Brigate Rosse: una storia italiana – Mario Moretti (recensione)

La figura di Mario Moretti mi ha colpito, da quando si incominciò a parlare di lui; lo vedevo come l'uomo ombra, sempre presente e sempre invisibile. E' stato il grande capo delle BR, quello che ha organizzato e gestito quasi tutto sino all'inizio del declino quando, un anno dopo il sequestro Moro è lui stesso ad incominciare ad ammettere, prima con sestesso e poi con gli altri che la storia è finita.

Il mio interesse deriva dalla necessità di capire e incomincia, a dicembre del 76, quando con la morte di Walter Alasia (che avevo conosciuto nella scuola dove avevo insegnato), diventa esplicito a tutti quelli che vogliono capire che quella era una cosa nostra. Lo scrissi in un editorale sul Quotidiano dei Lavoratori apprezzato da Rossana Rossanda e attaccato sul Giornale di Montanelli (ecco le prove).

All'inizio lo pensavo solo in termini genetici nello scoprire che si trattava di persone come noi, di gente con cui avevamo fatto un percorso comune. Nel caso di Alasia la tragedia fu doppia perché i due poliziotti uccisi erano l'uno impegnato nel processo di democratizzazione degli apparati dello stato e l'altro padre di un nostro compagno.

La lunga e interessante intervista a Moretti scava invece negli aspetti di genesi politica e conferma che si tratta di una storia del tutto interna alla storia del comunismo sui fronti dell'operaismo, del leninismo, della teoria del partito, del modello della rivoluzione russa, del tentativo di dare una risposta operativo-rivoluzionaria al tradimento del PCI.

Il libro ha avuto una genesi complicata:

  • Carla Mosca si occupava professionalmente di BR (e lo si vede nella estrema precisione del processo di ricostruzione in cui le domande documentate sin nel dettaglio obbligano Moretti a rispondere),
  • Rossanda è stata la prima, sin dal 75, a parlare di scheletri nell'armadio e ad invitare a capire invece di demonizzare, a piantarla con i provocatori, gli infiltrati, i sedicenti, …

Così non è casuale che Moretti, arrestato nel 1981 decida nel 1993 di rilasciare questa intervista che, basta sfogliare, per rendersi conto che non si tratta di un istant book.

Moretti nasce a Porto San Giorgio nel 1946, arriva a MIlano dalle Marche, è un perito in telecomunicazioni che ha studiato grazie alla beneficienza della contessa Anna Casati Stampa (quella assassinata dal marito, poi suicidatosi, nel 1970), i primi tempi li passa in una delle residenze dei Casati ed è grazie ad una raccomandazione Casati che viene assunto alla Siemens. Siamo nel 1967 e sono le lotte legate alla sindacalizzazione dei tecnici che portano Moretti alla politica (gruppo di studio della Siemens, GDS) come avviene nelle fabbriche milanesi con molti tecnici (Snam, IBM, Philips) o in quelle in cui nascono i CUB (e Moretti ricorda oltre alla Pirelli, la Borletti e la Marelli).

Le proporzioni erano più o meno queste: circa quattromila donne, tutte operaie, che facevano lavoro di linea con l'eccezione di poche segretarie, e duemila uomini, quasi tutti tecnici che lavoravano nei laboratori e nei collaudi. C'era una secca divisione, anche sessuale, del lavoro. Sui tecnici il sindacato non aveva nessuna presa; ma c'era un rappresentante di Commissione Interna che era un tecnico come me, era di estrazione cattolica, aveva molta più esperienza di me che non so nulla. Diventiamo amici e decidiamo con pochissimi altri di partecipare al prossimo sciopero degli operai. E così facciamo, ma saremo in cinque tecnici su duemila. È chiaro che con il sistema tradizionale non funziona, bisogna inventare qualcosa di nuovo. Prendiamo l'iniziativa, assolutamente inedita per quel tempo, di convocare un'assemblea che dia vita a un gruppo di studio. Non caratterizzato politicamente, per conoscere i nostri problemi e parlarne. La sede ce la presta una cooperativa socialista (allora i socialisti erano una cosa quasi seria) dalle parti di San Siro. Il successo è strepitoso, vengono in tantissimi. Avevamo toccato la molla, fatto scattare meccanismi che erano maturi. Erano sempre stati gli operai a indire assemblee, stavolta eravamo noi, magari un po' razzisti o corporativi da principio. Ma andavamo incontro a qualcosa, una tendenza travolgente a mettere tutto in discussione.

Non c'è solo il GDS, nel pieno della lotta contrattuale del 69 c'è la condivisione della vita e la formazione di una comune in piazza Stuparich; all'inizio sono in 18 (inclusi mogli e figli): "potremo far politica senza diventar matti con le incombenze domestiche, e risparmieremo un sacco di soldi. A pensarci, credo che soprattutto ci tentasse un'avventura esistenziale, nella quale provavamo a ricomporre quel tanto di pubblico che stavamo vivendo insieme con quel tanto di privato che per tutti si arresta sulla porta di casa."

Leggendo il libro si l'impressione netta di avere a che fare con uno tosto, un pianificatore, un grande esperto di organizzazione ed è probabilmente questo elemento che lo porta, dopo la esperienza del Collettivo Politico Metropolitano e l'incontro con Curcio, a scalare i vertici delle neonate BR nonostante non abbia partecipato alla loro fondazione.

La prima fase è quella delle azioni dimostrative di propaganda armata intorno alla zona industriale del nord ovest milanese. Il libro parte da qui, passa alla descrizione di tutte le fasi di costruzione del partito armato (le colonne, l'esecutivo, i regolari e gli irregolari, le rapine e poi i rapimenti per l'autofinanziamento) per arrivare al delitto Moro (di cui Moretti è stato il pontefice massimo), alle fratture interne con la formazione del Partito Guerriglia (Senzani) e del Partito Comunista Combattente, al rapporto tra interni ed esterni, al mutare degli obiettivi (dalla fabbrica allo stato delle multinazionali alla scoperta della politica e della sua autonomia). Moretti sarà arrestato mentre, contravvenendo ad alcune regole sulla compartimentazione che aveva inventato e praticato per anni, si sta dedicando a ricucire i contatti per rifondare la presenza delle BR a Milano. Cade così in un incontro organizzato dalla polizia. La cosa è paradossale; è già convinto che sia tutto finito, ma si sente in qualche modo con i doveri del capo.

Rossana Rossanda nella introduzione tratteggia bene il personaggio raccontando della genesi della intervista che, nelle loro prime ipotesi doveva avvenire a partire da un documento scritto dallo stesso Moretti su cui intervenire con chiarimenti e puntualizzazioni.

Perché non stendeva egli stesso qualche parte in modo da condurre successivamente l'intervista su un primo testo? Rispose che preferiva sottoporre direttamente a due persone amiche ma non dalla sua parte il magma di memoria che aveva accumulato dentro. Se scrivessi io, disse pressappoco, verrebbe fuori una specie di manuale tutto ordinato e noiosissimo, farei tornare tutti i conti, e invece non tornano. In realtà Moretti scrive assai bene, quasi come parla, ma altra cosa è scrivere per sé o a qualcuno, e altra è incidere per così dire su pietra una vicenda che aveva parlato di sé in un linguaggio del quale egli non salva niente ma che era stato anche suo. Egli voleva, per così dire, abbracciare pietosamente quella storia e con lo stesso gesto metterla impietosamente a distanza, e la nostra presenza rendeva quasi obbligate le due operazioni. D'altra parte la sua non era una memoria placata. Nei tredici anni di carcere il percorso delle Br si era andato disponendo nella sua mente tutto attorno a una domanda: se quel che esse avevano tentato aveva avuto una possibilità, se s'era data o no una chance di andare a un rivoluzionamento o almeno a una modifica dei rapporti sociali e politici, prendendo le armi in un paese come l'Italia e negli anni '70. Era chiaro che dalla risposta veniva per lui la legittimazione politica di quella esperienza e dei suoi costi - le vite coinvolte e quelle distrutte, il dolore inflitto e patito - al di là dell'avventura esistenziale, che si può rivendicare sempre, dura ma "anche ricca" non una vicenda da "disperati". Questa domanda avanzata e ritirata, le risposte acerbe o problematiche, segnarono tutte e sei le conversazioni costituendone lo scenario e una ricorrente digressione.

Nel leggere ero interessato a capire, visto che la nascita del terrorismo la considero una responsabilità di tutti noi che abbiamo agito in quegli anni e mentre la visione del Sol dell'avvenire che ho recensito 6 anni fa mi era servita solo a ricostruire la storia di uno dei gruppi storici che fondarono le BR (quelli provenienti dalla FGCI di Reggio Emilia, il gruppo dell'appartamento, con Franceschini e Gallinari), il libro di Moretti consente di capire molte cose; vediamone alcune:

come erano

Eravamo uomini molto comuni. E sapevamo vivere tra la gente comune, è stata la nostra vera forza, il resto sono balle; ma era come se osservassimo scorrere la vita degli altri intorno a noi e non ci riguardasse per davvero. Nella clandestinità la sopravvivenza dipende dalla rapidità con cui ti muovi, con cui cambi tutto, dove abiti, dove mangi, come ti vesti. Finisce che, mentre una certa sensibilità sociale si acuisce perché impari a cogliere gli umori della gente per capire come muoverti da organizzazione armata, esistenzialmente diventi un fantasma. Non che per te stesso non sei reale; anche i compagni sono reali e i rapporti con loro hanno una intensità forse maggiore. Ma è per gli altri che non devi esistere. Stai nell'astrazione d'una lotta nella quale il più piccolo errore può avere conseguenze gravi, sei totalmente vincolato alle sue necessità, obbligato a traversare l'universo delle relazioni imponendoti di ignorarne la consistenza. Proprio come un fantasma passa attraverso i muri.

Il brano prende spunto dal tema del rapporto con il figlio, lasciato bambino quando Moretti passa in clandestinità. Mi ha colpito la fortissima solidarietà interna anche di fronte alle diversità di opinioni che possono portare ad una rottura; si discute, si ridiscute e si discute ancora e i problemi sorgono prevalentemente nel rapporto tra quelli dentro e quelli fuori, soprattutto nel momento in cui tutto sembra finito e l'unica speranza per chi sta dentro è la organizzazione della evasione (Favignana, Asinara).

la conclusione della vicenda Moro

Loro erano convinti di compiere una azione che avrebbe rotto l'asse DC PCI e contemporaneamente aperto un canale per il riconoscimento della lotta armata. Sono stupiti, il PCI è compatto, la  classe operaia e le masse popolari non pensano che si stia compiendo un atto di giustizia di classe, la DC decide di non trattare e alla fine persino Paolo VI, con il discorso agli uomini delle Brigate Rosse si allinea. Mentre in certi ambienti sono all'apice della popolarità il vertice si rende conto di essersi ficcato in un cul de sac:

Oggi potrei dire che se ci hanno obbligato a quella scelta è perché non siamo stati capaci di sottrarci ad essa. Ma in quel momento farne un'altra voleva dire chiudere con le Br, dichiarare il fallimento di una strategia nata nel '72 e liquidare l'organizzazione. Nessuno in quel momento poteva farlo. E difatti nessuno la propose sul serio, nemmeno Morucci e Faranda. Siamo a dover decidere come concludere quella battaglia e andare avanti, non come smettere e andare a casa. Quando decidiamo di eseguire la sentenza di morte c'è in noi la consapevolezza che a parure da quel momento lo scontro diventava quasi disperato. E sarebbe scivolato sul piano esclusivamente militare. Io sento questo clima di cupezza, ho il senso di una ineluttabilità. Non possiamo fare che quel che abbiamo deciso, non possiamo essere che quello che siamo... e non è bene.

Il gruppo dirigente comprende di avere sparato troppo alto e di avere perso.; c'era già stata la sconfitta sul piano sociale e ora arriva quella sul piano politico; la lucidità della analisi, si accompagna, per chi vede le cose dall'esterno con una sorta di testardaggine genetica (ormai siamo andati troppo avanti).

Sta di fatto che la sconfitta è consumata negli anni '78-79. Gli operai delle grandi fabbriche non sono più il propulsore del cambiamento, il soggetto sociale rivoluzionario ci si è trasformato sotto gli occhi. Eravamo nati per dar loro forza, offrire una loro organizzazione combattente e conquistarli ad essa - se il loro ruolo sociale si indebolisce, le nostre azioni possono forse restituirgli la forza che non hanno? Nati per sostenere un'offensiva, non siamo più niente quando quell'offensiva non può essere mantenuta. Continuiamo a combattere nelle fabbriche, facciamo azioni in continuazione, alla Fiat, all'Alfa, al Petrolchimico, all'Ansaldo, ma in quel biennio non contiamo niente(...) Questa è la vera disperazione. Non saremo più una soluzione, neanche un moltiplicatore per il movimento operaio, nell'impasse nella quale si trova. Saremo opposizione, resistenza, faremo azioni, ma non indicheremo la via per vincere. La vera sconfitta non è perdere, ma è perdere la convinzione che si possa vincere.

Ci sono poi gli aspetti di natura personale che riguardano la assunzione delle proprie responsabilità; quelle sue Moretti se le assume tutte quando, dopo aver fatto un'estremo tentativo con la famiglia che mette a rischio le regole della clandestinità:

Moro sa di essere stato condannato a morte, sa di quell'estremo tentativo, sa che non c'è stata nessuna risposta, sa che è finita. Non è stato ingannato. Gli dico solo di prepararsi perché dobbiamo uscire. Non immagini quel che uno prova, ho un bel dirmi che è una scelta politica, che è inevitabile, che l'abbiamo presa collettivamente, che non siamo noi responsabili se una mediazione non c'è stata. Il tempo dei ragionamenti è scaduto. Adesso uno deve prendere un'arma e sparare.

Nei diversi gradi di giudizio per l'omicidio materiale di Moro è sempre stato imputato e condannato Prospero Gallinari il carceriere di Moro che rimase sempre dentro l'appartamento (il terrorista silenzioso). Moretti ha per lui parole di grande affetto, (si faceva chiamare Giuseppe …) mentre si autoaccusa dell'omicidio. Gallinari è morto nel 2013 e il suo funerale diede luogo a comportamenti fuori luogo. Il finale polemizza con alcuni dissociati dalle mani pulite.

Perché Prospero ha sempre visto, come tutti noi, l'aspetto politico. E in questo quel che aggiungo ora non cambia niente. Io ne parlo per la prima volta, non l'ho mai fatto neppure con i compagni. Non è nostro costume. Ma stavolta è diverso, non mi pare onesto lasciare all'infinito un peso su altri, anche se politicamente e giudiziariamente non conta. Quando ho deciso di fare con voi questo lavoro sugli anni della lotta armata, ho deciso anche di non tacere più nulla, e prendermi le mie responsabilità senza lasciare non dico zone oscure, ma neppure ombre. I compagni dalle mani pulite... sono fortunati a cavarsela cosi. Io rispetto di più quelli che si sono presi il carico di ferire quando si era deciso di ferire, di uccidere quando si era deciso di uccidere, gesti di guerra guerreggiata, ma anche pesi che uno non si scrollerà di dosso per il resto della vita. Ed è un bene che sia così(...)

Vuoi che questa cosa non mi segnasse? Me la porto addosso, e la rivendico anche, mi appartiene al pari di tutto il resto. Se ne parla perché riguarda Moro, ma cosa credi, è stato pesante anche per gli altri sparare a via Fani. Per me è stato peggio, perché Moro lo conoscevo, avevo passato cinquantacinque giorni chiuso con lui... Gli agenti della scorta non li abbiamo mai visti in faccia. Si dice che si può tollerare la morte del nemico impersonale, chissà se è vero. Anche se è vero, non è giusto. È stata una guerra. Se fosse stato possibile, se ci fosse stato aperto uno spiraglio, avremmo risparmiato Moro. Io sono in pace con quell'uomo(...)Non ho rimpianti, non dimentico. Non dimentico che sono morti anche tanti compagni. Che io ne sia uscito vivo è un caso, avevo messo la mia morte nel conto come quella che noi davamo ad altri. Non ho mai lasciato su nessuno responsabilità che non avessi preso per me. Potrà sembrare poco, ma aiuta in una storia in cui i conti sono in rosso per tutti.

la consapevolezza della sconfitta

Sentivo una rassegnazione: abbiamo preteso tutto, è giusto che paghiamo tutto. Ci abbiamo provato fino in fondo, ci siamo presi il diritto di far la lotta armata, di compiere atti duri e complicati, era giusto che l'epilogo fosse altrettanto travagliato. Ogni parola aveva avuto il suo peso, e ne erano state dette tante, da tanti che ora facevano mostra di essere terrorizzati da un volantino marxista-leninista... quando mai un volantino aveva impaurito qualcuno. Quel che avremmo dovuto fare era rivendicare un'identità, e su quello morire come esperienza politica. Non ci siamo riusciti. Era troppo fragile la nostra generazione.

La posizione di Moretti, come fu quella di Gallinari è diversa sia da quella dei pentiti che usufruirono, in cambio della collaborazione, di notevoli benefici garantiti dalla legislazione antiterrorismo, sia da quella dei dissociati che Moretti giudica peggio dei pentiti:

Ti pesa parlarne ?
Lo vedi, riesco a farlo con più oggettività di altri. Credo che sia perché non cerco niente. Ho già fatto tredici anni di galera, penso che un'amnistia dovrebbe liberare tutti i compagni in carcere o all'estero. Ma se non ci sarà, mi farò il resto. C'è qualcosa di peggio dello stare in galera.
Che cosa è peggio ?
Perdere la propria identità, rinnegare quel che si è stati, dibattersi per apparire diversi da quel che eravamo.

Moretti è così; sto per dire una bestemmia o forse si tratta del riconoscimento della funzione rieducativa della pena, ma un po', alla fine di tutto, mi sta quasi simpatico (sicuramente molto di più dei vari Negri o Scalzone): non ti chiedo di cambiare la tua concezione del mondo, la storia non si cancella con il bianchetto ma di reinserirti in quella società che hai puntato a distruggere. E' in carcere da 37 anni, di giorno lavora all'esterno del carcere di Opera dove rientra la sera; questo è il finale del libro:


La memoria di noi non è morta. Non è neanche conservata. È esorcizzata, allontanata, deformata. Non si finisce mai con il processo Moro, tutti sanno tutto e tutti continuano a elucubrare, non vedere quel che è semplice. Tragico e semplice.

Senti, sei fuori dal mondo della gente da ventidue anni, nove clandestino e tredici in prigione. Finora hai avuto carcere e distruzione della memoria. Se un angelo cattivo ti offrisse su un piatto libertà e oblio, e su un altro carcere e memoria, che cosa prender esti ?

Non esistono angeli così perfidi, solo gli uomini propongono due modi ugualmente crudeli di morire. Comunque gli direi: dammi libertà e memoria. Se non sei capace di tanto, mio caro angelo, allora voli basso, neanche all'altezza della nostra sconfitta.


Brigate Rosse – una storia italiana

Edizioni Anabasi, Milano, 1994

Edizione Oscar Mondadori 2007 269 pag 14,50 €


 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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