La scuola cattolica 1 – Edoardo Albinati

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La lettura de La scuola cattolica di Edoardo Albinati procede con metodo, sono ormai arrivato verso pagina cinquecento e sono comparsi i primi riferimenti al delitto del Circeo intorno a cui è stato costruito questo romanzo autobiografico dedicato alla piccola borghesia urbana e al Quartiere Trieste di Roma.

Albinati lo fa a partire da La scuola cattolica, il San Leone Magno dove lui (ma anche gli assassini del Circeo) ha frequentato dalle elementari sino agli ultimi anni di di Liceo Classico prima di scoprire, passando al Giulio Cesare, che il mondo era diverso.

Il romanzo è una miniera di riflessioni sull'uomo, sulla organizzazione sociale, sulla famiglia, sulla scuola, sulla pedagogia del mondo cattolico, sulle classi, sui rapporti tra compagni, sulle ideologie e sul loro peso, sulla formazione della personalità, sulla identità sessuale del maschio, sulle regole in età infantile ed adolescenziale, sulla religione. Nei giorni scorsi, su Facebook, ho già segnalato qualche estratto. I diversi capitoli sono un insieme di saggi sugli agomenti più disparati tenuti insieme da un filo rosso: l'uomo e la sua complessità.

E' lo stesso Albinati, quando la faccenda diventa pesa, ad avvertirci della possibilità di saltare avanti mentre lui continua ad osservare la classe media nel tentativo di capire cosa sta succedendo, cosa è successo e perché è accaduto.

Ho pensato, invece di scrivere una recensione, che mi risulterebbe difficile come scriverla per la Bibbia sia per via della complessità, sia per via della mole, di proporre un assaggio, riservandomi, tra un paio di mesi, quando sarò arrivato a pagina 1'300 di buttar giù qualche riflessione di ciò che mi è rimasto dentro dopo aver cancellato i dettagli.

Come potete vedere dall'assaggio la Scuola Cattolica non è un libro da leggere sotto l'ombrellone e neanche a letto (per via della dimensione che lo rende scomodo da maneggiare). Bisognerebbe annotarlo con dei brevi richiami a matita, ma un po' dispiace (rovinarlo) perché si tratta di un libro da tenere e da riaprire ogni tanto. Il bello delle annotazioni, riviste a qualche anno di distanza, è che ci aiutano a ricordare come eravamo. Perché ho segnato quella frase? La condividevo o la osteggiavo? Ma guarda un po' per cosa mi emozionavo!

Ho resistito all'idea di acquistare l'ebook, per le citazioni brevi ho usato la tastiera e per il capitolo prescelto ho lavorato di scanner. La carta dà altre soddisfazioni. Vi propongo il capitolo XIII della IV parte (Lotta di interessi in un contesto di diseguaglianza). Le parti che compongono il romanzo sono dieci e le tre precedenti si intitolano: Cristiani e leoni, Flesh for Fantasies, Vittoria è farvi soffrire.

Si parla della borghesia che è dentro ciascuno di noi, della borghesia con le sue contraddizioni, del suo rapporto con la religione, della fine dell'Europa priva di identità, della borghesia italiana un po' diversa dalle altre borghesie, ma anche del mito berlusconiano, della sua coerenza, delle ragioni della sua presa e delle ragioni del suo declino.

Buona lettura e acquistatelo pensando al fatto che forse saranno la cultura (e quel suo sottoinsieme che si chiama letteratura) ad aiutarci a capire cosa sta accadendo e se esiste o meno la possibilità di uscirne in maniera decente.


C'è un fatto curioso che riguarda la borghesia.

Studiando la Storia sembra che stia sempre nascendo.

Ogni nuova età infatti inaugura l'ascesa della borghesia.

All' epoca di Ottaviano Augusto, pare che si stesse facendo strada la borghesia. Nel Medioevo, affermano gli storici, nasceva la borghesia, nel Rinascimento rinasceva un'altra volta, il Settecento era il secolo della borghesia, l'Ottocento idem, insomma 'sta borghesia era sempre lì a svilupparsi, a sgomitare, a farsi avanti coi suoi valori e i suoi interessi...

In galera un mio studente, che era stato nelle Brigate Rosse, sosteneva che già durante l'Età della Pietra la borghesia sfruttava il proletariato - là, nelle caverne.)

La borghesia detiene il record di odio e disprezzo suscitato negli appartenenti alle altre classi, e questo è comprensibile, ma davvero sensazionale è la profondità dell'odio scatenato in proprio: le più accese tirate contro lo spirito borghese sono state concepite, scritte, salmodiate in comizi e invettive e manifestazioni, da borghesi. Forse perché sono i borghesi i primi a essere delusi o disgustati dal benessere che essi stessi conquistano. È un aspetto, una declinazione particolare ma non contraddittoria della stessa insaziabilità e dell'acceso desiderio di promozione sociale. Arricchendo, le persone dovrebbero essere più felici e invece subiscono un singolare contraccolpo che le spinge a deprezzare ciò che desideravano. Poiché ci sono dei limiti alla capacità di autoinganno, una volta ottenuto ciò che bramavano con tutto il cuore ed essersi convinti che era questo, esattamente questo che volevano, subentra una profonda delusione che ha cause psicologiche, metafisiche oppure semplicemente cronologiche, dato che quasi sempre si esaudiscono i desideri parecchio tempo dopo averli formulati, cioè troppo tardi: ci si può permettere di acquistare qualcosa di ambito quando non è più così importante o prestigioso il fatto di possederlo, e già altri ce ne hanno sottratto l'esclusiva. Se il feticcio degli anni Settanta, la pelliccia, ce l'hanno tutte, la signora che non la possiede si sentirà menomata, mentre quella che la possiede non proverà alcun piacere.

Spesso desideriamo degli oggetti ma non ne abbiamo la possibilità. Ne avremo la possibilità quando non saranno più così desiderabili.

All'aumento del livello di istruzione, la scontentezza cresce. All'aumento del benessere, sale in gola l'insoddisfazione.

Insomma, chi accumula beni materiali, poi può esserne deluso, arrivando a detestarli o disprezzarli. Se non è lui a provare questa ripugnanza, lo saranno magari i suoi figli. Si oscilla tra il desiderio smanioso di possesso e la condanna più o meno sincera degli effetti perversi che l'arricchimento stesso ha provocato: in noi, nel paesaggio, nella nazione, sulla terra. Tutti vogliono stare meglio eppure tutti si lamentano di stare meglio, dato che la maggior agiatezza ha portato con sé: individualismo esasperato, amoralità, vuotezza interiore, consumismo, abbandono dei valori, morte dello spirito di comunità, appiattimento del gusto, inquinamento, una vita insapore, un'insoddisfazione persino più forte. I beni prima agognati e quindi ottenuti, a costo di grandi sforzi e ancora più grandi compromessi, all'improvviso appaiono sciocchi, repellenti, detestabili. Nei film americani, il ricco manager che conduce una vita al top capisce di colpo che la sua è un'esistenza inautentica. È sempre dal cuore di Hollywood che parte l'attacco a Hollywood. Perché, attenzione, è la medesima cultura a produrre sia la smania di possesso sia la sua più aspra critica, talvolta sono le stesse persone che annegano nei soldi a proclamarsi disgustati dai soldi: e la loro non è, o non è soltanto, ipocrisia. L'attrazione e la ripugnanza rappresentano forse due movimenti dello stesso impulso vitale, che è fatto di tensioni spasmodiche. La sensazione che il benessere sia un fuoco fatuo che non scalda la vita è più profonda di quanto riusciamo a concedere a quella che appare in definitiva la classica falsa coscienza: pensare una cosa e intanto fare l'opposto. Questo dissidio forma fin dall'inizio la coscienza borghese, i cui valori è facile dileggiare, come hanno fatto da secoli scrittori, artisti, cantanti e cantautori, profeti e capi religiosi, moralisti, autori satirici, nonché molti oratori e politici di sinistra ma ancora più sovente di destra a cui per infiammare le piazze bastano tre frasi di invettiva contro i vizi e le contraddizioni e le mollezze borghesi... la morale da bottegai... la vigliaccheria, il campare sulla pelle degli altri... l'ipocrisia bigotta... la famosa formula "guerrieri contro mercanti"...

vecchia piccola borghesia
per piccina che tu sia
non so dire se fai più rabbia
pena schifo o malinconia

La borghesia è da sempre l'idolo polemico di se stessa. Persino la voce dell'Enciclopedia (istituto culturale il cui concepimento si deve allo spirito borghese), che uno si immaginerebbe neutrale, vibra di una certa ironia, se non di malcelato disprezzo, nel darne la definizione.

Eccola qui.

Caratteristiche mentali ed emotive: riluttanza, repulsione, gelosia, ostilità, aridità, angustia spirituale. Uomo scettico, dubbioso, diffidente, gretto, avido, pavido.

Suo esclusivo interesse: fare affari, comprare terreni e case, rivenderli, fondare imprese lucrose, primeggiare nella professione, fare carriera nell'amministrazione pubblica, onde togliersi definitivamente dall'inferiorità sociale patita nei confronti della nobiltà e dei ricchi, e rendere più marcato il distacco dalla plebe. Mercanti, banchieri, giureconsulti e notai, gente d'affari, gente di legge.

Abbandono di ideali e sentimenti cavallereschi.

Laicismo di fondo mescolato a conservatorismo religioso. Fervore religioso, quando presente, intiepidito: quel che si chiama religione domenicale.

Nell'intimo il borghese è sempre stato avverso alla religione persino quando formalmente vi si sottometteva. Da un certo momento in poi, si è trovato alleato ad essa solo perché la considerava l'ultimo baluardo della vita tradizionale minacciata. Avvezzo a ragionare e a questionare su ogni aspetto che lo riguarda (affari, legge, diritti, educazione), il borghese finisce per richiedere i conti anche alla fede che prima professava senza discussione. "Apre un contenzioso con Dio", per così dire, gli fa causa, gli chiede ragione del Suo operato, muove il suo ragionamento incontro a Dio come una pedina sulla scacchiera. Tende a costruirsi da sé una dottrina e a modellarla secondo le proprie esigenze. Non si sottomette ai precetti dell'umiltà; abituato al calcolo ben ponderato delle convenienze, gli ripugna l'idea di una provvidenza onnipotente che lo domina. E così l'ultima possibilità per mantenere un qualche spirito religioso è quella di ritagliarsi per sé un cristianesimo senza morte, senza Provvidenza, senza peccato, senza religione.

Teoricamente avverso al denaro, praticamente dedito a esso. Del denaro non si parla, lo si fa. Desideroso di ricchezze ma anche di ozio e di agio. Interessato alle cariche pubbliche, disprezza la politica come luogo di intrigo.

Il borghese non è mai abbastanza inconsapevole per essere davvero felice. Man mano che invecchiando si riducono le sue forze e si restringe l'orizzonte delle sue aspettative, cresce esponenzialmente la sua delusione. La vita se n'è andata e pochi possono dire di averla vissuta davvero. In quanto custode di un'idea contraddittoria di stabilità e continuità (che infatti confligge con l'altro modello canonico, quello dell'avanzamento sociale) egli vorrebbe far cessare l'incertezza che domina la vita. Ma se questo accade, cioè se ci si assicura davvero un margine di sicurezza economica, ecco che subentra la noia, la monotonia, dato che piacere e gioia nascono dalla discontinuità, dagli imprevisti. È il meccanismo beffardo che governa la legge del desiderio. Sul benessere ci si acciambella come su una sedia ma subito il deretano si indolenzisce e formicola. Senza dire poi che la tranquillità economica, supponiamo acquisita in modo permanente, non ti tiene affatto al riparo dalle altre disgrazie perennemente in agguato, la malattia, la morte dei propri cari o la propria - eventi che colgono alle spalle il più prospero commerciante o l'avvocato di grido. Anzi, a dar retta a certe sante parabole, è giusto su di loro che si accanisce il destino, è sulla prosperità che si abbatte esemplare la mano di Dio, affinché ognuno si dia una regolata sul valore effettivo delle cose di questo mondo. Denari, successo, bellezza, soddisfazione della carne, vanterie dello spirito - tutto ridotto in polvere. Possidenti spogliati di ogni avere in una notte, mercanti afflitti da rogne schifose o accecati da merde di uccello, opulenti albergatori che vengono inghiottiti da un terremoto, ministri che perdono la carica e finiscono sul patibolo prima che faccia sera.

E questo il borghese lo fiuta in anticipo. La sua ansia non può mai placarsi, le forze potrebbero scatenarsi contro di lui in qualsiasi momento.

Dunque, sotto una patina convenzionale di ottimismo indossata per decoro, come la camicia pulita e i pantaloni con la piega, bisogna essere preparati al peggio ("Il peggio verrà, è alle porte, è solo questione di tempo..."). Nella mentalità borghese, ciò che è transitorio è insopportabile. E siccome tutto è transitorio, tutto alla fine risulta insopportabile. A quel punto non restano che il sogno, l'illusione. A forza di non credere a nulla si finisce per credere alle favole più strampalate. Il mito della permanenza, rimuginato e macerato dall'aristocrazia attraverso i secoli, viene iniettato nelle vene borghesi come una droga. Bastano poche generazioni e un rudere ristrutturato per illudersi di aver fondato una stirpe. Di essersi radicati assicurandosi la rendita di ricordi e atti che il tempo man mano sigillerà. Per quanto ogni volta che apre bocca celebri il primato del pragmatismo e della ragionevolezza, nessuno più del borghese crede nei simboli e vi si aggrappa nei momenti di crisi: al suo confronto, aristocrazia e plebe sono di un realismo esasperato.

In realtà il borghese è votato all'infelicità per definizione: la sua morale potrà favorire l'accumulo di ricchezza e prestigio, ma non dare gioia a chi la pratica. La congruenza di mezzi con fini raramente crea entusiasmo. I coniugi Arnolfini non sembrano scoppiare di felicità. E a parte qualche sguardo pasciuto o tracotante, l'immagine che ci consegna la pittura di questi signori e di queste coppie agiate reca sempre le tracce di una insopprimibile angoscia di vivere. L'età dell'ansia, insomma, era iniziata molto, molto, ma molto prima.

vecchia piccola borghesia...
per piccina che tu sia...

Afflitta dalla sua stessa saggezza, sarebbe tentata di liberarsene con colpi di testa o di mano, e talvolta si lascia sedurre da forze estranee in cui crede di riconoscere l'istinto, la vigoria, la gioia spontanea, dato che lei non ne è capace, non è capace di capire cosa effettivamente vuole, cosa sul serio desidera. Rinviati alla fine del mondo l'idea della liberazione, e il sogno di conseguire un'autentica libertà, è obbligata nel frattempo a essere scrupolosa in ogni istante, a prendere sul serio un'infinità di minuzie e a soppesarle nel caso possa rinvenirvi un utile. Il principio del vantaggio personale moltiplica i contatti umani ma li guasta sul nascere. La quantità di cose che vanno misurate eccede ogni misura. Se il nobile era perlopiù nullafacente eppure felicemente attivo nelle sue passioni, il borghese è reattivo - nulla di ciò che fa è autonomo, gratuito, spontaneo, originale - nemmeno lo svago - tutto in lui nasce come reazione a qualcos'altro, come risposta, come risentimento o replica, recupero, contro-offerta, trattativa. Può considerare virtuoso solo ciò che lo mette nelle condizioni di essere produttivo al massimo; tutto il resto non conta o peggio è un lusso, diventa uno sperpero essere una persona con i suoi slanci e le sue magagne; va screditata ogni inefficienza, ogni spreco. Persino la salute serve, un certo cibo fa bene, il sapere si spende, incamerare bellezza tornerà utile, il lusso conferisce prestigio, la montagna distende i nervi.

sei contenta se un ladro muore
se arrestano una puttana
se la parrocchia del Sacro Cuore
acquista una nuova campana

Così cantava Claudio Lolli nel 1972 e noi salmodiavamo assieme al disco questa tetra filastrocca antiborghese. Con la convinzione trasognata di chi è catturato dalla musica: un vettore emotivo capace di trasportare qualsiasi contenuto.

Azzeccatissima la rima puttana-campana che va a formare il massimo contrasto tra le rispettive morali, quella libertaria e trasgressiva della prostituta, e quella beghina e risentita di qualche ipocrita zia cattolica. Romanticamente è ovvio che la nostra preferenza va alla prima, nelle canzoni e nelle poesie la puttana vince a mani basse sulla signora perbene, così come il bandito e il ribelle si mangiano in un boccone l'impiegato. Difficile concepire una ballata del bancario, se non come parodia. Quelle zie sparagnine, conformiste e decorose che secondo il pensiero reazionario hanno mandato avanti l'Italia, restano buone per una caricatura, feroce o bonaria non fa molta differenza, stabilito che si tratta di figure indegne di esser prese sul serio. Il decoro in letteratura è infatti massimamente indecoroso. Tuttalpiù si può schernirlo. Da quando la borghesia è entrata in letteratura, non si fa altro che ingiuriarla, e direi a ragione, dato che ha scalzato i bei personaggi di una volta, eroi ed eroine, moschettieri e principesse, sostituendo la bella gente con avidi social-climber, istitutrici, farmacisti e funzionari depressi. Mezze tacche, insomma. È singolare come proprio gli autori che hanno dato libero accesso in arte a questi personaggi privi di attrattive, li odino o li disprezzino dal profondo del cuore anche quando si identificano in loro: è come se odiassero se stessi e il romanzo fosse la loro valvola di sfogo, un disperato coming out. Sì, sono meschino, invidioso, privo di titoli, eppure vorrei essere principesco e amato come tale. Me lo merito se non altro per la mia franchezza nell'ammettere che non me lo merito. Essendo quasi tutti gli scrittori dei parvenu, che si sono tolti dal pantano della loro origine sociale con un gesto volitivo, estetizzante e sempre un po' disperato, di autolegittimazione, come Münchausen che si tira da solo per il codino, come Tartufo che si costruisce una posizione sul nulla fascinatorio delle parole, essi sanno benissimo di mentire ma sono così affezionati e commossi dalla loro menzogna da credervi sul serio, da diventare persino struggenti per la loro buona fede nel raccontarla. Il peccato originale viene lavato dall'arte. E un esorcismo. Chi è asceso socialmente soffia via dalle scarpe la polvere delle origini, chi è benestante lo sconta aderendo a movimenti che predicano la sua distruzione.

Il borghese la sua investitura se la fa e se la dà da solo. E condannato a cavare regole dall'assenza assoluta di regole e senza appigli o agganci in alto. La morale laica per questo è incerta. E maschera la sua debolezza costitutiva con l'aggressività. Chi è costretto a farsi da solo ha bisogno di essere sarcastico, sprezzante. Se invece il borghese, più che altro per mancanza di tempo da dedicare all'elaborazione ideale, per esempio nell'epoca propulsiva dei grandi profitti e dell'accumulo di fortune, quando non si può far altro che ammucchiare quattrini, se dunque il borghese in quel caso si accontenta di ricevere una morale ereditata, tradizionale, e però accettata come transitoria, provvisoria (per esempio, quella cattolica), inevitabilmente la falsifica. Il suo soffio scettico la agghiaccia. Da una religione tumultuante e mistica, il cristianesimo si fa asciutto e pratico. L'intenso e nauseante odore di marcio che emana dalla carne martirizzata viene spazzato via dalla brezza dell'operosità... dove per sacrificio tuttalpiù si intende la dedizione al lavoro e il risparmio domestico. Igienizzato e interiorizzato, in modo che non desse scandalo con testimonianze troppo ardite, amputato di ogni slancio sconveniente, abbassato il suo tasso di superstizione ma non azzerato del tutto, affinché almeno gli strati popolari continuassero ad abbeverarsi alla fonte di misteri, apparizioni e sanguinamenti, il cristianesimo si rivelava adatto alla nuova funzione. Bastava cambiare di segno a certe equazioni simboliche: per esempio, l'anatema contro il denaro, che aveva tuonato fin dalle origini sulle labbra del Maestro, in modo inequivocabile. Così è stato per qualche secolo, e ha funzionato a meraviglia: l'anima cristiana e lo spirito borghese viaggiavano accoppiati e facevano l'uno il gioco dell'altro, forse la Chiesa pensava di essere lei a cavalcare la tigre usando quel tipo di Realpolitik che l'ha traghettata fino a oggi, fatta di spregiudicate alleanze con gli avversari più acerrimi, servendosi di loro per renderli inoffensivi, in vista del trionfo che le spetta: invece, dopo averla prosciugata per bene, e quando ne è rimasto solo un residuo ingombrante, la religione è stata messa da parte prima dalla borghesia, proprio da lei!, quindi da tutti gli altri. Non funzionava più, era esaurita "la sua forza propulsiva". Comunque troppo poco moderna, e vincolante, e irta di ostacoli e densa di precetti, per quanto ammorbiditi e smussati e svuotati.

Oggi il cristianesimo, in Europa, è una pratica estravagante e minoritaria, e dove non è così, se non accetta di essere così, semplicemente non esiste, è stato espunto dall'orizzonte della vita quotidiana. Anche se desidererebbe ardentemente rimettere in circolo un po' di sangue caldo, non può permettersi il lusso di essere fanatico, vista la concorrenza sleale che su questo piano gli fanno gli altri radicalismi religiosi, dunque gli tocca sempre ripiegare, essere cauto, tollerante a denti stretti, ipocritamente conciliatorio, quando ognuno capisce bene che non può esistere una fede basata su sentimenti così flebili e generici. (Ecco il delitto inespiabile dell'Islam oggi: avere e coltivare una fede che in Occidente non si ha e non si coltiva più. Questo e non altro è causa di timore e disgusto ma anche di un filo di invidia da parte degli occidentali.) Non c'è davvero bisogno di Dio per rispettare il rosso ai semafori, pagare le decime e gettare la lattina nel cassonetto differenziato (oddio, forse in Italia sì, giusto il fuoco dell'Inferno ci farebbe rigare dritto: ma in Svezia, in Svizzera?). Tutto congiura per abolire la religione come un lusso antiquato o sostituirla con un mutuo meno impegnativo. La fede è una follia, un fuoco che langue e poi si spegne se alimentato con le aride ostie della ragionevolezza. Ciò che è dimostrabile ha poco valore.

E poi c'è una clausola del contratto con cui il cristianesimo si è consegnato allo spirito borghese, nominandolo suo procuratore o agente universale, che si rivela alla lunga svantaggiosa: voglio dire quel baratto in cui, per conquistare il resto del mondo sulla scia delle flotte imperialiste, si perdeva l'Europa. Questo era il pegno, lo scambio. Bene, il contratto è stato onorato, l'Europa è stata perduta, credo per sempre, prova ne è che i suoi legislatori hanno vergogna a nominare il cristianesimo tra i suoi princìpi ispiratori: la Grecia sì, i Romani sì, gli illuministi pure, ma Cristo, che per primo ha detto che tutti gli uomini sono uguali, no. Ecco, se l'Europa ha voltato le spalle a Gesù, Gesù resta legato mani e piedi all'Europa, come un ostaggio che va per forza dove vanno i suoi rapitori.

Se il cristianesimo non poteva essere, per la borghesia, altro che una morale provvisoria assunta strumentalmente, eppure essa vi è rimasta avvinghiata in modo così tenace e tanto a lungo, questo è perché la borghesia, nel frattempo, non si è dimostrata in grado di produrne un'altra. Malgrado gli sforzi anche di menti di primo piano, non è mai riuscita ad andare oltre affermazioni generiche ed enunciazioni astratte. Decaduta quella cristiana, si resta semplicemente senza etica, e si è costretti a raffazzonare e cucire insieme pezzi di altri codici religiosi o morali, brandelli di liberalismo o socialismo, che con quote lottizzate vediamo rappresentati nelle commissioni politiche che hanno in appannaggio la discussione su: eutanasia, fecondazione artificiale, controllo delle nascite, famiglia. Forse il patchwork può fungere da modello a una società ma non certo dell'etica generale che la governa.

Allo stesso identico modo, da un giorno all'altro, come se non ci avesse mai creduto prima, e non l'avesse posta al centro di un intero sistema di valori, la classe media ha mollato la retorica patriottarda di cui si era nutrita lungo cent'anni e un paio di guerre mondiali, per le quali si era partiti con grandi hurrà e sventolio di berretti, sostituendola con un pacifismo improntato ai medesimi valori egoistici che sostenevano l'ideologia buttata a mare. Molte bandiere arcobaleno sventolano oggi per le stesse ragioni per cui sventolavano quelle nazionali solo pochi decenni fa: la difesa nuda e cruda dei propri interessi, o almeno di quelli che a torto o a ragione si ritiene essere tali. La guerra "non c'interessa più", mentre prima "ci interessava", dunque veniva fatta, giusta o sbagliata, non importa. Non esistono in effetti guerre giuste o sbagliate, esistono solo guerre che si vincono o si perdono. Comunque, non ne vogliamo sapere nulla. Tenetecene fuori, per favore. Prima sembrava che i nostri interessi dovessero essere difesi con il sangue, oggi sembra che il sangue, specie se innocente, tutto sommato li danneggi. Pace. Pace. Lasciateci in pace. E allora che fine ha fatto quella parola, che scottava la bocca e il cuore, Patria, il suo vuoto da cosa è stato riempito? O non erano quelle parole stesse un vuoto, puri nomi, idoli verbali per tenere insieme la vita? Se non ci sono più Dio e Patria a intiepidire il vocabolario della classe media, essa finirà per raggelarsi e accartocciarsi come la foglia secca del poeta. Se non si possiede o non si è posseduti da una retorica, si sta muti. Non dico senza idee, ma proprio zitti, ammutoliti. Le altre infatuazioni come la Cultura, il Comunismo, sono state troppo passeggere, e poi restano fondamentalmente estranee allo spirito con cui la borghesia ha intrapreso la sua lunga lotta, mentre il Denaro da solo non fornisce una sufficiente legittimazione, e nemmeno un'autolegittimazione. Anche quando è lo scopo effettivo per cui si vive, be', non si ha mai il coraggio di dichiararlo ad alta voce, «Io penso solo ai quattrini» è una frase che potrà essere pronunciata da sbronzi o per sfida o per esibizione di cinismo o battendosi il petto al culmine di un'autoaccusa, ma sarebbe insostenibile se detta seriamente e a mente fredda, non si regge da sola, il Denaro non è un valore o forse lo è ma è spendibile in tutto tranne che come valore, dunque se il Denaro non può essere speso cessa di essere quello che è, contraddice la sua natura, si volatilizza, il Denaro insomma c'è ma non se ne può parlare, è un mezzo e non un soggetto, e infatti più uno è ricco e meno ne parla, il Denaro si ha, e si tace, solo chi ne ha poco ne parla.

In Italia esisteva un'unica eccezione a questa legge ed era una persona che non ha parlato altro che del proprio Denaro, ossessivamente, e malgrado fosse e tuttora sia il più ricco, ne parlava come se dovesse assicurare in primis a se stesso di possederlo, dovesse toccarlo con la lingua come un tempo, per stare tranquilli che fosse sempre al suo posto, si infilavano le mani sotto il materasso per tastare il gruzzolo, lui invece intinge la lingua nei soldi, ogni volta che deve far capire chi è lui, parla dei suoi soldi. E ha qualcosa di struggente il rito, come quello di Fagin in Oliver Twist, che tira fuori il suo tesoro dal buco e se lo rimira tra le mani.

Quasi tutte le sue affermazioni in ogni campo o settore, anche lontani da quello del Denaro, erano sempre concluse e sigillate dalla formula: "E potete fidarvi di uno come me, che ha fatto un sacco di soldi!". Alcuni sostengono che questo continuo richiamarsi al Denaro si debba alla sua incurabile paura della morte. Altri che sia la rivincita del parvenu, che ha bisogno ancora di rivalersi su quelli che ha raggiunto e superato in ricchezza. Altri che egli lo ricordi di continuo per suscitare l'ammirazione e il desiderio di identificarsi in lui, dato che, secondo costoro, gli italiani hanno ormai il Denaro come unico valore di riferimento. Altri ancora dicono che si tratta di un adeguamento alle maniere degli imprenditori americani, che non hanno falsi pudori nel dichiarare le loro fortune, «L'anno scorso non è andata un granché, ho guadagnato solo 35 milioni di dollari...», anche se dubito che lo facciano con tanta ostinazione, come dubito che un pensionato che tira alla fine del mese possa essere portato a identificarsi in un uomo felice di ostentare così sfacciatamente le proprie ricchezze, e ad ammirarlo piuttosto che a odiarlo. A me girerebbero le scatole a sentirmi dire tutto il tempo «Guardate me, prendetemi a modello...!», come fa lui. Ma a modello de che? Goditi i miliardi e falla finita, blatera il vecchietto scorbutico nascosto nel mio cuore, in cui presto mi trasformerò anche fisicamente, agitando il bastone. La fortuna altrui non è che ecciti i nostri sentimenti migliori, simpatia o benevolenza, anzi.

Altri ancora hanno costruito su questo imprenditore e politico di incredibile successo la teoria che egli rappresenti, in realtà, l'italiano medio elevato a potenza, una specie di italiano al cubo, summa e amplificazione di pregi e difetti ma soprattutto dei tratti comuni né buoni né cattivi che formano il carattere italiano: una specie di turbo-italiano, insomma, per usare la definizione con cui durante la guerra in Jugoslavia venivano chiamati i nazionalisti più accesi delle diverse etnie, turbo-serbi e turbo-croati. Costui sarebbe appunto un turbo-italiano, una proiezione pantografata dell'immagine che gli italiani amano dare di se stessi, corredata di vizi ripugnanti e di innegabili, talvolta entusiasmanti virtù. Questa opinione viene espressa con il tono leggermente schifato, di commiserazione, con cui si è soliti parlare dell'Italia. Che volete, signori, l'italiano è così... non ci si può far niente. Pigro e laborioso, saggio e scervellato, scettico e fanatico, afflitto al tempo stesso da un complesso di inferiorità e da uno di superiorità, pare che il suo carattere anfibio si presti meravigliosamente agli esperimenti dei politici e all'esercizio infocato dei moralisti, ai quali comunque resta, sotto sotto, indifferente. Che scrivano pure quello che vogliono. Lo scandalo della sua mobilità e versatilità non potrà essere sanato da fondi di prosa indignata o lenzuoli di poesia civile. Del resto, quando una coscienza nazionale si basa quasi per intero su proclami retorici e cristallizzazioni di figure leggendarie come santi e banditi, basta una sassata a sbriciolarla, e una volta andate in pezzi le vetrate istoriate che ne narrano le gesta, si precipita dritti nel buio della mancanza di identità. L'indistinzione resta la sola alternativa alla bugia. O è un mito vero a metà, oppure non esiste affatto, l'italiano. Dall'esaltazione si passa dritti al linciaggio. Persino la nostra borghesia dev'essere pregata in ginocchio perché si comporti da borghesia, almeno un pochino, e che diamine, come nel resto del mondo civile, verso il quale si nutre sempre una profonda invidia mista a disprezzo, quello che prova il servo furbo nei confronti del padrone sciocco. Impossibile mettersi al medesimo livello degli altri, abbiamo sempre un destino speciale, noialtri, un primato da vantare o un'onta da nascondere. Il filantropo si svela pedofilo, l'eroe che tutti adoravano ha scassinato la cassetta delle offerte, confermando la sensazione che si trattava di un trucco, di un inganno ben congegnato, quello che aveva contribuito a formare la loro prima immagine. Teatro, insomma, palcoscenico, ed ecco spiegato anche l'amore irriducibile verso il melodramma, non come genere artistico ma come postura sociale.

Puntualmente e spesso a opera di loro illustri connazionali, gli italiani vengono sgridati perché non sono francesi, o inglesi o scandinavi, ma appunto italiani. Già un secolo prima che entrasse in scena il personaggio in questione, il grande corruttore, c'era chi li accusava di adorare il Vitello d'Oro. Di avere venduto l'anima. Quale anima? Di quante anime siamo dotati? Ancora non avevamo acquisito uno straccio di identità che già ci si lamentava di averla perduta.

Eccoci al punto. Forse costui, di cui taccio l'ovvio nome, è il solo borghese che ha avuto l'impudenza di manifestare, di sfogare senza remore e senza freni il proprio risentimento. E le ambizioni altrimenti inconfessabili: aspirazioni smisurate. Io sono capace di, sono all'altezza di, possiedo, posso tutto. La mia capacità di acquisto è illimitata. Sono amico e padre. Come dice un noto comico, a un matrimonio lui vuole essere lo sposo, a un funerale vuole essere il morto. Le centinaia di barzellette che circolano sul suo conto, dove si prende in giro la megalomania e la smania di essere Napoleone, Gesù Cristo o, male che va, papa (col nome di Pio Tutto) non si allontanano dal vero. Si manifesta in lui al massimo grado la smodatezza d'animo caratteristica di un'epoca che ha rotto ogni argine, dove a chiunque viene riconosciuto il sacrosanto diritto di aspirare a ogni cosa. Nella borghesia le grandi ambizioni o mancano del tutto o si manifestano in modo catastrofico. In un mondo diviso in caste alla vita degli individui venivano assegnati compiti e orizzonti rigidi, evadere dai quali era impossibile, e la grandezza si misurava appunto neh'accettare tali imposizioni di ruolo, qualsiasi esso fosse. In quello attuale, i vincoli sono allentati al punto che ci si può immaginare, angosciosamente o con sfrenato godimento, di non possedere alcun destino, alcun limite segnato in anticipo. Non ci si può contentare mai di ciò che si è ottenuto, e il confine tra la mediocrità e la gloria si fa così indistinto che continuamente si scambia luna per l'altra ed è necessario alzare la posta per timore di aver mirato troppo basso. Di qui il tormento di non aver scelto la strada giusta, sia nel senso di aver sbagliato obiettivo sia di aver sbagliato il cammino per arrivarvi oppure di non possedere il passo giusto per anticipare gli altri ed evitare che se ne impadroniscano, tagliandoci fuori. Se il primo errore rivela un'incertezza esistenziale, il secondo e il terzo sono forse ancora più umilianti, perché ci si vede sorpassati nella propria corsia da altri competitori più abili, dotati o spregiudicati. Nulla essendo precluso a nessuno (almeno in via teorica), qualsiasi obiettivo conseguito risulta frustrante perché potrebbe subito essere vanificato da qualche altro exploit.

Restava, in effetti, su questa medesima linea, il sesso. E il sesso la nuova frontiera su cui avanzano mercificazione e saturazione globali: ed è stato infatti il sesso, un virtualmente ininterrotto baccanale, è stata quella euforica baldoria di possesso integrale del tutto, dalle parti intime di fanciulle travestite da infermiere alle menti divertite dei commensali che assistevano alle orge, è stato non a caso il sesso l'apice trionfale e l'inizio del declino del campione borghese di cui parlavo prima. Si tratta di una curva fisiologica: l'impiego ultimo, l'estrema conversione del denaro non può essere che quello di comperare il corpo, i corpi, di riacquistare la dimensione corporea da cui ha avuto origine, da dove proviene, di re-incarnarsi. Dalla forza primitiva della mano che batte o falcia, alla curva tonda di due natiche che si aprono mostrando la fica e l'ano. Tutto ritorna lì. E compiendo questa scelta -cominciare per forza a invecchiare e morire. Non è più economia o politica, è fisiologia.

Ma potrà mai la borghesia riuscire a diventare interamente pornografica?


Edoardo Albinati

La scuola cattolica

Rizzoli, 2016, pag. 1294, 22 €


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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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4 risposte a La scuola cattolica 1 – Edoardo Albinati

  1. valerio grassi scrive:

    Giunto all'appendice coi pensieri di Cosmo, ho mollato. In parte erano già stati riportati. Non ho neanche capito se i quadernetti del prof. Cosmo fossero reali o di Albinati. Letto in Kindle in 36 ore, probabilmente troppo alla svelta. 
    Albinati è del '56, pochi riflessi del 68. Da parte mia, invidia per chi ha fatto il classico con dietro una famiglia ricca. Impressione che l'Edoardo si sia divertito molto più di me. L'SLM non doveva essere poi male se ha preparato i compagni di classe Lodoli e Albinati alla scrittura. Uno insegna al Professionale, l'altro a Rebibbia. Stipendi ridicoli e tanto tempo a disposizione. Bene impiegato, però.
    Libro da leggere senz'altro. A essere maligni, si potrebbe mandarne una copia a Salvini. A distanza di anni di "Roma ladrona", sono arrivato alla conclusione che mi lascerei amputare dall'Italia il varesotto piuttosto che Roma (vedi il napoletano Sorrentino). Poi, se Albinati tiene alla Lazio, sono davvero cazzi suoi!

  2. Cristiana Fischer scrive:

    Cattivo servizio reso ad Albinati, nel senso che non credo leggerò 1300 pagine per sentirmi spiegare la contraddittorietà umana: dalla sua ignavia all’orrore. Ma va’? Non lo sapevo mica…
    Spero che tu, Cereda, visto che sei in treno di finire il libro, ci dirai se Albinati propone qualche punto di leva, se no, perché confermarci così a lungo in quello che maledettamente tutti sappiamo?

  3. Claudio Cereda scrive:

    Per Angelo Ricotta e per Ennio Abate
    Ho letto le vostre osservazioni e vorrei precisare che, secondo me, non ci si deve rapportare a questo libro nello spirito del sono/nonsono d'accordo. Albinati ha scelto un tema, fortemente condizionato da vicende autobiografiche, e ha deciso di scavare.
    Non siamo tutti borghesi, medio borghesi o piccolo borghesi, ma quello è l'ambiente del Quartiere Trieste. Non cercherei nemmeno di fare paragoni accademici (come fa Ennio). Questo è pur sempre un romanzo con tutti i suoi limiti di non scientificità e di non rigore.
    L'approccio tra un  capitolo e l'altro risente di un po' di frammentarietà mentre, all'interno di un tema, nel nostro caso la riflessione sulla borghesia, a me piace questo contraddirsi, ritornare sulle cose, allargare lo sguardo e poi improvvisamente ridiscendere.
    Per quanto riguarda l'educazione cattolica la mia posizione non è di negatività, anche se ne vedo tutti i limiti. Ne ho parlato in due capitoli della mia autobiografia (quello dedicato agli anni del Collegio, il sesto, e quello dedicato agli anni di GS, il nono).
     
     

  4. Angelo Ricotta scrive:

    Non mi sono mai piaciute le etichette. Quando da giovane ascoltavo le canzoni di Claudio Lolli che ce l'aveva a morte con la borghesia, specie con la piccola, mi chiedevo: ma cos'è questa borghesia? Cos'è la mia famiglia, borghese, medio borghese, piccolo borghese, proletari, contadini, parvenu? E io cosa sono? In effetti i miei erano stati contadini poi emigranti e indi piccoli commercianti ma si campava sempre in ristrettezze. Io sono stato l'unico in famiglia della mia generazione  a prendere la laurea e a conquistarsi un lavoro nel pubblico. Gli altri si erano sempre arrangiati così così in proprio. Leggendo i passi riportati di Albinati non una delle caratteristiche da egli elencate mi si attaglia, insomma non mi riconosco minimamente nella sua descrizione perciò dovrei concludere che io, e tutta la mia famiglia, borghesi non siamo mai stati, di nessun livello e da generazioni, per quel che la memoria può risalire. Ad esempio sul patriottismo. Io mi sento patriota ma non guerrafondaio o pacifista. Ma allora cosa siamo? Non c'è una categoria, così come vengono definite, che mi calza. Secondo me ha ragione da vendere Gianfranco La Grassa quando dice che bisogna abbandonare le categorizzazioni perché non hanno valore scientifico. A proposito della religione cattolica, ambito nel quale sono nato e cresciuto, io ho frequentato la parrocchia a suo tempo, e ho fatto pure il chierichetto, anche se occasionalmente. Quel periodo infantile-giovanile fu per me un periodo felice. Eravamo in tanti, ci si divertiva, si facevano i campeggi e ci si istruiva: avevamo accesso a libri, riviste, dischi, si faceva teatro. Il primo pezzo di musica classica che ho mai ascoltato è stato proprio lì: la Walkürenritt di Wagner. Nell'ambiente non ho mai avuto sentore, all'epoca, di problemi di pedofilia. Persino il catechismo era occasione per le prime discussioni sulla teologia e la filosofia. Anche se in seguito mi sono distaccato intellettualmente dal dogmatismo ritengo che gli insegnamenti etici che ho ricevuto siano tuttora validissimi. Penso perciò che la chiesa cattolica ha una sua funzione anche se certe cose andrebbero cambiate o corrette.

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