Il cacciatore di ombre – Tito Barbini

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Quando ho preso in mano Il cacciatore di Ombre mi sono improvvisamente reso conto che alcune di quelle cose erano sepolte nella mia memoria di bambino. Mi sono tornati in mente gli anni del Collegio, i Salesiani, e le fotografie di Missioni Salesiane, del Bollettino Salesiano e di Meridiano 12: fotografie di nativi della foresta amazzonica e di nativi della Terra del Fuoco, e tra queste anche le fotografie di padre Alberto Maria De Agostini, don Patagonia che ho avuto modo di rivedere sulla rete.

Quelle fotogafie, quel tipo di impegno, mi avevano affascinato e probabilmente furono tra le ragioni che mi indussero, alla fine dalla seconda media, a innamorarmi dell'idea di diventare un salesiano per spirito di missione e di solidarietà (ne scrivo in 1956-1960: in Collegio).

Da quelle parti Tito Barbini ci è andato tre volte e ogni volta ne è uscito un libro (Le nuvole non chiedono permesso , Antartide). Le prime due volte si era trattato di una parentesi, un passaggio nel risalire l'America Latina (la prima), il punto di partenza (la seconda) e così Barbini ci è tornato per capire, per vedere, per ripensare a storie di fine 800 e del primo 900 che hanno a che fare con l'Italia non solo per la presenza di don Patagonia (emigrazione, movimento operaio, annientamento delle varie etnie di nativi).

Alberto Maria De Agostini era un cacciatore di ombre e lo sono anch'io. E sono tante le ombre che abitano questi paesaggi alla fine del mondo.

Il viaggio inizia da Buenos Aires perché lì si cercano le testimonianze viventi di chi ha conosciuto padre De Agostini e perché comunque lì sono state compiute efferatezze anche alla fine del secolo breve. Buenos Aires è una città meticcia, un crogiolo di razze e culture, una città che si crede europea, ma che sogna e reinventa New York. … sarà che sono ancora alla ricerca del luogo cui appartengo, e non so se sarà un posto antico cui fare ritorno o un nuovo posto verso cui emigrare.

Perché i salesiani a fine 800 sono venuti in Argentina e poi in Patagonia? Chi era padre Alberto il cui fratello maggiore è stato un grande geografo e ha fondato la famosa casa editrice di Novara grande produttrice di cartografia e che, proprio recentemente, ha terminato la sua attività uccisa dalla digitalizzazione?

Alberto è stato cartografo, alpinista, esploratore, fotografo, cineasta e l'ha fatto da prete, con qualche difficoltà visto che la posizione ufficiale dei salesiani oscillava tra la sopportazione e la messa in chiaro dei paletti da porre a questo giovane che va in Argentina armato di carte geografiche, binocoli, lenti, macchine fotografiche.

Monsignor Fagnano, il primo evangelizzatore della Patagonia che aveva fondato le missioni in cui operò padre Alberto era stato chiaro: "Non vai nella Terra del Fuoco a scalare montagne … vai a fare il prete"

Se prendete una mappa della Terra del Fuoco vedrete che il prete un segno l'ha lasciato: ci sono cime delle Ande e ghiacciai che portano nomi italiani e il grande parco incontaminato a sud ovest pieno di fiordi, laghi, giacciai e montagne porta il suo nome. Nella immagine ho punteggiato lo stretto di Magellano, di cui sentiamo spesso parlare, ma di cui ignoriamo la complessità.

Barbini approfitta dell'arrivo di De Agostini a Bienos Aires nel 1910 per descrivere le condizioni degli emigranti, il loro arrivo. Tutte le storie di emigrazione di oggi sono simili a quelle di ieri. Qualche anno fa ce la siamo presa con gli albanesi e i rumeni che facevano prostituire le loro donne e scopriamo che, a inizio 900, i bordelli de La Boca erano gestiti da italiani e che anche le prostitute erano in larga misura italiane. Dunque gli italiani facevano prostituire le loro donne (!).

Don Brambilla, un salesiano ottantenne, lo ricorda così: Era un uomo alto, magro, La cosa che ricordo con maggiore nitidezza sono i suoi occhi, sempre in movimento, inquieti. Sembrava che le quattro pareti della stanza lo facessero sentire in gabbia. Era abituato ai grandi spazi delle terre australi.

Barbini mi ha invogliato a leggere alcuni dei libri che si porta nello zaino In Patagonia e Anatomia dell'irrequietezza di Chatwin e Patagonia Express di Sepulveda. Mentre va verso sud fa una digressione su Antoine de Saint Exupery, perché l'autore del Piccolo Principe ha lavorato qui ai tempi di padre Alberto; pilotava il postale che quasi ogni giorno da Bahia Blanca arrivava sino a Punta Arenas.

Con la scusa di andare nelle terre dei dinosauri, Barbini conosce il vescovo di Neuquén Marcello Melani, un vescovo salesiano con una storia importante che cerca di riparare agli errori del passato, alle complicità con la dittatura:  la nostra è una pastorale di accompagnamento delle comunità indie. Li affianchiamo per favorire la crescita della persona…Vogliamo valorizzare la loro diversità e la loro tradizione culturale. Ma soprattutto vogliamo tener conto degli abusi che questo popolo ha sofferto.

Nella Patagonia del primo 900 c'è stato un movimento operaio importante. La società Obrera era di orientamento anarchico ed organizzava tutti i lavoratori dagli scaricatori dei porti ai tosatori di pecore.

Tito racconta dello sterminio delle diverse etnie indigene: gli Ona (il popolo delle canoe), gli Yagan, gli Yàmana, gli Alakaluf: il tiro al piccione gelato, la ricompensa per ogni coppia di orecchie mozzate, le balene avvelenate lasciate sulla riva, la carne alla stricnina, tutte cose che De Agostini ha denunciato.

Ho pensato a quanto sarebbe bello se si potesse girare indietro la pellicola degli eventi, ripartire da quando don Alberto viveva da queste parti e magari trovare un altro finale. Allo stesso modo vorrei cambiare diverse cose della storia del mio paese, e anche della mia storia, certo.

Il libro si chiude con la morte di don Alberto e con il ricordo che ne fece Pablo Neruda.

Mi aspettavo una biografia di padre De Agostini, invece Barbini ha approfittato del suo accompagnatore  come di un angelo custode che lo guida attraverso le tragedie, le storie e i problemi di quella terra, quelli più noti e quelli meno noti.


Tito Barbini
Il cacciatore di ombre (in viaggio con don Patagonia)
Vallecchi – 2011 – 274 pag. – 13 €

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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