I princìpi di cautela e le sciagure naturali

Oggi il professor Paolo Monaco, geologo perugino, ha pubblicato una immagine aerea dell'area in cui sorgeva l'albergo investito da una slavina che in corso d'opera si è trasformata in una valanga.

Le considerazioni del professore, rapidamente divenute virali su Facebook, hanno il pregio della semplicità e le riporto in coda alle mie insieme alla immagine.

Per trenta anni sono stato un assiduo frequentatore delle Alpi Centrali sia nel versante italiano (val Malenco) sia nel versante svizzero (Engadina) nella doppia veste di alpinista-escursionista e in quella di appassionato di sci da fondo e sci alpinismo. Così ho avuto modo di riflettere in modo pratico sulle problematiche del rischio in montagna.

Chi va in montagna sa di correre dei rischi; è il prezzo che paga nell'andare dove non vanno tutti, dove il rapporto con la natura è diretto e, in alcuni casi, estremo. Chi lo fa sa che quando si sbaglia accadono cose spiacevoli e più o meno gravi.

Le Alpi Centrali sono caratterizzate, in particolare sul versante italiano, da valli strette che si allargano solo quando si arriva sui duemila metri, ma i centri abitati e le strutture turistiche sono tra i mille e i millecinquecento metri e dunque il rischio idrogeologico lo si osserva a vista d'occhio (ambiente ostile, residui di frana, torrenti difficili da contenere per via della pendenza, canaloni che scendono dai 2000 ai 1000 metri, le gande, grandi ammassi di sassi giganteschi).

Chiesa Valmalenco è caratterizzata da una grande piana (nei pressi degli impianti sportivi e della funivia) in cui confluiscono i torrenti che scendono dalla valle di Chiareggio e dal gruppo del Disgrazia (il Mallero), dal Palù e dal gruppo del Bernina (il torrente Lanterna). Cosa è stata la doppia alluvione della Valtellina ce lo ricordiamo tutti e durante la seconda stavo facendo un trekking da quelle parti. In inverno e primavera ho visto slavine anche piuttosto grandi in grado di portare a valle intere porzioni di bosco, ma non ho memoria di slavine che abbiano combinato ciò che è accaduto sul Gran Sasso e le ragioni sono due:

  • nelle zone a rischio di caduta di slavine o di straripamento di torrenti non si costruiscono strutture ricettive; al più c'è qualche vecchia borgata abbarbicata sui versanti ripidi, vicina ai torrenti, ma lì non c'è stato sviluppo turistico; c'è qualche vecchia abitazione in sasso molto spesso disabitata o utilizzata solo in estate e nessuno si sognerebbe, prima ancora di ragionare di permessi, di edificare in quei contesti
  • in zona ci sono almeno una quindicina di rifugi dai 2000 metri in su sino ai 3600 metri del rifugio Marco e Rosa utilizzato come base per salire alle cime del gruppo del Bernina intorno ai 4000 metri. Alcune di quelle strutture si trovano in zone impervie, ma non sono mai costruite in fondo a un canalone. Si tratta di strutture frequentate d'estate, ma anche in inverno e primavera dagli scialpinisti che sanno come ci si muove in montagna e non ci vanno pensando di andare alle Seychelles.

Facendo sci da fondo ed escursionismo ho avuto modo di osservare, anche da vicino, le opera paravalanghe di cui parla il professor Monaco e se vi dovesse capitare di andare a Pontresina date una occhiata alla cresta che la sovrasta 1000 metri più su.

Quello che è accaduto non doveva accadere, ma non perché i soccorsi sono partiti in ritardo o perché l'albergo era edificato su detriti di materiale portato a valle. Guardate la foto, secondo voi, senza bisogno di fare carotaggi, quali materiali si trovano in fondo a un canalone di quel tipo? Detriti, piana alluvionale. Non doveva accadere per due buone ragioni una generale e l'altra contingente:

  • non si costruisce una struttura di quel genere in fondo a un canalone; non importa se in passato c'era un rifugio utilizzato saltuariamente. Avete presente la differenza (in termini di numero e di capacità operativa) tra un frequentatore di un rifugio di montagna e uno di un resort con la piscina in mezzo alla neve?
  • di fronte ad una nevicata come quella che c'è stata si doveva sgombrare il tutto almeno 48 ore prima e trovo allucinante che un resort come quello di cui parliamo non fosse dotato di mezzi propri per la gestione della emergenza (buldozer e turbine).

Ma siamo in Italia il paese in cui il problema non sembra essere la assurdità di una struttura del genere in fondo a un canalone ma se si siano rispettate le salvaguardie del Parco (che sono importanti ma vengono dopo). Chissa se ci ha messo lo zampino anche il terremoto (il professor Monaco sostiene di sì), ma non stiamo parlando di emergenza terremoto, di eventi che si possono trattare solo sul piano statistico, stiamo parlando di neve, di pendenze e di una cosa che si chiama imbuto. Non lo ha fatto nessuno e lo voglio dire in conclusione: mi sono venuti in mente i film americani catastrofici della serie valanga che andavano di moda qualche anno fa quando era la mano scellerata dell'uomo a provocare i disastri.

Naturalmente tanto di cappello ai Sindaci, alla protezione civile, al soccorso alpino, a quelli che stanno ancora operando con la speranza che accada l'impossibile.


IL FATTORE RISCHIO: di Paolo Monaco

non si tiene mai in dovuto conto il fattore rischio: una serie di concomitanze sfavorevoli, sisma e fortissima nevicata, hanno accentuato il fattore rischio sotto al Gran Sasso.

Un geologo Presidente dell'Ordine Nazionale Geologi ha detto che non vi é relazione tra sisma e slavina. Io non credo.

Io credo invece che ci sia un nesso, che sia avvenuto un distacco basale che molte ore dopo con accumulo di altra neve abbia causato il crollo finale di una massa enorme di neve, incanalatasi in una valle molto incisa con un dislivello ripido di 1000 metri.

Inoltre in quella posizione NON doveva esserci un hotel a 4 stelle. Troppo rischio. Madre Natura ha i suoi ritmi e agisce in base a leggi precise. Noi ospiti del pianeta dobbiamo tenerne conto, sempre. Altrimenti poi si pagano le conseguenze.

Intanto la sera di giovedi scorso era assolutamente superfluo fare Porta a Porta di Vespa, che al solito si sfregava le mani per il servizio in diretta. Era del tutto inutile, prematuro e di cattivo gusto, occorreva aspettare, come poi si é dimostrato corretto di fronte ai salvataggi odierni…

Io sono geologo e sono stato tenente degli Alpini. Alla scuola militare alpina ci hanno insegnato tutto sulla neve. Ho anche dormito sotto la neve in inverno, scavando un igloo (in gergo tecnico si chiama truna). Conosco i rischi da entrambe le parti, da Geologo e da Alpino.

Nessuno cambierá mai la mia idea, ripeto soltanto mia, che il posto era a forte rischio causa valanghe. Putroppo questo é successo. Ci insegnavano negli Alpini i pericoli della neve; ci insegnavano che le reti in acciaio paravalanghe erano una delle soluzioni, che andavano messe a monte, ben forti ed ancorate, vicino ai luoghi di distacco, altrimenti sono inutili.

Cosí fanno i veri montanari nelle Alpi. Sono stato in Svizzera, Austria e Alpi italiane e queste precauzioni sono la norma. Ma questo purtroppo, per varie cause, non é stato fatto al Gran Sasso, la vetta piú alta degli Appennini.

Inoltre alla base di un canalone alto 1000 metri, come vedete in figura, con due grandi nicchie di distacco, evidenti anche a un giovane osservatore, non si doveva costruire nulla, specie un hotel a 4 stelle che puó avere un centinaio di clienti. É una questione di rischio. In una scala da 1 a 10 il rischio per me era 9. Punto.

La baita raffigurata da qualcuno in foto antiche negli anni 20, poi 50 e 70 veniva usata raramente dal Cai e da persone esperte (non clienti) e comunque da poche persone. Oggi invece l'hotel ha avuto moltissimi ospiti (troppi purtroppo). Gli effetti li vediamo.

Non é successo nulla per 80 anni ? Sicuro ? Piccole slavine non avvennero? Mi dicono di si che ci furono. In ogni caso oggi vediamo purtroppo i terribili risultati, per una super concausa tripla: neve abbondantissima e instabile con vento, sisma con probabile distacco basale e riscaldamento globale che oggi, non negli anni 20, crea effetti terribili climatici estremi e di lunga durata. Questo é documentato scientificamente. Il rischio é stato questo. Andrebbe tutto ricontrollato con gente esperta, preparara e con fondi a disposizione, meno burocrazia e piú prevenzione. La Natura si riprende prima o poi sempre i suoi spazi e noi non siamo i padroni ma gli ospiti.

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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