III repubblica – parliamone (1) – di Bruno Petrucci

Non capisco chi si stupisce: non sono stupito, sono incazzato. E non con il leader PD, Renzi, ma con quelli che vogliono ributtare a mare i migranti, con quelli che credono che fosse una cattiveria dei politici mandare in pensione a 67 anni, con quelli che credono che un paese alla canna del gas possa riprendersi facendo più debito pubblico…. Posso dirlo?

Sono incazzato col popolo italiano, anche se sapevo, avevo previsto, che sarebbe andata così. Sono incazzato col sud, anche se capisco le ragioni della spinta antisistema, forse avrei preferito masse urlanti che scendessero in piazza a chiedere il reddito di cittadinanza, piuttosto di mio nipote che urla che Renzi è un ladro perché “ha speso 30 miliardi per salvare la banca di suo padre e di quella del padre della Boschi”.

Ovviamente la reazione che mi sale dallo stomaco è quella di dire “bene, noi ci abbiamo provato, adesso salvateci voi con il doppiopetto di Di Maio e con il manganello di Salvini”. Però non credo, anche se lo spero, che la realtà sia più forte di ogni velleitarismo.

Quando hai 2.300 miliardi di debito sulle spalle devi chiedere al mondo ogni anno di “prestarti” altri miliardi e devi pagare 70 miliardi (almeno) per gli interessi. Se ti metti a spendere, al di là del fatto che devi uscire dall’unione europea, chi ti dà i soldi e soprattutto, a quali interessi?

Immagino le pernacchie che mi faranno i miei amici 5S, ma ci sono abituato, da quando in un’assemblea a metà degli anni 70 chiedevo ai miei compagni di allora cosa pensassero della bilancia dei pagamenti. Ricevuto fischi e pernacchi, appunto, e qualche minaccia. Secondario, secondario, un paese ha il diritto di sperperare quanto vuole ma l’Unione Europea ce lo impedisce. Io avrei un’idea: emettiamo titoli Giggino-Salvini e lasciamo che i loro elettori li acquistino.

Ma intanto la marea, lo tsunami si è sollevato punendo persone come Minniti e premiando un imbroglione ex 5S oppure punendo un ottimo ministro come Franceschini che avuto il torto di riempire musei e siti culturali, ma con l’ausilio di direttori non italiani. O forse semplicemente l’onda è cieca e distrugge senza distinzioni.

E veniamo ai leader. Ho condiviso la stagione riformatrice di Renzi. È stata l’unica cosa nuova proposta a questo paese. Ma si è confuso l’entusiasmo degli intellettuali della Leopolda, con quello del popolo che invece si era entusiasmato solo alla parola rottamazione e al regalino degli 80 euro.

E lo si è visto da subito dopo le Europee. Gli sberleffi agli avversari, interni ed esterni, la rottura con Berlusconi, che ci ha regalato Mattarella (un altro elemento positivo, molto positivo di questo governo), ha portato ad un pasticcio di riforma poco comprensibile ad un popolo assetato di sangue. La decisione di giocarsi la faccia e di presentare un pacchetto unico invece di quesiti distinti hanno fatto il resto.

Non mi nascondo, in gran parte ho condiviso molto anche della tattica, tranne forse gli sberleffi e l’abolizione dell’IMU tout-court. Ma è da quel punto in poi che non ho capito più la tattica, anche perché non si è voluto discutere di strategia. Un generale deve avere un piano anche per la sconfitta, e invece il piano B non c’era.

E poi gli errori: inserire la Boschi nel nuovo governo, la commissione sulle banche, il rifiuto di fare un passo indietro, mentre era chiaro che la sua immagine era bruciata. Ritengo puliti sia Renzi che la Boschi e contro di loro non c’è alcuna accusa comprovata, ma c’è, c’è stato solo fango e l’orda montante. Di questo ritengo responsabili tutti gli altri partiti: scontati Lega e 5S, ma Forza Italia e LeU, potevano pensare che stavano contribuendo ad alzare la stessa onda che oggi ha travolto anche loro.

Con voci e sussurri si è paragonato un evasore accertato (Silvio) a chi non ha alzato un dito per difendere i rispettivi padri da eventuali reati commessi. Ma è la rete, bellezza.

L’onda si sarebbe sollevata comunque, ma forse un passo indietro ne avrebbe ridotto la forza. Nulla di più. Invece ho pena per quella sinistra, LeU in testa che non capisce la storia, che è incapace di leggere i mutamenti. Ogni volta che prende forma una versione moderata della sinistra, c’è qualcuno che “raccoglie la bandiera rossa caduta nel fango ….” e forma l’ennesimo partitino del 3%. Anche loro portano un po’, solo un po’, di colpa della potenza devastante dell’onda.

Finalmente scendiamo alla media degli altri partiti democratici e socialisti d’Europa. Forse possiamo cominciare a chiederci quale può essere il ruolo di un partito democratico nella società del terzo millennio. Dobbiamo chiederci se l’onda che ci porta verso protezioni e dazi doganali e muri e cortine di ferro ci condurrà anche verso guerre non solo doganali o a portaerei nel Mediterraneo finalizzate solo all’affondamento dei barconi di migranti.

Chiederci se effettivamente di fronte all’automatismo galoppante non dobbiamo davvero pensare a forme di salario sociale, magari non affrontato con velleitarismo ma con una strategia di lungo termine. Chiederci se nell’era della rete non bisogna pensare a nuove forme partecipative che vadano aldilà della piattaforma Rousseau e della setta dei 70.000 (quando va bene).

Il mondo è cambiato e soprattutto è in corsa verso un futuro in cui lo sviluppo tecnologico non vuol più dire benessere. Di fronte a questo le storie personali e le sconfitte e le vittorie valgono poco. Mi godo la mia incazzatura.

 

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Info su Bruno Petrucci

Geologo professionista, nato a Salerno 1946 e laureato a Milano nel 1975. Attività di pianificazione sismica, tramite studi di micro-zonazione nel post-terremoto dell’Irpinia (1980) e successivamente tra il 1986 ed il 2009 nel territorio Lombardo ove ha operato parallelamente nell’ambito della pianificazione territoriale alla luce del rischio idrogeologico. Nello stesso periodo si è occupato di studi di fattibilità grandi opere (strade e dighe) e ricerche idriche in Italia, Asia, Sud America ed Africa. Attualmente impegnato in indagini idrogeologiche e ricerche di acque sotterranee in paesi in via di sviluppo, particolarmente in Somalia, Kenya, Tanzania e Libano. Attività di insegnamento nell’ambito del Master “Le risorse Idriche nei Paesi in Via di Sviluppo” presso l’Università di Milano Bicocca dal 2004 ad oggi. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Geologi dal 1984.
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