Teresa Bellanova … si ricorda di quando …

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La ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova ha minacciato le dimissioni dal governo se per i braccianti irregolari presenti sul suolo italiano non sarà previsto un permesso di soggiorno temporaneo di sei mesi. Si tratta di una questione di importante valenza economica e civile. Economica, perché braccianti, colf e badanti sono uno dei pilastri del sistema socio-produttivo. Civile, perché abbiamo a che fare con esseri umani, che invece sono trattati come animali e come schiavi nell’Italia del 2020.

La manodopera che manca e l’esercito degli irregolari

Tanto più urgente la questione, visto che il Piano Conte per la Fase 2 economica continua a fluttuare nell’aria, essendo il governo paralizzato dalle divisioni tra chi – il M5S – intende approfittare dell’emergenza per una distribuzione di moneta su tutta l’Italia, soprattutto meridionale, con l’Helycopter Money di Stato, e chi – Italia Viva e parte del PD – intende finanziare la produzione e il lavoro.

Si tratta di regolarizzare circa 600 mila lavoratori, dando loro la possibilità di fare dei contratti, sottraendoli così alla stretta feroce del caporalato, e di accedere ai servizi sanitari, soprattutto in tempo di coronavirus. Al momento, secondo i dati forniti dalla Ministra, nei campi mancano tra i 270 mila e i 350 mila lavoratori, così che il 40% dei prodotti ortofrutticoli sta andando al macero, facendo schizzare i prezzi di quelli che arrivano sulle nostre tavole.

La mancata legalizzazione favorisce la concorrenza sleale da parte delle imprese che usano l’intermediazione del caporalato e della criminalità organizzata, danneggiando quelle imprese che scelgono la competitività del mercato sano e che praticano la responsabilità sociale. Secondo calcoli probabilistici sulle base dei numeri Istat, si possono calcolare circa 1 milione e 300 mila le posizioni non regolari nel mercato del lavoro, non necessariamente corrispondenti ad altrettante persone. Ammonterebbero a circa 350 mila le persone irregolari – i clandestini – che non hanno il permesso di soggiorno.

Un gruppo di intellettuali e di operatori sociali si è appoggiato alla Bellanova per rilanciare l’idea di un’altra sanatoria, benché la Ministra abbia smentito di volerla proporre.
Si intrecciano qui due livelli diversi: quello del prosciugamento della palude del mercato nero del lavoro e quello della sanatoria per gli immigrati irregolari.

Lavoratori in perenne precarietà

La gran parte dei 2,5 milioni di immigrati occupati svolge attività con basse qualifiche e con rapporti di lavoro a orario ridotto e a termine, che sono aumentati in modo esponenziale negli ultimi 10 anni. I lavoratori immigrati operano nei settori dove è rilevante l’incidenza del lavoro sommerso: i servizi per il mercato e per le persone, le costruzioni, l’agricoltura. Il 50% dei 2,2 milioni di rapporti di lavoro avviati nel 2018 per i lavoratori immigrati è a tempo determinato e con durata inferiore ai tre mesi”, così scrive Natale Forlani, esperto del mercato del lavoro, che cita i dati dell’Istat e del Ministero del lavoro.

Tutto ciò è particolarmente vero per il lavoro domestico, dove la condizione di irregolarità totale o parziale non dipende solo dal permesso di soggiorno del lavoratore, ma anche dalle difficoltà delle famiglie come datori di lavoro.

Davanti abbiamo una massa di lavoratori costretti in una condizione perenne di precarietà, di sottoccupazione e di lavoro in tutto o in parte irregolare. La gran parte ha un regolare permesso di soggiorno, ma occupa una posizione irregolare nel mercato del lavoro. Non hanno, cioè, bisogno di una sanatoria. La loro condizione è accoratamente denunciata dalla Ministra dell’Agricoltura: “A Borgo Mezzanone – frazione di Manfredonia in Puglia – ci sono 3.000 immigrati ammassati in un campo di fortuna, senza protezioni e mascherine. Nel momento in cui riprendono l’attività salta tutto in aria in termini di emergenza sanitaria”.

Qual è la vergogna civile? Queste persone, che partecipano di fatto alla vita economica e civile del Paese, sono state escluse dal governo giallo-verde, a guida Conte-Salvini-Di Maio, dalle misure adottate per contrastare la povertà e dalle politiche attive del lavoro, perché non residenti in Italia da almeno 10 anni. Così il 30% dei nuclei familiari composti da immigrati versa in condizioni di povertà assoluta. Il 12% di questi nuclei è completamente privo di redditi di lavoro o di pensione.

La sanatoria non risolve il problema immigrati. La politica ambigua dei M5S

La sanatoria eventuale risolverebbe questi problemi? Di certo non immediatamente. Come già accaduto con altre sanatorie, lo Stato “accoglie” con lentezza e abbandona subito dopo. L’Italia non è capace di un governo politico-amministrativo rigoroso e civile del fenomeno migratorio. Le sanatorie in questi decenni sono diventate l’alibi a posteriori del non-governo del fenomeno. Al quale finiscono per fare fronte solo le Parrocchie e le Associazioni di volontariato. Le sanatorie, insomma, regolarizzano la residenza, ma non prosciugano la cloaca del mercato del lavoro sommerso e oggi, in tempo di pandemia, non sanificano le numerose Soweto sorte ai margini dei campi e delle città.

Se la sanatoria non è un’immediata soluzione, le ragioni per cui il M5S e la Lega vi si oppongono sono di tutt’altro tipo. Paventano che i clandestini – che venissero tuttavia provvisti di regolare e temporaneo permesso di lavoro, che la legge prevede in caso di calamità e simili – potrebbero entrare in concorrenza con gli italiani che insistano sullo stesso segmento del mercato del lavoro. In realtà, non pare che gli Italiani disoccupati del Sud abbiano tutta questa voglia di correre nei campi a raccogliere pomodori per tre euro al giorno. La forza-lavoro italiana ci sarebbe, senza bisogno di ricorrere agli immigrati. Ma, come si è già constatato in questi giorni in Francia e in Inghilterra, gli indigeni europei non accettano questo tipo di lavori. A loro basta il “Reddito di cittadinanza” generosamente e costosamente offerto dal governo giallo-verde.

Qui sta, in effetti, la ragione del no pentastellato alla sanatoria: la temuta concorrenza degli eventuali immigrati “sanati” con gli italiani meridionali, nonché elettori, sul “Reddito di cittadinanza”, che per di più si vorrebbe dilatare a “Reddito di emergenza”. Concorrenza non sul mercato del lavoro, ma su quello dell’assistenza! Gli italiani votano, gli immigrati no! Un buon compromesso tra le forze di maggioranza potrebbe essere un No alla sanatoria qui e ora – che peraltro la Bellanova non ha chiesto – e un netto SI’ all’abolizione della Legge Salvini del 1°dicembre 2018, n. 132 contenente “Disposizioni urgenti in materia di protezione umanitaria e immigrazione, sicurezza pubblica”, che ha generato illegalità e emarginazione. Il M5S a suo tempo l’ha approvata entusiasticamente. Il PD, pur di stare al governo con il M5S, non ne ha chiesto l’eradicazione.

Espellere o integrare

Se non si espelle bisogna integrare sanatoria da escludere, dunque? Certo che no. Ci sono pur sempre sul territorio dai 300 mila ai 500 mila “clandestini”, senza documento di soggiorno. I casi sono due: o si espellono o si integrano. Per rimandarli nei loro Paesi servono decenni. Salvini ci ha provato e lo sa. E in Italia sono consegnati quasi da subito alla criminalità, alle mafie, alla prostituzione e alle carceri. E’ più realistico e più utile integrarli. Per farlo, tuttavia, occorre una politica dell’integrazione esigente, rigorosa, che investa su di loro come sugli Italiani del domani. Pertanto, identificazione, tracciamento, conoscenza della lingua, e, da parte loro, la volontà di integrarsi.

Ospitare decine di giovani che vanno a zonzo nei piccoli paesi, nelle città, sui mezzi pubblici, nelle stazioni ferroviarie, proibendosi per legge di impiegarli in lavori, pubblici o privati, è una politica suicida. Essa genera disagio, repulsione, odio, razzismo. Politica dell’integrazione significa che chi non è disposto a imparare la lingua e a rispettare le leggi del Paese ospite, deve esser espulso. L’inverno demografico italiano ed europeo richiede una simile politica di investimento sul futuro. Sembra, però, che questo Paese da qualche decennio l’abbia persa.

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Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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