Partita doppia: Maurilio Riva

Partita doppia è un romanzo autobiografico e dunque, come si fa con i gialli, non ve lo racconto nei dettagli.

E' la storia di una generazione, che è anche la mia, vista al setaccio della individualità. Chi sono? Da dove vengo? Come mi rapporto agli altri? Sono capace di amare? So prendere delle decisioni? Come mi rapporto con le emozioni? Perché mi ostino a voler cambiare il mondo se poi, alla fine, non ci credo? Perché sono ultimativo su certe cose e accomodante su altre?

La narrazione avviene su tre piani perché il protagonista Remo Naffin, morto di cancro al polmone e non ucciso dalle BR come aveva sognato/sperato, ha lasciato all'amico Marco Mannella la chiave della sua scrivania con la preghiera di combinarci qualche cosa. Dentro ci sono 8 agende, 8 anni di vita, dense di considerazioni, appunti di diario e tanto altro materiale classificato che riguarda ciò che accade intorno a lui.

Tutto questo deve sparire. Sono cose che non devono essere portate a casa mia. Riguardano me, la mia-mia vita, i miei-miei pensieri. Sono i miei segreti segreti. Non voglio che siano fonte di sofferenza per alcuno. Prenditene cura. Vedi se ti possono servire per scrivere quella storia.

Così Marco Mannella mette insieme il materiale e dunque il grosso del racconto è dato direttamente da Remo che ogni tanto si sdoppia e fa comparire, a margine, le considerazioni critiche su di sè (la voce della coscienza).

Un tipo inquietante come ebbi modo di descriverlo un giorno. Inquietante ma non in termini dispregiativi. Remo era sicuramente un inquieto. Un agnello sacrificale. Apparteneva a quella razza di persone che si caricano sulle proprie spalle tutti i mali del mondo. Anche quando nessuno si è mai sognato di chiederglielo, scrive Marco e infatti negli appunti di Remo troviamo questa descrizione di sè:


Piango solo per me. Per le cose che da sempre non vanno. Piango per me, pianta sradicata. Albero senza terreno. Ponte sospeso nel vuoto. Senza fine. Senza principio. Piango per me. Per la mia incapacità di amare. Per il mio bisogno di amore. Piango per me. Piango per non essere stato amato oltre le convenienze e senza contropartite. Amato perché esisto: io, unico e solo al mondo. È pretendere troppo? Può darsi. Non saprei riconoscere altre forme d'amore. Forse è questo il guaio. Puntare al massimo. Non accontentarsi. Vorrei smetterla di occuparmi degli altri. Dovrei imparare a curarmi di me stesso.


Come scrivevo in apertura, quella narrata nel romanzo è la storia di una generazione che avendo messo la politica al primo posto si è ritrovata con un pugno di mosche e diverse difficoltà sul piano esistenziale: ama troppo e dunque non riesce ad amare. Ma il pugno di mosche è arrivato alla fine di una vita ricca e forse è questo aver vissuto quello che conta per davvero.

C'è Remo con la sua storia d'amore clandestino che, come tutte le storie clandestine non è destinata a durare, c'è la scuola serale, ci sono le dinamiche aziendali, c'è il tornio a revolver, c'è un po' di storia del sindacato (da Pizzinato a Tentin), ci sono le tragedie dei morti degli anni di piombo (quelli uccisi dai fascisti e quelli uccisi dai compagni con la Hazet 36 che non è una pistola, ma una chiave d'acciaio al cromo-vanadio), ci sono i gatti che ti scelgono per essere amati nella loro autonomia, ma poi muoiono e ti resta la disperazione, i libri, gli amati libri (dieci ne compri e uno ne leggi, ma gli altri li tratti con amore nelle loro buste di custodia).

Ed ecco allora qualche passaggio:


il sindacato

Dopo la stagione dei consigli e il tramonto dell’unità sindacale era infine prevalso il sindacato dei e per i sindacalisti. Il sindacato era cosa loro. Apparteneva a una casta fuori da ogni controllo se non della cordata maggioritaria che attuava su se stessa. E sul grado di fedeltà e obbedienza - affidabilità la chiamavano - nel resto dell'organizzazione.

Si era diffusa nel sindacato in carne e ossa una pratica che riduceva la democrazia ai confini dell'organizzazione: l’apparatcik, la globalità dei funzionari sindacali e i Dav, delegati sindacali a vita.

Il sindacato era stato denominato la casa comune. Di chi fosse questa casa, oggi, non era dato sapere. Di chi la abitava in quanto incaricato a svolgere un compito sociale, un lavoro di tipo peculiare? Di chi, essendo dirigente, occupava a vita le sue stanze? Oppure dei soci che, con le loro quote e il loro attivismo volontario, ne avevano consentito l'acquisto? Altro che casa comune, la casa si era trasformata in palazzo e gli inquilini-habitué ormai ne seguivano le logiche. Un palazzo in cui ai non addetti era quasi impossibile entrare.

I libri

Il suo rapporto con i libri era simile al suo rapporto con la vita. Per anni si era limitato a comperarli, a guardarli rigirandoseli tra le mani. Li sfogliava, li annusava, li accatastava. Certo, ne leggeva. Non tantissimi. Una parte infinitesima di quelli che acquistava. Era troppo grande lo scarto fra ciò che ammucchiava e ciò che era in grado di interiorizzare. Non ce l'avrebbe mai fatta.

Aveva affinato un sistema di sottolineature che bisognava saper decodificare. Prima di tutto, mai effettuarle con strumenti diversi dalla matita e mai in modo troppo marcato. Visibile ma non tanto da sciupare la pagina. Il libro non doveva essere ferito. Tre i possibili codici di evidenziazione: una riga verticale a lato di un brano significava: degno di interesse; due righe verticali: interesse raddoppiato; una riga verticale accompagnata da una seconda riga parallela a serpentina indicava un interesse marcato.

La moglie

Con Amalia, le cose non andavano per il verso giusto, il loro rapporto si era logorato da tempo. Alle spalle “l'amore che strappa i capelli”, non restava che “qualche svogliata carezza e un po’ di tenerezza”. Erano rimasti congiunti, Remo non sapeva bene come: per abitudine? per paura di ricominciare? Sembravano, a vederli, due mondi separati. Come i pendolari: sullo stesso treno, forse sulla stessa carrozza, seduti magari uno accanto all'altro. Mai insieme.

La partita doppia

Non accampi discolpe e ti auguri solo che il tempo renda agli altri tutto più accettabile. Quello che conta alla fine delle storie che si chiudono è sapere che altre se ne apriranno e che il risultato sarà un valore positivo. Non per te. Sai già che, andandoti di lusso, sarà a somma zero.

I morti vani

Non era per nulla insignificante, in quegli anni, il numero di coloro che l’“Hazet 36”, andava a comperarsela nei negozi specializzati di Ferramenta e Utensileria. Mostrandola agli amici come un vanto e ricevendone spesso il plauso. Non ci si scandalizzava per nulla al suo cospetto né per lo scopo per cui sarebbe stata utilizzata. Sembrava normale che negli scontri di piazza - in quelli alla pari, non negli agguati proditorii - la testa massiccia e stondata dell’arnese potesse impattare contro il cranio di un uomo, quantunque di opposto colore. Contro le sue ossa. Sembrava abituale e legittimo.

I morti degli anni ’70/80: i più inutili. I morti vani. Dispiace dirlo. Per i morti, è ovvio. Non è a dispetto di chi ha perso tutto, senza volerlo, che viene espresso il crudo giudizio. Ci mancherebbe.
Morti che si potevano e dovevano evitare. Per voltare pagina una volta per tutte non sarebbe bastato almeno ammetterlo?

È finito il sogno. Finito. Kaputt. Finita la possibilità che qualcuno si prendesse cura di me. Mi restano i gatti. Invecchierò. Studierò e leggerò. Scriverò. Devo comperare un sacco di libri.

I vecchi compagni

Remo li osservava. Guardava quelli che avevano fatto le sue stesse esperienze. Sembrava che tutti - chi più chi meno - avessero realizzato qualcosa. Li esaminava. Alcuni erano irriconoscibili. Avevano venduto l'anima al diavolo per un piatto di lenticchie. Sembrava che stessero meglio di lui. Molto meglio.
Avevano smesso di correre sui treni fermi molto tempo prima di lui. Raggiunto un equilibrio e imparato a vivere. Li guardava. Li ascoltava. Raccontare dei loro viaggi. Della loro vita mondana. Dei loro sport. Delle loro case. Dei loro mobili. Delle loro cantine rifornite. Il buon salame che arriva dall'Emilia. Il vino generoso da imbottigliare. I vasetti sott'olio. Persone adulte.
Li guardava ma non provava invidia per loro. Neanche un po’. Li sentiva, li vedeva, li voleva distanti. Alcuni arrivava a compiangerli. Per altri che lo avevano schifato non provava sentimento alcuno. Dentro di sé li aveva ripudiati. Come non fossero mai esistiti.

La morte

Non apriva bocca se non aveva qualcosa di motivato da dire. «Sono al capolinea», mi aveva buttato lì. Che dovevo rispondergli? Non sono capace di menzogne caritatevoli. «Almeno succeda tutto in fretta», ha poi aggiunto.
«Mi mancano i miei gatti...», ha mormorato un'altra volta con gli occhi persi e rivolti alla luce solare che entrava dalle grandi finestre della stanza. Smarriti forse dietro un inconfessato pensiero: «Mancherò loro?», al cui posto pronunciò l’inevitabile: «Chissà se riuscirò a vederli ancora...».

Se grande è la caduta e
il fragore del tonfo non importa.
Importa invece il valore della posta
e la fatica per giungere alla meta.
Di mulini a vento, amori effimeri
e corse da “scemo” su treni fermi
non importa.
Importa invece il sogno: etereo
come noi, come ogni cosa,
nel tempo estremo.


Partita doppia

Maurilio Riva

Lettere animate, 2014, 248 pagine, € 15.00 disponibile in ebook a € 2.50


 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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