La cura delle cinque fragilità dell’Italia – di Giovanni Cominelli

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Il Rapporto intitolato “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022”, che il Comitato di esperti in materia economica e sociale, nominato dal Governo e presieduto da Vittorio Colao, ha presentato al Presidente del Consiglio è un pieno di idee, un tank pieno di think.

Il Documento esordisce con l’elenco delle “Cinque fragilità” dell’Italia:

1. Tassi di crescita economica e livelli di produttività da anni inferiori a quelli delle altre grandi nazioni europee; 2. Un rapporto tra debito pubblico e Pil tra i più alti dell’area OCSE; 3. La scarsa efficienza ed efficacia della macchina amministrativa pubblica; 4. Una rilevante economia sommersa (12% del Pil) con una significativa evasione fiscale (oltre 110 miliardi di euro all’anno); 5. Un elevato livello di diseguaglianze di genere, sociali e territoriali, un basso tasso di partecipazione femminile al mercato del lavoro ed un numero molto elevato di giovani che non studiano e non lavorano.

A questa fenomenologia sistematica dei dolori d’Italia, seguono suggerimenti di impegno. Intanto, indica tre assi di rafforzamento:

  • Digitalizzazione e innovazione di processi, prodotti e servizi, pubblici e privati, e di organizzazione della vita collettiva;
  • Rivoluzione verde, per proteggere e migliorare il capitale naturale di cui è ricco il Paese, per accrescere la qualità della vita di tutti e generare importanti ricadute economiche positive nel rispetto dei limiti ambientali;
  • Parità di genere  e inclusione, per consentire alle donne, ai giovani, alle persone con disabilità, a chi appartiene a classi sociali e territori più svantaggiati e a tutte le minoranze di contribuire appieno allo sviluppo della vita economica e sociale, nel rispetto del principio di uguaglianza sancito dall’art. 3 della Costituzione.

Sono sei le aree di azione ritenute fondamentali:

  • le Imprese e il Lavoro, riconosciuti come motore della ripresa, da sostenere e facilitare per generare profonde innovazioni dei sistemi produttivi;
  • le Infrastrutture e l’Ambiente;
  • Il Turismo,
  • l’Arte e la Cultura, che devono essere elevati a brand iconico dell’Italia…;
  • la Pubblica Amministrazione, che deve trasformarsi in alleata di cittadini e imprese…;
  • l’Istruzione, la Ricerca e le Competenze, fattori chiave per lo sviluppo; gli Individui e le Famiglie, da porre al centro di una società equa e inclusiva, perché siano attori del cambiamento e partecipi dei processi di innovazione sociale.  

Il Comitato ha focalizzato, in particolare, la propria riflessione “sugli interventi che potranno avere impatto di rilancio entro il prossimo biennio”, mentre si limita a elencare gli interventi di respiro più ampio e le riforme strutturali riguardanti la giustizia civile, la fiscalità, l’Welfare.

Utile piattaforma o libro dei sogni?

I giudizi di valore sul Documento Colao si sono subito polarizzati e divisi lungo l’arco dei due estremi dell’ “utile piattaforma di discussione” e del “libro dei sogni”. E’ questo un destino toccato a pressoché tutti i Documenti programmatici della storia della Repubblica.

Il più fortunato, forse perché appartiene alla sua preistoria, fu probabilmente il “Codice di Camaldoli”, stilato nel luogo omonimo tra il 18 luglio 1943 al 24 luglio 1943 dall’intellettualità cattolica del tempo, promotori Mons. Montini, Mons. Adriano Bernareggi, Sergio Paronetto, Vittorio Veronese ed altri.

Il Piano Vanoni, approvato dal Consiglio dei Ministri il 29 dicembre 1954, con il nome di “Schema di sviluppo dellʼoccupazione e del reddito in Italia nel decennio 1955-64”, uscì ben presto dalla politica, con la morte improvvisa di Ezio Vanoni, che lo aveva redatto. Sorte migliore non toccò alla “Nota aggiuntiva alla Relazione generale sulla situazione economica del Paese” di Ugo La Malfa, illustrata in Parlamento il 22 maggio 1962. Né più favorevole destino toccò al programma del primo centro-sinistra organico né al Rapporto Saraceno del 1964 né ai Documenti Giolitti-Ruffolo, né al Piano Pieraccini 1966-70, né al  “Rapporto preliminare al secondo programma economico nazionale per il quinquennio 1971-75”, denominato Progetto ‘80.  

Salta agli occhi, tuttavia, una differenza rispetto all’operazione Colao. Dagli anni ’50 era la politica di governo ad assumersi la responsabilità di presentare idee e programmi operativi. Ed erano le forze sociali, le corporazioni, i gruppi di interesse a opporsi eventualmente alla loro attuazione, utilizzando come quinta colonna la rappresentanza politica dei partiti o delle correnti dei partiti, in particolare della DC.

Oggi il Governo dà il via a svariati Comitati programmatici, all’insegna dei “Cento fiori fioriscano”, con la riserva mentale di cogliere il fiore giusto al momento opportuno. Così, Conte immette il Documento nella kermesse mediatica degli Stati generali, mentre dietro le quinte sta procedendo con un proprio think tank personale alla definizione di un suo programma usa-e-getta, a fini di eventuale confezione di partito personale e di possibile caduta e/o elezioni.

D’altronde, Conte ha dichiarato che lui “ha un piano” “per trasformare la sofferenza in risorsa”, come predicava a suo tempo il guru vietnamita Tich Nhat Hanh, che partecipò – se ne ricorda la mia generazione – ai colloqui di pace sul Vietnam. Così, mentre si favoleggia di grandi riforme, di cui meritoriamente Vittorio Colao ha tracciato l’ennesima mappa, al cospetto del Covi non ancora debellato e forse sulla via del ritorno,  le scelte di governo stringenti sono accuratamente evitate, dal Mes alle Autostrade allo sblocco dei cantieri pubblici.

Così, il Presidente del Consiglio perpetua la democristianissima arte del non-governo. “Le idee son. Ma chi pon mano ad esse?”. Così potrebbe esclamare oggi un Marco Lombardo, avvolto nei fumi densi che il Canto XVI del Purgatorio riserva agli iracondi. Iracondi, perché la collera sociale sta montando nel Paese, male occultata dalla crescita dell’astensionismo, oggi dato nei sondaggi al 40%. Iracondi, perché il governo democratico non prende tempestivamente le decisioni necessarie.

Di non-governo la democrazia lentamente muore.

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Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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