non torniamo al passato – di Bruno Petrucci

Zigzagando sulla TV arrivo ad uno speciale del TG2: Il Racconto degli Inviati. Non ho letto il titolo del programma, ma per caso sono arrivato all’inizio, al racconto della prima inviata. Che si è beccata il Corona Virus a Codogno ed è rimasta isolata in un B&B con la febbre, la tosse e la fatica a respirare. E poi è continuato tra varie e intensissime testimonianze, un film dietro le quinte. E mi è venuta una gran voglia di mettere giù una sintesi (che ambizione, eh?) di questa storia virale, che rischiando di essere scontato, chiamerò guerra.

Se fosse un libro un libro scriverei un preludio, poi l’esplosione, l’ecatombe, la guarigione, fine della prima parte. Il preludio è cretino, anzi i cretini siamo stati noi. Ricordo Wuhan, i cinesi che cantavano alle finestre, poi i controlli dei voli da Wuhan, le passeggiate a China Town di Sala, la mia cena al ristorante cinese sotto casa. Sì cretini, la Cina è lontana, cosa sarà mai, hanno avuto tante epidemie negli ultimi venti anni e noi qui neanche ce ne siamo accorti. Pietà per i cinesi, grandi ospedali costruiti in dieci giorni, mi spiace, ma io osservo, non partecipo. Poi due cinesi, anziani, ovviamente, allo Spallanzani. Nessuna diffusione epidemica a Roma. Osservo, osserviamo con distacco. Cretini.

L’esplosione. A Codogno un giovane con polmonite viene mandato a casa, poi ritorna perché fa fatica a respirare. Una dottoressa se ne frega delle regole, segue il suo intuito, lo mette in isolamento e fa il tampone: scoppia il paziente UNO, e si diffonde l’epidemia. E’ il 21 febbraio 2020. Si isola il “Basso Lodigiano”, zona rossa, fermo totale.

Nello stesso giorno muore di polmonite un pensionato a Vo Euganeo, Covid-19. Poi un altro, si chiude anche lì tutto. Un altro inviato TG2 si chiude clandestinamente a Vo, prima che scatti il blocco. Sarà la voce dall’interno. Ci guardiamo stupiti. Ma non è possibile, doveva restare lì, cosa ci fa qui il Corona Virus? La televisione ci manda immagini dei blocchi del Lodigiano e di Vo. Auto fermate, genitori che portano viveri ai figli senza poterli raggiungere. Ci pensano i poliziotti a portarli 50 metri più in là.

L’operazione riesce il contagio è circoscritto, cominciano a fioccare i morti ma i contagi si fermano. Dentro. Fuori no. L’8 Marzo viene decretata zona rossa tutta la Lombardia, parte del Veneto, del Piemonte e delle Marche. Il 19 Febbraio si è giocata a San Siro Atalanta-Valencia. Ma i bar restano aperti fino alle 18.

In TV cominciano a filtrare le immagini di pazienti in terapia intensiva. La sera dopo Conte annuncia il lock down del paese. Si levano le voci indignate di chi dice “è poco più di un’influenza ed attacca solo gli anziani”. Oltre a Sgarbi e Barisoni anche qualche virologo e/o epidemiologo. Molti meridionali scappano da Milano prima di essere bloccati. Ma è l’Italia ad essere bloccata ora: tutti chiudono i voli da e per l’Italia.

L’ecatombe e la Solidarietà. E ora siamo noi a cantare alle finestre, ed esporre le bandiere a sentirci finalmente italiani senza se e senza ma, senza religioni e partiti, fratelli. Ci troviamo ad appuntamenti fissi fuori ai balconi, ci mettiamo in coda disciplinatamente ai supermercati, unico luogo di socializzazione. A Napoli si calano i “panare”, i panieri “chi ha metta, chi non ha prenda”.

La gente si mette in fila anche ai Banchi di Pegni. Ci disperiamo per i clochard, i barboni, per tutti quelli che lavorano in nero e non hanno speranze di cassa integrazione. Chiudono le grandi manifatture, le aziende tessili, si paralizza completamente industria, commercio, turismo e spettacolo ed i musei, e la cultura. Intanto è cominciato il rito delle 18.

Come Radio Londra clandestina di notte, la Protezione Civile “vi parla alle 18”. Scopro le curve logistiche, quelle che solo ora vediamo bene, ma che nella prima decade di Marzo sembravano curve esponenziali che indicavano un aumento spaventoso dei contagi. E inizia l’ecatombe.

Mentre si teme per Milano scoppiano Bergamo e Brescia e qualcuno di notte filma cancelli che si aprono e file di camion militari che anche se non ce lo dicevano già sapevamo contenere morti. Il crematorio di Lambrate chiude per “tutto pieno”, cercansi fornaci.

Scopriamo che la settima potenza del mondo non è in grado di fornire mascherine e tute isolanti ai medici, che non abbiamo strutture idonee all’isolamento ed al trattamento di epidemie, solo Spallanzani, Sacco e Cotugno, che non ci sono posti sufficienti in terapia intensiva, non respiratori, non maschere.

La creatività italica trasforma maschere da sub con l’aggiunta di valvole stampate 3D in respiratori, fabbriche tessili si riconvertono a fabbricare mascherine. Sì, perché nel frattempo chi chiudeva i voli con l’Italia scopriva che l’epidemia ce l’aveva dentro e, se produceva attrezzature mediche per malattie respiratorie, chiudeva le frontiere all’esportazione.

Abbiamo scoperto che nella fretta della globalizzazione non produciamo nulla che possa aiutarci contro l’epidemia, se non qualche farmaco. Ma nello stesso tempo arrivavano team medici e volontari da tutto il mondo per aiutare, dalla Cina, Cuba, USA, Russia, perfino da Albania e Romania e la Germania, molto più attrezzata di noi accoglieva i nostri malati in Terapia intensiva.

Abbiamo visto pazienti ricoverati a Bergamo o Brescia svegliarsi in Germania, Calabria, Puglia, Sicilia. E abbiamo visti medici e infermieri esausti, marcati in viso dalle maschere, addormentarsi sui computer, piangere per i malati che non riuscivano a salvare, incoraggiare, coccolare e li abbiamo visti trasformati in veicoli di contagio, tanti poi morire.

Abbiamo visti contagiati abbandonati a morire nelle loro case, senza tamponi, senza cure, senza affetti. Abbiamo temuto di soccombere. Abbiamo trasformato medici ed infermieri in eroi mandati al macello. Abbiamo viste case di cura trasformate in lazzaretti per anziani per cui non si riusciva a trovare strutture ospedaliere. Ma ci sentivamo uniti, fieri di combattere, orgogliosi di quello che si faceva pur nella totale mancanza di mezzi, grazie all’abnegazione della classe medica. Abbiamo visto l’Italia spaccarsi in due, tra nord e sud, unita solo dall’orgoglio e dalla paura.

Fine Prima Parte. Poi qualche terapia intensiva ha cominciato a chiudere, poi i ricoveri in isolamento, poi anche i contagiati a domicilio a diminuire. I guariti crescere, i morti decrescere ma lentamente, i contagi rallentare. Regioni del sud e del centro quasi a zero per morti e contagi, le curve dei contagi del nord assumere il famoso trend logistico. E, in qualche modo, è cresciuta la rabbia.

La rabbia dei parenti dei morti, la rabbia di chi non aveva lavoro e non riceveva aiuti dallo stato, la rabbia degli esercenti, dei baristi, degli albergatori dei bagnini, la tristezza degli artisti, la rabbia dei medici mandati allo sbaraglio con le baionette contro le mitragliatrici. Ed abbiamo capito che avevamo vinto la prima battaglia, e mentre le scaramucce continuano in zone isolate ma importanti, ci avviamo alla fase due.

Amarezza, è il gusto dell’amaro che porta la pioggia di questi giorni. Amaro è il sapore di 32,000 morti e di tanti altri nemmeno conteggiati come Covid-19, amaro è il sapore del disastro economico, amara è la riscoperta dell’inefficienza dello stato, che nemmeno l’emergenza riesce a sconfiggere, amara è la nuova povertà, l’approfondirsi della vecchia, amara è la previsione del collasso economico, ma ancora più amara è la fine della solidarietà.

Una povera ragazza rapita per 18 mesi si converte (o crede di convertirsi) all’Islam, torna a casa felice e trova odio. E così capiamo che gli odiatori non sono spariti, erano lì paralizzati dalla paura, silenziati. Loro no, non si sono convertiti alla fratellanza, come chi al governo ostacola la regolarizzazione dei migranti-braccianti. Ma non solo gli odiatori ci sono. “Che cazzo vogliono i commercianti, i ristoratori, i baristi, i bagnini? Vorrei vedere quanti soldi hanno fatto in nero. Io al ristorante o al bar non ci andrò, per rischiare la pelle a un metro di distanza da un contagiato”.

Io no, io no, io al bar, al ristorante, ci andrò non appena apriranno, anche se mi toccherà mangiare o bere un caffè ad un metro da un contagiato. Mi prendo il rischio. Andateci, amici miei, andiamoci, vi prego. Dietro ogni esercizio che chiude c’è un sogno che si spegne, una famiglia o più che deve trovare un modo nuovo per vivere, magari senza soldi in banca ma con tanti debiti.

Ci sono gli albergatori delle Cinque Terre, di Taormina, di Positano o di Venezia che danno lavoro a tanti, anche a tanti in nero o con lavoro a tempo, ma chissenefrega ora. Dobbiamo salvare questi fratelli, che sono ridotti a lottare per un metro o mezzo metro di distanza in meno per poter anche solo sperare di sopravvivere. Non hanno pensione, non hanno un salario da farmaceutico o una cassa integrazione da metalmeccanico e sono tanti, troppi. Quindi alzate le chiappe e se avete qualche soldo e una mascherina andate al bar, al ristorante, in libreria o in un negozio di vestiti e spendete i vostri soldi per chi ne ha bisogno. In nome di quella solidarietà da fase 1 che ci ha fatto sognare un mondo meno diviso e più solidale. Avanti, andiamo avanti, non torniamo al passato.

Info su Bruno Petrucci

Geologo professionista, nato a Salerno 1946 e laureato a Milano nel 1975. Attività di pianificazione sismica, tramite studi di micro-zonazione nel post-terremoto dell’Irpinia (1980) e successivamente tra il 1986 ed il 2009 nel territorio Lombardo ove ha operato parallelamente nell’ambito della pianificazione territoriale alla luce del rischio idrogeologico. Nello stesso periodo si è occupato di studi di fattibilità grandi opere (strade e dighe) e ricerche idriche in Italia, Asia, Sud America ed Africa. Attualmente impegnato in indagini idrogeologiche e ricerche di acque sotterranee in paesi in via di sviluppo, particolarmente in Somalia, Kenya, Tanzania e Libano. Attività di insegnamento nell’ambito del Master “Le risorse Idriche nei Paesi in Via di Sviluppo” presso l’Università di Milano Bicocca dal 2004 ad oggi. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Geologi dal 1984.
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