Somalia – di Bruno Petrucci

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Bruno Petrucci, geologo, in Somalia ci  va e viene da anni; va a scavare pozzi per l'acqua nell'ambito della cooperazione internazionale. Un raconto  dal di dentro, dopo la liberazione di Silvia Romano, un contributo per capirci qualcosa di più.


Dopo la guerra civile che portò nel 1990 alla caduta del dittatore Siad Barre, riferimento di Craxi nell’Africa orientale, il nord, in particolare il Somaliland, ex Somalia Britannica, trovò al suo interno un accordo tra i due clan principali, cui si adeguò il terzo, e staccatosi dal resto del paese, diede vita ad una delle più stabili democrazie dell’Africa.

Dal 1992 vige questo accordo e le elezioni si susseguono senza traumi ogni 5 anni, a volte con ritardi di 1-2 anni. Praticamente non c’è delinquenza, l’ultimo attentato da fondamentalisti del sud ci fu nel 2008 e da allora la popolazione, pur totalmente di fede islamica ha sempre isolato ogni tentativo d’insediamento dei terroristi. Ci muoviamo liberamente in città e abbiamo una scorta di 2 guardie quando usciamo dalla capitale. Mai personalmente un problema in 20 anni, pur dormendo in tenda o in piccoli villaggi isolati.

Il Puntland, storicamente parte della Somalia Italiana, la regione del Corno d’Africa confinante ad est con il Somaliland, trovò dopo la guerra civile un equilibrio meno stabile dei vicini e si barcamenò a lungo tra elezioni, tentativi dittatoriali e accordi tra clan.

In seguito a questo equilibrio instabile si poterono rafforzare gruppi malavitosi che si dedicavano a rapimento e riscatto degli espatriati, detti sacchi di dollari (green bags), alla pirateria e infine, dal 2006 alla costituzione di gruppi fondamentalisti.

In sintesi nel 2005 potevi andare in giro per Bosaso o Garowe dappertutto e fino a notte sedere ai bar per strada come in Italia e chiacchierare con i Somali, nel 2006 non potevamo più uscire senza scorta armata. Oggi ci sono zone occupate dagli Al Shabab e noi lavoriamo a Bosaso con una scorta minima di 4 guardie e fuori dalla città siamo scortati da una camionetta con 10 guardie (quando si lavora in un posto fisso) o due auto con 8 guardie per gli spostamenti brevi e veloci. A Bosaso fu probabilmente pianificato l’assassinio di Ilaria Alpi, poi eseguito a Mogadiscio.

Nel centro-sud del paese, in sintesi, non si è mai usciti dalla guerra civile. I due clan principali non sono mai riusciti ad accordarsi e, dopo lo sciagurato intervento della forza multinazionale (operazione Restore Hope), la cui strategia era decisa dagli americani, la situazione peggiorò e per molti anni il paese restò diviso in bande originate dai clan dedite al commercio della droga nazionale (ma non prodotta nel paese), il qat (o chat), ed alla guerra per il controllo del territorio.

Poco riusciva a fare l’intervento di una forza “di pace” africana soprattutto a guida etiope (da sempre considerati i principali nemici dei somali) e successivamente anche keniana ed ugandese.

Una decina di anni fa s’impose un gruppo denominato coorti islamiche che riuscì per un paio d’anni a pacificare il paese. Le coorti islamiche erano composti da una fazione moderata ed una fondamentalista, spesso in contrasto.

Ci fu in quegli anni il caso di un giornalista italiano sequestrato dai fondamentalisti e poi liberato grazie all’intervento dei moderati. Intanto si riformava una federazione somala che includeva anche il Puntland e si succedevano governi formati da un’élite residente soprattutto a Nairobi, in Kenya, con scarsissima influenza sulla popolazione, governi “costruiti” a tavolino tra ONU e principali potenze occidentali.

Anche per questo motivo, per l’elevato numero di somali che vi vive e per la presenza di truppe in territorio somalo, il Kenya entrò nel mirino dei terroristi islamici.

In Somalia le coorti islamiche si sciolsero e dopo qualche anno di confusione, marcato da stragi, ancora scontri tra bande e attentati agli esponenti “governativi” comparve la formazione terrorista degli Al Shabab (gioventù islamica).

Queste brigate all’inizio erano formate soprattutto da combattenti non somali inviati e pagati dalle fazioni fondamentaliste dell’Arabia Saudita e degli emirati arabi, in sintesi un’emanazione di Al Qaeda, con scarsi o nessun rapporto con l’ISIS.

Poi gradualmente si sono radicate nel territorio con la forza della violenza e con la debolezza dei governi federali. Oggi si dice che Al Shabab controlli circa il 60-70% del territorio della federazione, prevalentemente in aree agricole, mentre la federazione blindata dalle forze etiopi, tiene le città.

Hanno effettuato ed effettuano un numero di attentati enormi tra cui uno in particolare, circa 2 anni fa a Mogadiscio, in cui un camion di esplosivo saltò vicino ad un’autocisterna, provocando circa 500 tra morti e feriti; in Kenya ci fu l’assalto al Mall o West Gate (un frequentatissimo centro commerciale di Nairobi) con 60 morti e la strage degli universitari a Garissa (circa 150 morti).

Tralascio una miriade di attentati minori e uccisioni più o meno mirate in Somalia e Kenya di cui non ci arriva notizia.

La cartina illustra  la situazione al 2019 con in color mattone le zone contese e in ciclamino  quelle controllate dall'ISIS o da Al Shabab.

Attualmente, a Mogadiscio, le attività di cooperazione si svolgono prevalentemente nella zona dell’aeroporto, incluso in un compound super difeso da cui i cooperanti non escono se non come in zona di guerra (blindati Puma, elmetto e giubbotto anti-proiettile) e non vi sono attività di campo.

Nella mia missione a Baidoa, due anni fa, ero praticamente recluso in un albergo la cui unica strada d’accesso era controllata da due posti di blocco super armati. Mi si concedeva solo 1-2 uscite al giorno con durata inferiore a 2 ore, 8-10 guardie armate e tutto il lavoro di campo veniva svolto dai collaboratori somali.

La città è completamente circondata dagli Al Shabab che hanno posti blocco dove i camion che trasportano beni in città pagano dazio e, a quel che ho capito, gli si paga tributo per avere diciamo una certa tranquillità che alcune opere o attività possano essere costruite o svolte senza attacchi.

Ciononostante 15 giorni dopo la mia partenza, un autobomba fu fatta esplodere contro il principale albergo (con clientela somala) della città. Un po’ come si faceva negli anni 70-80 in Calabria quando si pagava la “guardiania” delle attrezzature alla Ndrangheta per poter lavorare in pace. Probabilmente, Covid-19 a parte non credo che tornerò ancora a Baidoa o in altre città del sud e seguirò i lavori a distanza, con trasmissione via internet dei dati.

Ultima notazione: in 21 anni di lavoro nel paese, prevalentemente in Somaliland e Puntland, non ho mai avuto un solo gesto ostile o anche solo sgarbato da parte della popolazione ma ho trovato stima, affetto e tanti amici.

A coloro che dicono statevene a casa, faccio notare semplicemente che se la cooperazione internazionale dovesse ritirarsi da questo paese, si lascerebbe campo libero al terrorismo ed al fondamentalismo più becero e lo stesso succederebbe forse se abbandonassimo altri paesi difficili tra Africa e Medio Oriente.

Quindi si accetti l’idea che ciò ha un costo, se non in vite umane, almeno in riscatti come nel caso di Silvia Romano, che in valore sono una parte veramente esigua degli investimenti che si fanno in questi paesi per favorire il loro sviluppo. Comunque, si eviti di mandare una ragazza alla prima esperienza da sola in un villaggio sperduto del Kenya, senza alcuna misura di sicurezza.


Su questi argomenti Pensieri in Libertà ha pubblicato due articoli:

a proposito di Dannati della Terra – di Antonello Mennucci

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Info su Bruno Petrucci

Geologo professionista, nato a Salerno 1946 e laureato a Milano nel 1975. Attività di pianificazione sismica, tramite studi di micro-zonazione nel post-terremoto dell’Irpinia (1980) e successivamente tra il 1986 ed il 2009 nel territorio Lombardo ove ha operato parallelamente nell’ambito della pianificazione territoriale alla luce del rischio idrogeologico. Nello stesso periodo si è occupato di studi di fattibilità grandi opere (strade e dighe) e ricerche idriche in Italia, Asia, Sud America ed Africa. Attualmente impegnato in indagini idrogeologiche e ricerche di acque sotterranee in paesi in via di sviluppo, particolarmente in Somalia, Kenya, Tanzania e Libano. Attività di insegnamento nell’ambito del Master “Le risorse Idriche nei Paesi in Via di Sviluppo” presso l’Università di Milano Bicocca dal 2004 ad oggi. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Geologi dal 1984.
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