sessantottino e riformista – fattene una ragione

Non ho potuto essere presente alla assemblea del 4 novembre all'aula 104 della Statale di Milano e queste sono le cose che avrei detto; ho scelto di buttarla sul personale perché le indagini teoriche su quella esperienza non mi piacevano allora e non mi piacciono oggi.

Quelli che il 68 l'hanno fatto per davvero (parlo di quelli che nella primavera del 68) facevano l'università (nel mio caso il III anno di fisica) hanno dei tratti comune, un modo particolare di vedere le cose, si riconoscono a distanza anche se, magari, hanno avuto percorsi di vita molto differenti: hanno un'aria disincantata, non partono mai a testa bassa, hanno imparato ad ascoltare, amano anche i dettagli. Qui c'è il mio ricordo delle premesse e della fase calda scritto qualche anno fa.

Di questi elementi comuni me ne sono reso conto in maniera netta quando nell'autunno del 2008 ci siamo ritrovati in aula A a Fisica a festeggiare i 40 anni trascorsi, chiamati dal compianto Giorgio Calsamiglia di geologia (in lotta con il tumore alla prostata che pochi mesi dopo lo ha ucciso). Eravamo lì, in qualche caso in difficoltà a riconoscerci, e con il sogno di poter non tornare a casa come se nella vita si potesse ritornare indietro. Franco De Anna fece una bella relazione su le passioni generose.

In illo tempore ciascuno di noi veniva da percorsi diversi e, nel 68, non era nemmeno necessario essere di sinistra, l'importante era percepire il bisogno di cambiamento, la necessità di stare insieme, di mettere in discussione l'autoritarismo di quella società che ci stava decisamente stretta: in famiglia, nella chiesa per chi ci andava, nell'esercito cui preferivamo l'obiezione di coscienza, nella magistratura, a scuola, nei rapporti con il III mondo, nel pensare a Cuba e al Vietnam, nella morale sessuale, nel modo di concepire la solidarietà. Lo stato, con le sue regole, ci era estraneo e in parte nemico.

Non avevamo un modello preciso perchè eravamo uniti solo dal rifiuto della società degli adulti che ci appariva grigia, poco solidale, autoritaria. Così nel primo movimento della occupazione del 68, sul piano delle provenienze, c'era un po' di tutto. Mi riferisco al gruppo originario di fisica, matematica, biologia e geologia (i chimici sono arrivati l'anno dopo e hanno iniziato per conto loro): cattolici del dissenso e cattolici del consenso (FUCI e Azione Cattolica), cattolici della diaspora milanese di Gioventù Studentesca da cui sarebbe poi emersa Comunione e Liberazione, giovani repubblicani e liberali, giovani socialisti, simpatizzanti del PCI e del PSIUP, anarchici del Ponte della Ghisolfa, Hyppies, situazionisti, marxisti leninisti delle diverse famiglie in fase di proliferazione di sigle, seguaci di Wilhelm Reich e della liberazione sessuale.

Grande voglia di cambiare e di contare; ma come? Su quali obiettivi? Che sbocco dare alla lotta? Quando e perché iniziare la occupazione? Quando e perché terminarla? C'erano obiettivi di buon senso (alcuni servizi, le dispense, un maggiore coordinamento tra i corsi per rendere lo studio concretamente praticabile, la eliminazione dei catenacci nella prosecuzione del curriculum, il mantra della lotta alla selezione). Non so quante copie (ma erano tante) di Lettera a una professoressa di don Milani abbiamo riprodotto, distribuito e discusso pagina per pagina.

Rispetto ai compagni di Festa del Perdono, nel nostro movimento, ed è stato così anche nel 69, c'erano meno ideologia e meno politica generale. Eravamo fieri di lavorare molto dal basso, ma come ho detto, c'era anche una grande indeterminazione: bisognava lottare, stare insieme, inventare delle piattaforme percorribili (che risentivano pesantemente del divario tra propettiva generale e lotta concreta). Sul nostro specifico di futuri operatori della scienza non riuscivamo ad andare molto al di là di generici appelli contro la falsa neutralità della scienza e mi vengono in mente, oggi, taluni fautori del no alla riforma costituzionale portatori dello stesso primitivismo culturale. La cosa buffa era che questa scienza di cui parlavamo male eravamo anche molto innamorati, fieri di avere i migliori libretti della facoltà. Per questo non ci siamo mai sognati di proporre forme di egualitarismo al ribasso.

Mi sono laureato nell'estate del 1970 e dunque il mio racconto del movimento si riferisce solo ai due anni e mezzo nei quali il movimento scienze si estese a tutta Città Studi e avvenne il risucchio dei gruppi dirigenti, me incluso, nella neonata Avanguardia Operaia e iniziò anche la formazione sui classici del marxismo.

Probabilmente il momento più alto per il movimento è stato il 68/69 perché era ancora presente la disponibilità a dialogare con tutti, a convincere, a non farsi dominare dalla ideologia. Con la seconda occupazione (primavera 69) gli obiettivi rivendicativi si precisano (stanno per nascere i corsi serali) e ci si dà una struttura organizzata (convegno estivo residenziale dell'agosto 68 nella abbazia di Fontanelle allora tenuta da padre David Maria Turoldo). Tra gli studenti non ci sono nemici o avversari, ma solo compagni da conquistare, da convincere, da motivare. L'assemblea è un momento di confronto vero in cui parlano tutti, anche i nemici del movimento. Ricordo ancora quelli che ci accusavano di essere agenti al servizio del Partito Comunista.

La strategia della tensione e non solo la nostra immaturità determineranno la svolta. Scoprendo la grande politica avemmo l'impressione di aver affinato la prospettiva, invece stavamo facendo dei grandi buchi nell'acqua, mentre il movimento perdeva il suo carattere di massa; sempre grande, maggioritario tra i presenti, ma minoritario rispetto alla totalità e non più spontaneamente amato da tutti gli studenti.

Passano gli anni, i movimenti diventano parte di quella che veniva chiamata sinistra extraparlamentare e che noi preferivamo chiamare sinistra rivoluzionaria. Ci facevamo le pulci reciprocamente e definivamo gli altri con nomi spregiativi; se noi eravamo i trotkisti loro erano il gruppo Capanna; la concorrenza a sinistra fu, era ed è un must della sinistra di ascendenza comunista.

Molti di quegli ideali/pulsioni (la critica al sistema di produzione capitalistico, l'adesione alla prospettiva comunista rivoluzionaria, l'appoggio alle lotte antimperialiste, la lotta alla Democrazia Cristiana vista, in maniera abbastanza semplicistica come emanazione-baluardo del sistema capitalistico italiano) erano destinati ad un doppio flop:

  • dapprima quello del volontarismo (che si può datare al 1976) con il PCI sempre più forte e la sinistra rivoluzionaria che non cresce e non riesce a superare le tendenze alla frammentazione; il Partito Comunista si rivela una grande macchina di consenso fortemente radicata nel paese portatrice di un consenso materiale che dietro di sè ha una strategia politica, decine di organizzazioni di massa, una specie di Stato nello Stato come è, sull'altro versante, la Chiesa Cattolica (la lezione di Gramsci sulla egemonia culturale, sulle casematte e la società civile)
  • quella della prospettiva comunista che, pochi anni dopo, subisce una sconfitta storica a livello mondiale; il comunismo del socialismo reale e quello generoso dei movimenti antimperialisti perdono la battaglia in via definitiva e la perdono di fronte al tribunale della storia (dispotismo, elites burocratiche nascoste sietro il paravento della liberazione dell'uomo dall'uomo, sottosviluppo, rassegnazione … , per non parlare delle tragedie come quella di Pol-Pot in Cambogia). Sul piano economico sopravvive la Cina che abbandona le follie della rivoluzione culturale e adotta un modello di sviluppo basato sulla economia di mercato e sullo stato sociale che, grazie al basso tenore di vita, consente tassi di sviluppo a crescita esponenziale (finché durano l'ambiente, il consenso sociale e i tassi di crescita). In attesa che esploda la questione democratica …

Mi ricordo quando Gorbaciov sancì la fine dell'URSS e Occhetto la fine del PCI: compagni che piangevano e io che mi illudevo così: compagni, ci attende una buona prospettiva; pensate al danaro che l'URSS doveva buttare in armamenti per competere con l'imperialismo americano; ora quei soldi sono a disposizione per lo sviluppo dei popoli russi e del terzo mondo; e poi in URSS ci sono stati 50 anni di educazione alla razionalità scientifica e alla laicità. Mi viene da sorridere, se penso al nuovo zar Putin e alle posizioni nazionaliste presenti in Russia e in quasi tutte le ex democrazie popolari, ma lo pensavo davvero.

Sono cambiate tante cose in quegli anni: in positivo sono cresciuti lo stato sociale, la democrazia dentro le istituzioni, i diritti dei cittadini. La prospettiva autoritaria con i contorni dello stragismo neofascista non è passata; è stato sconfitto il terrorismo di sinistra. In tutto ciò hanno pesato l'impegno di quelli che, a partire dal 68, si sono dedicati anima e corpo alla prospettiva di una società più giusta e solidale: sconfitti politicamente e benemeriti della repubblica.

Gli anni 80 e 90 sono stati, a sinistra, quelli delle occasioni perdute: conflittualità tra PSI e PCI per la direzione del processo di rinnovamento della sinistra con le accelerate di Craxi e i non mi fido di Berlinguer, progressiva crisi dello stato sociale incapace di sopravvivere agli aumenti di costo basati sulla economia della carta moneta, del deficit di bilancio e della inflazione. Quando se ne è venuti a capo il PSI non c'era più, demolito con la DC entro Tangentopoli, mentre il PCI faticava a scegliere programmaticamente l'approdo della socialdemocrazia europea per ritardi idelogici, senso della diversità, mancanza di un gruppo dirigente all'altezza.

Per me quelli sono stati gli anni di adesione ad un progetto riformista; più che ad un progetto ad un modo di essere pragmatico in politica e fortemente ancorato ai principi della democrazia liberale, quella migliore (grazie allo studio approfondito di Popper da cui ho appreso a diffidare delle ideologie). Ma dietro il pragmatismo c'è stato un lavoro trentennale di studio critico della scienza, della sua storia, l'impegno come docente a lavorare sui giovani per costruire teste ben fatte, spiriti liberi, persone appassionate di ciò che sceglievano di fare da grandi.

Da qualche anno il mio tormentone è il seguente: se questo è il quadro, cosa si può fare per migliorarlo, per fare un passo in avanti?

Mi era sempre più chiara l'esigenza di riforme in grado di incidere in profondità nel tessuto sociale e nelle istituzioni; l'intero baraccone dello stato sociale inaugurato dalla DC e perfezionato negli anni del centro sinistra (quello del dare ciò che conviene senza mai ragionare sui costi e sulla sostenibilità nel tempo dei provvedimenti) andava rivisto e ciò avrebbe richiesto una rifondazione di ciò che chiamiamo sinistra e area progressista.

L'avventura renziana mi ha abbastanza affascinato perchè, per la prima volta, incontravo un dirigente politico in grado di dire cose scomode al proprio interno, un progetto politico rivolto alle forze vive della società, coraggioso e che non lasciava alla destra parole d'ordine importanti quali merito, legalità, fatica, impegno, senso dello Stato, orgoglio nazionale… Devo dire però che la vedo male per l'Italia se non si ricostruisce un tessuto produttivo; l'effimero aiuta ma non può essere la base di un grande paese.

Oggi lo scontro si è fatto duro perché avanza nel consenso popolare una forza populista, come i 5 stelle, che fa della indeterminazione, della imprecisione della proposta, del disimpegno la condizione della propria avanzata mentre nella estrema sinistra e dentro una parte dello stesso PD i maldipancia si sono trasformati in coliche addominali acute (si veda il recente caso di Bersani).

Come finirà non lo sò: se si vince l'Italia fa un bel passo in avanti e le prospettive di una sinistra moderna, matura e riformista crescono; se si perde, secondo me finisce il partito democratico inteso come forza a vocazione maggioritaria e si ricomincia con le meline, con la concertazione, con i governi di emergenza e con l'immobilismo. Non credo che quella roba lì mi interesserà, rimarrà il tarlo del sessantottino: la voglia di cambiare il mondo e non di limitarsi ad osservarlo.

 

 

 

 

 

 

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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2 risposte a sessantottino e riformista – fattene una ragione

  1. Claudio Cereda scrive:
    Ennio Abate: ho incollato i tuoi tre commenti in un unico pezzo nei commenti visibili anche fuori Facebook. D'ora in poi proseguo la discussione lì.
    Un po' troppo lungo per tentare una risposta; ma se scegli un tema, dopo aver riletto tutto cercherò una replica.
    Lo scopo di questo articolo (di qui i riferimenti personali) era quello di interrogarmi sul come e perché sono divenuto ciò che sono ma anche, senza pretese di rifare la storia on i se e con i ma, vedere se c'erano stati errori e quali. Per esempio, secondo me il vero 68 dura due stagioni e poi si estingue perché le ragioni della sua forza erano anche quelle della sua debolezza; le fiammate durano poco e non è obblgatorio che abbiano una evoluzione razionale

  2. Ennio Abate scrive:

    IL ’68 COME NASTRINO PER AVALLARE RENZI? MA DAI…
    (Una risposta a "sessantottino e riformista – fattene una ragione"

    Caro Claudio,
    sei tu che devi «fartene una ragione»: il ’68 non è stato «riformista». Se lo sostieni – oggi! – vai contro il te stesso migliore di allora. È una cosa che avevo detto anche ad Attilio Mangano, quando pure lui, influenzato dal suo maestro Stefano Merli, riverniciò purtroppo con una mano di libertarismo sessantottino il riformismo in ascesa di allora, quello di Craxi.
    Molti ex compagni di quei tempi lontani – ho visto i commenti al tuo post su VIA VETERE 3 – s’incazzano con te e sono bruschi nel respingere le tue tesi. Ma in fondo, a parte la bruschezza ( ma vedi che la usi anche tu, quando respingi e squalifichi la loro lettura del passato e il loro rifiuto del renzismo.. ), non mi sento di dargli torto.
    Provo, con più pazienza e distacco, a ragionare sulle cose che scrivi.
    Già iniziare il tuo discorso buttandola « sul personale», quando si dovrebbe fare proprio ora uno sforzo in più per pensare politicamente, è per me un brutto segno. (E poi sei contraddittorio: manco stai fino in fondo sul "personale" come affermi e ritiri fuori le *tue* posizioni politiche). E poi perché abbandonarsi ai ricordi personali? Ciascuno di noi si commuove quando pensa all'infazia o alla giovinezza o ritrova un vecchio amico di quegli anni( e, tu, i tuoi amici di fisica del '68), ma che bisogno c’è di dirlo in uno spazio pubblico dove si dovrebbe discutere di cose pubbliche urgenti e controverse? Guai a pensare che, rievocando i nostri bei ricordi, il cuore batta anche a quelli che ti vedono commuoverti. Non lo puoi proprio pretendere.
    I ricordi personali circoscrivono la realtà a quello che è passato sotto il nostro naso, a quello che abbiamo afferrato di quegli anni o di quegli attimi. Ma l'autobiografismo, a meno di non essere rigorosamente contestualizzato e corretto dalla conoscenza storica (che non si produce di botto…), coglie le cose decisive *per te* ma non necessariamente quelle che producono (magari in tempi lunghi) trasformazioni per noi e milioni di persone. Molte di queste non passano proprio sotto il nostro naso, per quanto addestrato possa essere. (E, infatti, tu stesso sei costretto a riconoscere: «La strategia della tensione e non solo la nostra immaturità determineranno la svolta»). Ci sono inoltre eventi che ci travolgono, anche quando pensiamo di dominarli. Magari cambiando il nostro punto di vista. E, infatti, ancora tu stesso scrivi: «avemmo l'impressione di aver affinato la prospettiva, invece stavamo facendo dei grandi buchi nell'acqua, mentre il movimento perdeva il suo carattere di massa». Ora mi chiedo: e chi poteva allora mantenerlo questo «carattere di massa», che dall’esterno ti appariva o appare ancora adesso come un toccasana, il rimedio efficace agli errori che facemmo? E, ancora, ti accorgesti/ci accorgemmo che il PCI era più coriaceo e egemone di quel che sospettavi/sospettavamo: « il Partito Comunista si rivela una grande macchina di consenso fortemente radicata nel paese portatrice di un consenso materiale che dietro di sé ha una strategia politica, decine di organizzazioni di massa, una specie di Stato nello Stato come è, sull'altro versante, la Chiesa Cattolica (la lezione di Gramsci sulla egemonia culturale, sulle casematte e la società civile)». E però, per noi “rivoluzionari” con poca arte e poca parte (o partito), la conclusione da trarre da questa “rivelazione” doveva essere necessariamente sottomettersi al PCI o entrarci come figliul prodighi, come hai fatto tu,come hanno fatto Campi ed altri? Non mi pare. E perciò la discordia (amichevole o dura) tra noi ha ancora ragion d’essere.
    Non ha senso o ha un senso solo retorico e propagandistico svalutare e ironizzare su “come eravamo” rissosi e estremisticamente infantili quando ci contrapponevamo a Papà PCI: « Ci facevamo le pulci reciprocamente e definivamo gli altri con nomi spregiativi; se noi eravamo i trotkisti loro erano il gruppo Capanna». Se il nostro estremismo danneggiò noi e l’area (minoritaria) dei compagni che influenzavamo, che dire del danno arrecato a questo Paese dai compromessi, dagli scambi sottobanco, dagli intrighi e, soprattutto, dalla fallimentare strategia politica del PCI , proprio perché era « una specie di Stato nello Stato»? Insomma, un po’ di senso delle proporzioni nell'analizzare la storia non guasterebbe. E, a proposito di padri e figli (ho appena segnalato un post in proposito dove appaiono di Battista e Scalfari che, per stare ai nostri tempi, potrebbero essere sostituiti – che so – da Scalzone e Longo …), va bene piangere sul latte versato da noi figli o figliastri maldestri, ma sorvolare sui fiumi di latte sprecato dai padri, no e poi no.
    Smettiamola poi con questa ossessiva retorica del "reduce vero" che vorrebbe che parlassero in primis o soltanto « quelli che il 68 l'hanno fatto per davvero». Anche questo trucco retorico è un modo di circoscrivere la riflessione critica sul passato ad alcune voci. E perché mai un giovane imberbe non potrebbe dire la sua sul senso politico e storico di quegli eventi e correggersi o essere corretto se dice castronate? Estremizzando, a parlare in modo sensato della Grecia antica avrebbero diritto a farlo solo quelli che vissero in quei tempi? È un controsenso.
    Andiamo avanti: non è affatto vero che i sessantottini, fossero pure quelli "veri", ancora oggi conservano «dei tratti in comune, un modo particolare di vedere le cose, si riconoscono a distanza». Magari allora. E forse. E per aspetti superficiali (l'eskimo, la barba, ecc.). Assolutamente non più oggi, quando le strade si sono divaricate, diversificate o contrapposte. Siamo realistici: i "voltagabbana" (virgoletto perché l'etichetta è di comodo e non chiarisce fino in fondo certi comportamenti) ci sono stati sempre: nel passaggio dal fascismo alla repubblica e anche dopo gli anni Settanta. Chi era operaio allora, di solito è rimasto operaio per il resto della vita; e così chi era insegnante; tranne una minoranza, che ha fatto più o meno carriera nei giornali, nelle università, alla TV, in parlamento. Cosa ho io a spartire più con Lerner o Sofri o Capanna o Vinci? Al massimo dei ricordi. E, se ce li mettessimo ad analizzare con rigore, vedremmo che neppure su quelli siamo più d’accordo. Perciò i tuoi idealtipi sessantottini, che « hanno un'aria disincantata, non partono mai a testa bassa, hanno imparato ad ascoltare, amano anche i dettagli» non ci sono più, sono frutto del tuo immaginario. O li puoi trovare all'ingrosso in tutte le generazioni e spesso non hanno avuto proprio nulla a che fare col ’68.
    Le cose che dici per quelli di allora che si ribellarono potrebbero valere per i giovani d’oggi, da cui noi vecchi siamo ormai separati. Il che ci dovrebbe rendere più prudente nel giudicarli. Ma è la tua valutazione storico-politica generale su allora e su oggi che, secondo me, non va. Tutto quel mondo è crollato, ma la tua visione progressista resiste inalterata: «Da qualche anno il mio tormentone è il seguente: se questo è il quadro, cosa si può fare per migliorarlo, per fare un passo in avanti?». Ma non t’accorgi che è un atto di fede, se non un dogma questo tuo atteggiamento che ti ha fatto approdare ad un riformismo che non c’è? Come non c’era in Urss il socialismo? Non vedi che le «tante cose», che erano cambiate «in quegli anni» e « in positivo» (« lo stato sociale, la democrazia dentro le istituzioni, i diritti dei cittadini»), sono state cancellate o ridotte a macerie? Che la sconfitta del disperato o politicamente miope «terrorismo di sinistra» ha solo anticipato la sconfitta irrimediabile dell’intera sinistra? Che, appunto, «quando se ne è venuti a capo il PSI non c’era più, demolito con la DC entro Tangentopoli», ma che neanche il PCI è sopravvissuto? E non perché faticò a «scegliere programmaticamente l’approdo della socialdemocrazia europea», ma perché nel gruppo dirigente e nel corpo del partito prevalsero quell iche si “convertirono” sic et simpliciter al liberalismo/liberismo. Che quelli, come te, che, spogliandosi delle “illusioni rivoluzionarie giovanili”, aderirono ad un progetto che supponevano – aggiungerei io – *almeno* riformista, in quel partito furono messi a bagnomaria? O costretti ad accontentarsi di «un lavoro trentennale di studio critico della scienza, della sua storia [o] a lavorare sui giovani per costruire teste ben fatte, spiriti liberi, persone appassionate di ciò che sceglievano di fare da grandi». In sostanza ad un lavoro di Sisifo, mentre loro – i “vincitori”, i “decisori” – di queste « teste ben fatte, spiriti liberi, persone appassionate» non sapevano che farsene e le condannavano ai lavori precari, alla disoccupazione o all’emigrazione?
    E allora chiediti: in continuità con quali politiche di quel passato ha a che fare questo Renzi che, come dici, ti ha « abbastanza affascinato perché, per la prima volta, incontrav[i] un dirigente politico in grado di dire cose scomode al proprio interno, un progetto politico rivolto alle forze vive della società, coraggioso e che non lasciava alla destra parole d’ordine importanti quali merito, legalità, fatica, impegno, senso dello Stato, orgoglio nazionale»?
    Con il tuo ’68 a Fisica? Con il PCI avviato a sganciarsi dall’Urss, a non fermarsi neppure alla tappa socialdemocratica e a correre giulivo con Veltroni & C. abbracciare la politica Usa? Dove la vedi tu un’Italia che, pur impoverita nel suo tessuto produttivo, votando SI al referendum farebbe « un bel passo in avanti», facendo crescere «le prospettive di una sinistra moderna, matura e riformista»? Quando mai nella mente a-marxista e piccolo-liberale di un Renzi – ahimé! – ha lavorato «il tarlo del sessantottino: la voglia di cambiare il mondo e non di limitarsi ad osservarlo»?

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