveglia alle 6:30, abluzioni, prima colazione preparata da noi e poi pulizie con strofinaccio, disinfettanti vari (tanto cloruro di calcio) e iniziava la fase delle visite. Noi si dava una mano ai due ufficiali medici e si facevano le terapie.

Mi hanno sempre affascinato le medicine dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze di cui avevamo un bel deposito (oltre agli armadi della sala visite) e che andavamo, una volta al mese, a prelevare con la Campagnola all'Ospedale Militare di Padova. Ho visto che ora l'istituto è stato incaricato di produrre la Cannabis ad uso terapeutico.

Avevamo un po' di tutto: antibiotici iniettabili (pennicillina e streptomicina), tetraciclina in capsule, sulfamdici, antisettici, antireumatici, antidolorifici, complessi vitaminici ed epatoprotettori, pomate, tra cui tanto Foille, essenziale in artiglieria (ustioni dei serventi al pezzo), garze e bende a non finire, il palloncino Ambu, attrezzi vari di immobilizzazione, vaccini e, in un armadio protetto, la morfina.

Poi c'erano due cose ad uso esclusivo della infermeria: il brandy e soprattutto l'elisir di china che avevamo in bottiglioni da due litri. Ho visto sul sito che lo fanno ancora e lo vendono ("Pregiato liquore ottenuto per estrazione a freddo da corteccia di china e scorza di arancio amaro invecchiato almeno un anno in botti di rovere secondo la storica ricetta presente nella Farmacopea Militare del 1877"). Era proprio pregiato; confermo.

Il lavoro con quelli che marcavano visita era molto di routine e ci voleva un attimo a distinguere i malati, dai furbi a cui comunque si dava servizio e non servizio punibile. I casi meno gravi ricevevano il riposo in branda e quelli più seri venivano ricoverati.

Ogni tanto capitavano i casi gravi: traumi ed incidenti connessi al lavoro sugli obici (in un caso ci fu una amputazione della mano) e crisi psicomotorie di poveri cristi del sud che ogni tanto schizzavano e magari si davano una mano (con qualche sostanza) per essere mandati all'ospedale militare in psichiatria e da lì in convalescenza o magari in congedo.

Spesso le crisi di agitazione psicomotoria si sovrapponevano a quelle di grande male epilettico e si interveniva in tre o quattro per sedare il paziente (tra Talofen, Valium, barbiturici, straccio in bocca, cinghie di contenimento). Il lavoro per le terapie prevedeva le iniezioni, i lavaggi auricolari, i cambi di medicazione, le misurazioni di pressione e temperatura.

Quando arriva un nuovo contingente c'era il rito della vaccinazione (antitetanica, antivaiolosa, antidifterica). Una sul braccio e l'altra nel muscolo vicino a un capezzolo. Si disinfettava con batuffoli di cotone impregnati con la tintura di iodio e dopo un po' di quel lavoro, anche se si tenevano le finestre aperte, tutti i locali erano inondati dai vapori della tintura e dal puzzo dei corpi sudati.

Mi ricordo di una vaccinazione antivaiolosa in cui il medico, che lo faceva per la prima volta, ci dette dentro un po' troppo in profondità con i graffi nel muscolo del braccio. Ci trovammo con un paio di compagnie a letto con febbre alta, qualche caso di encefalite e delle croste e cicatrici di quelle che poi si vedono per sempre.

Ho conosciuto 4 ufficiali medici e si esclude il primo, tal Straface di Reggio Calabria, che non valeva nulla e quindi si dava un sacco di arie, con gli altri tre (uno di Vittorio Veneto, uno di Este e l'altro di Mestre) sono stato benissimo e, il dr Vincenzo Guariento, quello di Este sono anche andato a trovarlo anni dopo. Il rapporto era di assoluta parità e lo stesso valeva per gli altri aiutanti di sanità con cui si faceva vita comune (uno di Cremona, uno di Roma, uno di Pistoia e uno di Treviso).

Durante quei mesi mi sono fatto altre tonsilliti e una notte ebbi un violento attacco d'asma. Mi svegliai che non riuscivo più a respirare. Per fortuna ero in infermeria e avevamo la teofillina. Comunque fu l'occasione per smettere di fumare, per sempre.

I fratelli soldato

Nei primi mesi del 71 di noi 5 fratelli eravamo a militare in tre. Fabio, il terzo era partito con il primo 50 ed era a Gorizia, Sandro, il maggiore con il secondo 50 era ad Udine e io con il terzo 50 a Treviso. Era stata appena abolita la norma che esentava dal servizio il III fratello delle famiglie numerose e in quel caso sarebbe toccato a me visto che Fabio, non avendo fatto l'Università, era partito per primo. Così, alla fine, il militare lo abbiamo fatto tutti e cinque.

Sandro, dopo essere stato a Palmanova, era arrivato a Udine alla famosa caserma Spaccamela e lì, lui che aveva sempre fatto poca politica, aveva incominciato a lavorare con quelli di Proletari in Divisa (volantinaggi, sciopero del rancio, …).

C'erano degli infiltrati, li beccarono tutti, qualcuno finì a Peschiera, qualcuno in CPR (camera di punizione di rigore), poi vennero trasferiti e sparpagliati e Sandro fu mandato a Gradisca di Isonzo al distaccamento del 33° artiglieria.

Andai dal colonnello Danese a vedere se, nell'ambito dei trasferimenti interni, si poteva farlo venire a Treviso; fu molto cortese, persino elogiativo verso di me e il mio curriculum di studi, mi promise che lo avrebbe fatto. Io non avevo detto nulla sulle ragioni del trasferimento di Sandro, ma poi, evidentemente arrivarono le note informative e Sandro restò a Gradisca per gli ultimi mesi del suo servizio.

A Treviso: comandi !?

A Treviso la gente voleva bene ai soldati e c'era tanta gentilezza a partire dal fatto che quando chiedevi qualcosa iniziavano a risponderti dicendo "comandi?".  A pranzo facevamo da noi in infermeria, ma tutte le sere andavamo a cena in una trattoria a ridosso di piazza dei Signori, nel vecchio centro attraversato da canali che finiscono nel Sile. La trattoressa, che aveva un figlio a militare, ci trattava tutti come figli suoi. Si beveva il Raboso del Piave e fuori pasto si andava ad ombre con il Prosecco in caraffa.

Nel Veneto si dice ombre, andare ad ombre, richiamando una tradizione veneziana degli ambulanti, con il carrettino per la mescita del Prosecco, che si spostavano in piazza San Marco seguendo l'ombra del campanile. E Bruno, l'autante di Sanità di Treviso, ci portava ad ombre (prosecco, acciughe, soppressa e uova sode), in tutte le osterie sino alla Colonna, dove si beveva il Clintòn, una variante del fragolino, nella scodella di maiolica.

Negli ultimi mesi del servizio ho acquisito il diritto alla cameretta e me la sono arredata. Di pomeriggio e il sabato e domenica davo anche qualche lezione privata a domicilio di matematica e di fisica e, con i proventi, ho comperato un po' di libri alla agenzia Einaudi. Faceva impressione entrare in un locale della caserma e trovare Il capitale monopolistico di Baran e Sweezy, I quaderni dal carcere di Gramsci e le Teorie sul plusvalore di Marx.

Nel corso dell'estate si liberò, a Villasanta, un appartamento di proprietà della zia Giovanna, in piazza Camperio e Bruna, che non ne poteva più di stare in famiglia, prese la palla al balzo; una occasione così non si può perdere.

Nel corso di una licenza eravamo stati a vedere una casa nei pressi della stazione del metrò di Villa San Giovanni perché il nostro progetto di vita prevedeva di vivere su Milano. Non se ne fece nulla e così la mia vita, sino al trasferimento in Toscana, è poi rimasta centrata su Villasanta.

Si è occupata di tutto e, nel mese di settembre mi sono sposato. Ci fu qualcosa di comico perché per sposarsi bisognava essere autorizzati e così mi toccò fare domanda. L'autorizzazione mi fu concessa ma, nella domanda, dovetti precisare che mi volevo sposare anche se Bruna non era incinta (la cosa era sconvolgente per i militari, evidentemente abituati al matrimonio riparatore). Ricordo che la domanda si chiudeva con "in fede, subordinatamente". Mi vergognavo ma era obbligatorio.

Non avevo ancora usufruito della licenza ordinaria di 10 giorni e me ne spettava un'altra di 5 giorni per una donazione di sangue; le sommarono e così non mi diedero la licenza matrimoniale; generosi sino alla fine.

Tornai a casa il 23 di dicembre e, dopo le vacanze di Natale presi servizio all'ITIS di Sesto San Giovanni: docente di fisica, cattedra di 15 ore di cui 6 di laboratorio. Avevo tutto il tempo di dedicarmi alla costruzione di AO a Monza, ma negli anni successivi tra i sogni ricorrenti, espressione di paure ed angosce, è entrato a far parte anche quello del richiamo in servizio.

Da allora è cambiato quasi tutto. Sono finite certe angherie; hanno avuto il permesso di girare in borghese fuori dal servizio senza avere più l'ossessione della ronda o il salutare mettendosi sugli attenti se passava un ufficiale; poi è stato abolita la coscrizione obbligatoria. Se riguardo ai ragazzi di adesso credo che sia sbagliato non aver mantenuto una forma di servizio alla comunità da farsi lontano da casa: fa bene alla autonomia, fa bene alla formazione della personalità e fa bene alla comunità.

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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2 risposte a 1970-1971: il servizio militare

  1. Fabrizio Brioschi scrive:

    Eilah! Claudio.
    Ho "inciampato" casualmente" nel tuo "Pensieri in libertà": 1970-1971 Il servizio militare e, con crescente stupore ho ritrovato la fotocopia della mia stessa esperienza, con il sono anticipo di un anno, per luoghi tempi, tristezze, amarezza e rabbia incontenibile. La differenza, perquanto concernete i luoghi, è iniziata con i solo trasferimento a Rimini per finire poi a Reggio Emilia (121 Rgt Art cal) ed in seguito, fortunatamente, al QG di Brescia.
    Io ero studente di medicina ma non sono finito a fare l'aiutante di sanità… Per caso quel Colonnello comandante la caserma di Rimini che indichi con C.A. era forse un certo Carlo Alimenti? 
    Le analogie di luoghi non sono poi finite perchè anche dal punto di vista del luogo d'origine non siamo certo molto distanti essendo io di Senago (MI) ed ho lavorato per qualche anno all'H di Vimercate!
    Con simpatia
    F

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