1946-1963: la casa di via Mazzini

Qui sono nato e ho passato la mia infanzia. La casa si trovava al primo piano sopra gli uffici e gli spogliatoi degli operai.

Nella foto, dopo la casa si vedono l'Osteria dei Reduci e il passo carraio da cui si accedeva al magazzino del cuoio. E' stata ripresa il giorno del funerale del nonno nell'estate del 1953 e davanti al carro c'erano la banda, le confraternite, i bimbi dell'asilo e delle scuole.

Ho ricostruito la planimetria a mente e dunque qualche proporzione nei locali potrebbe esere imprecisa. Si saliva attraverso una tripla rampa di scale e si sbucava su di una ringhiera ad L larga poco più di un metro con la balaustra sostenuta, sopra e sotto, da tante stecche di ferro affiancate.

la casa era fatta così

Ogni tanto, la sera e di nascosto dalla mamma, noi tre fratelli, messi uno di fianco all'altro, facevamo a gara a chi faceva la pipì più lontano, dalla ringhiera giù nel cortile di cemento: per dei maschi era una tentazione irresistibile. Sulla ringhiera si aprivano le porte di accesso ai vari locali della casa. Erano doppie porte: all'esterno una in legno pesante che non veniva mai chiusa e, all'interno, delle porte vetrate di quelle a due battenti con il vetro gremolato. La ringhiera terminava in uno sgabuzzino (0) detto in fondo alle scope dove, come dice il nome, si tenevano i materiali di pulizia della casa, gli stracci, qualche scorta alimentare. Non ho mai sentito chiamarlo sgabuzzino, era in fondo alle scope e basta.

La camera grande (1) era occupata da noi quattro (Sandro, Claudio, Fabio e Italo) e venne approntata quando Italo, nato nel 53, divenne grande a sufficienza per non stare più nella camera di papà e mamma spostando altrove la camera matrimoniale. Sandro, Claudio, Fabio e Italo, sono nati lì nel letto matrimoniale. Della mia nascita la mamma diceva che sono sempre stato svelto; alle sette di sera stava stirando e alle otto ero già nato.

Dalla anticamera 2 si accedeva alla nostra camera, al bagno e, attraverso una porticina stretta a quella dove dormivano il papà, la mamma e Marco (nato nel 59).

Il bagno (3) aveva la vasca sulla parete di fondo e mi ricordo che il bagno si faceva il sabato pomeriggio riscaldando l'acqua con uno di quegli scaldabagni elettrici ad immersione che oggi non esistono più. Ci lavavamo in sequenza, noi tre più grandi, nella stessa acqua senza farsi troppi problemi. C'erano sia il water che il bidet.

Eravamo dei privilegiati perché nelle case dei cortili quasi nessuno aveva una stanza da bagno e ci si lavava nel segion (la grande tinozza di legno che era utilizzata anche per il bucato). L'acqua calda per i piccoli quantitativi, veniva dalla stufa (cucina economica) che, sulla destra, aveva un recipiente metallico stretto e lungo che si infilava molto vicino alla fiamma.

La cucina economica inizialmente andava a legna e carbone, ma ad un certo punto ci fu messo il bruciatore per il metano: non era più la stessa cosa.

Nella nostra camera, dipinta ad olio di un color verde smeraldo c'erano tre letti di quelli con i cassoni con le molle (detti elastici), i comodini, una scrivania, un grande armadio nello stesso stile e il lettino per Italo messo di traverso.

Sulla parete verso via Mazzini, sotto una delle finestre c'era anche una libreria con un centinaio di volumi, in maggioranza romanzi editi negli anni 40 e 50. Ricordo i volumi della Medusa di Mondadori, le edizioni Bompiani dei romanzi di Cronin e i due romanzi di Fogazzaro, Malombra e Piccolo mondo antico in una edizione Mondadori rilegata e con copertina grigia.

I mobili della camera della mamma erano in stile anni 40 e, come i nostri, ci hanno seguito nel trasloco del 63. Una porta stretta dava accesso alla cucina (5), il locale più importante della casa. C'era un balconcino strettissimo che si affacciava sulla via Mazzini e guardava dentro il giardino di villa Daelli che allora arrivava sino alla cappellina dei morti. Lo si vede nella foto. La nonna chiamava i Daelli, cachinfacia, facendo una contrazione di "quei dalla cà che in faccia" (quelli della casa qui di fronte).

In cucina c'era tutto quello che usavamo per vivere: la cucina economica, le piastre elettriche e a gas per cucinare, una grande cappa ad aspirazione diretta,il frigo (enorme e rivestito di legno), il lavandino, una paio di credenze e un grande tavolo su cui si cucinava e si mangiava. Mi ricordo una grande caffettiera a ebollizione in alluminio pesante dove si versavano gli avanzi della napoletana  insieme a un po' di cicoria tostata (l' Olandese Elefante) e si utilizzava quell'intruglio nero per il caffelatte.

Quando siamo stati abbastanza grandi, io e Sandro, a turno, andavamo verso l'inizio di via Mazzini a prendere il latte, dalla lattaia (che non era ancora la signora Lucia) e i panini di semola dall'Alfredo (Corti), amico di papà. Il latte era venduto in bottiglie di vetro con sezione poligonale, una imboccatura abbastanza larga con la chiusura in una stagnola pesante che si metteva e levava a mano.

vita di famiglia

La mamma, vuoi perché andava in ufficio, vuoi per ragioni di divisione del lavoro, non si occupava della spesa e del cucinare. Di questo si occupava la nonna mentre la spesa la facevano la Maria e la Elena.

La Maria (Milesi), originaria della val Brembana, stava da noi dalla mattina al tardo pomeriggio; era in famiglia dagli anni 30 e dunque era molto di più di una donna di servizio; il marito (Battista Bidoglia) faceva il camionista per i Pessina e suo fratello è stato l'ultimo cavallante di Villasanta.

Non avevano figli, così stava più da noi che a casa sua, faceva i mestieri, aiutava la nonna ed è rimasta come un pezzo della famiglia anche dopo la chiusura della fabbrica.

Poi c'era la Elena, arrivata dall'alta Brianza (Ravellino, vicino a Colle di Brianza), poco dopo la nascita di Fabio (1949) e che è stata la vera mamma di mio fratello Italo, nato nel 1953, e praticamente cresciuto da lei.

La Elena viveva con noi e aveva la sua cameretta (8) nella quale ricordo che c'era anche un armadio ad una anta, con lo specchio  dove stavano la divisa militare di papà, il vestito da sposa della mamma e la sciabola da ufficiale di papà (che mi faceva una grande impressione). Ogni tanto la sfilavo dal fodero per guardare la lama tutta istoriata.

Durante la giornata la nonna stava prevalemtemente nel locale di passaggio (6); era un locale stretto e lungo con qualche sedia e poltrona e, a partire dal 1955 la televisione. Il pavimento, come quello di tutti i locali tranne la cucina e i bagni era di linoleum.

La nonna Elisa era una donna piccola, molto grassa per via del diabete e con un sedere enorme accentuato dalla lussazione dell'anca che la faceva camminare ondeggiando. Due volte al giorno veniva una infermiera (si fa per dire) la Ginetta a fargli l'iniezione.

Mi ricordo il bollitore in cucina, con la siringa da insulina che, a differenza di quelle normali, era più stretta e lunga e aveva il pistone in vetro blu. Dopo qualche minuto di ebollizione si spostavano in camera per l'iniezione e uno dei ricordi che ho da bambino piccolo è questo sedere enorme appoggiato sul letto, un corpo tutto sedere. Veniva anche la pettinatrice, la signora Netta, a spazzolarle e legarle i lunghi capelli.

Dalle prime ore del pomeriggio sino a sera stava in compagnia di una vecchina, Maria Maera (magliaia), a fare l'uncinetto e a biascicare un misto di preghiere tra cui il rosario con tutti i misteri dolorosi, gaudiosi, gloriosi a seconda del giorno della settimana.
 
Mescolavano il latino e il dialetto brianzolo con cui avevano deformato le giaculatorie. Ero bambino ma, noi bambini già percepivamo la bestialità di talune frasi come per esempio "Deus, in adiutòrium meum intende…" (Dio volgiti in mio aiuto) diventava, detto da Maria Maera "ven che Vitori ca s'intendum" (Vieni qui Vittorio che comunichiamo) e la nonna che doveva rispondere  "Domine, ad adiuvandum me festina" (Signore, affrettati a soccorrermi) diceva invece "dumandic a la mia Cristina" (chiedi alla mia Cristina).
 
Erano uno spasso, ma anche un po' noiose perché andavano avanti per ore. Quando arrivavano al Dio sia benedetto capivamo che avevano finito e tiravamo un sospiro di sollievo.

La sala (7) aveva i mobili in noce ed era perennemente chiusa se si esclude l'apertura della porta per ascoltare il radiogrammofono che stava lì dentro. Mi ricordo dell' occhio magico (verde-nero) che reagiva alla sintonia, delle stazioni in onde medie che non recavano la frequenza ma il nome di città di tutto il mondo (Graz, Zagabria, Parigi, …) e poi il giradischi dove noi bambini acoltavamo le fiabe sonore.

Erano dischi a 78 giri della Durium. Avevamo Cenerentola, Biancaneve e Barbablù e questa era quella che mi impressionava di più, in particolare quando la protagonista, presa dalla irresistibile curiosità apriva la porta vietata e Barbablù, con una voce che pareva venire dall'oltretomba, la condannava a morire: anche tu come le altre ….

Usavamo la sala solo nelle feste di Natale, almeno finché c'è stato il nonno, che ci teneva a fare il grande pranzo di famiglia con tutti noi, le due figlie sposate (zia Giovanna e zia Linda) con rispettivi mariti e figli. Si mangiavano i bolliti misti, il pollo in gelatina, il vitello tonnato, i ravioli in brodo, il panettone e al pomeriggio si giocava a Mercante in Fiera con le fiches e noi bambini potevamo giocare con i grandi.

La camera del nonno e della nonna ha continuato a farmi paura per un po' di anni da quando, nel 53, venne allestita la camera ardente per la morte del nonno. Da allora la porta di ingresso, se ero da solo, costituiva un tabù: rivedevo il nonno morto e immaginavo che si alzasse e venisse fuori. Trovavo inquietante anche la teca di vetro con Maria Bambina e, sullo sfondo, le foto dei bisnonni.

Il bagno, di fianco alla camera aveva alcuni scalini dopo la porta e veniva usato prevalemtemente come lavanderia. Era stata acquistata una delle prime lavatrici della Miele. Era un grande cilindro verticale con al centro un aggeggio che ruotava alternativamente nei due versi e questo determinava la lavatura.

L'acqua veniva immessa a secchiate e poi riscaldata con lo scalda-acqua a immersione. Lo scarico avveniva con un rubinetto nella parte bassa e, dopo aver fatto il risciacquo nello stesso modo, i panni venivano strizzati facendoli passare tra due rulli di gomma azionati a mamo.

Giochi e sadismo

Di pomeriggio, se non si stava nel cortile di casa, si andava in quello dove la zia Giovanna aveva il negozio (il primo cortile della via Mazzini): c'erano nostro cugino Enzo e anche il Franco, un po' più grande, che aveva la carabina ad aria compressa con i piumini e i piombini.

Ricordo che, oltre che con i cugini Locati, giocavamo con due sorelle Rosaria e Gabriella (Vimercati), e un fratello e sorella Daniele e Rosalba Ferrario.

Il lunedì pomeriggio facevamo una cosa orribile e, pensandoci oggi, mi chiedo come facessimo a reggerla (avevamo tra i 5 e 9 anni). Si andava tutti in bass ai erba, dove c'erano i macelli e assistevamo alla uccisione e squartamento di mucche e vitellini (a volte una, a volte due). Arrivavano con un camion o con il carro con il cavallo, venivano fatti scendere con un asse inclinato e legati fuori dal macello.

Il signor Tornaghi (che aveva la macelleria all'inizio di via Mazzini, dove poi è subentrato il Pino), detto ul balurda perché era sordomuto, era un omone e aiutato da un nipote li portava dentro. Poi mentre il nipote teneva la bestia ferma per la cavezza, gli dava un colpo di mazza e gli spezzava l'osso del collo. A volte il primo colpo non bastava e ne serviva un secondo. La bestia cadeva a terra e a questo punto veniva sgozzata. Dopo qualche anno imcominciarono ad usare, al posto della mazza, un metodo più sicuro: un pugnale che recideva di netto il midollo spinale a livelle cervicale.

Finiti i rantoli dell'agonia, la tiravano su per le zampe posteriori con un argano a mano e poi iniziava l'eliminazione della testa, delle viscere, degli organi interni, della pelle, … Il sangue a terra veniva lavato grossolanamente a secchiate, mentre la briglia centrale scaricava il tutto nella roggia che passava di fianco. Sono passati molti anni prima che incominciassi a mangiare la trippa che avevo visto tirar fuori e lavare con gli spazzoloni.

Con i vitellini era peggio, perché venivano issati per una delle gambe posteriori e uccisi con il taglio della giugulare senza alcun stordimento. Noi stavamo lì, guardavamo tutto e ce ne tornavamo a casa tranquilli. Cosa sarà successo alla nostra psiche?

I cortili avevano tutti l'accesso alla roggia perché c'erano ancora le pietre e i cilindri in cui si mettevano le donne per lavare i panni e, a loro volta, i cortili erano interconnessi da passaggi interni che usavamo per le scorrerie in occasione delle sfide tra bande.

Poi a 10 anni sono andato in Collegio e ho lasciato l'ambiente del paese e diventando più grande ho incominciato ad usare un locale adiacente alla casa (11) dove si trovavano vecchie macchine da ufficio e pratiche dismesse: una specie di archivio morto della ditta. Su una delle pareti c'era una nicchia abbastanza grande e alzata da terra. Mi ci rifugiavo quando volevo stare solo e pensare.

 

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
Questa voce è stata pubblicata in Autobiografia, Costume e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


nove − = 1

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>