La pedagogia della memoria

Elucubrazione meditativa serale con conforto del sorso… responsabile (come dice “pubblicità-progresso”). Più realistico, per la verità, sarebbe il plurale…

Comprendo e condivido i numerosi richiami alla necessità di difendere, sviluppare, esercitare, la capacità di “memoria” nel corso degli studi. Nelle tante e diverse pieghe e collegamenti che tali richiami assumono:

  • dal preservare la scrittura, manuale e in corsivo, come esercizio mano-cervello; un poco come imparare ad andare in bicicletta, non si scorda più; sembra una grande scoperta del pensiero critico nell’era digitale, ma è una “ovvietà” antropologica,
  • al prendere appunti, trasferendo su un supporto materiale combinato e padroneggiato (mano-cervello-parola) i “tag” e i “link” che si rivelano all’analisi, piuttosto che i meccanici ciclotimici e istantanei (senza tempo per l’analisi..) “taglia incolla”; ma quanti scrupolosi insegnanti, almeno nel mio passato, “dettavano gli appunti” in classe….
  • all’imparare a memoria versi e strofe, e detti e sentenze dei classici… un serbatoio di saggezze cui è possibile ricorrere in ogni momento (utile e opportuno) senza aiuto di una “pennetta”.

Fatelo se siete a cena con una promessa, meglio rinunciare se siete a colloquio con un Dirigente del Ministero. Del resto nel vecchio catalogo Hoepli vi era una piccola pubblicazione dei detti e citazioni utili all’uomo colto: ne feci dono ad un mio Direttore Generale, che amava tali fioriture nelle sue “conferenze di servizio”, nel giorno della sua pensione… e non so se me lo feci più amico..

Comprendo, perché si tratta di declinare tali asserzioni in un contesto specifico. Che non è quello della creazione e formazione di “competenze”, ma quello dell’allevamento dei cuccioli: insegnare loro a cacciare nella foresta…

Bisognerebbe ricordare sempre tale condizione, quando si parla (e straparla) di pedagogia. Dobbiamo traguardare l’esigenza di “coltivare lo strumento della memoria” all’impegno essenziale nella formazione dei cuccioli che viene prima, ma molto prima, di quello della costruzione di “competenze” spendibili sul mercato del lavoro (che pure è questione essenziale per la scuola..); e, poiché ne costituisce una condizione di assennata realizzazione, con un impegno da sviluppare, comunque e in parallelo “durante”, i due poli dialettici della formazione: il valore d’uso della conoscenza (zoion logon..) e i suo valore di scambio (le competenze).

Contemporanei e dialettici da sviluppare in modo assennato ed armonico. Una sfida da sempre,. (Da Socrate in poi..). Dicevo: comprendo il valore di quei richiami citati, ma ho dei limiti di condivisione. O meglio ho una condivisione fredda, certo condizionata dai miei anni. Alla mia età si ha a che fare non tanto con la memoria, ma con la memoria della memoria.

Per esempio, a proposito della necessità di mandare a memoria poesie, prose eccellenti, detti e sentenze, date e circostanze, ricordo (un ricordo del ricordo..) come fosse oggi una interrogazione di lettere alla scuola media (quasi sessanta anni fa.. prima della “media unica”).

Un “I cipressi che da Bolgheri alti e stretti…”. Dovevo recitare davanti alla professoressa; e sul “duplice filar..” mi incantai incapace di andare avanti… Mancavano le parole, ma soprattutto avevo perso il ritmo del tà-taratà-taratà del sublime (si fa per dire) verso: “..mi balzaron incontro e mi guardar… ben torni..”….

Maledico ancora oggi tra me e me (complice il sorso..) quell’intralcio di memoria… ma, appunto, è memoria della memoria… (è grave dottore?..). Una brutta figura di fronte alla Albasini (così si chiamava la prof.) e io ci tenevo: lei era sensibile al fascino dei compagni più attivi e interattivi… mentre io ero riflessivo e timido: scontavo un handicap valutativo che volevo a tutti i costi recuperare… Ci misi tre anni a raggiungere l’obbiettivo.

Alla conclusione della terza media fu lei a stracciarsi le vesti apprendendo che (scelta determinata dalle condizioni economico famigliari che suggerivano un percorso breve della superiore..), non avrei fatto il Liceo, ma l’Istituto Tecnico. “Ma come proprio tu…!!” . Certo mi piaceva le letteratura e, di lì a poco, scoprii anche la filosofia (complice, o non ostante, un manuale del Lamanna acquistato su una bancarella dell’usato). Al Tecnico la filosofia era solo una parola… (cito sempre) che, da bambino curioso, interrogato in proposito, “nonno, che cosa è la filosofia..?” Lui rispose (in dialetto che non sono in grado di trascrivere) “è averci pazienza…”.

Ma mio padre fu assolutamente ragionevole: “..forse ce la possiamo fare fino all’Università… ma se intanto impari un mestiere…”.

Stavamo (1959) nel mezzo di un miracolo economico ancora misurato entro un orizzonte di sacrificio ed arrangiarsi, non ancora di entusiasmo e affluenza… Si cominciava ad avere la lavatrice e il frigorifero in casa… ma non ancora la televisione. In casa dei miei genitori arrivò dieci anni dopo e in casa mia, oggi, non c’è…

Che dite? Comprendo il valore dei richiami all’esercizio della memoria (le poesie, i brani, ecc.. ecc..) Ma per condividere appieno vorrei si trovasse il modo per dare conto di una memoria della memoria, che non fa solamente leva sull’esercizio della propria corteccia cerebrale (men che meno della amigdala) ma si cimenta con la risposta alla domanda collettiva “Come siamo arrivati qui..?”. E’ domanda difficile, lo comprendo, perché non si tratta semplicemente di “fare Storia” …

Nella formazione dei cuccioli conta la memoria raccontata e rendicontata del come eravamo… la Storia sarà di conforto e conferma epistemologica… ma per la formazione conta molto la sentenza del nonno (con tutte le sue approssimazioni e anche i suoi errori… si imparerà molto dalle successive falsificazioni..).

Trovarne il linguaggio, la comprensione e la partecipazione ai significati è fin anche più importante del rigore documentario. Personalmente, per esempio, in assenza forzata del padre e del nonno, trovo grande concentrazione di significati della memoria in “documenti” che esulano dalla scientificità della ricerca storica: a volte un film della commedia italiana degli anni ’60 dice più cose sul come siamo arrivati qui.. che non un paio di Unità di Apprendimento volenterosamente messe insieme nel libro di testo, anche il più qualificato.

Non ho risposte, solo questa domanda rivolta sia a chi sottolinea l’importanza del coltivare la memoria come risorsa strutturale dell’ affermarsi della autonomia del soggetto, sia come intelaiatura comune della dialettica del noi che comunque costituisce il contesto della vita comune.

E’ tale assenza che mi colpisce in modo preoccupante per esempio nel dibattito culturale e politico con interlocutori che appartengono anche semplicemente alla generazione successiva alla mia (i possibili miei figli..). Non tanto la differenza delle posizioni, interessi, opinioni (è la democrazia bellezza!); ma l’assenza di una memoria della memoria che testimonia l’assenza di una ricerca della dimensione della noità, che dà significato all’impegno politico, senza la quale il confronto residua solo l’invettiva; l’avversario politico diventa il nemico, gli interessi diversi dai propri diventano congiura, le vittorie o le sconfitte del confronto politico diventano tradimento.

Franco De Anna

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Info su Franco De Anna

Franco De Anna, classe 1946, ora in pensione, è stato uno degli animatori del primo movimento di Scienze a Milano nel 1968 (era a Scienze Naturali). Dal 1999 sino agli anni più recenti ha fatto l'ispettore scolastico nella Regione Marche occupandosi tra le altre cose, sul piano nazionale, delle tematiche della autonomia e rendicontazione sociale della scuola. E' stato segretario milanese, regionale lombardo e poi nazionale della Cgil Scuola. Ha diretto il centro studi della Camera del Lavoro di Milano, l'IRRSAR e l'IRRE. E' autore di numerose pubblicazioni (libri e saggi su riviste specializzate).
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4 risposte a La pedagogia della memoria

  1. Luciano Aguzzi scrive:

    Certo. Ho parlato infatti di "cultura ufficiale" e di "cultura delle istituzioni". A fianco (sia contro, sia semplicemente parallela) vi è sempre stata una cultura "altra", popolare e non, consapevole e non, che ha espresso valori diversi e anche, spesso, gli stessi valori in modo diverso, con un rovesciamento di prospettiva. Non si tratta solo della storia di "servi" e di "classi subalterne", ma anche della storia di frammenti dei ceti dominanti non in linea con la cultura dominante, cioè di "ribelli", di non conformisti, per i più diversi motivi.

  2. Ennio Abate scrive:

    «Propria del fascismo», dunque, non perché fascista, ma perché il fascismo è collocato nel lungo arco della storia di una cultura molto più antica. Se perdiamo di vista questa profondità storica, si banalizza una caratteristica di fondo della storia stessa." (Aguzzi)

    Andrebbe aggiunto per completezza che è "una caratteristica di fondo" non "della storia stessa" ma della storia dei "signori" o dei "dominanti" e che ad essa s'è sempre contrapposta un'altra caratteristica, altrettanto "di fondo", quella della storia dei "servi" o dei dominati o delle "classi subalterne".
    Con una citazione da Brecht, che è col tempo diventata per me quasi una fissazione: Anders als die Kämpfe der Höne sine die Kämpfe der Tiefe! (Diverse dalle lotte sulle cime sono le lotte sul fondo![1]).

    [1] Dal frammento La bottega del fornaio

  3. Luciano Aguzzi scrive:

    «L’esaltazione dei valori quali religione, patria, famiglia, conformismo, etica del lavoro, propria del fascismo». Non mi sembra proprio che questa linea pedagogica e questa esaltazione dei valori elencati sia propria del fascismo. La si trova anche nella cultura classica e via via in tutta la cultura "ufficiale" lungo i secoli del medioevo e dell'età moderna. La si trova però anche nelle culture non occidentali. Direi pertanto che è propria di tutte le società organizzate, da un lato come cultura ufficiale o almeno più sentita della comunità e, in parallelo, dall'altro, come cultura dell'autorità istituzionale (politica, pedagogica ecc.) che domina la comunità. In sostanza le società organizzate, con istituzioni politiche e pedagogiche, sviluppano, tutte, una cultura che esalta alcuni valori che servono a cementare, tenere uniti, insieme, i membri della società e questi alle loro istituzioni di governo. Valori relativi alla religione, alla famiglia, alla patria, alla tradizione e all'identità, all'etica del lavoro (come a quella dell'onore militare ecc.). «Propria del fascismo», dunque, non perché fascista, ma perché il fascismo è collocato nel lungo arco della storia di una cultura molto più antica. Se perdiamo di vista questa profondità storica, si banalizza una caratteristica di fondo della storia stessa.

  4. Ennio Abate scrive:

    Elogio degli esercizi di memoria, sì. Ma, se non si seleziona nella memoria quello che ha valore (e non solo per chi ricorda perché è un *suo* ricordo) , si rischia di fare una ginnastica che non ha obiettivo.
    Qui, ad esempio, a me pare che prevalga solo l'amarcord di un certo ceto sociale….

    Che dice la pioggerellina di marzo
    Le poesie nei libri di scuola degli anni Cinquanta
    Manni Editore

    Fatta salva l’ipotesi che quella letteratura non abbia guastato gli animi di un’intera generazione e non abbia fatto sopravvivere il consenso a una cultura retorica, guerresca e autoritaria, c’è da chiedersi cosa abbia trasmesso, che valori, che dubbi, che pensieri emergessero da quelle letture.

    dall'Introduzione di Piero Dorfles

    L’albero cui tendevi la pargoletta mano; Ei della gondola, qual novità; Il morbo infuria, il pan ci manca; Eran trecento eran giovani e forti; O Valentino vestito di nuovo; Partì in guerra e mise l'elmo; La donzelletta vien dalla campagna… Intere generazioni che si sono formate negli anni Cinquanta conoscono ancora a memoria i versi imparati a scuola, che siano opere di poeti celebri o filastrocche dei “poeti dei banchi”, che scrivevano appositamente e unicamente per i testi scolastici: Pezzani, Angiolo Silvio Novaro, Ada Negri, Zietta Liù, Lina Schwarz, ma anche Diego Valeri, Moretti, Pascoli, Leopardi, Carducci e perfino D’Annunzio, accanto ai poeti “patrioti” Bosi, Mercantini, Fusinato, Giusti. In questa antologia sono raccolte le poesie più diffuse sui libri delle scuole elementari e medie di quegli anni, che dimostrano la continuità culturale e pedagogica della Repubblica con il ventennio fascista.
    L’esaltazione dei valori quali religione, patria, famiglia, conformismo, etica del lavoro, propria del fascismo, prosegue infatti nel dopoguerra, e il libro di testo si conferma uno strumento di costruzione del consenso come era avvenuto nel passato. Il volume ha una struttura per sezioni che riprende quella dei manuali dell’epoca, con vari temi: Famiglia, Scuola, Affetti, Religione, Patria, Lavoro, Povertà e rassegnazione, Storia, Natura e Giocose.
     

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