1992-1999: di nuovo professore, ma allo Zucchi

Nei primi mesi del 92 incominciavo a trovare pesante il clima alla Informatica Sisdo; non mi piaceva molto il modo di rapportarsi al settore pubblico nella gestione delle commesse e così considerai esaurita la parentesi del lavoro nel privato (da cui avevo imparato un sacco di cose) e decisi che era ora di ritornare a scuola.

Sfruttai un vantaggio dello stato giuridico dei docenti di ruolo che consentiva, a chi si era dimesso, di chiedere la reimmissione in servizio, che poi avveniva a discrezione della amministrazione. Ma, con la laurea in fisica e il ruolo nella classe di concorso di Matematica e Fisica, ero certo che non avrei avuto problemi.

Nella indicazione delle sedi desiderate misi al primo posto Monza, dando per scontato che sarei ritornato al Frisi. Invece, proprio quell'anno, si era liberata una cattedra al liceo classico (l'amico Carlo Rovelli era andato a fare il Preside) e così finii allo Zucchi: il mitico Zucchi.

Nel passato ci ero entrato una sola volta per assistere all'esame orale di maturità di Peppo Meroni nell'estate del 1964 e ricordavo il grande loggiato affacciato sul cortile con i cedri del Libano. Gli orali della maturità si svolgevano all'aperto nel loggiato.

Nel mio curriculum di docente e di studente mancava il liceo classico; lo avevo sempre considerato un posto di snob fuori dal mondo, e ci andai pieno di curiosità. Venni messo nel corso F (quello in cui si era liberata la cattedra) ed ebbi come colleghi del triennio Fiumi (latino e greco), Bulega (Italiano) e Gangemi (Storia e filosofia), Gualdoni (Arte), Del Re (scienze) e Pullè (educazione fisica).

Per matematica e fisica, quella del classico è una cattedra verticale dalla IV ginnasio alla III liceo. Fisica inizia solo in seconda liceo e si fanno poche ore per classe (2, 2, 3, 3+2,2+3). Per contrasto dimensionale basta osservare che in IV ginnasio il docente di lettere fa cattedra con una sola classe; ma il docente di matematica e fisica è comunque un riferimento ed è l'elemento di continuità sull'intero percorso quinquennale.

Per quanto riguarda l'ordine e la pulizia, tutto bene come al Frisi, ma nel caso dello Zucchi, per ragioni logistiche, il controllo su alunni e visitatori era più semplice. All'ora della entrata e della uscita veniva aperto il cancello in ferro di accesso al cortile e dal cortile si saliva al primo (e unico piano) attraverso i quattro scaloni posti ai quattro angoli. Nel resto della giornata si poteva salire solo passando dalla guardiola sulla destra dove una bidella provvedeva a segnalare gli arrivi. E di fianco alla guardiola si faceva il ricevimento dei genitori.

Non c'era una palestra a norma e le lezioni di Educazione Fisica si tenevano in aula o in cortile. Tra le diverse scuole in cui sono stato lo Zucchi è stata la prima in cui ho trovato colleghi di Educazione Fisica che giocassero un ruolo importante nei consigli di classe e, in particolare, in sede di scrutinio, fornendo importanti contributi sul rapporto corpo-mente. Insomma, ci aiutavano parecchio nel processo di valutazione.

L'aula magna era sul lato sud insieme a qualche laboratorio. A nord, ovest ed est aule; ma a est c'erano anche la biblioteca e, all'angolo opposto, la segreteria, la presidenza e la sala professori con un arredamento ottocentesco e la immancabile enciclopedia Treccani. Al piano terra l'unica parte di pertinenza dello Zucchi era a sud mentre il resto era occupato (con porte chiuse) dall'Ufficio delle Poste e dalla Biblioteca Civica.

Il clima interno, come si conviene a un liceo classico d'epoca (che in quegli anni festeggiò il 500° di fondazione con tanto di volume celebrativo), era austero. I professori erano per un 50% milanesi ma avevano la comodità del capolinea della celere da Milano sull'angolo della scuola. Per quanto riguarda  la provenienza  degli alunni sussisteva la tradizione di iscriversi alla scuola che aveva fatto il papà e, magari, prima di lui il nonno. I figli dei professionisti (fossero avvocati o ingegneri), i figli degli industriali doc, i figli degli intellettuali facevano lo Zucchi. Insomma non si trattava del liceo propedeutico alla iscrizione a lettere per perpetuare professori e professoresse di lettere ma del liceo per la futura classe dirigente.

Enrica Galbiati

A fare la Preside allo Zucchi c'era Enrica Galbiati (classe 1930) di cui ero stato collega al Frisi (e da cui avevo ereditato la cura del laboratorio del III piano). I giornalisti, per assonanza con la Thachter, la chiamavano la preside di ferro. Tra noi c'era un rapporto di stima reciproca che aveva a che fare con due cose:

  • l'importanza della formazione scientifica
  • una visione conservatrice di certi temi della vita, in particolare in tema di educazione; nel suo caso quella visione era esasperata, nel mio temperata dagli interessi politico culturali di sinistra, ma comunque c'era sintonia.

Sono stato suo collaboratore per tre anni (insieme a Praga, Pilotto, Fassina) e, sfruttando le esperienze acquisite nel settore informatico, mi fece sovraintendere alla realizzazione dell'aula di informatica con rete harware audio-video che consentisse il duplice uso come laboratorio linguistico e come laboratorio di informatica, oltre che chiedere una mano importante per le problematiche di segreteria.

La Presidenza era in un locale grande, con mobili antichi e, in una vetrinetta c'era qualche libro settecentesco (poca roba rispetto a quello che avrei visto al Beccaria di Milano). Vi si accedeva o dal corridoio o dalla vicepresidenza, a sua volta collegata alla segreteria con finestre che affacciavano su piazza Trento.

In quegli anni difficili sono accadute tante cose:

  • La prima, nel 93, trascinatasi nei due anni successivi fu di rilevanza penale e portò ad un processo, conclusosi con una condanna in primo grado e una assoluzione in appello.
Uno studente di V ginnasio, Lorenzo Frediani, che era anche mio studente, fu maltrattato da lei che lo aveva trovato fuori dalla presidenza perché, come faceva spesso, era arrivato in ritardo. Lorenzo era sempre un po' fuori dalle righe e la Galbiati aveva una concezione dell'educazione che prevedeva di usare con gli studenti, soprattutto all'inizio del rapporto, una linea dura.

La bagarre si scatenò sulla accusa di avergli dato del giudeo. Non ero presente al fatto ma, conoscendo la Galbiati e conoscendo Lorenzo, sono convinto che si trattò di una rabbuffata energica con Lorenzo che cercava di giustificarsi e lei che, probabilmente, come era nel suo stile e nella sua formazione culturale, gli diede dell'impustur 'me Giuda, un modo di dire tipico della cultura popolare catto-brianzola e che ho sentito tante volte da bambino: bugiardo come fu Giuda nei confronti di Cristo.

Andai a testimoniare a suo favore cercando di alleggerirne la posizione (e me ne fu riconoscente), ma aveva un avvocato proprio debole e in primo grado venne condannata. Era una donna di spirito, ma quella condanna le pesava. Mi diceva, certo che finire condannata con una accusa di razzismo … e si metteva a raccontare delle persecuzioni razziali che ci furono anche allo Zucchi quando lei ci studiava.

  • Nell'anno 94/95 ci fu l'occupazione del liceo e lei invece di chiamare la polizia disse che sarebbe rimasta in presidenza a tutelare la scuola e gli studenti. Non voleva assolutamente chiamare la polizia e sosteneva che finchè a scuola c'era lei la situazione si poteva considerare legale. Si chiuse in Presidenza e noi collaboratori rimanemmo a scuola in vicepresidenza a dormire su qualche poltrona e sul lettino della infermeria.

La mattina dopo gli occupanti cercarono con un pretesto di chiuderci fuori dal cancello di ferro dopo averci fatto scendere con la scusa del controllo degli accessi; ma non avevano fatto i conti con il fatto che, di certe cose, avevo una certa esperienza e l'operazione non ebbe successo, perché sfondai il picchetto con cui cercavano di tenerci fuori. In quei momenti sono importanti la rapidità e la decisione. Naturalmente ci fu anche qualche polemica della serie il professor Cereda ha usato violenza verso gli studenti, ma l'acccusa, ovviamente, si smontò da sè.

Il suicidio di due alunni

Il terzo episodio fu molto grave e mi ha segnato per diversi anni. Accadde nel maggio del 95: il  suicidio, con i gas di scarico dell'auto di due miei alunni: uno di II liceo (Samuele Fossorier) e uno di III liceo (Walter Caliendo). Si suicidarono un sabato notte di fine maggio dopo essere tornati, con un folto gruppo di zucchini, dalla sagra dell'asparago di Mezzago. Usarono la macchina di Walter, seduti dietro, sigillarono le portiere e fecero entrare da un finestrino un tubo di gomma collegato allo scarico della marmitta.

Quella domenica mattina mi chiamò al telefono la Galbiati allertata dalle famiglie. I cadaveri non erano stati ancora trovati, ma erano arrivate dichiarazioni inequivocabili da parte degli amici e mi fiondai a scuola dove rimasi per l'intera giornata.

Erano due persone molto diverse: Walter si dichiarava fascista (magrolino e chiuso) e Samuele era guevarista con tanto di basco con la stella (gioviale ed esuberante). Sia Walter sia Samuele erano con me da tre anni e nessuno dei due brillava nelle mie discipline.

Walter lo trovavo strano, era taciturno e avevo l'impressione che ogni tanto si estraniasse dal mondo; l'avevo anche fatto presente in un paio di occasioni in Consiglio di Classe, mentre i docenti di area umanistico letteraria lo dichiaravano assolutamente normale e geniale. Samuele era l'opposto: estroverso, atletico, impegnato nel movimento e, nella occupazione di qualche mese prima, che ho citato, aveva avuto un ruolo superiore a quello del semplice partecipante.

Nei giorni successivi fui sconvolto da ciò che, poco alla volta, saltò fuori:
  • bigliettini scritti da entrambi in cui si esplicitava il progetto suicida in un clima di totale smarrimento del senso di realtà come quello in cui Samuele scriveva e che non dicano che l'ho fatto perché non andavo bene a scuola perchè, cazzo, a costo di tornare indietro, faccio un casino. La morte vista come una avventura da cui si può andare e tornare
  • annotazioni di diario da parte di Walter e risalenti a quasi un anno prima: "Giorno maledetto, chiunque lo abbia voluto, mi vendicherò senza perché e senza scrupoli. Non tocca a noi vivere, cosa ci sto a fare qui? Io me ne devo andare assolutamente. Non ce la faccio piu" (citazione pubblicata da Repubblica)
  • la scoperta che la discussione sul suicidio andava avanti da mesi (nelle due classi); in questa discussione erano coinvolti alcuni degli studenti (prevalentemente di III) e alcuni adulti (sia genitori, sia docenti) che avevano sottovalutato la faccenda, o comunque avevano deciso di gestirsela in proprio, fidando nella propria capacità persuasiva e ritenendo inopportuno informare gli altri colleghi. In proposito ci fu una discussione piuttosto animata subito dopo i funerali a casa di una delle studentesse coinvolte in cui il coinvolgimento degli adulti lo sentii confermare dai diretti interessati
  • da qualche mese nella III c'era qualcosa che non andava; una compagna di classe, seria e diligente, aveva avuto un inatteso calo di rendimento e sembrava decisamente in crisi. A cose fatte saltò fuori che aveva avuto un flirt con Walter e che erano state fatte delle prove di suicidio (per impiccagione) mentre leiera stata costretta ad assistere ad alcuni di quei rituali
  • una contiguità stretta con due altri compagni di classe, che erano con loro anche quella sera, e che erano culturalmente e politicamente mille miglia lontani da Walter, l'uno rifondarolo e l'altro frikkettone
  • tra gli studenti legati al movimento se ne parlava come di una ipotesi concreta ed erano parecchi a sapere: "ah se Samuele non è tornato, vuol, dire che si sono ammazzati …" disse una ragazza quando li stavamo cercando la domenica mattina.

Andai avanti, per giorni interi a piangere, mi uscirono tutte le lacrime che non avevo versato, un mese prima, per la morte di mio padre. Volevo capire come era andata, continuavo ad incazzarmi con quegli adulti. Ma la città e la Galbiati decisero che doveva calare il silenzio e il silenzio calò. Ci furono incontri con i familiari e si lavorò con l'aiuto di qualche psicologo sugli studenti della classe di Walter, che di lì a poco avrebbe avuto l'esame di maturità.

Con i genitori di Walter, che erano stati tenuti all'oscuro di tutto (!) e con un pezzo di quella classe siamo andati avanti per anni a ritrovarci in una chiesina fuori Brugherio per una messa aperta a chi voleva e io, non credente da una vita, ci andavo per rivedere quelle persone che intanto crescevano e si laureavano. Mi auguro che gli anni abbiano portato loro una pace senza rimozione.

Da parte mia, visto il contesto di cui ero venuto a conoscenza, da cui traspariva un totale distacco dal mondo reale, misi in piedi, con alcuni colleghi disponibili, una libera associazione che prevedeva uscite domenicali a contatto con la natura da effettuarsi con mezzi poveri e usando il trasporto pubblico. Mi pare che l'avessimo chiamata amici della natura dello Zucchi o qualcosa si simile. La Galbiati, persona pratica, ci garantì la copertura assicurativa e non mise i bastoni tra le ruote.

Nel 94/95 stavo già slittando dal corso F al corso A (avevo già la IV  A e la I A). Chiesi, e lo ottenni, di passare completamente al corso A. Non me la sentivo di continuare a collaborare con quei colleghi che sapevano e avevano sottovalutato.

Ricordo ancora la castagnata a Dozio, l'escursione al Monte Barro, iniziata con la scoperta che da Lecco a Galbiate, la domenica mattina, a differenza dei giorni feriali, non c'era il pulman e ce la dovemmo fare a piedi.

L'iniziativa più impegnativa fu quella in val Malenco con partenza il sabato all'uscita della scuola: treno per Sondrio, pullman per Chiesa e salita in funivia al lago Palù, discesa al lago e deposito degli zaini al rifugio Palù, per iniziare una  immediata ascensione al Bocchel del Torno (il passo a nord-est dove c'era ancora neve e ghiaccio e iniziava ad imbrunire). Rapida discesa, cena; uscita al buio più completo ad osservare la cometa hale bopp. Il giorno dopo escursione dal Palù all'imbocco della val Sissone (alpe Forbicina), dopo Chiareggio, pulmini da Chiareggio sino a Sondrio e tutti a casa.

Quando Enrica Galbiati andò in pensione nel 1998, dopo una breve parentesi di interregno, arrivò da Milano Mariagrazia Meneghetti, una bella signora che era tutto l'opposto: colta, laureata in lettere classiche, molto milanese e, infatti, mi fu grata per averla introdotta ai misteri della monzesità. Il primo consiglil che le diedi fu: devi leggere Il Cittadino tutte le settimane (la Galbiati non ne aveva bisogno perché lo storico direttore era suo fratello).

Con Mariagrazia è iniziata una fase di svecchiamento del liceo e ho persino fatto il vicepreside oltre che il responsabile del servizio di prevenzione e protezione. Nel  vecchio edificio dello Zucchi i problemi erano tanti, tanti quanto l'inerzia degli uffici comunali che, alla fine, si beccarono una multa con i fiocchi. Quando ho passato il concorso per fare il Dirigente Scolastico ho fatto il tirocinio con Meneghetti al liceo classico Beccaria di Milano, il liceo classico per eccellenza di MIlano.

gli studenti e i colleghi

Gli studenti, anzi le studentesse, visto che erano la maggioranza, le potevi dividere a metà:

  • quelle/i che si erano iscritti al classico perché lì si fa poca matematica e con quelli/e c'era poco da fare (pregiudizi e scarsa apertura mentale)
  • quelle/i che avevano scelto il classico per fare una esperienza di studio aperta alla riflessione, agli approfondimenti e alla cultura classica vista come madrina del nostro sapere. In questa categoria c'erano poi i molto bravi e, quelli non li batteva nessuno quanto ad autonomia e capacità di approfondimento.

Fu in quegli anni che iniziai a lavorare sul mio corso di fisica e a rendere disponibili i testi corretti e commentati dei compiti in classe. La interazione con gli alunni iniziava ad avvenire anche con uso della posta elettronica. I materiali li distribuivo su CD e anni dopo fu uno studente dello Zucchi ad offrirmi uno spazio di host in rete, mi pare fosse Morris Barattini che tempo fa mi scrisse: "Ricordo l' esperimento del foglio appoggiato sul libro in caduta che mi aveva totalmente spiazzato. Si divertiva un sacco quando insegnava, è una cosa bella. Forse scriveva troppe cose alla lavagna e spesso non la seguivo molto, ma non è colpa sua, è la matematica che è una palla mostruosa".

Eravamo al classico, poche ore di scienze dure ma alto livello. In terza, con l'accordo degli studenti, introdussi l'insegnamento dell'analisi matematica con un approccio più concettuale che tecnico e, nel ginnasio, lavorai in maniera molto alta sulla geometria razionale. Poco peso agli aspetti tecnici o ripetitivi e lavoro sugli snodi del ragionamento matematico. Ma come si vede da questa immagine con la equazione di Eulero che richiama quattro numeri importanti della storia della matematica (e, i, 1, pi greco), magari solo per cenni, si apriva a cose avanzate (in questo caso si parlava, a fine corso e con un po' di ironia, della importanza dei numeri complessi).

Molti di questi studenti li ho ancora come amici sulla pagina Facebook. Ciò che li accomuna è l'autonomia, la capacità di fare scelte coraggiose, di dare una svolta alla propria vita e, molti di loro, non sono più in Italia ma in Canada, in Inghilterra, in Spagna, altri fanno i docenti universitari, o scrivono, o inventano startup.

Come Andrea che, nel 95, usando alcune caratteristiche di Windows 3.1, era riuscito a produrre la versione on line di Bartolomeo, il giornalino degli studenti. Alla fine del liceo andò a Milano per iscriversi a Fisica e tornò a casa iscritto a filosofiia. Mentre faceva filosofia, mise su una startup di informatica e poi, andato in Inghilterra per il dottorato, si è fatto assumere dall'Università per curarne il sistema informativo. Adesso non so dove sia.

Mi scrisse Paola Villa che ora insegna letteratura italiana negli States:


Una cosa però mi ha sempre infastidito di noi "fighetti" di Piazza Trento Trieste: quella posa da Crociani di bassa lega, quell'attitudine a snobbare le materie scientifiche come vile "techne" che non ha nulla a che vedere con la "vera" cultura dei classici e dei "sommi poeti" e altre baggianate di questo tipo.

Ecco a me quest'atteggiamento ha sempre fatto girare i c…i, tanto per dirla da contessa:-). Poi in prima Liceo è arrivato Lei. Sempre un pò incazzoso, sempre in blue-jeans, con il suo intercalare dialettale  (fa balà l'ouch!) che faceva tremare le pareti del tempio della "Crusca" e con la ferma convinzione che il muro fra le "due culture" fosse da abbattere e subito!

Cereda è stato per me il Feynman italiano: mi ha insegnato che la matematica e la fisica non appiattiscono il mondo, non fanno a pezzi la poesia, come qualcuno sosteneva, ma ne danno una visione più completa e affascinante.  Ora vivo negli States dove insegno Italiano all'università e sto scrivendo una tesi di dottorato sul rapporto tra letteratura e fisica. Il mio idolo: Cicerone?? No, Niels Bohr!


Scrive Serena Psoroulas, una zucchina che ha fatto fisica e continua ad occuarsi di fisica:


Per me leggere le sue verifiche e seguire le sue lezioni nell'anno in cui fui sua alunna fu emozionante, perché mi mostrava un modo completamente diverso di fare matematica, che nessuno prima (e purtroppo neppure dopo, fino a che non arrivai a studiare analisi matematica) mi aveva mai mostrato. D'un tratto la matematica era interessante; le sue erano verifiche in cui era richiesto di pensare, non di eseguire istruzioni. Ho sempre odiato la matematica prima di conoscerla; dopo aver fatto un anno con lei, non avrei più potuto dire la stessa cosa...

Quello che avevo imparato da lei mi diede anche un po' sui nervi, diverse volte. Mi aveva mostrato come ciò che mi piaceva in altre materie (l'analisi come base per la comprensione del testo, sia in latino, greco o in italiano, per fare un esempio) era anche alla base della matematica – e che quindi, se non riuscivo a farla era colpa mia, non stavo analizzando appieno il problema. Non potevo più nascondermi dietro alla scusa non sono portata per questa materia. Gli errori di segno in un'equazione, erano solo il sintomo di quanto fossi stata pirla.

Passione per le cose che ti trascina a guardarle sempre con un occhio diverso, a rianalizzare, a non sederti mai – e l'inconsistenza delle scuse dietro cui ci si nasconde quando invece ci si siede – sono forse le cose che più ho imparato dalla mia esperienza, con lei e con altri. Come fa a sbattersi così alla sua età? era quello che molti noi studenti ci chiedevamo (aveva già passato i 50 quando la conobbi, un'età che per un 14enne è un chiaro sintomo di matusaggine). E c'era chi la stimava per questo suo atteggiamento.


La mattina arrivavo in bicicletta da Villasanta e parcheggiavo la bici al parcheggio custodito di piazza Trento. Poi arrivavo ai gradini sempre ingombri di studenti del ginnasio che copiavano le frasi di latino: Buon giorno e sorridevo pensando che il modo migliore per far studiare la gente era essere esplicito nel rapporto, insegnando ad autodosarsi rispetto ai ritmi di apprendimento. Per questo non davo compiti a casa in maniera fiscale e, a volte, subivo le rimostranze dei genitori.

La bici era la Bottecchia che avevo vinto con l'abbonamento a Rinascita, rosso bordeaux con un bel portapacchi nero su cui mettevo la cartella. Una mattina d'inverno, che percorrevo il Parco da Villasanta ed ero appena sbucato sul viale Cavriga provenendo dalla zona dei Mulini Asciutti, saranno state le 7:30, c'era poca luce, sentii il rumore di una frenata secca dietro di me; ebbi la prontezza di spirito di pedalare più forte e così l'impatto fu meno violento. Volai in avanti di qualche metro rispetto alla bici e andò tutto bene. Quello in macchina mi aveva visto solo all'ultimo momento. Tra lui in frenata e io in accelerazione fui salvato dalla conservazione della quantità di moto. Ma non andò così bene qualche anno dopo mentre andavo al Frisi a fare gli scrutini.

Una digressione sulla politica studentesca; il movimento c'era e c'erano persone disposte ad impegnarsi, ma mancavano qualità e continuità. Iniziava il periodo delle liste dai nomi più bizzarri e mi sembava più serio e utile il lavoro intorno alla redazione di Bartolomeo. Non posso non citare, anche se non fu mai un leader di assemblea, Pippo Civati, pacato e ascoltato, che frequentava il corso C e teneva i contatti con la sinistra giovanile.

Nel novantanove duemila, dopo tre tentativi consecutivi di far partire la sperimentazione di informatica, falliti per insufficiente numero di richieste perché Monza è Monza e il classico è il classico, sono ritornato al Frisi. I vecchi colleghi dello scientifico erano curiosi; si aspettavano che dicessi peste e corna dello Zucchi e invece li ho delusi (tra i due licei monzesi c'è sempre stata competizione nel primeggiare).

Dissi loro: se al Frisi, in media, uno studente incontra nella sua storia scolastica almeno tre docenti di quelli che lasciano il segno, allo Zucchi siamo a 3.5 e gli studenti, quando sono bravi, lo sono per davvero.

I colleghi erano dei veri esperti nelle loro discipline anche se sopravviveva qualche parruccone/a da giardino zoologico (non faccio nomi). Voglio ricordare i due della foto: Angelo Cucinotta (fisico underground reduce dalla Parigi Dakhar in moto) e Nando Montrasio (giovane docente di latino e greco, dalla grande cultura).

Ma poi Fiumi, Praga e Scrocco (Greco), Bulega e Bregani (italiano), Montrasio e Del Re (scienze), Gualdoni e De Biase (arte), Castellani e Ferraro (storia e filosofia), Di Miele e Magni (matematica e fisica), Pullè e Turri (educazione fisica), poi qualche docente di lettere del ginnasio come Patrizia Marchesi o Paolo Pilotto che, nonostante insegnasse religione, dello Zucchi è diventato una istituzione già prima di darsi alla politica cittadina.

capo Nord

Nei periodi di vacanza andavo in montagna in val Malenco e lì conobbi, diventandone amico, Francesco Ceratti, medico esperto in organizzazione sanitaria, classe 1947 e con la passione per il girovagare motociclistico. Nel 95, al ritorno da un giro tra la Valtellina e l'Alto Adige, ero arrivato lungo su una curva secca e i freni a disco della mia Aermacchi 350 mi avevano tradito: blocco della ruota posteriore, scivolata e caduta. A parte due costole incrinate dal manubrio, niente di grave, ma conclusi che era ora di prendere una moto con i freni a disco.

Volevo una moto italiana e la scelta cadde sulla Guzzi Nevada 750; il fascino del bicilindrico. Francesco aveva una Yamaha Diversion 600 e decidemmo che per i 50 anni avremmmo festeggiato andando a capo Nord.

Era l'estate del 97. Spesi il benefit dovuto alle attività di collaborazione a scuola per acquistare un giubbotto Dainese serio (cordura con interno in goretex, protezioni alla schiena, gomiti, polsi e spalle) insieme alle tre borse rigide e ad una borsa da serbatoio. Iniziò un lavoro di preparazione sulle cose essenziali di manutenzione presso il concessionario Guzzi di Carate (avevo visto che in alcune zone della Norvegia il meccanico Guzzi più vicino sarebbe stato a 600 km e dunque bisognava saper fare, in caso di bisogno).

E così partimmo per un viaggio di circa 9'000 km diluiti in tre settimane. E' stata una grande avventura di cui ho steso un diario di viaggio che trovate qui insieme alla descrizione delle singole tappe e ai link agli album fotografici che ho messo nella mia pagina Facebook.

Siamo saliti dalla Svezia e Finlandia e tornati dalla Norvegia (con in mezzo Svizzera e Germania). Si stava in moto tutto il giorno ed è andato tutto bene. Delle tre borse rigide, quella di destra era piena di ferri e di pezzi di ricambio, ma non è servito praticamente nulla e la moto italiana, con il cardano, si è rivelata migliore della giapponese a catena.

Nel nord della Norvegia il mio socio è caduto da fermo e ha rotto il poggia piedi dal lato del cambio (e nelle moto se non hai il poggia piedi non puoi azionare il cambio). Gli ho montato uno dei due lato passeggero, un po' più piccoli, ma ce la siamo cavata sino in Germania.

Pernottamenti prevalentemente nei bungalow della estesa rete di campeggi della Scandinavia; colazione super-ricca la mattina (uova, aringhe, yogurt, frutta, salumi, …), breve sosta di rilassamento all'ora di pranzo con mele o banane, ricerca del campeggio nel tardo pomeriggio e cena in campeggio. Il tempo ci ha assistito e abbiamo avuto solo un paio di giornate d'acqua (l'attrezzatura ha retto).

Ovviamente la parte più suggestiva, oltre a NordKapp, è stata quella della parte alta della Norvegia a nord del circolo polare (visita a Tromso, la città di Amundsen e alle Lofoten, le isole di capitan Findus). In una delle tappe, a nord di Mö I Rana, abbiamo fatto 200 km senza incontrare nessuno e ad un certo punto sono rimasto a secco. Per fortuna eravamo a soli 50 km da Mo I Rana e il mio socio aveva ancora un po' di benzina.

Nel ritorno (durato due settimane perché la Norvegia è molto più contorta e ricca di fiordi della Svezia) abbiamo fatto anche un po' di turismo cittadino (Oslo, Copenhagen, Berlino) e arrivati a Monza abbiamo visto che lo Zucchi era ancora lì.


Ultima modifica di Claudio Cereda 1 giugno 2020


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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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15 risposte a 1992-1999: di nuovo professore, ma allo Zucchi

  1. Cristina Rabosio scrive:

    Ho frequentato lo Zucchi dal 1994/95.
    Oggi, come insegnante, ho un debito di riconoscenza per molti di coloro che furono i miei insegnanti. Non ultimo il prof. Cereda: non ero una cima in matematica e fisica, ma mi affascinava il fatto che le sue scelte avessero una forte attenzione alla realtà personale di ciascuno e all'aspetto formativo, non nozionistico, della didattica. Grazie!

  2. Luca Zollino scrive:

    Chi mi conosce lo sa bene, ho sempre avuto parecchi problemi ad accettare l’autorità.
    Pensi che ho preferito creare un’azienda piuttosto che lavorare per qualcuno. Però in quegli anni quel rifiuto si sommava alla forza ribelle dell’adolescenza e per me era veramente impossibile accettare il fatto che qualcuno, così distante da quella realtà che pulsava fuori da quel cancello, potesse condizionare il mio tempo o i miei stati d’animo.
    Poi un giorno lei scelse di venire a insegnare in A e divenne il mio primo esempio da seguire fuori dall’ambito familiare, una delle persone da ascoltare con attenzione, perché senza dubbio aveva molto da insegnare, oltre la matematica, la fisica e le parametriche.
    Ho molti ricordi ma uno che custodisco gelosamente: una sera dopo un consiglio di istituto quando ero rappresentante e ne avevo combinata una delle mie mi disse: “tu hai la stoffa del leader e con quello ci sei nato, ma un leader senza preparazione fa solo danni”, è qualcosa a cui cerco di rimediare ogni giorno, peccato che che nessuno dei nostri attuali politici la abbia avuta come professore.
    Un forte abbraccio da Madrid.

    • Claudio Cereda scrive:

      Grazie Luca, il bello della autobiografia è che chi legge tira fuori episodi che non ci si ricordava. Confermo il giudizio sui leader che, per essere davvero tali, devono sapersi piegare alla fatica dello studio sistematico. Non bastano nè l’intuizione nè il carisma.

  3. Dario Crippa scrive:

    Il 1995 fu un anno terribile.
    Ho sognato spesso quanto accadde con Walter e Samu, fu uno choc per noi ragazzi; ricordo la corsa in macchina a casa di uno di noi che aveva trascorso quella sera con loro.
    E la mattina dopo in classe in un clima surreale.
    Dirigevo il giornalino dello Zucchi, allora, decisi di uscire a tutti i costi col numero di quel mese (la Galbiati non voleva, ma all'epoca il giornale era fatto e pagato solo dai ragazzi). Feci fare una copertina completamente bianca. E scrissi un editoriale che mi costo' parecchio.
    Alla Maturita', usci' una traccia che sembrava concepita proprio su quell'evento. Non me la sentii, mi sembrava di specularci e optai per un tema di storia raffazzonato. Anche se scoprii che piu' di un compagno aveva fatto quel tema prendendo spunto proprio dal mio editoriale. O almeno questo mi fu detto.
    Abbastanza d'accordo, ma non su tutto, sulla sua ricostruzione di quegli anni. All'epoca avevo contestato anche io la Galbiati, il caso Frediani su tutto. Ma credo che avesse ragione Lei, prof.
    Fu molto montato, lo compresi piu' tardi e la Galbiati non era razzista. Proteggeva pero' un certo establishment, una scuola profondamente classista e con docenti, sparsi in diverse sezioni, a volte indecorosi, anche per preparazione.
    Io sono sicuramente un mediocre, ma ho (avevo) una certa lucidita' propria di chi viene dai bassifondi e potrei stare ore a spiegarle perché.
    Mi sarebbe piaciuto averla come docente, credo sarebbe stato stimolante, anche perche' di Lei ricordo solo le 6 ore trascorse in presidenza dopo i fatti dell'occupazione (ero fra i 5 firmatari del documento con cui si annunciava l'occupazione). Ma questa e' un'altra storia.
     

    • Claudio Cereda scrive:

      Sarebbe interessante avere e pubblicare quell’editoriale. In rete ho trovato solo due articoli di Repubblica uno sul fatto e l’altro di intervista agli amici.

  4. Paola Villa scrive:

    Una cosa però mi accomuna agli altri studenti che hanno scritto qui, ed è la gratitudine verso di lei per essere stato uno dei migliori insegnanti (non solo di Fisica e Matematica) che mi sia mai capitato di incontrare.
    Ho mille ricordi di quegli anni allo Zucchi, non tutti necessariamente positivi. Non mi si fraintenda, lo Zucchi "mi ha aperto la mente" e in questo ha tenuto fede al famoso detto sul liceo Classico. Non rimpiango di aver studiato Latino, Greco e Filosofia, specialmente ora che l'"inutilità" di queste materie viene sbandierata ai quattro venti da pseudo-innovatori che valutano la cultura al kilo.
    Una cosa però mi ha sempre infastidito di noi "fighetti" di Piazza Trento Trieste: quella posa da Crociani di bassa lega, quell'attitudine a snobbare le materie scientifiche come vile "techne" che non ha nulla a che vedere con la "vera" cultura dei classici e dei "sommi poeti" e altre baggianate di questo tipo.
    Ecco a me quest'atteggiamento ha sempre fatto girare i c…i, tanto per dirla da contessa:-). Poi in prima Liceo è arrivato Lei. Sempre un pò incazzoso (come qualcuno qui l'ha ben descritto) sempre in blue-jeans, con il suo intercalare dialettale  (fa balà l'ouch!) che faceva tremare le pareti del tempio della "Crusca" e con la ferma convinzione che il muro fra le "due culture" fosse da abbattere e subito!
    Cereda è stato per me il Feynman italiano: mi ha insegnato che la matematica e la fisica non appiattiscono il mondo, non fanno a pezzi la poesia, come qualcuno sosteneva, ma ne danno una visione più completa e affascinante.  Ora vivo negli States dove insegno Italiano all'università e ho scritto una tesi di dottorato sul rapporto tra letteratura e fisica. Il mio idolo: Cicerone?? No, Niels Bohr!
    Grazie Professore!! Un abbraccio,
    P.S. Non mi sono mai dimenticata l'espressione "Spocchiosa, aristocratica di sinistra" con cui lei mi aveva battezzato. Forse lo sono ancora. P.P.S. Ho ancora quella cassetta di canti popolari, anarchici e del lavoro che mi aveva registrato: "La casa è di chi l'abita è vile chi lo ignora, il tempo è dei filosofi, la terra di chi la lavora"!

  5. Serena Psoroulas scrive:

    ho fatto fisica, ok, sono stata sua studente (anche se solo per un anno), ma non mi sarei aspettata un invito "diretto".
    Forse mi ricorda in quanto un po' "rompiballe" (parola che penso mi rappresenti meglio del semplice "analitica"), e quindi immaginava avrei avuto qualche commento. Forse perché per me l'insegnamento è passato sempre attraverso un rapporto fortissimo con l'insegnante per prima cosa, e poi con gli strumenti di lavoro. Forse perché ho sempre cercato questo rapporto con lei, sia quando lei era il mio professore, sia dopo.
    "Passione per la vita, per la scienza e la cultura." Questo per me ha sempre motivato la mia presenza a scuola, e le mie scelte successive. Non so come si trasmettano; ma so quanto possano essere potenti, e quanto l'assenza di passione possa far sentire "vuoti".
    Per me leggere le sue verifiche e seguire le sue lezioni nell'anno in cui fui sua alunna fu emozionante, perché mi mostrava un modo completamente diverso di fare matematica, che nessuno prima (e purtroppo neppure dopo, fino a che non arrivai a studiare analisi matematica) mi aveva mai mostrato. D'un tratto la matematica era interessante; le sue erano verifiche in cui era richiesto di pensare, non di eseguire istruzioni. Ho sempre odiato la matematica prima di conoscerla; dopo aver fatto un anno con lei, non avrei più potuto dire la stessa cosa. (Tutt'ora siamo in buoni rapporti, anche se l'amore non è mai sbocciato davvero.)
    Quello che avevo imparato da lei mi diede anche un po' sui nervi, diverse volte. Mi aveva mostrato come ciò che mi piaceva in altre materie (l'analisi come base per la comprensione del testo, sia in latino, greco o in italiano, per fare un esempio) era anche alla base della matematica – e che quindi, se non riuscivo a farla era "colpa mia", non stavo analizzando appieno il problema. Non potevo più nascondermi dietro alla scusa "non sono portata per questa materia". Gli errori di segno in un'equazione, erano solo il sintomo di quanto fossi stata pirla.
    Passione per le cose che ti trascina a guardarle sempre con un occhio diverso, a rianalizzare, a non "sederti" mai – e l'inconsistenza delle scuse dietro cui ci si nasconde quando invece "ci si siede" – sono forse le cose che più ho imparato dalla mia esperienza, con lei e con altri. "Come fa a sbattersi così alla sua età?" era quello che molti noi studenti ci chiedevamo (aveva già passato i 50 quando la conobbi, un'età che per un 14enne è un chiaro sintomo di "matusaggine"). E c'era chi la stimava per questo suo atteggiamento.
    Non è stato il mio professore di fisica – il mio amore per la fisica è nato fuori dalla scuola, prima ancora che iniziassi a studiarla in classe, per caso. Gli anni del liceo sono stati quelli in cui le grosse passioni della mia vita sono venute a galla. Passioni che ancora mi plasmano, e che nel periodo peggiore della mia vita ero convinta di aver perso, convincendomi così di aver perso contro la vita stessa. Con passioni così grosse, non ci si può nascondere dietro a nessuna scusa, e recuperarle è stato un percorso difficilissimo e necessario.
    Ora conosco la fatica di vivere all'estero (o in generale, di trasferirsi in posti dove non si conosce nessuno, a volte neppure la lingua), le relazioni a distanza e le incomprensioni, le difficoltà del dottorato, del fare i conti con le proprie scelte senza rimpiangerle, quanto costi cercare di capire cos'è che si vuole fare, cos'è che ci fa star bene davvero, volta per volta.
    Continuo ad innamorarmi delle cose, non leggo mai tutti gli articoli che vorrei leggere, non riesco a suonare tutta la musica che vorrei suonare, e ho sempre progetti incompiuti e libri non scritti in testa. Sono ancora incapace di sintesi quando scrivo (anche se nei testi scientifici ho fatto miglioramenti incredibili). Sono me stessa e sono diversa. Continuo a stimarla per le cose che fa e per come le fa. La stimo per aver scritto che "si gasa" leggendo le lettere degli alunni. 
     

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