Quello che insegna il caso Macron – di Giovanni Cominelli

L'importanza delle istituzioni e della innovazione intellettuale. Macron ottiene molto con poco, conquista il ballottaggio del primo turno presidenziale in Francia con un modesto 24,01 % contro la Le Pen appena dietro, ma diventa Presidente con il 66,06% dei voti. Il suo Movimento politico En Marche! si presenta quindici giorni dopo alle elezioni legislative – quelle che scelgono i 577 parlamentari dell’Assemblea nazionale – e si accaparra tra i 415 e i 445 seggi con il 32,6 per cento delle preferenze.

Il secondo turno del 18 giugno definirà i numeri esatti. Ma è evidente che già ora Macron ha la maggioranza assoluta. Dal punto di vista italico tutto ciò dovrebbe suonare scandaloso, tanto forte è la disproporzione tra voti popolari e seggi parlamentari. strano. Nessuno in Italia si scandalizza. In Italia, pochi mesi prima le timide proposte, approvate dal Parlamento, di un premio di maggioranza del 55% dei seggi (340 su 615) per il partito che avesse raggiunto il 40% dei consensi e di un ballotaggio, qualora nessuna forza avesse raggiunto quella soglia, con un premio del 52% dei seggi (321 seggi), sono state respinte grande maggioranza nel referendum del 4 dicembre 2016 con giudizi e epiteti, di cui il più tenero era che la Legge Acerbo del 1923 – quella che il fascismo si costruì su misura – era assai meglio dell’Italicum. Invece no. Nessuno si è scandalizzato!

Nessuno dei Soloni del diritto, nessun Zagrebelsky di turno, nessun editorialista del Corriere o della Repubblica, nessuno si è scandalizzato di Macron. Ciò che in
Italia hanno ritenuto quasi simile al fascismo, per la Francia considerano normale o addirittura salutano con entusiasmo. Ci saremmo aspettati una dura denuncia dell’”uomo solo al comando”, dell’autoritarismo trionfante. No, un coro di elogi!

Solo la sinistra radicale ha eccepito, con lo stesso ritornello al di qua e al di là delle Alpi: Macron non è di sinistra – e neppure Renzi! – semmai è centrista o, comunque, il male minore. L’onestà intellettuale che manca a molti intellettuali, costituzionalisti e opinionisti italiani dovrebbe imporre di rispondere alla seguente domanda: perchè la Quinta repubblica francese regge l’urto di una crisi sociale grave almeno come quella italiana e lo sbriciolamento dei pilastri storici dei partiti, assai più radicale del nostro?

Le ragioni sono due. La  prima riguarda l’assetto istituzionale della Quinta repubblica, la seconda la capacità di innovazione della cultura e della società, di cui Macron si è fatto portavoce e catalizzatore.

La forza delle istituzioni

La forza della democrazia francese sta nell’allineamento tra sistema istituzionale e il sistema elettorale, costruito nel 1958: il 28 settembre un referendum popolare approvò con il 79,2% dei votanti le modifiche costituzionali proposte da De Gaulle. Esse prevedevano il passaggio dal governo parlamentare al governo semipresidenziale e l’elezione diretta dei deputati. L’idea di De Gaulle era anche quella di eliminare i partiti.

Il 4 ottobre il Parlamento approvò la nuova Costituzione, la settima nella storia del Paese, a partire dalla Rivoluzione del 1789. Il Presidente era inizialmente eletto da un collegio elettorale, ma nel 1962 De Gaulle propose che venisse anch’esso eletto direttamente dai cittadini. Quest’ultima modifica costituzionale venne approvata con un referendum il 28 ottobre 1962 con il 62% dei consensi.

Ma i partiti rimasero. Si era arrivati alla Quinta Repubblica dopo la crisi drammatica della Quarta, dovuta all’instabilità e all’ingovernabilità del sistema politico – dal 1946 al 1958 si susseguirono 22 governi – e alla precipitazione del processo di decolonizzazione in Algeria, con minacce di putsch militare. Interessante ricordare che, quando l’ipotesi di Quinta repubblica fu sottoposta a referendum, Mitterrand chiese di votare NO: De Gaulle venne accusato di essere un dittatore e di praticare una sorta di “fascismo quotidiano”.

Giudizi analoghi vennero all’epoca dalla sinistra italiana. Ma proprio grazie a questo “fascismo quotidiano” il 21 maggio 1981 il socialista Mitterrand diventerà Presidente della Repubblica e sarà rieletto per un altro settennato – oggi la presidenza è ridotta a cinque anni – fino al 17 maggio 1995.

La lezione francese è sempre la stessa. I referendum popolari hanno approvato nel 1958 un assetto istituzionale della democrazia francese, nel quale gli elettori scelgono direttamente tanto il Presidente quanto la maggioranza. Il sistema politico, che sta in mezzo tra il sistema elettorale e quello istituzionale, può essere attraversato da tensioni molto forti, i suoi pilastri portanti possono perfino sbriciolarsi – è ciò che è accaduto in queste ultime elezioni legislative, in cui la coalizione governativa di Macron ha raggiunto il 32,32%, la destra parlamentare il 21,56%, i socialisti il 9,48. superati a sinistra da France Insoumise con il 11,02, mentre il Fronte Nazionale con 13,20, resta ancorato ai risultati del 2012 – eppure il sistema democratico regge.

“Destra e sinistra non esistono più”?

L’altra ragione del successo di Macron è stata l’audacia dell’innovazione intellettuale. La sinistra intellettuale – tanto in Francia quanto in Italia – è subito corsa ad autoconsolarsi, affermando che Macron non è di sinistra. Alcune sue dichiarazioni sembrano autorizzare quella interpretazione, allorchè sottolineano che non esiste più destra, non esiste più sinistra. Il che è vero, ma solo nel senso che la sinistra socialdemocratica e socialista e la destra storica liberalconservatricehanno chiuso un ciclo storico.

In realtà, la linea di frattura tra destra e sinistra si è spostata altrove, non è scomparsa, la politica ne é comunque attraversata, non può stare al di sopra, come pretendeva De Gaulle. Il fatto è che la globalizzazione ha frammentato le classi, ma non ha posto fine al conflitto sociale per il controllo delle risorse. Ha fatto emergere la libertà dell’individuo nella sua potenza e insieme nella sua fragilità. Ha aperto gli Stati-nazione al mondo, esponendoli a nuovi conflitti e ridisegnando nuove gerarchie. Ha
messo in movimento masse di emigranti.

Per camminare su questo terreno vulcanico, occorrono nuove scarpe. A sinistra hanno provato a calzarle, in tempi diversi, Schröder in Germania, Blair in Gran Bretagna, Renzi in Italia. Ora ci prova Macron in Francia. L’essenza di questo cambiamento culturale è il recupero del liberalismo. Del quale esistono due interpretazioni e due realizzazioni, così sintetizzate dal politologo francese Pierre Rosanvallon: “…valoriser le libéralisme comme une culture de l’individu, auquel la société fournit les moyens de son autonomie, ou promouvoir le libéralisme du chacun pour soi?”. La nuova sinistra liberale sta tentando la prima strada, la seconda è quella della destra classica liberal-conservatrice, di cui la Thatcher è stata il motore politico dal 1979 in Gran Bretagna, e che oggi é assediata da una destra nazionalista e protezionista.

Accade in Francia, accade in Italia, in Europa. Ma tl’ideologia italiana della democrazia continua a macinare l’acqua.

Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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