vi racconto una storia – i pozzi, la fiducia e la speranza

Vi racconto una storia, se avete voglia la leggete, se no cambiate canale. Siamo a Burao, nel centro dell’altopiano del nord della Somalia, l’Haud Plateau, terra arida e coperta di polvere rossa, di colline gessose e di isolati rilievi bruni, calcarei, unica zona di acqua dolce in un mare di centinaia di kilometri con poca acqua e pure salata.

Siamo nel 2013, dopo due mesi di studio, di monitoraggi, geofisica, rilievi, prove sui pozzi esistenti, finalmente si arriva al momento cruciale dello scavo di nuovi pozzi. Il primo si blocca subito per problemi della ditta di perforazione, il secondo eccellente, il terzo secco, come una pigna secca.

Si trova una nuova ditta e si riparte con il primo. L’avevo piazzato al centro di una circonferenza di un km di raggio con 5 pozzi su di essa, tutti simili: acqua da dolce a leggermente salmastra, abbondante a profondità di circa 90 m.

La geofisica conferma le informazioni: sotto un centinaio di metri di argilla e calcare uno spessore di almeno 200 m di sabbia dove può esserci acqua. Abbiamo fondi per arrivare a 180 m.

Il metodo di perforazione è lento. Quando arrivano a 90 m decido di andare sul sito. E’ una fatica mortale aspettare il risultato di un pozzo, alternanza di angoscia ed eccitazione. Una terra senz’acqua, ti guardi attorno ed è tutto secco, polvere, deserto e tu scommetti che laggiù a 100 m c’è acqua. A volte pensi di essere pazzo a crederci, di buttare via 100.000 dollari per un sogno. E quindi soffri.

A 90 m è ancora calcare asciutto, così a 100, 110, 120 m. Il tempo passa, è inverno e la sera fa freddo ed il cielo è limpido. 130 m: finisce il calcare, ma invece della sabbia c’è argilla. E l’umore scende a nero, perché l’argilla è sempre secca.

Passano le ore, poi un giorno: 150 m ed è sempre argilla. Ho sbagliato tutto? 160 m, 170, sempre argilla, 180, argilla. E’ finita ed io ho cannato, sono una m… Telefono al capo, che mi vuole molto bene:

- Maurizio, è andata male.

- Ma come mai? Avevi detto chance positive al 90%.

- Si Maurizio, ma tanto c’è sempre il 10%, siamo finiti in quello.

- Boh, senti, ci sono ancora un po’ di soldi, vai a 200 m.

Ma il perforatore non vuole continuare. Lo supplico, lo scongiuro, ma dentro ho sempre il nero. Alla fine accetta e io vado a pranzo. Torno due ore dopo, stessa scena immutata, sempre …..

Ma Jirde, il mio amico Somalo mi chiama e tira su un pugno di fango (che noi mandiamo giù per perforare e poi torna su con i campioni di roccia o depositi), ma c’è sabbia? Sabbia? Siamo a 184 m e comincia a salire sempre più sabbia ed il fango fa le onde e c’è un casino d’acqua e dolce. Soffriremo ancora due settimane prima di riuscire a finirlo, ma è uno dei migliori pozzi della città. Se ci fossimo fermati a 180 m avremmo buttato via speranze, fatica e 100.000 dollari.

Sarà stata questa scuola che mi ha temprato a sopportare l’altalena di speranza e sfiducia, forse sì. Non so quanto l’epidemiologia sia una scienza esatta, nessuno comunque potrà mai scrivere nero su bianco che finirà bene, ma io so che finirà bene, che qualunque epidemia è finita ed il mondo a ripreso a funzionare, anche meglio di prima. Finirà anche questa, anche se non sappiamo, e forse non lo sapremo mai con precisione, dopo quanti morti. Ma la vita di prima riprenderà. Dobbiamo solo sopportare qualche settimana e poi accettare alcune limitazioni che si attenueranno un po' alla volta. Stiamo vincendo.

Da giorni sappiamo che non ci si possono aspettare andamenti “lineari”. Si sale di qui, si scende di là. Il quadro non cambia, però il dato più concreto, i ricoverati sia in terapia intensiva, sia quelli con difficoltà respiratorie minori, presentano una crescita quasi a zero, inferiore allo 0.5%. Solo 30 nuovi ricoverati in terapia intensiva, “solo” 348 ricoverati “normali”.

Una settimana fa crescevano rispettivamente a più di 100 e più di 1000 al giorno. Sono dati concreti, sono persone reali, sono un bisogno minore di nuovi posti letto, di sacrificio del personale ospedaliero, tempo, tempo per consolidare le nuove strutture approntate, per mettere a punto strategie di contenimento dell’epidemia. E nel frattempo …. aspettare, senza poter fare nulla, oscillando come una barca sulle onde, oggi ottimisti domani pessimisti, consapevoli che l’unico strumento che abbiamo è continuare a mantenere le distanze e a lavarci le mani.

Info su Bruno Petrucci

Geologo professionista, nato a Salerno 1946 e laureato a Milano nel 1975. Attività di pianificazione sismica, tramite studi di micro-zonazione nel post-terremoto dell’Irpinia (1980) e successivamente tra il 1986 ed il 2009 nel territorio Lombardo ove ha operato parallelamente nell’ambito della pianificazione territoriale alla luce del rischio idrogeologico. Nello stesso periodo si è occupato di studi di fattibilità grandi opere (strade e dighe) e ricerche idriche in Italia, Asia, Sud America ed Africa. Attualmente impegnato in indagini idrogeologiche e ricerche di acque sotterranee in paesi in via di sviluppo, particolarmente in Somalia, Kenya, Tanzania e Libano. Attività di insegnamento nell’ambito del Master “Le risorse Idriche nei Paesi in Via di Sviluppo” presso l’Università di Milano Bicocca dal 2004 ad oggi. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Geologi dal 1984.
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