chissenefrega della conversione?

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Diciamo la verità, la sinistra intellettuale è stata presa in contropiede. Tutti avevamo sperato in una soluzione positiva della vicenda di Silvia Romano e, a differenza di quanto avvenuto in altre occasioni, ci siamo trovati un pacco dono, confezionato non si sa bene da chi che ci ha posto qualche problema.

Le sindromi di Stoccolma si sono sprecate insieme alle discussioni sul significato dell'abito verde, dell'inchino fatto dal padre al suo arrivo, del potetre salvifico (sul piano dell'equilibrio mentale) della lettura del Corano e a me è subito venuta in mente la discussione su Moro prigioniero delle Brigate Rosse che cercava di pilotare una soluzione attraverso le lettere e quasi tutta la stampa e la TV a interrogarsi se era drogato, se era soggetto a costrizione, se era impazzito.

Se sei un laico e sincero democratico dovrai dire che:

  • il diritto alla conversione esiste e ci mancherebbe altro, la libertà religiosa è una delle cose che ci contraddistingue come civiltà
  • quando si tratta di salvare una vita umana bisogna trattare e, in casi del genere, la politica estera italiana (ci piaccia o non ci piaccia) prevede il pagamento dei riscatti; in questo quadro, rientra anche la negazione del fatto (dice Di Maio che lui lo avrebbe saputo, e a me scappa da ridere)
  • le ONLUS devono essere libere di andare in giro per il mondo a svolgere azione di volontariato (anche se poi non tutte lo fanno allo stesso modo e rispettando le regole elementari di sicurezza)
  • nel caso di Silvia Romano si trattava di un lavoro di assistenza in Kenya e non in Somalia (anche se poi rifletti sul fatto che parliamo di stati confinanti e di un contesto in cui non esistono organizzazioni statuali all'altezza e che pertanto ci sono milizie armate che girano e che controllano il territorio di qua e di là dal confine)

Io vivo la Somalia, l'Eritrea e l'Etiopia come una cosa nostra luoghi dove, dalla seconda metà dell'800 l'Italia ha cercato di costruire il suo posto al sole fatto di colonialismo e realizzazione di infrastrutture, stragi di etnie e di popoli mescolati ad una politica di buana badrone. Il quadro è fortemente peggiorato alla fine degli anni 30 con l'impresa d'Etiopia (Mussolini-Graziani-Badoglio) e poi tutto è finito nel calderone della II guerra mondiale e del successivo protettorato durato sino al 1961.

Sono seguiti gli anni bui dei regimi dittatoriali, delle guerre civili, delle fughe di profughi verso l'Italia e ci ritroviamo ora una realtà che ci parla di paesi con un livello di reddito tra i più bassi al mondo e, nel caso della Somalia, di un paese che ha formalmente un governo e un apparato statuale ma che per oltre due terzi è governato dalle bande organizzate di Al Shabab (affiliato ad Al Qaeda) che controllano tutta la parte meridionale del paese con sconfinamenti a ovest verso il Kenya, mentre a nord esistono due entità sostanzialmente indipendenti. A chi volesse saperne di più consiglio questo dettagliato articolo di una delle organizzazioni che si occupano di analisi strategica.

I dubbi e le perplessità me le hanno sollevate i comunicati di solidarietà a Silvia Romano da parte delle associazioni in esilio di donne somale e soprattutto la lettura, un paio di giorni fa di un articolo di Domenico Quirico, inviato esteri de La Stampa che fu rapito per alcuni mesi in Siria e che ci è passato in mezzo. Scrive Quirico a proposito del tanto citato abito verde, e che non è per nulla un abito tradizionale delle donne somale:

Dio, come pesa quel barracano verde, come ci annaspiamo dentro. È come se lo gonfiasse tutto quello che in questi mesi interminabili Silvia Romano ha attraversato, come se avesse voluto portarli con sé, la prigionia, la violenza del sequestro, i segni dei nuovi indemoniati che ritengono che tutto sia permesso non più perché dio non esiste ma anzi proprio perché, per loro, il suo esistere li rende fanatici. In un vestito che non ha voluto lasciare dietro, che ha voluto esplicitamente come simbolo, c'è il mondo dell'islamismo radicale con i suoi codici.

E poi le questioni del cambio di nome e della conversione. L'Islam radicale te lo giochi in queste cose. Non sei più Silvia ora sei Aisha.

Conosco il rito dell'offerta della conversione: per averlo vissuto. Comincia con una proposta, gentile: quella di cambiare identità, di assumere un nome musulmano. Allucinante complessità del fanatico. Sconcertante impenetrabilità di personaggi a doppio, triplo fondo. Non gli basta tenerti in pugno, barattarti per denaro. Vogliono la tua resa, la tua anima.

Come accadeva ai militanti rivoluzionari durante i processi di Mosca. Il procuratore generale voleva la tua anima dopo averti fatto confessare congiure e complotti totalmente inventati. Dovevi diventare un verme strisciante felice di morire, redento dalla giustizia proletaria ringraziando Stalin sul patibolo.

Non è un rito formale, piccole mercanzie da sacrestia islamica, è un obbligo, a cui credono sinceramente: salvare un miscredente dal peccato, portarlo alla vera fede, accrescere di una unità il paradiso dei puri, dei giusti. ...Nessuno ti dice che così la tua condizione di vittima, di prigioniero cambierà, che in quanto musulmano non subirai più violenze. Che sopravviverai. Forse ti libereranno…e allora…fuggire…forse, chissà. Ma ti accorgi immediatamente che l'abbandonare il nome, anzi gettarlo via come una cosa sporca, è l'equivalente, oh quanto più forte, del restare nudo, del lasciare i vestiti che ti hanno tolto subito dopo il sequestro. Sei debole, senti mancarti il terreno sotto i piedi, precipiti verso il fondo del trabocchetto, non sai neppure tu come ti devi chiamare. Sai che se dici sì, scivoli via da te stesso: obbligatoriamente. Adesso non hai più nome che non sia quello che loro ti hanno imposto, ogni volta che ti chiamano devi percorrere nella tua mente uno spazio, per capire che quel nome sei tu. Poi viene la proposta di pronunciare la preghiera, la dichiarazione di fede. Ma l'idea di mentire, del prendersi gioco dei tuoi carcerieri, salvarsi con la riserva mentale, ingannarli? Sarebbe lecito, in fondo. Pensieri che partorisce la notte. Che non potrai disinvoltamente gettare via. Ma con dio non si scherza, soprattutto quando hai vicino di cella il dolore. Cerchi la via di scampo. E se fosse proprio in questo dio in cui credono di credere i carcerieri? Un dio senza angoscia nella mente, senza incertezza, senza dubbio, senza un elemento di disperazione... Quello che cerchi, che sogni è avere un po' di quella stanchezza felice che provano i convalescenti. Anche un dio implacabile e senza indulgenza può andare bene, ti può scorrere addosso come un balsamo ... Chi esce da un rapimento ha soltanto la sua memoria, l'esser rimasto vivo, i gesti che ha compiuto o non ha compiuto in una dimensione che, non bisogna dimenticare mai, è quella della violenza, del ricatto. Se gliela rifiutiamo questa memoria, qualunque sia, ditemi: che cosa gli resta?

Dio? La memoria? Il diario del sequestro? Una biro per scrivere qualcosa. Il Corano da leggere. Il declino dell'Occidente.

Come diceva Voltaire mi farò uccidere per garantire la tua libertà … ma tieniti il tuo abito verde. Mi verrebbe da dire sino a quando non ti sarai ristabilita, ma poi quacuno direbbe che sono poco rispettoso e ti prendo per matta.

Viviamo in un mondo brutto. Alcuni secoli fa le cose che ha scritto Quirico le hanno teorizzate e praticate anche i cristiani. Solo pochi decenni fa le ha praticate l'altro grande umanesimo ateo in nome del socialismo e basta studiare un po' di storia per riconoscerlo perchè in parte è avvenuto anche da noi al confine orientale dopo la fine della II guerra mondiale. Quando dio cambia bandiera, se non sei lesto a cambiarla anche tu diventi un insetto da schiacciare.

Se penso all'Iraq, alla Siria, alla Libia, al corno d'Africa trovo tremendo quanto accade. Lo stato viene distrutto, inizia la guerra per bande, crudele, violenta e per tenerla freno abbiamo le truppe di Mister Trump al più supportate da qualche ristretta missione internazionale. Lo sapete che in Somalia ci sono anche i soldati italiani?

Mister Trump, quello che ha proposto di bere i disinfettanti per combattere il Covid. E così il mondo continua a girare…mentre a noi resta solo l'arma della parola.

 

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Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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