Il veleno dell’odio

Quando è incominciata l’accumulazione originaria di rabbia, risentimento, paura, che oggi sembra traboccare da ogni poro della società italiana? Quando il veleno dell’odio ha iniziato a diffondersi nel suo sistema circolatorio e a corrodere le relazioni sociali? I tentativi di spiegazione si possono provvisoriamente ordinare secondo tre tipologie: quella economico-sociale, quella ideologico-culturale, quella storico-politica.

Secondo la prima, lo scontento sarebbe incominciato quando sono finiti i Trenta gloriosi, gli anni che vanno dal 1945 al 1973, quando la prima grande crisi petrolifera pose fine all’illusione di uno sviluppo senza fine. Ma, già negli anni ’60 in Italia il motore dello sviluppo aveva cominciato a tossire.

L’aumento verticale del debito pubblico, a partire dagli anni ’80, e la crisi finanziaria ed economica del 2008 hanno generato declino, disuguaglianze crescenti, difesa strenua di rendite e di piccoli o grandi privilegi. Le persone hanno cessato di attendere il futuro, ormai vissuto come minaccia, hanno richiamato lo sguardo dagli orizzonti lontani al presente qui e ora. Senza un orizzonte luminoso, che illumini la strada del presente, si cammina al buio. In avanti? Non è certo. Si può anche girare intorno, come l’asino attorno alla mola, convinti di camminare in avanti. Chiuse nella cattività babilonese di un piccolo orizzonte, le persone hanno incominciato, così come fanno gli animali ristretti in piccoli spazi, a diventare aggressive.

Più sovrastrutturale è l’analisi che riconduce disperazioni e rabbie alla caduta delle grandi ideologie novecentesche di liberazione. La secolarizzazione del Cristianesimo e del marxismo ha travolto ogni orizzonte di senso, ha indebolito le dinamiche della socializzazione e dei movimenti collettivi. All’adorazione di Dio o della Storia, si è sostituita quella dell’Io, oscillante tra volontà di potenza presunta e nichilismo reale, per il quale le libertà e i diritti dell’Io travolgono i confini dell’Io altrui. Dalla religione all’Egolatria. Gli effetti sui legami sociali e affettivi, da quelli intrafamiliari a quelli comunitari, sono stati distruttivi.

C’è, poi, un terzo filone esplicativo, quello storico-politico: che risale all’indietro nella storia d’Italia, uno “Stato senza nazione e senza patria”, che ci riporta all’8 settembre, alla Resistenza, che fu anche guerra civile 1943-45, alla strage di Piazza Fontana, al terrorismo, all’assassinio di Moro, alla caduta della Prima repubblica, alla ventata di indignazione, moralismo, rivolta e rabbia antipolitica, che dalla fine degli anni ’80, a intervalli irregolari percuote il paesaggio civile e politico del Paese.

All’arrivo di Berlusconi sulla scena politica. O di Renzi? L’odio a volte si raggruma in movimenti e simil/partiti politici. L’ultimo anello della catena è quello del M5S. Una sorta di odio rappreso. Colpa di Facebook e dei social media? L’odio non è stato inventato da loro. Tuttavia, lo hanno reso consapevole, imitabile, virale, come oggi usa dire. Hegel osservava che “il pensiero è il suo manifestarsi”. Questa legge vale per ogni emozione, sentimento, passione. Di più: i social media hanno spezzato le barriere tra privato e pubblico, portando nell’agorà ciò che stava sepolto nelle dinamiche più intime e inconfessabili dell’Io. Osservando la storia degli uomini dal punto di vista della lunga durata, si può solo concludere che l’odio diventa politica e che la politica può diventare guerra.

Quali che siano le spiegazioni – ho trascurato, qui, la madre di tutte: la globalizzazione – il fatto sussiste. Questo sembra essere lo Zeitgeist.

Si può cambiare la corrente del tempo? Sì. Intanto perchè “il cuore dell’uomo è gran guazzabuglio”; perchè l’uomo e la sua storia non hanno un destino ciclico segnato. Lo segnalava già Agostino di Tagaste nel De Civitate Dei, in polemica con la filosofia greca della storia. L’Ebraismo e poi il Cristianesimo hanno introdotto nella storia delle civiltà l’idea della “storia aperta”, fondamento ontologico della speranza. Il cambiamento è possibile. Ma cammina sulle gambe della verità e della libertà.

Comincia a vedere tu! Comincia a cambiare tu! Logos e Agape sono dimensioni ontologiche dell’uomo almeno quanto la paura, la rabbia, l’odio. Ciascuno di noi è campo di battaglia di queste forze opposte. Con un’avvertenza di fondo: se la disponibilità intellettuale e morale alla trasformazione dell’odio in “agape” non si incarna in un impegno pubblico, se non è fondata su proposte specifiche e precise nel campo socio economico e in quello politico-istituzionale, rischia di ridursi all’autocompiacimento di anime belle, a esortazione parenetica a nutrire buoni e corretti sentimenti. Occorre portare la battaglia fuori, nel mondo. Si chiama politica.

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Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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