Giuanina dal Cereda

Questa storia del nome con cui veniva indicata la zia Giovanna mi ha sempre colpito; una specie di inversione dei rapporti tradizionali che prevedevano il primato del maschio, di cui la donna assumeva il cognome. Invece lo zio Alessandro (Locati) veniva indicato come ul marè da Giuanina dal Cereda.

Per via della differenza di età con papà (1908 contro 1914) e del fatto che le donne si sposavano prima, l'ultimo dei suoi quattro figli maschi (Giancarlo, Luigi, Franco ed Enzo) era del 1945, l'anno in cui incominciava la serie di noi fratelli (dal 45 al 59).

La differenza di età ha fatto sì che non ci si sia frequentati molto. Giancarlo e Luigi erano decisamente molto più grandi e infatti, quando avevo 14 anni e non capivo niente delle strane lezioni di fisica del professor Quattrone, fu Giancarlo, già laureato in ingegneria a Padova, a fornirmi le coordinate essenziali e a spiegarmi cosa fossero t0, t1, x0 e x1.

Ma alla fine di quell'anno scolastico (il 60/61) non so bene se in cambio dell'aiuto ricevuto, o perché si faceva così, passai l'estate a fare l'aiuto commesso nel negozio della zia in piazza Camperio (dove adesso c'è il reparto profumeria della farmacia).

La zia era una donna di statura media, molto magra e aveva i tratti tipici del nonno e dei Cereda della Pappina. L'ho sempre vista mangiare poco e soffrire di mal di stomaco e dentro di me temevo che prima o poi sarebbe saltato fuori qualcosa allìapparato digerente, come era accaduto al nonno morto per un cancro allo stomaco e che negli ultimi anni si nutriva prevalentemente di cagiada, lo yogurt di allora. Invece ha resistito ai suoi problemi e, alla fine, se ne è andata per una emorragia cerebrale.

Il suo era il negozio di scarpe storico di Villasanta, sino a pochi anni prima stava all'inizio di via Mazzini: a sinistra dell'androne la macelleria Tornaghi e a destra il negozio della zia seguito da quello di merceria e abbigliamento della Paulota, dove avevo giocato da bambinio prima di andare in collegio.

Il negozio di scarpe, con annesso retrobottega per le riparazioni, non era, come nei negozi di adesso un luogo di vendita forzata di modelli che si bruciano in una stagione. L'acquisto di un paio di scarpe, per una famiglia, era un avvenimento. Le scarpe si comperavano o perché c'era una ricorrenza speciale (per esempio un matrimonio o la cresima) o perché le scarpe vecchie, già risuolate più volte, erano diventate da buttare e la zia Giovanna conosceva i piedi degli uomini e delle donne di Villasanta: la misura, la pianta più o meno larga, il collo del piede, le dita lunghe, i nodi, i calli, …

Il Calzaturificio Monzese aveva chiuso da soli due anni e dunque in negozio c'era ancora un notevole assortimento delle scarpe made in Villasanta con la Corona Ferrea sulla etichetta.

Il negozio era formato da tre grandi locali:

  • il davanti con le vetrine, il bancone, sulla sinistra entrando, le poltroncine e gli appoggia piedi per provare le scarpe, gli specchi e tanti scaffali in cui stavano le scarpe più pregiate, tante scatole bianche con il coperchio, l'etichetta con il logo della fabbrica, il modello, colore e numero; delle vetrine e delle scelte dei nuovi modelli nel campionario dei rappresentanti, si occupava, ovviamente, lo zio Alessandro
  • il retro, grande quanto il negozio, con tre file di scaffali alti sino al soffitto, di quelli ad accesso da ambo i lati; nel retro c'erano sia la scala a chiocciola che consentiva di salire e scendere dalla abitazione che stava al primo piano, sia, sul fondo la Singer e il banco da calzolaio per le riparazioni. La Singer era per le tomaie, una cucitrice ad aghi grandi e che poteva essere manovrata anche a mano, per le cuciture fini o complicate; più tardi arrivò anche una seconda macchina per cucire le suole (quando si poteva; se no si lavorava a mano con punteruoli ricurvi ed aghi speciali). In uno dei corridoi tra gli scaffali c'era il deposito dei lucidi, delle stringhe e delle tinture. Era tutta roba della Gubra di Desio.
  • dal retrobottega si poteva scendere nella cantina, anch'essa zeppa di scarpe, ricordo quelle della Superga, che c'era di già, ed era la marca top per le cosiddette scarpe da tennis, rigorosamente in tela blù e orli bianchi. Della Superga andavano molto le pantofole da donna con la suola di gomma e la tomaia in panno e anche un modello più alto che si chiudeva con una cerniera longitudinale molto usato dagli anziani per tenere i piedi al caldo.

Le riparazioni le faceva prevalentemente il Franco che poi sarebbe subentrato nella gestione del negozio quando la zia Giovanna e lo zio Alesssandro iniziarono a tirare i remi in barca: risuolatura completa, mezza suola in cuoio, mezza suola in gomma, tacchi da uomo, tacchetti da donna, sistemazione di una tomaia deteriorata, cambio delle fodere, sistemazione dello sperone, tinteggiatura con cambio di colore, messa in forma per allungare o allargare una scarpa, …

Franco (che aveva studiato alle professionali dai salesiani) faceva quello che, in fabbrica, avevo visto fare, in maniera seriale da tante persone. Gli attrezzi per il lavoro manuale erano sempre gli stessi: il treppiede, il martello da calzolaio, i coltelli affilati per la pelle e il cuoio, l'immancabile sumensa, le strane pinze per tirare la tomaia sulla forma, i solventi e i mastici, la cera, la pece, fili e corde per le cuciture, …

Prima di buttare un paio di scarpe, che costava qualche migliaio di lire, ci si pensava su ed era assolutamente normale rifare la suola due o anche tre volte. Per i mangiasuole, quelli con il plantare particolarmente pronunciato come mio fratello Sandro, dopo che il cuoio iniziava a presentare i primi buchi si optava spesso per la applicazione di una mezza suola in gomma o in coria (un cuoio sintetico più resistente, ma non traspirante). Erano ancora in circolazione, ma si usavano sempre meno, i ferretti da applicare sulle scarpe dei ragazzini per salvare le punte.

In negozio faceva tutto la zia che, conoscendo le condizioni sociali dei clienti, cercava di tenerne conto nel consigliare marche, modelli e costi. I clienti si sedevano sulle poltroncine, appoggiavano i piedi sull'apposito attrezzo fatto a piano inclinato e la zia in ginocchio faceva provare i diversi modelli, mentre io andavo e venivo con pigne di scatole che venivano appoggiate a terra e sparse sul tappeto: meglio provare la destra, meglio la sinistra, vorrei questo modello ma testa di moro, mi piace la tomaia così ma sarebbe meglio una francesina, le vorrei sfilate come in un mocassino ma non voglio la cucitura sul davanti, Claudio porta un mezzo punto in più di questo modello, …

Fatta la vendita rimanevano a terra un sacco di scatole aperte con le scarpe da mettere a posto e riportare negli scaffali, si passava alla confezione ed è stato in negozio che ho imparato le tecniche di esecuzione di un pacco partendo dal girare la scatola in modo che i bordi sovrapposti della carta vadano a finire di sotto, come la si piega, dove si mette lo scotch, come si mette la corda,  … Sono piccole manualità che non ho scordato più.

Come in tutti i negozi di Villasanta si lavorava prevalentemente a credito con pagamenti quando venivano pagate le quindicine, o quando capitava. Mentre nei negozi di generi alimentari si usava il doppio libretto (uno al negoziante e l'altro al debitore), la zia usava un banale metodo sequenziale: un quaderno su cui si annotavano, data, nome, descrizione e prezzo (con eventuale acconto). Quando il debitore veniva a pagare si cercava sul quaderno giusto in base al periodo e poi si sfogliavano le pagine sino a trovarlo. Se si pagava tutto si tirava un bello scarabocchio e il debito era annullato.

Nel cassetto sotto la cassa c'erano anche i buoni della san Vincenzo. La zia era uno dei terminali della parrocchia e gestiva questi buoni per le famiglie bisognose. Erano dei rettangolini di cartone rigido di 5 cm per 2,5 con la intestazione della San Vincenzo e il corrispettivo: un chilo di zucchero, un chilo di pane, 1 litro di latte e così via. La donna della famiglia assistita riceveva i suoi buoni e con quelli ritirava gratuitamente quanto indicato, nei negozi di generi alimentari previsti. I buoni venivano poi tenuti dal negoziante che li passava alla san Vincenzo ricevendo il corrispettivo in danaro.

Ci si conosceva tutti e non c'erano nè ipocrisie nel dare, nè timidezze nel ricevere; era una cosa normale. Ero impressionato da come la zia conoscessi i piedi delle sue clienti (con i maschi c'erano meno problemi) e dunque indicava il modello in base alle forme e alle deformazioni del piede (allora molto diffuse). Le misure da donna andavano dal 34 al 39, per qualche modello si arrivava al 40 e la più diffusa era il 37. A Villasanta c'era una signora che aveva il 41 e per lei si facevano fare le scarpe apposta; eravamo tutti/e più bassi e con i piedi più corti e i modelli da bambino si fermavano al 33.

La zia era molto religiosa ed era tra quelle che, la mattina presto, andavano alla messa prima, quella che si faceva alle sei o anche prima a seconda delle stagioni. Era una donna decisa e di poche parole; più che la bocca usava la mimica facciale che non lasciava spazio a fraintendimenti.

Con il passare degli anni, quel negozio, sopravvissuto al Calzaturifico Monzese è stato gestito da mio cugino Franco e da sua moglie Carla Massironi che avevano un approccio un po' più moderno. Poi loro si trasferirono e il negozio fu chiuso e venduto mentre la casa di sopra rimase Locati sino alla morte anche dello zio Alessandro.

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
Questa voce è stata pubblicata in Autobiografia, Costume, Racconti e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


7 − = quattro

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>