1977-1991: il PCI

Il mio rapporto con il partito comunista viene da lontano ed inizia nel 1966 quando ero un cattolico inquieto che guardava a sinistra. Ero uscito dalla Federazione giovanile socialista insieme a quei lombardiani di sinistra che formarono il Movimento Socialista Autonomo (MAS) guidato da Tullia Carettoni e mi guardavo intorno.

E fu guardandomi intorno che incominciai a leggere Rinascita, il settimanale politico-culturale del PCI.

Prima la comperavo in edicola e poi, per ragioni di convenienza economica mi ci abbonai. Sono diventato prima di sinistra e poi marxista e non viceversa come mi capitò di vedere in molti estremisti del 68/70 che, proprio per quello, più che compagni, diventavano esperti in ipse dixit, magari citando Stalin, e quello era il massimo.

Rinascita è stato lo strumento che mi ha fatto scoprire la sinistra italiana e che mi ha fatto da scuola-quadri. Non la leggevo tutta (c'era troppa roba) e mi lasciavo guidare dai titoli e dalle aree disciplinari prediligendo quelle più strettamente storico-politiche.

Quando mi abbonai a Rinascita vivevo ancora in famiglia e, per non dare troppo dispiacere a mio padre, me la facevo spedire a casa del capo storico del PCI di Villasanta, Federico Ripamonti che allora abitava in via Carducci con la moglie e le figlie; ci passavo la domenica mattina.

Oltre a Rinascita leggevo Politica, il settimanale della sinistra Dc di base, l'Astrolabio (diretto da Parri) e Settegiorni un settimanale della sinistra cattolica diretto da Ruggero Orfei e su cui scriveva quella che sarebbe poi divenuta l'intellighentia laico-socialista, da Bassanini a Girardet, da Covatta a padre Turoldo. Ma Rinascita rimaneva la mia dispensa per la maturazione politica.

Il PCI mi formava, ma non lo votavo. Transitai per il PSIUP, per il quale ho votato nel 68, e poi sono iniziati gli anni della sinistra rivoluzionaria. Mi ricordo che i tre articoli di Berlinguer sul compromesso storico (Riflessioni sui fatti del Cile) dell'ottobre 1973 li lessi ed apprezzai prima dell'apertura della querelle sul tema scatenata dal III che metteva i piedi nel piatto italiano.

Negli ultimi anni della militanza rivoluzionaria si aggiunse lo studio di Critica Marxista; su di essa apprezzavo i contributi di Gerardo Chiaromone e Paolo Bufalini. Il PCI era un luogo strano di elaborazione politica; le svolte le faceva il segretario, ma poi alcuni dirigenti si incaricavano dell'inquadramento teorico (sicuramente i due che ho citato, oltre a Chiarante, Spriano e Luciano Gruppi). Ho sempre letto pochissimo l'Unità perché, ironia della sorte, non mi piacciono i quotidiani militanti (inclusi la Repubblica e il Fatto).

L'adesione al PCI

Quando, alla fine del 1976, dopo una riflessione durata qualche mese, di fronte allo sgretolarsi delle organizzazioni della sinistra rivoluzionaria, decisi di non seguire la minoranza di AO che si apprestava ad unirsi alla maggioranza del PDUP, lo feci perché consideravo finita un'epoca e la fine era stata indipendente dalle nostre soggettività.

Continuai per qualche mese il lavoro di approfondimento della storia del PCI del dopguerra. Dopo aver fatto i conti con le riflessioni di Gramsci sul partito, sul concetto di economia e sulla cultura, passai a Togliatti sia attraverso i suoi scritti, sia attraverso la lettura di saggi come quello di Giuseppe Vacca.

Recentemente ho ripreso in mano le Note sul Machiavelli e le ho trovate tutte annotate a matita con commenti e riflessioni sulla storia della sinistra rivoluzionaria (l'intellettuale collettivo, i gruppi dirigenti, l'egemonia, il rapporto tra governanti e governati, i brani famosi sulle casematte e la chiesa cattolica).

La nostra botta politica era venuta dalle elezioni; da esse era emerso in maniera inequivocabile che il problema non era quello di fare la contestazione da sinistra al PCI e nemmeno quello di pensare di poter fare le mosche cocchiere(cioè la parte sinistra dello schieramento che avanza idee, critiche e suggestioni nello stile del Manifesto-PDUP).

Questo elemento mi era chiaro allora e mi è chiaro anche oggi, quando dentro e fuori il PD, vedo rinascere continuamente mosche del genere che ronzano, svolazzano per un po' e poi si estinguono dandosi nomi nuovi in cui si declinano parole come sinistra, nuovo, comunismo, rifondazione.

Le masse popolari di cui ci eravamo riempiti la bocca erano più concrete di noi e quando c'era da votare sceglievano chi desse loro delle garanzie. Semmai il problema era quello di cosa fare per conquistare ad una prospettiva di sinistra la maggioranza del paese.

Così nel febbraio del 77 feci domanda di iscrizione al PCI alla sezione Triante di Monza (quella vicina al liceo dove insegnavo). Meraviglia delle meraviglie, per via dei miei trascorsi, mi fecero scrivere una biografia politica e motivare la richiesta di iscrizione, anche se, chi mi presentava mi conosceva benissimo. La cosa non mi dispiacque sul momento, ma poi mi lasciarono interdetto due cose:

  • la domanda andò in federazione a Milano nelle mani della CCC (commissione centrale di controllo) e non so dire se passò anche da Roma, visto che ci misero due mesi a decidere.
  • casi simili al mio, ma che non scelsero di entrare dalla base, furono trattati diversamente (con celerità e con tutti gli onori); e da allora, in occasione delle elezioni, ho visto molti casi di effetto meteora: ingressi in pompa magna e successivi mutamenti di schieramento

Anni dopo venne fuori un terzo elemento che vissi con viva soddisfazione: quello che mi aveva esaminato venne coinvolto pesantemente dalla scandalo di mani pulite (filone IPAB), per la serie quel puseè san al ga la rogna.

Pochi giorni dopo gli scontri alla Sapienza culminati nella contestazione a Luciano Lama, alla sezione di Triante, discutemmo della situazione politica in evoluzione ed espressi una forte preoccupazione per quanto stava accadendo e di cui avevo, in piccolo, la percezione anche al liceo. Se continua così, ne vedremo delle belle, dissi.

Mi sembrava che la situazione si stesse incarognendo. La crisi delle formazioni della sinistra rivoluzionaria stava producendo un movimento (quello del 77) in cui dominavano slogan infantili, la violenza e la linea del tutto e subìto.

Pochi giorni dopo ci fu il rapimento Moro e mi fece male, molto male, vedere i miei ex compagni sostenere che bisognava stare nè con lo stato nè con le BR. Mi ricordavano i socialisti che nel 1915 coniarono lo slogan nè aderire nè sabotare.

Il mio modo di far politica cambiò in maniera radicale; basta politica diretta e invece azione di supporto ad ogni attività che facesse crescere la razionalità e mantenni questo spirito per tutta la prima metà degli anni 80.

Ad un certo punto mi sembrò opportuno spostare la mia iscrizione da Monza a Villasanta per dare una mano in paese e mi dedicai al giornale locale Progresso e Partecipazione poi trasformatosi ne Il Punto.

Dalla prima alla seconda repubblica, dal PCI al PDS

Il crollo dei regimi dell'est e poi dell'Unione Sovietica segnarono la fine del comunismo inteso come esperienza storica ed è inutile rivoltare la frittata dicendo sì, però l'ideale rimane. Secondo me il PCI si mosse in ritardo e l'antagonismo concorrenziale con il PSI fece il resto.

Ricordo che, nel momento del crollo del comunismo si fece una bella serata di discussione nel salone della casa del Popolo di Villasanta. Comparvero persone che non si vedevano da una vita; parlarono persone che non parlavano mai.

Erano disperate per la fine di un progetto a cui avevano dato tutto. Volli essere ottimista mettendola ull fatto che la fine della competizione anche militare tra quei due mondi avrebbe messo in campo nuove risorse ed energie per l'umanità. Tutto quello che si spendeva in armamenti andrà in aiuti ed investimenti all'interno e pe il III mondo. Non è andata esattamente così su scala mondiale.

Intanto in Italia invece di puntare ad unico partito progressista in cui si incontrassero la moralità e l'organizzazione del PCI con l'innovazione del PSI si giocò la carta della reciproca distruzione e così ci ritrovammo Di Pietro e Berlusconi e oggi Grillo e Salvini. Come diceva Nenni, troverai sempre uno più puro di te che prima o poi ti epura.

La II repubblica non ha rinnovato nulla e riprodotto la corruzione. Nella III si sta affermando la politica del fare. Chissa?

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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