populismo o paura del futuro?

Dopo la vittoria di Trump alle elezioni in USA vediamo acrobatici esercizi di interpretazione che hanno in primo luogo lo scopo di rifare il belletto a opinionisti e se-dicenti politologi che hanno preso una cantonata colossale.

Naturalmente anch’io speravo in una sconfitta di Trump, ma le previsioni del giorno prima che davano un distacco del 70% a favore di Clinton mi lasciavano assai perplesso. E mi dicevo che era inutile stare alzato a sentire commenti dotti su dati farlocchi, era meglio dormire e vedere i fatti veri il giorno dopo.

E sul piano della salute ho fatto bene.

Ma veniamo al significato che penso si debba attribuire alla vittoria di Trump. Dato per scontato che il voto a suo favore è una protesta delle classi medie e basse che intravedono prospettive assai negative, cercherò di dare una chiave interpretativa un poco più approfondita dalla quale forse si può trarre qualche indicazione su come evitare che il disastro si aggravi, si estenda ai paesi europei e ne emerga una valanga che ci travolgerà tutti.

Da alcuni anni osservatori attenti dello sviluppo tecnologico avvertono che ci avviciniamo a una fase di crisi nel senso di una fortissima accelerazione dell’espansione delle tecnologie informatiche ed elettroniche nella vita quotidiana. Questa accelerazione viene anche messa in luce a volte da divulgatori e giornalisti, naturalmente sempre con toni assai elevati e preoccupati. Alcuni parlano di singularity, qualcuno su questo nome ha fondato una Università privata, altri pubblicano saggi sull’arrivo della singolarità. Questo messaggio arriva a tutti, insieme con il vissuto concreto del licenziamento dal posto di lavoro che è stato sostituito da una macchina o da un software.

Consideriamo due figure emblematiche che vivono questa tragedia di perdita di ruolo, reddito e condizione sociale: l’impiegato di banca e il contadino.

Le banche online hanno una necessità di personale enormemente inferiore alle banche con sportelli aperti al pubblico e la crisi finanziaria sta accelerando sia la concentrazione delle aziende bancarie, sia la loro trasformazione con l’introduzione di soluzioni tecniche sempre più spinte. La figura emblematiche del bancario fa scorgere che assai simile destino attende impiegati che svolgono attività simili. Alcune di queste attività sembravano protette a causa della necessità di interpretare e comprendere i bisogni dei clienti, ma gli sviluppi dell’intelligenza artificiale, in particolare delle tecniche di apprendimento automatico (machine learning) permettono di superare questo limite. Lo permettono in quanto le tecniche in questione non sono altro che metodi sofisticati ed efficienti di classificazione e di riconoscimento. Presto (anzi già sono in corso sperimentazioni molto avanzate) interpretare e classificare i dati diagnostici di un paziente sarà compito di macchine e software sofisticato, che, rispetto al medico tradizionale, avranno accesso a milioni di dati storici di altri pazienti che hanno sofferto di patologie simili.

Veniamo alla seconda figura emblematiche quella del contadino, o meglio dell’agricoltore/allevatore. Scelgo questa figura perché, come la precedente dell’impiegato di banca, costituisce una categoria sociale importante nel cuore degli Stati Uniti. Abbiamo letto che la crisi ha azzerato i debiti di questi lavoratori, piccoli o medi proprietari, le banche hanno sequestrato i loro beni o non hanno più erogato prestiti per consentire di proseguire la produzione.

Ma c’è di più: anche qui la rivoluzione tecnologica è arrivata e si va espandendo togliendo del tutto qualsiasi futuro. Mi riferisco alle tecniche della agricoltura di precisione” (precision agriculture) che si avvale di sistemi automatizzati per guidare trattori e trebbiatrici, macchine per concimazione e per la raccolta che non si limitano a spargere concimi ma creano e adattano in tempo reale le miscele alle caratteristiche della porzione di terreno e della tipologia della pianta.

Il raccolto viene compiuto ancora da macchine automatizzate, controllate in remoto, che mentre raccolgono pesano e valutano la qualità separando diversi gruppi. Le condizioni della vegetazione sono controllate periodicamente con sistemi di telecontrollo (sorvoli aerei, analisi di immagini satellitari, droni) e i loro referti guidano interventi per migliorare l’irrigazione o spargere anticrittogamici nel giusto momento del ciclo vegetativo.

Ora di fronte a questa rivoluzione tecnologica che speranza ha l’agricoltore con qualche diecina di ettari di potersi riprendere dopo la crisi che già gli ha tolto la possibilità di operare con qualche sicurezza? Non ha certamente i capitali per convertirsi alle nuove tecnologie e presto la sua terra verrà comperata da qualche multinazionale. E non ha le conoscenze tecniche necessarie a compiere almeno un piccolo gradino per cercare di sopravvivere. A differenza dell’agricoltore o allevatore italiano che è inserito in filiere articolate che sanno curare prodotti locali specifici, non ha neppure una tradizione di qualità legata alle caratteristiche dei luoghi

Vi garantisco che quello che ho raccontato non sono frottole o invenzioni e gli impiegati, i medici, gli agricoltori, gli allevatori americani hanno intuito, se non capito con chiarezza, che sta arrivando uno tsunami tecnologico che lo travolgerà.

Per questo hanno votato Trump, anche se Trump, forse – ma non ho seguito nel dettaglio i suoi discorsi e i suoi programmi di governo – non ha fatto alcun riferimento alla rivoluzione tecnologica e alla crisi in arrivo.

E non hanno votato Clinton (almeno non in numero sufficiente) perché sono convinti (credo con ragione) che il famigerato establishment non ha alcun interesse a governare la nuova rivoluzione industriale, tutti concentrati a tutelare gli stipendi astronomici, i bonus, i fatturati della finanza mondiale.

Già molti osservatori hanno detto che ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione industriale, la rivoluzione dell’automazione e della intelligenza artificiale, ma pochi (in verità non ne conosco nessuno) hanno cercato analogie con quel che successe nelle precedenti rivoluzioni industriali.

Cerco quindi, con le mie modeste conoscenze storiche, di riflettere su due fatti: in Europa le rivoluzioni industriali sono state seguite a breve da rivolte popolari che, una volta represse, hanno portato a forme di restaurazione di governi autoritari o l’insorgere di governi fascisti. E questo a partire dal ’48 (1848), per arrivare ai fascismi del ‘900. Alcune nazioni sono state relativamente immuni da questi processi, come l’Inghilterra, a causa della lunga tradizione di democrazia, ma soprattutto a causa delle Colonie in cui potevano emigrare cittadini inglesi in difficoltà. Gli Stati Uniti hanno evitato i fascismi in parte per la stessa ragione ma soprattutto perché la dimensione del paese e il continuo afflusso di immigrati ha rapidamente diluito le crisi sociali. Anche altri Paesi Europei hanno potuto calmierare le pressioni ricorrendo all’emigrazione nelle Colonie.

Ma oggi il mondo è cambiato più radicalmente. Anche soltanto a “fiuto” le popolazioni mondiali si rendono conto che stavolta la crisi durerà non tanto per le difficolta della finanza, ma soprattutto perché l’impresa è cambiata, si ristruttura ed espelle i lavoratori umani. La via di uscita dell’emigrazione oggi vale solo per le persone maggiormente istruite tra gli occidentali o per gli esclusi dell’Africa e dei paesi non sviluppati

Quando ero giovane alla fine delle analisi politiche si concludeva domandandosi che fare? Stavolta una riposta ce l’ho e vale certamente per l’Italia, per tutta l’Europa ma anche per gli Stati Uniti.

In Italia il governo dovrebbe prendere il bilancio statale andare a verificare la spesa per la scuola e la Università e almeno raddoppiarla. In questo modo potrebbe aumentare in modo molto significativo gli stipendi degli insegnanti, libererebbe le Università dai vincoli che impediscono il reclutamento dei giovani ricercatori e che potrebbero soprattutto richiamare docenti e ricercatori che sono emigrati. Provate a pensare a quale impatto avrebbe questa decisione: il Governo ti dice che sì è vero la crisi è difficile, dietro l’angolo si profila la scomparsa del lavoro come lo abbiamo conosciuto e la cosa più importante che possiamo fare, visto che è impossibile fermare il treno dello sviluppo tecnologico in corsa, è accelerare potentemente sulla crescita culturale dei cittadini potenziando la scuola e rilanciando l’Università e la ricerca. Certamene è una visione di lungo periodo, almeno di una generazione ma nel frattempo una fascia di persone, gli insegnanti, che sono tra coloro che più stanno soffrendo la perdita di status, potrebbero tirare il fiato e con loro le loro famiglie (e in Italia parliamo di 2-3 milioni di persone coinvolte, mica pochi!).

Un programma di questo genere potrebbe essere attuato a livello EU, ma anche gli Stati Uniti ne trarrebbero vantaggio, visto il disastro in cui si trova la scuola pubblica e le stesse Università che vedono differenze abissali tra le grandi e famose e quelle diffuse nel territorio di tutti gli Stati.

Ma, cosa ancor più importante, sarebbe non tanto un segnale quanto un vero e proprio programma politico di respiro Europeo che finalmente prende sul serio lo slogan della società della conoscenza lanciato ormai quasi vent’anni fa e mai attuato. Finalmente avremmo una Unione Europea che sa dove sta andando e la smette di stare ferma a compulsare i bilanci per cercare scarti decimali o centesimali. Equivarrebbe a quando Kennedy affidò alla NASA il compito di andare sulla Luna e di fatto tutto il paese sì sentì impegnato in questa missione. Oggi le popolazioni europee sono deluse dal processo di integrazione della Unione e non sanno dove stanno andando, sono come greggi senza guida. E’ ora che qualcuno dica chiaramente dove vogliamo andare e cosa di più bello di andare verso una società che coltiva la conoscenza, la ricerca lo studio?

Sono convinto che se non si farà nulla, tra meno di un anno i governi europei verranno travolti non tanto dai populismi, quanto dai nuovi fascismi. Lo stesso Trump quando avrà mostrato che le sue ricette non producono alcun miglioramento per i bancari e i contadini, potrebbe venire travolto da ribellioni incontrollabili.

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Info su Daniele Marini

Laureato in fisica nel 1972 si è sempre dedicato a ricerca e insegnamento di informatica all'Università di Milano. Inizialmente interessato ai fondamenti logici dell'informatica in seguito si è dedicato a ricerche in eidomatica (grafica e immagini digitali). Negli ultimi 15 anni ha avuto interesse in modelli computazionali della percezione visiva di cui si interessa tutt'ora nel campo delle fotografie astronomiche. Ha dedicato 10 anni al Consiglio Universitario Nazionale e al Senato Accademico contribuendo alla attuazione dei cicli didattici (in parte pentendosene). Ora in pensione, dedica i suoi interessi a studi di fluidodinamica computazionale, alla astrofotografia e astrofisica e alle innovazioni tecnologiche e ai loro effetti sui sistemi sociali.
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