2008-2012: DS, un bel lavoro … molto faticoso

Nell'estate del 2008 è venuto anche il momento di quelli del corso Milano 7: la firma del contratto da Dirigente Scolastico all'ufficio scolastico della Lombardia. Molta emozione e, nei giorni precedenti contatti e indagini sul campo per scegliere bene visto che ero tra i primi e dunque, potevo spaziare.

I dubbi riguardavano tre sedi: il Ghandi di Besana, il Mapelli di Monza e l'Hensemberger di Monza. Contrariamente alla norma secondo cui non si torna mai sul luogo del delitto decisi per l'Hensemberger, la mia vecchia scuola (1964/1965: il diploma e 15 giorni di sospensione – 26 luglio 2012).

All'Hens ci sono stato tre anni e poi sono passato a Siena al Bandini per l'ultimo anno di servizio e per ragioni connesse alla qualità della vita. Gli anni avrebbero dovuto essere due ma ragioni familiari e mutamenti normativi li hanno ridotti a uno solo. In entrambi i casi si è trattato di Istruzione tecnica (tecnologica prima ed economica poi, cioè periti e ragionieri).

Mi convinsero per l'Hensemberger, l'impressione di una scuola in ordine, la conoscenza del direttore amministrativo e la malinconia che mi prese mettendoci il naso dentro, con il busto in bronzo di PINO, davanti alla porta a vetri che dà in segreteria. Pino sta per Pino Hensemberger ed è il nome che tra studenti e amici dell'Hens si dà alla scuola.

Il DS, chi è?

Il lavoro nello stato è davvero singolare: in qualunque organizzazione quando si cambia un dirigente c'è una fase di training e si viene immessi dentro una struttura esistente. Invece, a fare il DS, arrivi in un posto dove, se va bene, il passaggio di consegne te lo fanno in un quarto d'ora (nel mio caso c'era stato un preside incaricato un po' approssimativo), dopo di che devi immediatamente procedere alla assegnazione dei docenti alle classi e scegliere i tuoi collaboratori.

Così, nel primo anno, ti limiti a confermare scelte di altri e poi passi i primi due mesi a guardarti intorno e a cercare di capire. Ma intanto devi organizzare il nuovo anno scolastico che inizia di lì a 15 giorni e devi farlo cercando di far emergere la tua impronta. Bisogna essere flessibili e accomodanti, ma non mollaccioni.

Il DS, mi era già chiaro prima, e divenne chiarissimo durante la formazione, è il riferimento di tutti quelli che nella scuola operano o che devono entrare in contatto con essa. E' un dirigente che deve obbligatoriamente aver fatto il docente, ma non è il capo dei docenti.

Questo è un elemento essenziale: deve fare in modo che i docenti stiano bene e lavorino con entusiasmo ma, per quanto riguarda le cose da fare, le innovazioni, il profilo della scuola, è altrettanto importante guardare fuori dalla finestra verso quelli che con un brutto vocabolo sono chiamati gli stake-holders e poi ci sono i dipendenti non docenti, gli studenti e le famiglie.

Il contesto territoriale

Stake-holder sta per portatore di interessi diffusi. La scuola della autonomia opera in un contesto territoriale e, prendendo ad esempio l'Hensemberger  (scuola tecnica in un contesto territoriale industriale e terziario) i nostri stake-holders erano gli enti locali e le associazioni professionali e imprenditorali. Quali specializzazioni servono? Quali curvature particolari bisogna dare al profilo professionale degli informatici? Come portare la scuola dentro le imprese e le imprese dentro la scuola?

Si tratta di un lavoro che, in prospettiva dovrebbe portare ad una revisione degli organismi di gestione/amministrazione della istituzione scolastica e ci si sarebbe già arrivati se il progetto autonomia, inventato da Luigi Berlinguer alla fine degli anni 90, non avesse subìto interruzioni e arretramenti.

Tutti coloro che operano nella scuola, o si sono impegnati in essa attraverso gli organi collegiali, sanno benissimo che molti degli strumenti di rappresentanza previsti dai decreti delegati del 1974 sono delle inutili palestre in cui si finge di praticare la democrazia e, di sicuro, non si fa della gestione.

Ma d'altra parte, il mondo politico (sia nel centro destra, sia nel centro sinistra) non riesce ad affrontare la questione e così abbiamo degli ordinamenti in cui predominano gli organismi consultivi e le opzionalità. Per quanto riguarda la istruzione tecnica siamo decisamente più indietro di quanto non avvenisse prima del 74 con i consigli di amministrazione che avevano margini reali di autonomia nell'assumere e nell'adeguare le caratteristiche della scuola all'ambito territoriale in cui operavano. E fu quello a fare dei nostri ITIS modelli ineguagliati in Europa.

Scorrendo i documenti dell'archivio storico dell'Hensemberger mi stupì favorevolmente il fatto che, nel momento in cui la scuola si formò, separandosi dal Feltrinelli di Milano, il nuovo preside, ing. De Majo dovette fare uno stage di 6 mesi in Fiat a Torino, per rendersi conto direttamente delle caratteristiche di quel mondo per il quale avrebbe dovuto sviluppare i quadri intermedi.

Il progetto di riforma della Buona Scuola ha aperto alcune strade sul fronte della alternanza scuola-lavoro che è essenziale per la crescita culturale e professionale degli studenti e per la interazione vera (cioè non mediata solo attraverso le rappresentanze di categoria) tra scuola e mondo delle aziende.

Si tratta e si trattava di trasformare la Alternanza scuola-lavoro da un progetto largamente realizzato a scuola in esperienze continuative di stage che vengono poi rielaborate a scuola. Cito alcune difficoltà: a) come si ribalta il tempo-scola passato in azienda nelle valutazioni del Consiglio di Classe? b) cosa fanno a scuola i docenti non impegnati nella alternanza mentre gli studenti sono altrove c) chi e con quali riconoscimenti economici si occupa del lavoro minuzioso di contatto, organizzazione, verifica?

Istituire un rapporto continuativo e spalmato sui 5 anni con le aziende attraverso regolarità di visite, rapporti diretti con gli imprenditori, vuol dire ottenere risultati importanti:

  • gli imprenditori sanno finalmente cosa si fa, possono avanzare suggerimenti di miglioramento, possono dare una mano per quanto riguarda gli investimenti in laboratori, sanno se e quanto si potranno fidare della formazione finale di quegli alunni che si apprestano ad assumere
  • gli studenti si confrontano con il mondo concreto, sperimentano gli orari di lavoro, hanno la possibilità di far emergere doti e caratteristiche che, a volte, la scuola non sa riconoscere

l'identità

Quando studiavo all'Hensenberger l'identità si realizzava attraverso strumenti esteriori: la tuta da ginnastica nera con la H e la tuta da officina color caki con lo stemma della scuola. Si comperavano dal Dassi Gomma in via Vittorio Emanuele.. E' evidente che gli abiti non bastano a dare identità, ma possono essere lo specchio di qualcosa di più profondo da costruire, il senso di appartenenza.

Quando tra studenti, famiglie e personale (docente e non) c'è senso di appartenenza, voglia di rimanere, vuol dire che le cose funzionano sia sul piano della fomazione, sia su quello del rapporto di lavoro. Lo si può fare coivolgendo le persone, facendo loro comprendere il valore e l'utilità generale di quanto vanno facendo.

Se si tratta degli studenti, facendo in  modo che i loro docenti trasmettano passione ed entusiasmo due qualità che poi lasciano il segno. Gli studenti me l'hanno detto tante volte quanto fanno in fretta a giudicare un docente e a metterlo o no tra le cose importanti: ci guarda in faccia? Ci rispetta? Crede nelle cose che ci dice? Si ricorda a che punto eravamo rimasti?

Un'altra cosa importante che ho cercato di introdurre sia a Monza, sia a Siena è la premialità. Gli studenti bravi ed impegnati non devono sentirsi dei drop-out, i secchioni odiati e derisi, ma devono diventare esempi da imitare. Per farlo, c'è un incentivo importante, la distribuzione di borse di studio intestate direttamente e consegnate, in una cerimonia pubblica, da chi le finanzia. La scuola non ha risorse sue, ma con un po' di impegno, tra enti locali, benefattori, imprenditori, fondazioni, … le risorse si trovano.

Nella mia esperienza degli ultimi 40 anni, in genere, ho trovato un senso di identità superiore nel mondo dei licei e mi sono chiesto come mai. L'unica risposta che riuscivo a darmi stava in una maggiore attenzione alla persona nei luoghi in cui c'era meno tecnica. Ma non lo considero un dato assodato e ineliminabile. Nella mia storia scolastica ho conosciuto ingegneri che hanno lasciato un segno profondissmo ed altri di cui ricordo a fatica il cognome. Non c'entravano la tecnica contro la cultura, c'entrava la passione.

Cosa può fare il DS per migliorare la situazione? Il docente deve sentirsi sia libero, sia parte di una organizzazione. Deve essere sicuro che se rimane entro il quadro di una professionalità seria e documentata sarà libero di agire senza sentirsi il fiato sul collo; d'altra parte deve poter percepire, attraverso regole comuni, che il suo impegno si affianca a quello di altri.

innovare e documentare

Dietro questi imperativi esortativi ci sono due miei chiodi fissi.

La scuola che non si innova è destinata al declino perché la migliore propaganda è quella che fanno gli studenti e i risultati in uscita: siamo stati bene; non abbiamo perso tempo; abbiamo fatto fatica ma quello che abbiamo appreso ci è servito, sia per la vita, sia per gli studi successivi.

Da una decina d'anni è stato impostata, nella scuola superiore, e in particolare nella istruzione tecnica, la metodologia della didattica per competenze. Si tratta di una cosa facile da descrivere, ma molto difficile da fare.

Si parte dai profili in uscita: cosa deve saper fare, in contesti noti, ma anche in contesti inattesi, uno studente al termine del percorso? Dopo aver chiarito questo elemento si procede a ritroso e si costruisce il percorso didattico. La conoscenza non viene più proposta attraverso un percorso sequenziale ma attraverso uno a spirale in cui avvengono approfondimenti successivi.

Ci sono due rischi da tenere presenti: la frammentarietà e la mancanza di riferimenti storico-culturali. Basta saperlo e vaccinarsi. Per quanto mi riguarda la sistematicità e la riflessione di contesto, sono talmente importanti, che semmai corro il rischio opposto, quello di lasciarmene travolgere.

Sul terreno della innovazione non c'è solo il tema delle competenze, c'è anche la necessaria attenzione al mondo e alla cultura in trasformazione; non se ne esce se il docente non ha la coscienza di sentirsi prima di tutto un uomo di cultura e dunque non cessare mai di studiare.

Si apre, sul tema dello studio, il secondo imperativo. Bisogna che il docente si trasformi in un ricercatore sui temi della didattica e questo lavoro di ricerca va documentato, reso pubblico, trasformato in testi scritti, lezioni, verifiche commentate e corrette, progettazione di percorsi, schemi, mappe concettuali.

Per quanto mi riguarda me ne sono occupato a lungo, sino a considerarlo, insieme allo studio, il mio impegno principale. Ne trovate traccia nella home page con il rinvio al corso di fisica, ai compiti, alla pagina sulla didattica.

Nella mia idea di scuola tutto ciò non deve essere una eccezione, ma la norma e mi spiace che le organizzazioni sindacali, che pure hanno inserito questi aspetti nei contratti, di fatto non se ne curino, appiattendosi su difese al ribasso dei diritti.

Il risultato lo avremo quando nella scuola non ci saranno più i libri di testo, sostituiti dalla produzione didattica interna e dall'utilizzo guidato della rete Internet come strumento per la raccolta di dati significativi. Sottolineo che deve essere un lavoro guidato, perché in rete si trova di tutto, dalle schifezze a ciò che serve.

costruire una organizzazione

Il docente della scuola italiana, anche quando è molto bravo, è un inguaribile individualista. Lo è diventato come effetto di un modo di lavorare che spinge all'individualismo e al potere che si nasconde dietro la porta chiusa dell'aula.

Ma la scuola del 21° secolo, non fosse altro per ragioni dimensionali, non può continuare a campare su di un modello che funzionava a inizio 900: tante monadi e un preside che faceva da prolungamento del ministero.

Vi pare possibile che una struttura che governa 1500 alunni, che vede al suo interno oltre 100 laureati e una trentina di dipendenti non insegnanti, sia governata da un singolo dirigente che si occupa di tutto dal DUVRI (documento unico per la valutazione dei rischi) sino a presiedere i Consigli di Classe?

Non ci siamo; c'è un difetto nel manico; la scuola come ogni organizzazione deve essere dotata di uno staff costituito da persone, ancora parzialmente legate all'insegnamento, ma retribuite in maniera significativa per quel lavoro che, quando lo si fa seriamente, comporta una presenza di almeno 36 ore settimanali (il doppio dell'orario di cattedra). Oltre a figure meno impegnate il DS deve disporre di almeno due collaboratori uno che segua la didattica, a partire dai dipartimenti di area disciplinare, ed uno che segua la scuola come organizzazione e come entità che vive nel territorio.

O si scioglie questo nodo o non se ne esce. E mi fermo qui perché si entrerebbe in questioni di tipo specialistico.

addio alle armi

L'ultimo anno, come detto, me ne sono venuto a Siena: mi piace cambiare e mi piace vivere bene.

Il Bandini è lo storico istituto tecnico commerciale di Siena e quando sono arrivato celebrava il centenario dalla fondazione. E' stato storicamente la scuola da cui uscivano i quadri del Monte dei Paschi e quando sono arrivato stava subendo il declino connesso all'aver sfruttato troppo a lungo una condizione di nicchia. Aver studiato al Bandini non bastava più per entrare da babbo Monte.

D'altra parte Siena è così; la citta storicamente più comunista d'Italia, è anche la città più conservatrice, dove convivono benessere, voto a sinistra e costumi medioevali.

Ho trovato una scuola piena di persone in gamba (docenti e non), dove gli studenti stanno bene e sono curati, ma che viveva male questo spirito di decadenza. Si è cercato di fare qualche cosa: nuovi indirizzi, maggiore cura alla innovazione e all'orientamento, alternanza scuola-lavoro.

Chissa; di certo la crisi del MPS non ha dato una mano.

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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