Riforma della Costituzione 4 – Asimmetrie tra (Sì) e (No)

Dedico questo post ad una questione di teoria politica: dire no è molto più facile che dire sì perché si può essere per il no per ragioni svariate e tra loro in contrasto, mentre quando si sceglie il sì si è chiamati ad accettare una e una sola proposta.

Per esempio, sulla questione dei sistemi elettorali, troviamo alla opposizione  sia i proporzionalisti puri, sia quelli che vorrebbero tante preferenze come si faceva a fine novecento. sia alcuni sostenitori del maggioritario in altre forme: i sostenitori dell'uninominale secco all'inglese in cui c'è un solo eletto in ogni collegio, quello che prende più voti, quelli che vorrebbero il ballottaggio al doppio turno su collegi piccoli come avviene in Francia, quelli che vorrebbero un maggioritario corretto da elementi di proporzionalismo, come era nella legge Mattarella poi sostituita dalla Calderoli.

La scelta a favore del maggioritario, in Italia, è venuta dopo due referendum vinti negli anni 90 (grazie ai radicali) e dentro la crisi della prima repubblica. Da allora la scelta maggioritaria è rimasta una costante nei progetti di legge, anche se posizioni proporzionaliste e posizioni favorevoli ad un allargamento indiscriminato delle preferenze (cancellate dopo gli scandali delle cordate) emergono ogni volta che si parla di legge elettorale. C'è infatti chi identifica la democrazia con la proporzionale (che garantirebbe la rappesentanza di tutti) e chi invece sottolinea che democrazia significa tre cose: elezioni a data certa, leggi che garantiscano ai vincitori il diritto-dovere e le condizioni per governare sulla base del progetto che li fece vincere, garanzia che si possa determinare una alternanza la volta successiva.

Dire sì al referendum vuol dire, indirettamente, appoggiare una sola ipotesi, naturalmente perfettibile ma che, alla fine, è rimasta quella in campo e che ha avuto i maggiori consensi.

L'Italicum (che ho analizzato e discusso a suo tempo) non fa parte della riforma costituzionale per ragioni di diritto costituzionale: le leggi elettorali hanno un rango inferiore, sono opera del Parlamento anche se sarebbe opportuno che durassero qualche legislatura. Ma nella nuova Costituzione c'è una novità che serve ad evitare che una legge elettorale entri in funzione e venga poi dichiarata incostituzionale. Ne trattano gli articoli 73 e 134: prima della promulgazionre delle leggi elettorali è possibile chiedere il parere di legittimità alla Corte che si pronuncia entro 30 giorni e ciò vale anche per le leggi già promulgate.

In proposito c'è chi dice che il parere preventivo corrisponderebbe ad uno snaturamento del ruolo della corte e, in parte lo è, ma con tutte le temperie che ha avuto il nostro sistema, su cose importanti, si tratta di un intervento tranquillizzante nel senso della stabilità.

Dunque avremo un pronunciamento sia sull'Italicum sia sulle nuove norme che riguarderanno l'elezione del Senato in cui bisognerà sciogliere il nodo della scelta degli elettori. Si tratta di poche righe imposte dalla minoranza del PD come compromesso tra Senato scelto dagli elettori e Senato scelto dai consigli regionali (organo di II livello). Non è una questione di fiducia o sfiducia sugli elettori (visto che i consiglieri regionali li eleggono loro) ma la sottolineatura o meno del carattere strettamente politico o regionale della nomina.

Come prescrive uno dei commi dell'articolo 57 "La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi".

Non si tratta di una questione banale: bisognerà ricercare un compromesso accettabile tra l'essere il Senato una Camera delle Autonomie (dunque eletta dai consigli regionali) e tener conto del punto di vista degli elettori e questa è una faccenda su cui si dovrebbe tentare di far prendere qualche impoegno alla masggioranza prima del referendum.

L'Italicum (maggio 2015) nasce come risposta ad una sentenza della Corte Costituzionale (dicembre 2013) che aveva dichiarato incostituzionali alcune parti della legge Berlusconi-Casini- Calderoli su due punti: la mancanza di una soglia per stabilire l'accesso al premio di maggioranza, la totale mancanza di preferenze.

Quando si iniziò a parlarne Matteo Renzi avanzò tre ipotesi possibili per contemperare la sentenza della corte, i principi del maggioritario e il rafforzamento della stabilità di governo. La scelta cadde, su proposta del centro destra, sul modello poi approvato; l'unica variazione avvenne sulla questione del premio di maggioranza da riferire ad una lista e non più ad una coalizione di liste (per spingere alla semplificazione del sistema e per garantire governabilità dopo le tante rotture di fidanzamenti avvenuti solo per opportunismo elettorale.

Una delle obiezioni avanzate da più parti è che per effetto dell'Italicum si potrebbe determinare la dittatura di maggioranza da parte di un partito che, per effetto del ballottaggio, potrebbe avere 340 deputati (54%) avendo vinto il ballottaggio ma avendo avuto al primo turno un consenso molto più ridotto. Sfugge a chi fa questa osservazione che il turno di ballottaggio non è uno strumento residuale, ma una elezione vera con cui si cerca di garantire a sistemi frastagliati la possibilità di governare: l'elettore è chiamato a scegliere chi, secondo lui, deve governare. Trovo singolare che questa obiezione non venga avanzata in riferimento alla elezione dei Sindaci, del tutto analoga e che ha dato buoni risultati.

A proposito di dittatura c'è poi da osservare che con quei numeri non vengono raggiunti i quorum sulle questioni che richiedono maggioranze più ampie di quella assoluta. Come osserva il professor Fusaro: Tutte le maggioranze qualificate restano o sono rafforzate; il Parlamento in seduta comune è un organo ridimensionato ma che conta sempre di 725 componenti; chi ne controllasse 340, grazie al premio, resta sotto di 23 rispetto alla maggioranza assoluta; di 95 rispetto alla maggioranza dei 3/5; di 142 rispetto a quella dei 2/3.
Infine il sistema politico italiano – per ora – è lungi dal garantire che una forza politica sola pur contando su 340 seggi non debba fare comunque i conti con possibili dissensi interni: come accade in democrazia."
E tutto ciò chiude la discussione su tutte le esagerazioni dei catastrofisti in ordine alla elezione del Presidente della Repubblica, dei giudici costituzionali o sulle leggi di rango elevato.

Mi rimane da trattare la questione del Plebiscito. Questa riforma della Costituzione è avvenuta nel pieno rispetto delle norme costituzionali (art. 138) che non sono state modificate, a differenza di quanto si fece in passato sia da parte del centro destra, sia del centro sinistra. Tra Camera e Senato si sono avute 6 letture (nel corso di 30 mesi) sempre con maggioranze tra il 56% e il 58% nonostante siano cambiate le forze a sostegno e nonostante le solite trasmigrazioni avvenute anche in questa legislatura. Durante i lavori sono cambiate le forze che la appoggiavano e sono state introdotte numerose modifiche. Alcuni dei difetti riconosciuti in ordine ai tanti modi di fare le leggi sono figli di queste modifiche ed è normale che l'azione del Parlamento sia meno unitaria di quella di un governo o di un relatore di maggioranza (è un omaggio alla democrazia).

Non essendo stata raggiunta la maggioranza dei 2/3 il referendum confermativo (che non ha quorum, a differenza di quelli abrogativi, perché viene dopo l'iter complesso della doppia/tripla lettura) diventa possibile. Il Presidente Renzi, sin dall'inizio, ha sostenuto, comunque fosse andata, che il referendum ci sarebbe stato. Ora siamo al dunque ed entro tre mesi dal 15 aprile lo possono chiedere i parlamentari o le Regioni. Probabilmente lo chiederanno tutti e ciç è positivo.

Non trovo per niente provocatorio che Renzi e la Boschi, che lo hanno sempre sostenuto, affermino che, in caso di sconfitta si ritireranno dalla scena politica: non mi sembra un ricatto, mi sembra un segno di grande serietà da cui la classe politica italiana dovrebbe imparare. Se metto la Riforma Costituzionale al centro della mia azione è normale, anche se non automatico, che tragga le conseguenze dal risultato.

Il mio auspicio è che votino in tanti, e che si riesca a spiegare alla gente su cosa si vota, che la si smetta di citare i padri nobili e ignobili (a favore o contro) si chiamino Berlinguer, Ingrao, Calamandrei o Licio Gelli. La si smetta di giocare con l'ANPI che vota come casa Pound. Come ho detto c'è asimmetria tra Sì e No e dunque è naturale che il fronte del NO veda la presenza di forze eterogenee tra loro molto distanti. La si smetta, per inseguire l'antipolitica, di mettere i risparmi al centro della attenzione: ci saranno ma non sono l'aspetto principale e l'invito riguarda anche il fronte del NO come potete vedere in questo stesso gruppo.

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
Questa voce è stata pubblicata in Istituzioni, Politica interna e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

2 risposte a Riforma della Costituzione 4 – Asimmetrie tra (Sì) e (No)

  1. Tiziano scrive:

    “dire no è molto più facile che dire sì perché si può essere per il no per ragioni svariate e tra loro in contrasto” .
    Non sono d’accordo. La pigrizia comportamentale dell’uomo risponde sempre Si, il no impone spesso un’azione, che deriva da una presa di coscienza e da un passo seguente.

    Chi tace acconsente, e gran parte degli italiani tace.
    Molti pensano NO per svariti motivi, ma pochi dicono NO.

    • Claudio Cereda scrive:

      sul piano psicologico probabilmente hai ragione, ma io volevo sottolineare l’aspetto epistemologico. Se A, B, C la pensano diversamente tra loro avremo sempre 2 No e 1 Sì per tutte le proposte

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*


− 2 = tre

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>