un ritorno mite, un accomodamento ragionevole – di Raffaele Iosa

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A poco più di due mesi dalla ripresa, nulla si sa di concreto sul ritorno a scuola a settembre. Il protocollo sanitario è uscito come cornice, ma potrebbe cambiare (spero in meglio) secondo l’evoluzione del virus. Intossicano il clima anticipazioni che durano lo spazio di un giorno, come la bizzarria del plexigas. Il ritardo della politica può determinare confusione paranoica e fretta dannosa a prepararsi per settembre. Potrebbe ridursi in calcoli ingegneristici tra numeri studenti / aule / orari senza uno sguardo e una progettazione pedagogica, che dovrebbe invece essere la pre-condizione di ogni soluzione organizzativa.

Questo ritardo è il sintomo di un paese che spesso nelle catastrofi ha una grande generosità iniziale, ma poi per la ricostruzione torna il paese peggiore, confuso e lento. Generosa è stata la “didattica della vicinanza” che gli insegnanti hanno donato ai ragazzi, perché consapevoli del dramma vissuto non solo per la scuola chiusa ma anche perchè chiusi in casa. Ma adesso? L’anno scolastico si è concluso con stanchezza, sono accadute cose traumatiche, ma anche utili fratture tra gli insegnanti sulla didattica, per esempio sulla valutazione formativa. Ed ora il vuoto?

Intanto girano proposte varie, tra chi spera che rinasca d’amblè una scuola inclusiva democratica, chi dice che nulla sarà come prima e chi no. In un documento di presidi si descrive la scuola come erogatore di servizi che produce apprendimento e a me pare una pedagogia idraulica. Oppure ci sono associazioni professionali che propongono idee grondanti attivismo pedagogico. Se potessi ringiovanire e tornare maestro farei tutte le cose lì scritte, ma l’età senile mi porta anche a temere che ottime proposte restino solo in felici enclaves. Temo il gattopardismo italico, ma spero anche che ci saranno nuovi conflitti pedagogici. Girano intanto demonizzazioni della didattica a distanza, quando forse servirà una ragionevole mediazione tra il pensiero analogico e digitale. Sul desiderare il ritorno in presenza, ricordo che molte classi erano già a febbraio didatticamente “distanti”. Non tutto il prima era buono.

Però una cosa mi è evidente: il ri-torno migliore possibile si realizzerà solo con una forte partecipazione di comunità, non solo docenti e presidi, ma con gli alunni stessi, i genitori, i sindaci, la società civile. Se ne esce bene partendo da una concreta pedagogia, non applicando solo ordini o algoritmi organizzativi. Sarà un bene se ogni scuola agirà in creativa autonomia, perché ogni scuola è diversa. Ma c’è chi invece si aspetta dal MIUR regole fino alle minuzie, per l’atavica tradizione pronta solo ad applicare.

Mi consolo leggendo lettere e racconti che scrivono insegnanti e presidi sui siti, soprattutto dedicate ai ragazzi, segnate dalla consapevolezza che si sono costruiti pensieri nuovi, in cui è forte l’empatia (diffusa perfino la parola “amore”) di un destino comune. Abbiamo scoperto valori, non solo problemi. C'è sapore di pedagogia seria. Ri-partiamo allora da qui!

Il prossimo sarà un anno complicato in cui dovremo usare creatività e ragione, perchè il ritorno non si riduca ad una scuola-lager, né a un anno di gite, né all’arido triangolo ingegneristico di combinare aule, spazi, orari. Un anno che sarà nel paese molto difficile dal punto di vista economico e sociale. Alla scuola tocca un angolo non piccolo di ricostruzione della speranza.

Prropongo qui alcune idee operative per un ritorno mite a scuola, che metta finalmente al centro la pedagogia (cioè il nostro mestiere), per i bambini e i ragazzi, verso i quali siamo pieni di debiti morali. Con la priorità pedagogica, ci sono cose utili che la scuola può fare subito, da adesso a settembre, per prepararsi bene a creare accomodamenti ragionevoli tra esigenze sanitarie e qualità didattica. Sull’ accomodamento ragionevole ho già scritto (vedi nella mia pagina fb) cui rinvio se si vuol sapere di più.

Dunque, propongo qui tre prime idee fattibili in questi mesi, senza bisogno di attendere dall’alto, come azioni pedagogiche per me essenziali per il ri-torno a scuola. Ne sto preparando altre sei, che invierò via via, per facilitare la lettura nei social. Per un ri-torno mite perché rinvia al dialogo, all’ ascolto, alla reciprocità, ad uno sguardo condiviso. E ri-torno col trattino: non si parte o si arriva una sola volta, ma tante e diverse. Questa volta del tutto diverso. Su queste proposte sono pronto a dare una mano se qualche scuola vuole lavorarci.

GRUPPI RIFLESSIVI PROFESSIONALI, PRIMA DI RI-PARTIRE

C’è il rischio che il periodo del confinamento diventi una parentesi da rimuovere. Penso invece che questi mesi senza scuola siano un patrimonio drammatico da metabolizzare e comprendere, per i vissuti intensi, le esperienze esistenziali, le didattiche inedite, tra scoperte e delusioni. Per esempio riconoscere la nostra resilienza come formazione sul campo. C’è un patrimonio professionale sparso che merita condividere senza disperderlo. E’ stato infatti anche un periodo di apprendimento collettivo dal basso, anche se in solitudine. Mi pare utile riflettere su tutto questo come sviluppo della professione e del sé pedagogico.

Il cosiddetto gruppo riflessivo (poco praticato –ahimè- a scuola) descrive una pratica (meglio se in presenza) di riflessione professionale tra colleghi, senza un o.d.g. rigido e neppure un verbale, centrata sulla condivisione degli oggetti-azione di interesse comune sui quali si riflette dialogicamente cucendo una “memoria condivisa” e ricercando soluzioni nuove ai problemi.

Quindi non lezioni dall’alto di un seduttore ma formazione tra pari. L’oggetto di ingresso è perfino banale (cosa ci è successo in questi cinque mesi?) ma lo scambio di narrazioni, di pensieri, e di emozioni porta a nuove domande: cosa ho imparato? Cosa ho scoperto di nuovo? Cosa non farò mai più? Cosa farò di nuovo? Cosa faremo tutti insieme?. Cioè riflessioni operative quanto mai utili per settembre. E un sedimento di memoria generativa da non disperdere.

Donald Schön nel suo ormai classico Il professionista riflessivo (1993) sostiene che nella riflessione sull’azione il professionista si fa ricercatore per comprendere le dinamiche inattese accadute nel suo lavoro (e il corona virus è proprio il nostro caso) ma fuori dai canoni della Ragione Tecnica (burocrazia, procedure, abitudini, ecc…). Ricerca per comprendere cosa è mutato nell’ approccio al lavoro, cosa si è scoperto, cosa sia utile salvare delle precedenti abitudini e quali nuove azioni stimola a creare.
La riflessività è una meta-competenza importante. Ce lo diceva già Dewey nel suo “Come pensiamo”. Ecco: pensieri di ricerca in comune mi sembrano un’ottima formazione sul campo, senza dimenticare.

Ma c’è di più. Il gruppo riflessivo può servire anche come percorso di auto-aiuto sui nostri tratti rimasti dal confinamento: paura e ansia diffuse forse più del virus stesso. Ci sono colleghi che hanno avuto lutti e ricoveri. Aver avuto paura è naturale. Non nascondiamolo, condividiamo invece come uscirne insieme. Senza cadere nel terapeuticismo, un gruppo riflessivo può rendere possibile mettere insieme le sofferenze nella forma dell’auto-aiuto per alleviarle (Anche tu? Anch’io!). Una presa di coscienza comune delle nostre paure aiuta a cercare insieme vie di rasserenamento, valorizzando la nostra resilienza e quella di tutti.

Trovo utile questo aspetto della pratica riflessiva perché dobbiamo mettere in conto lo stato d’’animo con cui ogni insegnante tornerà a scuola a settembre. E un insegnante traumatizzato che non ha rielaborato il proprio dolore rischia, in buona fede, di travasare stati emotivi negativi negli alunni. Ci sarà bisogno per i nostri ragazzi di trovare invece insegnanti rassicuranti, solidi emotivamente, non superficiali nei rischi in corso ma neppure freneticamente ansiosi. Dunque un buon gruppo riflessivo può svolgere un ruolo di “auto-aiuto tra pari”. Per uscirne più rafforzati anche nei comportamenti a scuola. Sento parlare troppo di “psicologi” assegnati a questo compito. Nulla contro di loro, ma vorrei fin che è possibile evitare il rischio di medicalizzazione che a volte queste esperienze comportano.

Questi gruppi riflessivi, da fare prima possibile (altrimenti sfuma la memoria) potrebbero essere l’occasione numero uno per la ri-partenza. Il gruppo riflessivo ha anche valore di ricostruirsi come comunità solidale che apprende dai fatti, insieme a capire come stiamo, come stiamo insieme, come potremo star meglio, se il recente passato difficile ci ha insegnato qualcosa. Ri-tornare così ad essere un gruppo professionale educativo che riflette su ciò che è accaduto e progetta insieme il vicino futuro.

Quando farli? Certamente prima del ri-torno a scuola. Nei tempi che servono. Anche adesso. Per chi ne sente l’esigenza. Senza tempi rigidi. Considerati a pieno titolo “formazione in servizio”. Non è necessario che sia tutto un collegio, ma meglio che siano colleghi che lavorano insieme. Sulla quantità e durata non esistono limiti se non l’utilità. Preferirei in presenza, se possibile anche con una pizza tutti insieme (se possibile) per festeggiare il ritorno. Un suggerimento. Forse potrebbe servire un “esterno” come rispecchiamento e rilancio della riflessione. Basta che sappia di scuola e che abbia la vostra fiducia. Ovviamente non può essere uno psicologo, non siete ammalati. E neppure il preside, che non è un esterno, ma è in gioco anche lui come gli insegnanti. Non vedo perché non sia allargabile anche a tutto il personale della scuola, tecnico e amministrativo.

AZIONI DI ASCOLTO DEI BAMBINI, RAGAZZI E LORO GENITORI

Un giorno o l’altro i nostri bambini e ragazzi torneranno a scuola. Può importarci davvero solo quali “ritardi scolastici” hanno accumulato? Preoccuparci solamente del recupero? C’è invece altro da fare? Si, c’è altro. Più importante. Nei mesi passati senza scuola, in una bufera emotiva senza precedenti, chiusi in casa per forza, obbligati a vederci al video se andava bene, i nostri alunni hanno vissuto, imparato. Hanno imparato a resistere, a far passare il tempo, a tirar fuori resilienza. Ma hanno anche letto, sognato, litigato in casa, si sono fatte domande (tante), hanno vissuto scene dolorose. Hanno appreso la vita quando si fa dura.

Per questo non è possibile che al rientro si riprenda dalla pagina del libro dove erano arrivati con la didattica a distanza (Dad). Sembra ovvio: i bambini oggi sono “altri” da come li abbiamo lasciati, e la Dad non ci ha detto tutto di loro. Questi sei mesi sono una formidabile esperienza da cui ripartire, dai loro sentimenti e saperi coltivati nella loro ingenuità (naivetè). Hanno soprattutto bisogno di parlare con noi e i loro compagni, non solo di ascoltarci. Quindi per me base essenziale di un buon ritorno è una robusta, seria azione di ascolto. Potremmo scoprire cose molto interessanti, basi utili per ripartire bene perfino sul piano organizzativo.

Propongo di realizzare una serie di azioni d’ascolto da iniziare subito e da sviluppare al rientro a settembre.

  • UN CONTATTO INDIVIDUALIZZATO DI ASCOLTO alunno/insegnante, meglio in video, con la solennità emotiva che ci vuole, per ascoltarlo con tre semplici (in apparenza) domande essenziali:
  1. Come ti autovaluti oggi? L’autovalutazione è strumento di ascolto potente. In questo caso l’ascolto è necessaria per comprendere il sé bambino/ragazzo nella sua auto percezione. Interessante compararlo con la nostra valutazione. Le assonanze e le differenze sono decisive. Potrebbero esserci sorprese.
  2. Come hai passato questi mesi? Come stai? La narrazione del periodo trascorso dal punto di vistaesistenziale ed emotivo è importante. Aiuta molto a tarare i nostri comportamenti al ritorno a scuola.
  3. Come vorresti fosse la scuola quando tornerai? Ci puoi dare dei consigli? Questa è una domanda chiave per raccogliere suggerimenti e attese cui rispondere. E anche qui potremmo avere sorprese.

Come esempio di ascolto, suggerisco la magnifica esperienza di Enrica Ena, maestra di Iglesias e della sua classe di seconda primaria. Bambini di 7 anni che si auto-valutano e raccontano. Una miniera che renderebbe quasi inutile qualsiasi task force per sapere come ripartire a settembre! Maestra Enrica tra l’altro scrive:
Ciò che ho visto sono bambini di sette anni - non posso prescindere un attimo dalla loro età – completamente consapevoli di ogni cosa: di ciò che è accaduto, del perché sono state chiuse le scuole, di come ci siamo organizzati e di che effetti hanno avuto le nostre scelte, del ruolo della classe virtuale e degli appuntamenti sincroni, delle differenze tra tutto questo e la scuola vera. Nessuna parola entrata per caso, ogni cosa un nome, il suo, che, probabilmente, tre mesi fa non era mai entrato nel loro vocabolario. Li ho visti cresciuti, maturati. Ho visto che questo tempo gli ha regalato quella capacità grande di dare voce alle cose che vivi, che senti. Forse perché era davvero l'unico modo di condividerle con tutti noi."

  • ASCOLTO PARTECIPATO A SCUOLA TRA RAGAZZI E INSEGNANTI

A questo punto, non è difficile progettare almeno la prima settimana di scuola: basata sull’ ascolto collettivo dei ragazzi tra loro e con noi. Occasione sana di farsi comunità simile ai gruppi riflessivi proposti prima. Ma anche occasione interdisciplinare per discutere di coronavirus, con ricerche attive. E per condividere le regole sanitarie e organizzative, che possono anche diventare “gioco“ (per i più piccoli) e coscienza civica.

L’ascolto partecipato va preparato, gestito bene nel tempo e nel modo. Non è atto spontaneistico. E’ la base pedagogica di una buona ripartenza sapendo cosa serve ascoltando i nostri studenti.

  • ASCOLTO E PARTECIPAZIONE DEI GENITORI

Le stesse tre domande vanno poste ai genitori. Se si vuole con questionari aperti o al telefono, figlio per figlio. Raccoglieremo così molte informazioni ma soprattutto si darà loro la percezione di una attenta cura al rientro a scuola che sarà senza dubbio apprezzato per il loro coinvolgimento.

Poi con i genitori una riunione curata prima dell’inizio della scuola, per tirare le somme di attese e timori, assieme alle prime ipotesi di attività che la scuola ha in mente, approfondendo anche le regole sanitarie e organizzative da rispettare. Su questi aspetti la loro partecipazione e collaborazione è essenziale.
Ciò vale anche per le forme di rappresentanza e gestione della scuola nel suo insieme. Questa è una fase storica in cui più che le forme conterà la sostanza, educativa in primis, delle nostre decisioni. Dunque, che il ri-torno a scuola sia un processo partecipato da tutti è questione di assoluto buon senso. Iniziare senza informazioni e coinvolgimenti sarebbe un delitto. E farebbe male a tutti.

  • UNA SCUOLA SPARSA PER LE STRADE

Il rapporto tra ritorno a scuola e gli “spazi” in cui collocare gli alunni (se continuerà il distanziamento) non può essere risolto con lavoretti edili in due mesi, magari con gazebo nel cortile, se c’è. E non si avrà il tempo di fare nuove aule, se non recuperando spazi abbandonati, con rischi di precarietà e bruttezza.

Da molte parti si propongono invece l’utilizzo di spazi della città “strutturati” e ricchi di opportunità come occasioni non solo logistiche ma anche (per me soprattutto) pedagogiche di una scuola diversa. Questa è una strada interessante: sviluppare l’ idea educativa degli anni 70 del cd. "sistema formativo integrato” (De Bartolomeis, Ciari, Rodari, Frabboni) in cui il fare scuola non avviene solo nella classica aula, (banchi in colonna e insegnante frontale) ma con esperienze didattiche attive sul campo, in cui si fa cultura come ricerca dai ragazzi, con la capacità perfino di offrire proposte per il territorio. Quindi non didattica fatta in una altra aula qualsiasi, ma invece in una aula “altra”, spazio di ricerca, relazione, creatività.

Questa suggestione voglio qui proporre. Ha bisogno di creatività, soprattutto di un rapporto intelligente con gli enti locali attraverso quei “patti di comunità” di cui si sente positivamente parlare oggi. Ricordo, per la verità, che queste esperienze si possono già fare da anni, e forse questa è l’occasione per cominciare. Non servono nuove norme ministeriali. E’ già scritto tutto nell’art. 4 (autonomia didattica) del DPR 275/99 Regolamento Autonomia, con tutte le forme creative previste anche per i curricoli. Questo vorrebbe dire però alcune scelte qualitative di fondo:

  1. Non stiamo parlando di “gite scolastiche” o di visite “guidate. Dobbiamo pensare ad altro di piùlungo, didatticamente pregnante. Dunque un progetto curricolare concreto, non un parcheggio.
  2. Per quanto si dovrà dividere le classi in gruppi, sarebbe opportuno che la “classe” in quanto tale, quella fermata a febbraio 2020 per il confinamento, abbia a volte occasione di ricostituirsi, perché c’è un legame tra ragazzi che va mantenuto. Fuori scuola, in spazi più ampi, potrebbe anche farsi.
  3. Le attività “per le strade” devono avere un tempo lungo, non quello di una gita. Propongo qui:attività che durino almeno una settimana, tali da rendere possibili laboratori, ricerca attiva sul campo, interdisciplinarietà. Liberando intanto aule della scuola, che a rotazione ridurrebbero la sola fame di spazi.

Ma come utilizzare in chiave pedagogica gli spazi del territorio? Qui, piuttosto che proporre teorie, presento alcuni casi-tipo, in qualche caso volutamente bizzarri. Che servano come stimolo per chi sia interessato a darsi una propria autonoma soluzione secondo il suo territorio.

  • Siamo a Udine. Terra di vini prestigiosi e del tajut de vin come cultura. Una settimana intera in una grande azienda vitivinicola con spazi coperti e punto ristoro. Ed una classe anche intera. Una settimana interdisciplinare dedicata alla cultura del vino, alla tecnologia, al lavoro, alla natura, alle stagioni…Ci sono tutte le discipline compresenti. Basta utilizzare metodi di ricerca attiva.
  • Siamo sempre a Udine. Stadio Friuli, sede dell’Udinese. Spazi coperti e attrezzati sotto le tribune. Una classe intera per una settimana ad allenarsi e parlare con i giocatori, a studiare lo sport come fenomeno sociale e storico, e tante altre cose educative a pensarci. Ovviamente con ricerca attiva.E magari biglietto gratis ai ragazzi per la prossima partita in casa, se saranno possibili gli spettatori.
  • Siamo a Ravenna. Museo storico di Classe. Un grande zuccherificio riadattato, grandi spazi coperti, percorsi museali interattivi. Soprattutto uno scantinato con centinaia di cassette di reperti archeologici alla rinfusa dove mettere le mani. Guide e operatori per aiutare gli insegnanti. Serve indicare le diverse discipline coinvolte? Non è evidente una vasta possibilità didattica di ricerca attiva? Il museo è così grande che potrebbero starci anche più gruppi, mantenendo le giuste distanze.
  • Siamo a Strà (Venezia) riviera del Brenta, Villa Pisani, dove dormì Napoleone quando soppresse la Repubblica di Venezia. Grandi spazi coperti e strutture di servizio. Una classe a lavorare tra sale piene d’arte, tra storia e curiosità. Un famoso parco con la ghiacciaia ed un labirinto in cui perdersi. Attività di ricerca didattica interdisciplinare: infinite. Dal barocco ai viali di rose, alle cineserie conservate.
  • Siamo a Padula (Salerno). Una classe (anche di più) una settimana presso la prestigiosa certosa di San Lorenzo. Tre chiostri, un giardino, un grande e sontuoso complesso barocco. Ospita un museo archeologico, dal 1998 patrimonio dell'umanità UNESCO. Ricerche storiche, artistiche, dei costumi: infinite.

Questi casi, apposta provocatori, desiderano alimentare un occhio curioso a cercare nel proprio territorio le risorse non come spazi qualsiasi ma come opportunità educative, utili anche oltre l’epoca del virus. Per fare esperienze di questo tipo serve prima di tutto pedagogia, poi una capacità intelligente di utilizzare a fondo l’autonomia didattica, e lavorare con un buon senso di squadra tra gli insegnanti. Non per fare gite o parcheggi, ma per una democrazia educativa partecipata con patti di comunità seri con il territorio.

Nei prossimi giorni pubblicherò altre sei proposte miti per il rientro

  • L’accoglienza dei novelli
  • Il curricolo autonomo flessibile tra classi e gruppi
  • Non serve recupero, serve sviluppo educativo
  • Idee re-inclusive per gli alunni con disabilità
  • Educatori e altri operatori sociali per un anno migliore
  • Come si fa un patto di comunità scuola e territorio

 

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Info su Raffaele Iosa

Raffaele Iosa è stato maestro, direttore didattico e ispettore scolastico. Ha fatto parte del gruppo che ha scritto il Regolamento dell'autonomia nel 1998 e ha coordinato, dal 1999 al 2001, l'Osservatorio nazionale handicap per il Ministero della pubblica amministrazione. Di sè dice: Ho 68 anni, mi occupo da sempre di inclusione e sono in pensione ma solo per finta, scrivo, faccio formazione, dò una mano alle scuole. La pedagogia è la mia vita
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Una risposta a un ritorno mite, un accomodamento ragionevole – di Raffaele Iosa

  1. ex maestra "Fiorella" scrive:

    Condivido in toto quanto scritto e proposto. Provengo più o meno da quel periodo, la mia scuola ha sempre lavorato come istituzione per una consapevole aggregazione tra territorio, famiglie e bambini.
    La cosa più importante è stata la coesione del gruppo docente. Naturalmente il percorso ci era dettato dalla dirigente scolastica, molto attenta agli aspetti psicologici e alle dinamiche relazionali. Determinante comunque anche l'empatia.
    Fiorella

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