Big Science, Big Data: fantascienza e Medio Evo convivono

  Tempo fa avevo scritto una nota sull’avvicinarsi di una crisi di crescita accelerata che avrebbe dato luogo a una forte discontinuità, una singolarità come viene chiamata nel gergo scientifico. In quella nota avevo proposto un esame delle conseguenze nella attuale situazione mondiale.

Vorrei ora spiegare meglio alcuni aspetti di questa singolarità, esaminando le conseguenze di una crescita accelerata delle tecniche disponibili nel campo della ricerca scientifica. Questa nota prosegue quanto già scritto per mettere in luce la distanza abissale che separa coloro che vivono già in un mondo di fantascienza e coloro che vivono in un medio evo di pensieri e mezzi materiali.

In generale nella accezione comune quando si parla di ricerca scientifica si pensa alla ricerca in campo medico. I comunicati stampa, le notizie giornalistiche, le interviste televisive che cercano di illustrare i risultati di questo tipo di ricerca, sono quasi quotidiani.

Trascurando le critiche che vorrei fare al modo con cui i media presentano i risultati scientifici, preferisco illustrare aspetti di una scienza diversa, quella che richiede la creazione di organizzazioni grandi, costose e di impianti per condurre esperimenti ed osservazioni tecnologicamente avanzatissimi. E’ una ricerca che viene qualificata come ricerca di base, in quanto non ha una ricaduta pratica e applicativa immediata, ma ha come scopo la crescita della conoscenza. Nonostante ciò, la quantità di tecnologie che vengono esplorate e gli strumenti che vengono creati hanno un enorme valore commerciale, e questo tipo di ricerca produce la nascita continua di nuove imprese estremamente avanzate.

Voglio partire dall’esame del diagramma che vedete in figura, presentato dall’astronomo Andrew Connelly, dell'Università di Washington a una conferenza ad Edimburgo il 30 giugno 2016.

Questo diagramma mostra la singolarità verso cui i sistemi di calcolo stanno andando. In particolare mette in luce tre fatti.

Il primo è molto noto a tutti quelli che si occupano tecnologie dell'informazione: la legge di Moore, che rileva all'incirca ogni 18 mesi il raddoppio del numero di transistor nei processori. In realtà dal 2000 circa la legge di Moore non ha più il valore predittivo, in quanto gli aumenti di prestazione non sono legati al raddoppio del numero di transistor ma a nuove soluzioni di architettura degli elaboratori, le cui prestazioni crescono ora in modo più rallentato. I due fatti poco conosciuti, o del tutto sconosciuti, riguardano la velocità con cui i big data stanno crescendo e la velocità con cui cresce la capacita cognitiva umana.

La velocità di crescita dei dati archiviati nel mondo ha già superato la velocità di crescita rilevata dalla legge di Moore. Vengono generati e archiviati dati sempre più grandi e sempre più in fretta. Ogni minuto Amazon, Google, Youtube, Facebook, Flickr e tutte le reti sociali generano Tera Byte (TB) di dati (1000 Giga Byte).

Il mondo della big science non è da meno. Ogni esperimento al CERN dell'acceleratore LHC produce 25 GB ogni secondo. L'astronomia e l'astrofisica genera dati dell’ordine di TB per un ciclo di osservazioni astronomiche di poche ore di un grande telescopio terrestre che vengono archiviati per poter essere esaminati da gruppi di scienziati in momenti successivi. In complesso gli archivi dei dati degli esperimenti e delle ricerche della big science sono dell’ordine dei peta-byte (1.000.000 di Giga byte).

Ho scelto di parlare di questi campi della big science, e in particolare dell'astronomia perché ho partecipato a una conferenza internazionale che ha radunato 2.700 fisici, astronomi, ingegneri, informatici per 6 giorni a discutere e presentare i progetti in corso per creare telescopi terrestri e orbitanti sempre più potenti. Strumenti che osservano il cosmo rilevando la luce visibile, la luce infrarossa ma anche le onde radio, le microonde, i raggi X e innumerevoli forme di emissione di radiazione elettromagnetica.

Ma ancor più interessante è che in questo periodo i ricercatori stanno progettando strumenti che rileveranno le onde gravitazionali. Ormai gli astrofisici distinguono tra ricerca basata sulla radiazione elettromagnetica (luce, radio, X) e segnali gravitazionali che non sono radiazione elettromagnetica.

Per questi studi sono in costruzione telescopi giganteschi per la luce visibile, come il TMT (Thirty Meter Telescope) che avrà una apertura di 30m., o telescopi per la osservazione di esopianeti (pianeti esterni al sistema solare). Più di 1000 pianeti sono già stati scoperti e tra i nuovi telescopi ce si stanno progettando ce ne saranno di specializzati a rilevare la presenza di molecole organiche mediante lo studio della spettrografia.. Gli investimenti che sono stati mobilitato da Istituzioni di ricerca nazionali e internazionali sono colossali, dell’ordine dei miliardi di dollari, naturalmente distribuiti nell’arco di diversi anni.

La conoscenza del cielo che la comunità scientifica mondiale sta costruendo è aperta, liberamente accessibile da chiunque. Già alla fine degli anni '60 è stato creato il primo archivio di immagini digitali a partire dalle lastre fotografiche prodotte a Monte Palomar e in Inghilterra e Australia negli anni ’60. Questo archivio si chiama Digital Sky Survey. Ne sono state fatte nuove edizioni con immagini direttamente digitali, con filtri per selezionare le bande di luce visibile e l'infrarosso: DSSII, SDSS, … Ognuna di queste rassegne costituisce un archivio che può essere liberamente consultato, per leggere i risultati scientifici o per osservare o scaricare le immagini dei corpi celesti che sono stati fotografati.

A partire dal 2020 sarà pronto il nuovo telescopio LSST (Large Synoptic Survey Telescope), che dal 2023 sarà pienamente operativo. Offrirà immagini del cielo ad altissima risoluzione e in 5 bande dello spettro della luce visibile e dell'infrarosso. Ogni serie di immagini raccolte in 15' minuti di osservazione sarà disponibile su un archivio pubblico nel giro di poche ore. Si parla di volumi di dati misurati in PB (peta byte – 1 milione di Giga Byte).

Per esaminare queste immagini e trovare informazioni utili si stanno studiando nuovi algoritmi, basati sulla intelligenza artificiale.

Torniamo al nostro diagramma e consideriamo ora il lavoro di ricerca che si sta moltiplicando per costruire e far funzionare queste macchine. Riflettiamo sulla singolarità che si sta avvicinando. Siamo vicini al ginocchio della curva, il momento in cui la crescita del volume di dati esploderà. E la mente umana non è pronta e non lo sarà mai. Solo potenti metodi di calcolo potranno analizzare e interpretare questi dati.

Ma a cosa serve tutto ciò? Le ricerche in corso al CERN cercano di spiegare la natura della materia, le ricerche degli astrofisici cercano di spiegare la natura e la storia del cosmo, le ricerche sugli esopianeti cercano di scoprire se altre vite possono esistere nel cosmo o se ci siano pianeti simili alla terra e abitabili. I due filoni di ricerca, materia e cosmo, si intrecciano fornendo risultati ed ipotesi le une alle altre.

Di fronte alla vastità delle domande che la comunità della big science si sta ponendo, la mente da un lato può vacillare, dall'altro sbalordisce di fronte alla enorme distanza tra questi temi e i dibatti quotidiani che ci assillano, e soprattutto di fronte al messaggio di paura del presente e del futuro che i leader politici mondiali ci propongono (magari non tutti). Ma ancor più resta sbalordita tra la distanza abissale tra chi vive una esperienza così vicina ai sogni della fantascienza e chi agisce come vivendo in un medio evo di pensieri e di mezzi materiali.

Che cosa separa questi due mondi? E che cosa c’è in mezzo?

Credo che la natura principale di questa separazione dal punto di vista degli effetti che ha sulle nostre emozioni, e quindi sul modo di vivere la modernità, consista nell’avere creato gli uni una narrazione di futuro grandiosa, partecipando alla quale ci si sente membri di una comunità mondiale che condivide il disegno di scoprire le basi della natura e del cosmo e che sogna la rinascita della spinta esplorativa che ha aperto la modernità con Cristoforo Colombo, anzi quella esplorazione la sta già conducendo.

Il mondo di chi vive in una sorta di medioevo è a sua volta privo di speranza di migliorare le proprie condizioni e le emozioni della vita che conduce lo portano alla fuga con la migrazione o alla disperazione con il terrorismo.

E chi sta in mezzo è dominato da una narrazione ancora diversa: quella di un mondo di paura: paura del futuro, della tecnica, della perdita del lavoro e quindi dei privilegi di cui fin qui ha goduto, paura che le migrazioni seppelliscano definitivamente una condizione di vita relativamente dignitosa.

Se torniamo al relativamente piccolo mondo della Unione Europea, l’uscita della Gran Bretagna sta sconvolgendo questi tre scenari di visione del mondo. I privilegiati che vivono la scienza della scoperta ora temono che dal loro gruppo escano i ricercatori inglesi, il cui contributo è ed è stato sempre essenziale. Forse molti potranno continuare ma tutti temono un rallentamento e il rischio di cancellare alcune iniziative.

I reietti che stanno cercando una riscossa vedranno ancora nell’Europa un modello chi ispirarsi? Una meta cui tendere non solo come modello ma anche come meta da raggiungere? Oppure non potranno che registrare la sconfitta anche di un’ultima speranza di come costruire relazioni di pace e si getteranno nel terrorismo?

Infine chi vive in Europa o in generale nell’occidente dominato dalla paura che riposta potrà attendersi dai leader che stanno rivelando un’incredibile pochezza, prima tentando una avventura senza considerare minimamente le conseguenze e poi nascondendosi per evitare di assumersi la responsabilità della gestione del disastro?

A volte, discutendo con amici, mi capita di affermare che le stragi degli ultimi mesi e degli ultimi giorni sono il segno della perdita di senso del mondo occidentale. I giovani che non partecipano degli ideali di scoperta, che cercano di definire la propria identità confrontandosi con altri giovani e cercando principi da condividere, non hanno trovato risposte nel modello di vita dell’occidente sviluppato, ormai preda, non solo di ideologie, ma di pratiche concrete iperliberiste e ipermercatiste.

Sono convinto che proprio su questo si debba agire, e si tratta di un obiettivo concreto, visibile, incarnato in figure e aziende precise ed individuabili che operano al di fuori di ogni regola derubando il mondo del diritto a una vita dignitosa.

Torniamo al diagramma: la velocità di crescita della capacità umana di comprendere il mondo va accelerata, e questo vale non solo per competere con gli scienziati, ma per dominare le macchine che inevitabilmente si diffonderanno. Questa capacità va anche accelerata per comprender la gabbia in cui i cosiddetti poteri forti ci hanno racchiuso al solo scopo di arricchire di denaro e potere pochi, derubando il resto del mondo. Solo la conoscenza permette di leggere e interpretare la modernità. Si potrebbero chiamare i popoli della terra a una rivoluzione armata mondiale, ma perderebbero, troppa è la forza materiale dei potenti. Solo la conoscenza può liberarci da questa gabbia.

Ricordiamo quel che scriveva don Milani: il povero conosce 100 parole, il padrone 1000. Per questo è il padrone. 

 

Info su Daniele Marini

Laureato in fisica nel 1972 si è sempre dedicato a ricerca e insegnamento di informatica all'Università di Milano. Inizialmente interessato ai fondamenti logici dell'informatica in seguito si è dedicato a ricerche in eidomatica (grafica e immagini digitali). Negli ultimi 15 anni ha avuto interesse in modelli computazionali della percezione visiva di cui si interessa tutt'ora nel campo delle fotografie astronomiche. Ha dedicato 10 anni al Consiglio Universitario Nazionale e al Senato Accademico contribuendo alla attuazione dei cicli didattici (in parte pentendosene). Ora in pensione, dedica i suoi interessi a studi di fluidodinamica computazionale, alla astrofotografia e astrofisica e alle innovazioni tecnologiche e ai loro effetti sui sistemi sociali.
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10 risposte a Big Science, Big Data: fantascienza e Medio Evo convivono

  1. Daniele Marini scrive:

    La critica sull’uso delle macchine, e in tal caso di macchine che puntano ad emulare l’intelligenza è assai antica e da solo il tema richiederebbe interi libri. Solo pochissime cose: nessun ricercatore, salvo pochi che la comunità considera matti, pensa che si arrivi mai a macchine con una intelligenza superiore alla nostra, semplicemente perché il problema è mal posto. Ancora oggi la definizione di intelligenza tra gli esperti di intelligenza artificiale (AI) è incerta. Si riesce a delimitare ambiti di studio molto specifici, in cui il primo scopo è imitare i meccanismi logici (gioco degli scacchi) o deduttivi (sistemi esperti). Il secondo ambito, molto recente, che si manifesta con sistemi capaci di interpretare il linguaggio naturale (Siri di iPhone) emula la capacità umana di classificare. I metodi di “deep learning” altro non sono in fondo che dei sofisticati e potenti algoritmi di classificazione, che affiancatii ai modelli grammaticali e sintattici ideati tra i primi da Chomsy, cercano di risolvere il problema della traduzione. Ma siamo ben lontani da saper risolvere le ambiguità della frase “Le guardie a cavallo della Regina” e produrre la traduzione corretta (oggi Google offre “horse of the Queen's Guards”, migliora ma non ci siamo ancora).
    L’obiettivo neanche sottaciuto è piuttosto quello di ampliare le funzioni collaborative estendendole e inglobando macchine di AI nelle reti di relazioni umane.
     

  2. Daniele Marini scrive:

    Per Giulio Toffoli
    Caro Toffoli, nel ringraziarti per l'impegno che hai messo nel commentare la mia nota, rilevo qui poche cose, infatti rispondere a tutte le tue osservazioni sarebbe assai lungo. Oltre a ciò, condivido alcune osservazioni di Angelo Ricotta e di Cristina Fischer. Inutile quindi ripetere. Il punto sui convegni scientifici colossali rivela una probabile scarsa conoscenza di come questi si svolgono, in nessun modo comparabili a concerti rock, partite di calcio o altro. Raccogliere circa 3.000 persone richiede non solo una organizzazione sofisticata, ma una articolazione degli incontri scientifici su cosiddette sessioni parallele, in modo che ciascuno partecipi alle presentazioni delle ricerche che più raccolgono il suo interesse e in cui possa offrire i maggiori contributi in termini di discussioni. Ma questa osservazione in realtà è lo spunto per chiarire e forse risolvere il dilemma che delinei in riferimento alla enorme dimensione dei dati e al necessario ricorso alla intelligenza artificiale. Qui c'è un grande malinteso nelle tue osservazioni. La sfida dei big data non la affronterà mai un singolo ricercatore, ma, come proprio testimoniato dalle conferenze scientifiche, viene risolta dal lavoro collettivo. E' proprio nella big science che si attua al meglio la collaborazione tra persone e gruppi di ricerca. Siamo di fronte a una estensione sempre maggiore e a una pratica sempre più ampia di lavoro coordinato in reti di ricercatori e gruppi. E' questo il modo con cui l'umanità degli scienziati può far fronte alla sempre più accelerata crescita della complessità. Ma è anche questo il modo con cui tutta l'umanità potrà far fronte in modo collaborativo alla crescita della complessità del mondo.
    Questo mio ragionamento dovrebbe anche chiarire dove e come mi colloco oggi nello schieramento politico (nelle tue osservazione sembra adombrarsi una critica a un ex-sinistro, confuso tra positivismo e idealismo, scientismo e naturalismo). Premesso che odio ogni etichetta, riscontro, come ho chiarito in altri interventi, la scomparsa delle classi sociali e l'aggregarsi dei conflitti attorni a interessi e non più attorno a valori, rimasti marginali presso élite politiche. La visione a volte quasi mistica del potere della rete (intesa come Internet) da parte dei 5 stelle rivela la forte volontà di superare le forme aggregative tradizionali dei partiti politici. Il lavoro collaborativo in rete dei giovani scienziati fornisce un esempio in cui lavorare “in rete” (intesa come rete di relazioni) sia l’unica via per risolvere la complessità. Credo sia evidente la distanza abissale tra la rete “a 5 Stelle” e la “rete del lavoro scientifico”, quantomeno per livelli di approfondimento, capacità di contribuire, discutere apertamente nel rispetto reciproco totale.
    Invitare a riflettere su queste ultime cose è la vera ragione che mi ha spinto a scrivere la nota che ha sicuramente una funzione di provocazione, in cui ricorro a figure retoriche iperboliche. Ma il fatto che anche tu adotti la metafora medievale delle Cattedrali per descrivere i luoghi di creazione della scienza, mi fa sospettare che forse tanto iperboliche le mie osservazioni non siano state.

  3. cristiana fischer scrive:

    Ho inserito su Poliscritture FB un lungo commento all'articolo ma, non capisco perchè, non riesco a copiare qui il mio commento.
    — è questo? (Claudio Cereda) —
    Credo che l’articolo di Marini tratti anche di un problema di *quantità*: quantità di dati da elaborare e quantità di popolazione al mondo con i conseguenti problemi di governance. (Anche Fagan con il tema-complessità vi si riferisce.) Marini considera il rischio di scacco nell’elaborazione dei dati: “Siamo vicini al ginocchio della curva, il momento in cui la crescita del volume di dati esploderà. E la mente umana non è pronta e non lo sarà mai. Solo potenti metodi di calcolo potranno analizzare e interpretare questi dati.” Contemporaneamente incoraggia i giovani a fare parte dell’élite scientifica, che sarà anche collegata all’amministrazione economico/politica del mondo.
    I nuovi intellettuali infatti saranno scienziati, non i letterati e i filosofi del ’900. D’altra parte è giusto che questi ultimi, che hanno riconosciuto il legame tra potere e sapere a proposito di loro stessi, avvertano i nuovi scienziati che il sapere non è mai neutro, dati gli interessi economici e politici coinvolti.
    Marini, se non sbaglio, è un professore, così possiamo capire quali obiettivi e traguardi si propongano agli studenti nelle facoltà scientifiche.

    Due punti mi interessa notare nel testo di Toffoli su quello di Marini. Il primo riguarda il delirio di onnipotenza: “Non si tratta come vorrebbe Marini di una narrazione di futuro grandiosa, ma piuttosto di un delirio di onnipotenza destinato con grande probabilità a concludersi con una matura presa d’atto che le nostre potenzialità conoscitive e biologiche sono certo grandi, molto grandi, ma non infinite. L’onniscienza non è un attributo divino, ma neppure umano.”
    Io mi chiedo, invece, se non si pone qui il problema del *senso* della conoscenza, anche di quella scientifica. Infatti Marini fa balenare alla lontana, in modo leggero ma suggestivo, anche un piano metafisico degli studi scientifici: “Le ricerche in corso al CERN cercano di spiegare la natura della materia, le ricerche degli astrofisici cercano di spiegare la natura e la storia del cosmo, le ricerche sugli esopianeti cercano di scoprire se altre vite possono esistere nel cosmo o se ci siano pianeti simili alla terra e abitabili. I due filoni di ricerca, materia e cosmo, si intrecciano fornendo risultati ed ipotesi le une alle altre.”
    Forse si può pensare che non sia solo una suggestione, ma il riconoscimento che alcuni o molti studenti e studiosi possono già avere una appartenenza religiosa.
    Un secondo punto che mi interessa notare del testo di Toffoli, riguarda il rapporto tra la conoscenza scientifica e quella sociale e politica. Il Tonto, verso la fine, dichiara che la conoscenza non può abdicare “alla sua funzione principale che dovrebbe essere non solo di scrutare la volta del cielo, ma anche le viscere della società, perché è lì che oggi è imprescindibile volgere il nostro sguardo. Nessuno può distogliere la vista da quella realtà, pena la negazione della sua primaria condizione di essere umano”. E continua poi centrando il conflitto tra Galilei e la chiesa sul mistero della transustanziazione, come se, anche per allora, il legame tra visibile e invisibile fosse da intendere solo in termini materiali.
    Credo che, rispetto all’ampio quadro conoscitivo (e persino metafisico) proposto da Marini ai giovani intellettuali scienziati, il richiamo -per altro molto importante- alla collocazione sociale in cui si svolge il lavoro scientifico (“siamo tutti parte del mondo delle merci che ci avvolgono e ci condizionano, quale che sia la nostra realtà nella gerarchia sociale, castale o nella collocazione spaziale”) non possa costituire una diversa piattaforma contrapposta.

    Più interessante invece il paradosso conoscitivo centrato da Toffoli: “non siamo e non saremo mai” dice il Tonto “in grado di analizzare quei dati che andiamo raccogliendo ma saremmo, si presume, in grado di creare strutture cognitive che faranno ciò che noi non abbiamo la capacità di fare. Ti rendi conto del paradosso? Demandiamo alla macchina quella funzione creativa che non ci è più data, schiacciati come siamo da fiumi di dati. Si presuppone insomma che la mente umana abbia la capacità di generare una intelligenza superiore alla nostra che ci supplisca e ci sostituisca in uno sforzo di onniscienza che non ci è dato”.
    Qui direi che il Tonto (ma non c’è netta differenza di posizioni nel dialogo) tonto non lo sia affatto.

  4. Angelo Ricotta scrive:

    Per Giulio Toffoli.
    Condivido diverse cose di quello che lei scrive ma non il suo pessimismo nei riguardi della scienza e della tecnologia.
    1. Big data? Ma si tratta poi davvero di Big Science …
    2.  Speculazione scientifica pura e nell’ombra i vari dottor Stranamore
    "scientista positivista rivisto in salsa XXI secolo"? Questa affermazione più che caratterizzare Marini caratterizza invece il suo rapporto con la scienza. Scientista è positivista sono termini spregiativi che in genere utilizzano  i religiosi, o i credenti in qualche filosofia irrazionalistica, contro la scienza che secondo essi è colpevole d'impicciarsi troppo di affari che riguardano solo le loro divinità. Per me queste definizioni non hanno alcun senso.
    Non tutta la "scienza di base" ha bisogno di enormi tecnologie. Ci sono moltissimi settori  oltre la fisica delle particelle e l'astrofisica (ma per alcuni aspetti anche in questi) in cui tale tipo di ricerca ha bisogno essenzialmente di carta e penna e di una biblioteca.
    Comunque non ci trovo nulla di male nel fatto che la scienza di base, per definizione una scienza che non ha finalità immediatamente applicative, promuova lo sviluppo di tecnologie e di imprese. Non vedo perché in tal modo essa diventi impura. C'è una differenza oggettiva, che tutti gli addetti alla ricerca conoscono, fra scienza di base e applicata, tant'è vero che quando si stilano i progetti per la richiesta di fondi occorre specificare le finalità della ricerca e se scrivi che la tua ricerca intende "chiarire i meccanismi della turbolenza" invece che "si tratta di costruire una nuova potente arma" i finanziatori capiscono bene che la prima è di base e la seconda è applicata e in genere scelgono la seconda. Per fortuna le università e gli istituti di ricerca sono pieni di ricercatori molto curiosi che magari rinunciano ad un finanziamento più lucroso pur di perseguire le proprie aspirazioni conoscitive. Siccome un certo numero di costoro ha anche preso il premio Nobel la ricerca di base ha ancora un futuro. Che poi la scienza di base abbia prodotto a distanza ricadute pratiche ciò non inficia il principio. Quando Einstein dedusse la relazione massa-energia non pensava certo alla bomba nucleare, ma stava rifondando la meccanica galileiana sulla base delle sue contraddizioni con la teoria elettromagnetica.
    3.  Progresso tecnologico rettilineo e Medioevo
    Tutta la storia dei big data mi sembra molto montata, anche da Marini, come ho scritto nel mio intervento precedente. Non c'è niente di strano in tutta questa faccenda. La tecnologia oggi permette la creazione, archiviazione e manipolazione di quantità molto più grandi di dati rispetto al passato. E allora? Le limitate capacità della mente umana non c'entrano nulla. Già all'epoca di Aristotele nessun singolo poteva padroneggiare la quantità di dati in circolazione, perciò esistevano le specializzazioni e le biblioteche. Google, Amazon, Facebook ci usano? Per me no. Anzi sono delle grandi opportunità date a persone che ora possono proiettarsi sulla scena mondiale mentre in passato ciò era riservato solo a delle élite.
    4. Convegni scientifici spettacolari e miliardi di dollari investiti in pura ricerca?
    Gli investimenti per la scienza sono piccole percentuali dei PIL. Non c'è nessun fine recondito in questi finanziamenti. Qualunque governante del mondo capisce che la scienza è un'attività che dà prestigio alla nazione e le sue ricadute sulla cultura e le applicazioni sono sempre positive.
    5. Mente umana e Intelligenza artificiale
    Ho già detto qualcosa al punto 3. Ma che c'è di strano nell'intelligenza artificiale? Negli anni '50 già la si sperimentava al M.I.T. soprattutto nella forma hardware (cito solo Marvin Minsky). Poi si è passati al software. Già da molti anni esistono algoritmi basati sul cosiddetto concetto di "intelligenza artificiale". Versioni più o meno raffinate di essa sono utilizzate addirittura nella maggior parte dei giochi, ad esempio The Witcher, tanto per citarne uno. Programmini didattici come Derive sono in grado di eseguire calcoli simbolici che sono al di là della portata di un laureato in Matematica, e comunque molto più velocemente. Già da un bel pezzo la mente umana non è in grado di competere con certi programmi su specifici compiti, ma tutto questo non riguarda la creatività. La confusione sta qui. L’uomo ha sempre costruito strumenti che amplificassero certe sue capacità. Nell’epoca preistorica scoprì la clava per picchiare più forte, la ruota per andare più veloce, molto più in là il trattore per scavare più efficientemente. Quindi è passato ai calcolatori per i calcoli numerici e infine al calcolo simbolico e a programmi che cercano di simulare il funzionamento della mente umana (AI, fuzzy logic). Ma tutte queste macchine non sono creative, non sono intelligenti nel senso in cui lo è la mente umana. Lo diventeranno? Io non lo so. Per ora non sono le macchine a riflettere sui misteri dell’universo ma persone che si servono di esse.
    6. Futurismi e deliri d’onnipotenza
    Ha fatto male a cestinare il libro di Martin Rees perché dice cose sensate e che sono già allo studio. Invece è proprio la metafisica di Kubrik che non ha molto significato nonostante il grande impatto emotivo del film.
    “miliardi di anni, di milioni di anni luce” sono invece concetti molto importanti. Un tempo, sulla base della cronologia biblica, si stimava l’età della terra in 4000 anni. La scienza ha dimostrato che invece è di 4,5 miliardi di anni e che quella dell’universo è di circa 13,8 miliardi di anni e che c’è una connessione fra queste date: il big bang, l’evoluzione stellare, le leggi della fisica. Le sembra poco? E le sembra che ci sia in questo un basso fine di lucro?
    Sul DNA ho letto il bellissimo e onesto resoconto di Watson “La doppia elica trent’anni dopo”. Anche qui che c’è di strano? La scienza è un’attività umana intrisa di emozionalità e di “difetti” tipici della natura umana. Paradossalmente però le emozioni e i “difetti” (desiderio di far carriera, di conquistare una bella ragazza, di arrivare primo) forniscono ulteriori motivazioni ad ottenere grandi risultati. Ma la scoperta in sé del DNA è un meraviglioso risultato di una scienza pura perseguita ai fini di capire in che consiste la vita (What is life-Erwin Schrödinger-1944).
    Sulle basi biologiche del concetto di razza è sicuro che non esistono? Solo perché lo dice Cavalli-Sforza? E se le dicessi che il metodo da egli utilizzato può essere fallace come alcuni sostengono? Ci sono differenze razziali evidenti ma non ci sono spiegazioni alternative convincenti di questo fatto se si sta alla teoria di Cavalli-Sforza per cui i genomi da egli utilizzati non hanno rivelato alcuna differenza. E se non avesse usato quelli giusti? E se la sua metodologia non fosse sufficientemente sensibile? La scienza è anche questo. Ha l’obbligo di porsi domande scomode senza soggiacere a ideologie di nessun tipo e senza tema di essere accusata di pensieri proibiti. La scienza deve essere totalmente libera di indagare qualsiasi cosa.
    Ho già detto nel mio precedente intervento che gli scienziati partecipano alla vita delle comunità in cui vivono come tutti gli altri, non sono esseri speciali né si sentono speciali.
    Sulle idee di Pietro Redondi su Galileo non posso dire nulla visto che non l’ho letto. Per quel che ne so però la condanna fu inflitta per la sua aderenza al sistema Copernicano.
    Gli scienziati attuali sono figli di Galileo e le assicuro che condividono con lui l’interesse per “la dialettica fra i due Libri”.
     

  5. Angelo Ricotta scrive:

    Per Marini.
    "Sono pronto a parlare di ciò con qualunque giovane precario o disoccupato.
    Equivale a un sano sberlone per tornare con i piedi per terra."
    Però lo faccia davvero e poi mi dica.

  6. Daniele Marini scrive:

    Caro Ricotta non condivido la sua visione che la teoria comandi la sperimentazione. Proprio aver partecipato a quest'ultima conferenza mi dà conferma di una relazione molto più complessa.
    Addirittura siamo arrivati al punto che le scoperte nel campo della fotonica suggeriscono dispositivi di osservazione e misura che offrono agli sperimentatotri la possibilità di studiare fenomeni forse appena immaginati sul piano teorico.
    E' comunque una discussione sterile se debba prevalere la teoria o la sperimentazione, ciascuno di noi resterà della proprioa opinione. Analogamente sulla necessità dei big data: non è la limitatezza della formulazione teorica che induce a raccogliere sempre più dati. In astrofisica è proprio la dimensione del problema (la dimensione del cosmo) che impone i big data.
    AL CERN è la quantità enorme di particelle le più varie che mergono in una collisione che genera big data. Il criterio per distingure ciò che è importante da ciò che non lo è invece sono talmente chiari che sono stati sviluppati algoritmi per permettere l'analisi dei big data in tempi accettabili.
    Infine sulla questione dello sfruttamento del lavoro infantile, desidero correggermi: non si tratta di Katmandu (Nepal) ma di Karachi (Pakistan). 
    Che una giovanotta si consideri una paria perchè non ha la macchina o l'ultimo modello di smartphone è indice del disastro. Anche la figlia di un mio caro amico qualificava la loro come una famiglia di pezzenti in quanto privi di televisione. Ma era una bambina. Ora se un laureato o una laureata magari con uno o due master si considera un pezzente, ebbene ha una maturità di coscienza pari a quella di un bambino viziato. Il mio richiamo ai reietti della terra (un tempo venivano chiamati i dannati della terra) è un invito a guardare le cose con la giusta prospettiva e metterle secondo un giusto ordine di dimensioni, grandezza, drammaticità. Sono pronto a parlare di ciò con qualunque giovane precario o disoccupato.
    Equivale a un sano sberlone per tornare con i piedi per terra. 

  7. Giulio Toffoli scrive:

    Gentile Daniele Marini, ho letto il suo scritto Big Science, Big Data: fantascienza e medio evo convivono che mi è parso interessante, ma non privo di aspetti problematici che rimangono aperti.
    Mi sono permesso di cercare di metterli a fuoco usando il modello dialogico cui sono aduso. Ovviamente sono io che dialogo con il Tonto e non è lei… Potrebbe essere un ponte per un colloquio…
    Fantascienze e medioevi. Su un articolo di Daniele Marini DIALOGANDO CON IL TONTO (6)
    di Giulio Toffoli
    1. Big data? Ma si tratta poi davvero di Big Science …
    “Hai letto l’articolo che ti ho inviato di Daniele Marini, Big Scienza, Big Data … qualche giorno fa?
    Mi era parso degno di un momento di attenzione e perciò l’ho sottoposto alla tua considerazione”.
    Quando il Tonto mi invia qualche cosa vuol dire che ben presto mi sottoporrà ad una specie di esame, per cui leggo e mi preparo senza perdere tempo, visto che è un critico esigente e stimolante.
    “Sì, l’ho letto e ti devo dire che ci sono aspetti che mi interessano e meritano di essere discussi, anche se mi è parso di notare uno spirito di fondo di tipo scientista positivista rivisto in salsa XXI secolo, e poi una serie di passaggi fra le diverse realtà dell’universo del sociale e del sapere che non mi sono parse sempre adeguatamente messe a fuoco nei loro nessi dialettici. In ogni caso da dove vuoi che partiamo …
    visto che certamente hai già una pista pronta da propormi?”.
    “Mi sembra – inizia a dire il Tonto – che già la prima affermazione è degna di una sottolineatura da un duplice punto di vista. In primis l’idea di una crisi di quella crescita accelerata delle tecnologie che forse non ci voleva Nostradamus per prevederla, visto che perfino un profano andando in un negozio di informatica si rende conto che l’euforia di qualche anno fa risulta di molto sfumata. Nonostante cotillon e paillettes c’è ben poco di nuovo in giro.
    Dall’altro l’affermazione che si sarebbe stabilita una distanza abissale fra una specie di casta di puri spiriti del sapere e l’universo mondo che li circonda”.
    “Avevo notato – gli dico – che questa impostazione così imperativa poteva far sorgere qualche dubbio, anche se molto viene spiegato, o per lo meno si cerca di spiegarlo nelle righe successive …”.
    “Sarà anche, ma mi stride quella scelta di distinguere fra un universo della Fantascienza e uno del Medioevo così segnati come alterità. Infatti, come cercherò di farti notare, mi sembra che proprio l’uso di queste immagini così connotate storicamente corre il rischio di indurci a commettere errori ben più gravi di quelli che l’uso di una terminologia più ponderata forse ci porterebbe a fare”.
    “Va bene e allora andiamo al sodo …”
    “La prima affermazione che davvero mi ha colpito è quella che distingue fra una presunta scienza di base “con il solo scopo la crescita della conoscenza” e la successiva affermazione che per realizzare tali voli pindarici sono necessarie “quantità di tecnologie … e strumenti che hanno un enorme valore commerciale … producendo la nascita continua di nuove imprese estremamente avanzate”. Sarà che sono ingenuo, ma dove gira il capitale parlare di ricerca pura mi sembra sempre improprio. Ce lo insegna l’intera storia dello sviluppo delle scienze nel XX secolo e delle relative tecnologie. Se si escludono pochissimi casi di scienziati degni eredi dei grandi spiriti del rinascimento, tutti gli altri hanno sempre pensato alla tasca. Mi pare di intravvedere in questa affermazione uno spirito idealistico che ben poco si rapporta con la realtà dei fatti, con una scienza che è indirizzata verso ciò che è utile e può generare profitto. L’idea che ci sta dietro è quella della neutralità della scienza, del suo essere super partes, che nel caso della nuova scienza mi pare sia negata fin dalle sue origini. Il peccato originale della scienza baconiano galileiana, ed anche nel contempo, bisogna pur riconoscerlo, la sua forza euristica, è di trovare una sua ragione d’essere nella visione di una universale fruibilità della natura sottoposta alla logica allora dello sfruttamento per realizzare un miglioramento delle condizioni di vita umane; e oggi, molto più mestamente, per accrescere a dismisura il profitto da parte di coloro che giocano la grande partita del finanziamento delle ricerche, privati o stati che siano”.
     
    2.  Speculazione scientifica pura e nell’ombra i vari dottor Stranamore
    “Convengo con te Tonto – mi sento costretto a dirgli – ma mi pare che si debba pur riconoscere che anche in questo quadro possono benissimo esistere dei settori che per alcune loro caratteristiche non si adeguano in modo palmare a una semplice logica del mercato e del profitto. Forse alcuni settori del sapere umanistico che sopravvivono ai margini dell’ideologico quotidiano dominante ed anche qualche settore della speculazione scientifica pura, come quella astrofisica che proprio per la peculiarità dei suoi terreni di indagine si astrae da una fruibilità pratica immediata”.
    “Ti darei volentieri ragione se non fosse che proprio la storia della scienza del XX secolo in ogni suo momento corre il rischio di mettere in mora la tua affermazione. Dall’inizio del secolo in poi è andata in scena una spasmodica ricerca delle modalità per inviare nel cielo proiettili sempre più grandi e poi missili sempre più sofisticati, per giungere con il 1944-45 ad una vera e propria tormentosa gara fra statunitensi e sovietici per accaparrarsi gli scienziati tedeschi che in questo settore erano particolarmente avanti. La seconda metà del secolo è stata caratterizzata da una gara per la conquista del cielo, ma è sul finire del secolo che si è avanzato un nuovo spettro, quello delle Star Wars. Lascia stare i film, ma nelle secrete stanze chi ci garantisce che teste matte alla dottor Stranamore non continuino a coltivare i loro pallini. E non dimentichiamo come si è conclusa la seconda guerra mondiale, con la sperimentazione in corpore vili della bomba atomica quando non era proprio necessaria. Oggi è ampiamente riconosciuto che l’atomica fu usata all’interno della nuova strategia della “guerra fredda”, che veniva implementata ancora prima che Hitler fosse sconfitto. Ecco perché questo idealismo scientifico non mi può convincere”.
    “Marini porta un esempio della evoluzione del sapere scientifico in questa particolare situazione, oggi affermando che si va verso una forte discontinuità nella crescita … Anche questo non ti convince?”
    3.  Progresso tecnologico rettilineo e Medioevo
    “I tre esempi che porta sono abbastanza chiari. Forse le conclusioni che tira non sono del tutto convincenti. Vediamo perché …
    Come si diceva all’inizio, l’idea di una crescita rettilinea esponenziale senza soluzione di continuità delle tecnologie dell’informatica era un classico esempio dell’ottimismo scientista positivistico borghese. Non credo ci volesse la legge di Moore, bastava un poco di buon senso per capire che processi di miniaturizzazione sono destinati prima o poi a scontrarsi con qualche muro o, ma qui si entra nel paradosso, giungere a un tale livello da scomparire nel nulla o alle sue porte. Certo ci potranno essere nuove scoperte, ma oggi si tratta nella maggior parte di casi di applicazioni di ciò che già si conosce.
    Piuttosto, ben più significativo appare il discorso della velocità di crescita dei dati archiviati. Tera-Byte (TB), Peta-Byte (PB), milioni e miliardi di dati che vengono giorno dopo giorno raccolti e archiviati. Insomma, quantità che superano ogni umana capacità di comprensione. Attenzione, è qui però che la contrapposizione fra Fantascienza e Medioevo proposta dall’autore inizia a far acqua. Infatti, nel bene come nel male, oggi siamo tutti partecipi di una realtà che ci schiaccia, che ci trasforma in dati, ci amministra all’interno di logiche che ben poco spazio lasciano alla libertà dell’individuo. Che si tratti di Google, di Amazon, Facebook e altre infinite diavolerie del genere o di un programma come Digital Sky Survey, siamo tutti partecipi di una realtà moderna che ci analizza, ci usa, ci trasforma.
    Non esiste più il Medioevo in nessuna parte del mondo. Si tratta di una concezione passatista e forse perfino un poco reazionaria. E non siamo neppure nella fantascienza. Più semplicemente, siamo tutti parte del mondo delle merci che ci avvolgono e ci condizionano, quale che sia la nostra realtà nella gerarchia sociale, castale o nella collocazione spaziale. Insomma, oggi siamo tutti coinvolti, certo ciascuno con le proprie caratteristiche intellettuali, sociali e umane, in un gioco complesso dove non è più possibile nascondersi dietro l’alibi di Einstein che, dopo aver caldeggiato l’uso della bomba atomica, si accorse di essersi reso corresponsabile dell’intero genocidio delle popolazioni di due inermi città … avendo fornito un bell’alibi a un mediocre presidente statunitense che così affermava la sua volontà di potenza”. 
    4. Convegni scientifici spettacolari e miliardi di dollari investiti in pura ricerca?
     “Certo – lo incalzo – mi ha colpito, dal mio punto di vista di profano, la descrizione di un convegno scientifico con quasi 3000 individui impegnati in un tour de force di quasi una settimana. Una tale forza umana mi fa pensare più a una tifoseria di una qualche gara sportiva internazionale o a una qualche fiera piuttosto che a un compito simposio scientifico. Pensa che babele di gente. Mi sono venute in mente alcune immagini un poco tristi come quella dei congressi dei partiti storici, dove un a platea di bonzi stava ad ascoltare semi appisolata e tutto era gestito dietro le quinte; o, ma poi a pensarci bene è quasi la stessa cosa, a un concerto di quelli che piacciono ai giovani, dove si attende pazientemente che suonino le band di contorno in attesa della star. Ma forse fra scienziati non dovrebbe essere così …  O anche lì gadget, selfie e roba del genere?”
    “In ogni caso – una volta tanto il Tonto mi appare più indulgente – sembra che siano stati trattati anche temi interessanti. Ma nota che anche qui Marini sembra essere affascinato più dagli aspetti esteriori dell’attività di ricerca e ci indica come segno del successo le dimensioni sempre più monumentali dei nuovi centri di ricerca che verranno implementati, vere proprie cattedrali della società borghese, e i miliardi di dollari impegnati nei diversi investimenti.
    Si ricade così nella contraddizione che avevamo già notato. Quei miliardi vengono dal cielo? Ci viene assicurato che tutto è aperto, che tutto è libero. Una specie di ode a Karl Popper e alla sua società aperta. Ma chi ci garantisce che le cose siano così e che non ci sia chi fa delle scelte, stabilisce dei contratti d’uso, mette le mani avanti … Non so, ma l’idea di miliardi che finiscono come noccioline nelle mani della pura ricerca mi puzza di bruciato.
    Però sai che sono diffidente … fra gli apostoli ce n’è uno solo che mi è sempre stato simpatico, quel povero Tommaso che voleva mettere il dito nel costato del Cristo e come volevasi dimostrare non c’è riuscito. Uno scettico, paleo-empirista destinato a fallire …
    Ma proviamo ad accettare per un momento che, vista la peculiarità del settore, ci sia una tale forma di cieca filantropia da mantenere migliaia di fisici, astronomi e altre figure finitime per una settimana a congresso e poi per anni a disquisire sulle caratteristiche delle emissioni di radiazioni elettromagnetiche….  è quello che vien detto dopo che davvero mi ha fatto sobbalzare …”.
    5. Mente umana e Intelligenza artificiale
    “Cosa ci sarebbe di tanto esplosivo … Fammi guardare. L’autore sta parlando della raccolta dei dati, la mostruosa quantità di dati che si vanno ammassando, e aggiunge:
    Per esaminare queste immagini e trovare informazioni utili si stanno studiando nuovi algoritmi, basati sulla intelligenza artificiale. – e poi ancora – Siamo vicini al … momento in cui la crescita del volume di dati esploderà. E la mente umana non è pronta e non lo sarà mai. Solo potenti metodi di calcolo potranno analizzare e interpretare questi dati”.
    “Pensaci un attimo – mi ferma con voce acuta – questa è una esplicita dichiarazione di impotenza della mente umana che demanda le sue funzioni ad una “intelligenza artificiale”. Insomma, non siamo e non saremo mai, notalo, in grado di analizzare quei dati che andiamo raccogliendo ma saremmo, si presume, in grado di creare strutture cognitive che faranno ciò che noi non abbiamo la capacità di fare. Ti rendi conto del paradosso? Demandiamo alla macchina quella funzione creativa che non ci è più data, schiacciati come siamo da fiumi di dati. Si presuppone insomma che la mente umana abbia la capacità di generare una intelligenza superiore alla nostra che ci supplisca e ci sostituisca in uno sforzo di onniscienza che non ci è dato”.
    “Però – interloquisco cercando di smorzare la sua enfasi – non mi negherai che le domande che vengono poste sono degne di attenzione: la natura della materia, la storia del cosmo, il problema della possibile esistenza di altre forme di vita in giro per quella strana cosa che è l’universo”.
    Lo vedo che mi guarda di sottecchi, per niente soddisfatto della mia risposta; allora decido di prenderlo in contropiede:
    “Una Fanta on the rock …”
    6. Futurismi e deliri d’onnipotenza
     “Vada per la Fanta – mi dice con una nota lievemente disgustata nella voce – Ma non venirmi a dire che sono cose nuove. Mi capitò qualche anno fa di leggere Il nostro ambiente cosmico, dell’astronomo di Sua Maestà Britannica Martin Rees; lo iniziai con grande speranze; poi, quando mi accorsi che sembrava prendere sul serio 2001 Odissea nello spazio e ipotizzava basi umane sulla Luna, su Marte, nello spazio che, affermava, non potranno essere spazzate via da disastri planetari, ho preso il volume e l’ho gettato nel sacco riciclo carta. Non aveva avuto neppure abbastanza fantasia da valorizzare il risvolto metafisico della conclusione del film di Kubrik.
    No, quelli che mi parlano di miliardi di anni, di milioni di anni luce che separano le infinite galassie dell’universo mi divertono, possono fin affascinarmi, ma nulla più. Non si tratta come vorrebbe Marini di una narrazione di futuro grandiosa, ma piuttosto di un delirio di onnipotenza destinato con grande probabilità a concludersi con una matura presa d’atto che le nostre potenzialità conoscitive e biologiche sono certo grandi, molto grandi, ma non infinite. L’onniscienza non è un attributo divino, ma neppure umano. La falsità dell’assunto dell’autore sta proprio nel parallelo che propone. Al di là della scelta che sa di macabro, di olocausto … quella di Colombo non fu per nulla una spinta esplorativa determinata da un desiderio di sondare qualche cosa di sconosciuto ma un calcolo basato su un interesse materiale ben concreto: giungere al mitico Cataio e appropriarsi delle sue ricchezze facendola in barba a portoghesi e a chiunque altro. Colombo era un individualista, un greve materialista, un avventuriero, un cinico spietato come tutti quelli che lo avevano preceduto e soprattutto quelli che lo seguirono. Nulla a che fare con lo scienziato puro, cosmopolita perduto nel sogno di grandeur cosmica e che poi deve fare i conti, pure lui, con coloro che detengono i cordoni della borsa … Sarei fin portato a credere che perfino questo scienziato-scienziato deve poi confrontarsi con la prosaica realtà del prezzo del latte”.
    “Insomma Tonto, come al solito sei ipercritico – mi permetto di fargli notare – Neppure la Fanta ha fermato i tuoi spiriti bollenti”.
    “Beh, la Fanta è finita da un pezzo ed è proprio il finale che più mi stupisce per questa contrapposizione meccanica fra una specie di mondo di beoti assillati da paure e dalla quotidiana necessità imposta dai bisogni materiali e questa specie di fiaba disneyana della corsa verso il sogno scientifico … Ma poi – diciamocelo tra noi – il sogno di che? Anche avendo compreso il senso del tutto, è pensabile che quando questa galassia si disintegrerà fra 5 miliardi di anni possa restare qualche cosa del progetto umano? Non è che, troppo orgogliosi dei successi ottenuti, siamo ottenebrati da una hybris devastante?”
    “Seguendo questa tua linea – aggiungo – mi sembra davvero almeno ingenuo parlare di “perdita di senso del mondo occidentale” o disperarsi per “i giovani che non partecipano degli ideali di scoperta, che cercano di definire la propria identità confrontandosi con altri giovani e cercando principi da condividere, non hanno trovato risposte nel modello di vita dell’occidente sviluppato, ormai preda, non solo di ideologie, ma di pratiche concrete iperliberiste e ipermercantiliste”. In fondo non c’è da strapparsi le vesti, quello che Marini depreca è proprio il prodotto più vero del sapere dell’Occidente: l’uso del sapere al fine di esaltare l’individualismo, l’egoismo, il narcisismo, la meritocrazia, il successo sempre e ad ogni costo. E non ci si dica che il mondo della scienza è esente da queste tare; la storia della scoperta del DNA con i suoi veleni è lì a monito imperituro… Ancor di più e ben peggio ha combinato la scienza trasformata in ideologia, quando è stata il puntello per le peggiori violenze del XX secolo, come per esempio per l’affermazione delle basi biologiche della teoria della razza. E sul resto val tacere …”.
    “Sì, per concludere, almeno su una cosa possiamo convenire senza difficoltà con Marini: che l’ignoranza non è mai servita a nulla. Ma una conoscenza che non si confronti con la realtà, che viva appartata nelle sue torri d’avorio serve a qualche cosa? O abdica alla sua funzione principale che dovrebbe essere non solo di scrutare la volta del cielo, ma anche le viscere della società, perché è lì che oggi è imprescindibile volgere il nostro sguardo. Nessuno può distogliere la vista da quella realtà, pena la negazione della sua primaria condizione di essere umano. Non abbiamo bisogno di gnomi sapienti, ma di soggetti capaci di guardare con altrettanta perspicacia in ogni ambito del sapere.
    Pensandoci bene, se ha ragione Pietro Redondi ciò che fece dannare Galileo e su cui lui giocò la sua partita non era tanto la posizione della terra nel cosmo, ma il problema della struttura della materia, dell’atomismo che metteva in discussione uno dei pilastri del potere ideologico e religioso della chiesa: il mistero della transustanziazione. Che sia più o meno esatta la ricostruzione proposta è questione secondaria, ma che in gioco ci fosse non tanto un problema concettuale che interessava poche teste pensanti quanto piuttosto una delle superstizioni più profonde che governavano la vita dell’umanità è invece cosa di grande momento. Galileo nella sua meditazione di “Filosofo, astronomo e matematico di corte”, non ha mai perso di vista la dialettica fra i due Libri, quello della natura e quello della vita umana, e qui sta probabilmente la causa profonda della sua sconfitta, ma anche il motivo della sua grandezza”.     
     

     

  8. Angelo Ricotta scrive:

    Non ho detto che l'attività sperimentale sia inutile, ci mancherebbe! Almeno dai tempi di Galileo essa è divenuta il carattere distintivo della scienza. E poi io sono stato uno sperimentale per tutta la mia carriera! Ho detto che però sono i teorici a dettare l'agenda, soprattutto nei settori della fisica delle particelle e nell'astrofisica. Sono questi ultimi che indicano gli esperimenti da fare, cosa cercare, e poi utilizzano i dati per progredire nelle teorie. Questa situazione è tipica di una scienza matura nella quale è la teoria che comanda. In tempi più remoti invece, nei quali la teoria era ancora molto primitiva o non esisteva, era l'attività sperimentale a guidare l'esplorazione. E questa era affidata all'estro degli sperimentatori che procedevano autonomamente nelle loro ricerche. Uno per tutti: fu Faraday, puro sperimentatore senza conoscenza della matematica, a suggerire a Maxwell, raffinato fisico-matematico, a suggerirgli la teoria elettromagnetica, come quest'ultimo ha onestamente ammesso. Faraday poteva procedere secondo la propria curiosità e gusti, in modo completamente autonomo. Oggi, almeno nei settori citati, questo sarebbe inammissibile. Dati gli altissimi costi delle ricerche in questi settori gli sperimentatori devono sottostare alle indicazioni dei teorici e finalizzare le ricerche nelle direzioni indicate da costoro. E i teorici sono spesso, come ho detto, singole persone o piccoli gruppi.
    Sui big data anche qui non ho detto che non servono. Ho solo detto che la necessità di acquisire enormi quantità di dati per spiegare un fenomeno significa che la teoria non è a punto. Se lei frequenta l'ambiente mi meraviglia che abbia da ridire su questi punti. Tutti gli addetti sanno bene che le cose stanno così.
    Sulla chiusa dei bambini di Katmandu sono sorpreso che lei abbia capito che io confonda la loro condizione con quella dei precari della ricerca! Anche qui ho detto "lo stato di reietto è relativo al contesto in cui si vive e si opera per cui anche nelle società opulente ci sono reietti che i reietti di altre parti del mondo non considerano tali". Non è ovvio il senso? Se qui un ragazzo non ha un lavoro affidabile, un'auto, e comunque sufficiente denaro, è un paria perché questo è il nostro stile di vita. Al mondo c'è sempre qualcuno più paria di un altro, siamo 7,5 miliardi di persone! Ma lei pensa che questo possa consolare i tanti giovani qui da noi che non riescono a costruirsi un futuro all'altezza degli standard imposti dalla nostra società? Glielo dica lei a costoro e vediamo che le rispondono.

  9. Daniele Marini scrive:

    Mi spiace contraddirti, ma non è vero che la ricerca sulla materia e sul cosmo stia semplicemente confermando teorie consolidate. Anche soltatno la ricerca sugli esopianet è totalmente nuova. Per non parlare degli studi sulla metria oscura e sulle onde gravitazionali. Per queste ultime è veero che si tratta della conferma di una ipotsi teorica di Einstein, ma il fatto di averla confermata con dati sperimentali costituisce un grande passo avanti. Per quanto riguarda i big data, ancora non è vero che si tratta di dati inutili e racolti perchè non si sa cosa cercare. Dovrebbe documentarsi meglio. Sul ruolo dei singoli appassionati nell'astronomia questo è certamente vero ma non basta una biblioteca o un PC, serve anche una connessione in rete che permettta ad esempio di partecipare al progetto SETI, e anche in questo caso si raccolgono enormi quantità di dat. Per non parlare degli esperimenti del CERN: ogni singola collisione viene studiata con un sistema di sensori che ha le dimensioni di un palazzo di 5 piani ed è questo sistema che genera peet bayte di dati, tra i quali occorre cercare il segnale anomalo. Ormai nella big science il colpo d'ala del singolo dipende dall'enorme lavoro che fanno centinai di sperimentatori ed analizzatori di dati.
    Che i reietti nel mondo ci siano sempre stati è ovvio, ma la situazione oggi ci sta riportando ai tempi degli studi di Engels sulle condizioni della classe operaia Inglese. Cofondere poi i bambini che sgusciano gamberetti a Katmandu con i precari dell'Università mi fa semplicemente arrossire.

  10. Angelo Ricotta scrive:

    Innanzitutto la big science. Certamente attività come quella spaziale, sulla fisica sperimentale delle particelle, sulla costruzione di grandi telescopi terrestri o spaziali hanno bisogno di grandi finanziamenti, di moltissime persone e dell'intervento di industrie ad alta tecnologia. Ma queste attività essenzialmente consistono nella verifica di teorie già note. Per la fisica delle particelle la verifica del modello standard, per l'astrofisica la verifica del big bang, la ricerca dei buchi neri, dell'evoluzione stellare, degli esoplaneti . Attività senz'altro importanti ma coloro che però sviluppano le teorie, servendosi anche di questi dati, sono per l'appunto i teorici che sono sparsi per tutto il mondo in università e istituti di ricerca. Spesso sono singole persone o piccoli gruppi. Non hanno bisogno di grandi strutture ed organizzazioni ma soprattutto di una biblioteca ben fornita, magari con accesso online, e del loro personal computer. Le idee scientifiche più originali nascono proprio in questi contesti. Persino le attività sperimentali più innovative vengono praticate da piccole unità di ricerca in queste università e istituti. Ad esempio gli esperimenti sull'entanglement, sul computer quantistico.
    Insomma la creatività del singolo individuo è ancora l'elemento centrale nella scienza.
    Inoltre la vita che conducono tutti questi addetti alla ricerca è per lo più normale. Anche loro hanno a che fare con i problemi della quotidianità e sono afflitti dagli stessi mali e paure di chiunque altro.
    Sulla crescita esponenziale dei dati. La capacità di produrre e gestire enormi database è senz'altro importante in tutte le attività ma nella scienza questa necessità non è un buon segno. Si raccolgono immense quantità di dati quando non si hanno ancora delle teorie efficaci, non si capiscono i fenomeni e quindi non si ha un criterio per distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è. I troppi dati possono produrre confusione perché non è automatico trarre da essi una teoria, e la loro analisi può comportare enormi dispendi di tempo, energie e risorse di tutti i tipi. Per ottenere una spiegazione scientifica, una teoria, occorre sempre un atto creativo, un colpo d'ala del pensiero di un singolo.
    Sui finanziamenti alla scienza. Ma quanto sono davvero grandi? Quanto pesano sui PIL delle varie nazioni rispetto ad altre spese? Mi piacerebbe saperlo.
    Sulla politica, la gente che vive nel medioevo, i terroristi. D'accordo gli scienziati non vivono nel medioevo, ma d'altronde tanti di noi non vivono in esso. Tutti però siamo soggetti alla politica e al terrorismo. Il mondo è sempre stato pieno di reietti sia da noi che altrove perciò non vedo variazioni nello stato di chi è in, in mezzo e out. Comunque lo stato di reietto è relativo al contesto in cui si vive e si opera per cui anche nelle società opulente ci sono reietti che i reietti di altre parti del mondo non considerano tali, come ci sono terroristi che reietti non sono. Persino nella scienza ci sono i reietti. Infatti nella ricerca è pieno di precari il cui futuro è molto incerto e non sempre dipende dalle loro capacità.

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