resurrezione – di Roberto Fuso Nerini

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Come conseguenza della malattia e del ricovero ho avuto una cancellazione totale della memoria del periodo che va da una settimana prima del mio ricovero il 16 marzo, fino all’uscita della terapia intensiva. Questa narrazione, pertanto, si basa su una ricostruzione attraverso i miei scambi con amici e familiari via Whatsapp nelle prime settimane di ricovero, il racconto di mia moglie delle sue conversazioni quotidiane con i medici e con me, la cronistoria contenuta nella lettera di dimissioni e nei documenti rilasciati alla fine del ricovero.

Ho volutamente evitato di entrare nel merito di contenuti medici, scientifici e terapeutici se non per quanto riportato nei documenti ufficiali, rilasciatemi dall’ospedale Sacco di Milano al momento delle dimissioni.

Ho pensato a lungo quale immagine potesse accompagnare questo post e alla fine ho scelto l’immagine di un funambolo che cammina su una corda sospesa nel vuoto.
Questo è quello che il Covid-19 è stato per me; un percorso alla ricerca disperata di arrivare dall’altra parte e di superare il precipizio, sapendo che in ogni momento sarei potuto precipitare da una parte o dall’altra come per molti è stato.

Alla fine ce l’ho fatta e sono arrivato dall’altra parte soprattutto per merito delle équipe di medici, infermieri e personale ausiliario che nei due ospedali dove sono stato ricoverato (Fatebenefratelli e  Sacco), si sono presi cura di me e di molti altri pazienti, con dedizione, professionalità e umanità, rischiando la loro vita e incolumità a contatto quotidiano con il virus e la malattia. Ma anche per il sostegno della mia famiglia (mia moglie Barbara, mia figlia Lavinia e mia sorella) e degli amici e conoscenti che durante e dopo mi hanno fatto sentire la loro vicinanza.

L’inizio e la degenza

16 marzo. Questa è la data in cui tutto è iniziato, con una visita anticipata il 14 marzo al pronto soccorso del Fatebenefratelli per un’emorragia intestinale, poi rivelatasi non problematica, ma probabilmente dovuta all’assunzione di un farmaco antidolorifico (ex-post avrebbe potuto essere un primo segnale del Covid o l’occasione di un contagio in un ambiente ad alto rischio come un pronto soccorso in quei giorni).

La mattina del 16 inizia con un attacco di tachicardia e strane sensazioni al cuore e al petto (analoghe a casi già avuti di fibrillazione). Dopo un consulto telefonico con la cardiologa e l’assunzione di un farmaco specifico tutto sembrava rientrare nella normalità, ma sono subentrate difficoltà di respirazione e febbre fino a 38,5°. Dopo aver parlato con mia moglie, il nostro medico curante decideva di confrontarsi con il dottore che mi aveva già visitato al pronto soccorso del Fatebenefratelli e con lui concordava un ricovero immediato in ospedale (da tenere presente che erano i giorni in cui si cominciava a dare l’indicazione di non andare presso ospedali e pronto soccorso se non in casi gravissimi).

Arrivato al Fatebenefratelli, dopo un tampone positivo veniva confermato il ricovero e il trasferimento al reparto malattie infettive, dove iniziavano i trattamenti e le terapie specifiche per la cura del SARS-CoV-2. Riporto dalla lettera di dimissione i farmaci presi in quei primi 15 giorni: Idrossiclorochina, Lopinavir/ritonavir (un farmaco retrovirale specifico, usato nel trattamento dell’HIV), Tocilizumab e copertura antibiotica con Ceftriaxone in più, in quei giorni, veniva introdotta nel protocollo l’Eparina, per evitare il formarsi di trombi nei polmoni, cosa che era successa in molti dei pazienti della prima ondata di ricoveri.

Purtroppo, a fronte di crescenti difficoltà respiratorie e della sensazione di soffocamento mi hanno dato ulteriori supporti alla respirazione, prima il casco respiratorio e successivamente una maschera ad ossigeno, fino a quando il 29 marzo, per un peggioramento significativo della capacità respiratoria, venivo intubato e trasferito in rianimazione dove successivamente mi sostituivano la cannula con una di maggior calibro per difficoltà ad adattamento alla ventilazione meccanica.

Il ricovero in rianimazione e terapia intensiva non è stato però automatico. Mia moglie mi ha raccontato che il 29 marzo, nel pomeriggio, la chiama un medico per informarla dell’aggravamento delle mie condizioni e contemporaneamente la non certa possibilità di farmi accedere alla terapia intensiva per scelte che bisognava fare, visto il limite dei posti a disposizione e la presenza di patologie pregresse nella mia anamnesi.

A domanda diretta sembrava che “i due anastesisti, responsabili per la decisione, fossero uno per il no e uno per il ni” e comunque sarebbe stato necessario un ulteriore consulto. Potete immaginare cosa questo ha significato per mia moglie quel pomeriggio, in attesa di conoscere se si potesse sbloccare in un modo o nell’altro la situazione. la situazione si è risolta favorevolmente la sera stessa, ma il non accesso alla terapia intensiva, avrebbe potuto significare per me l’impossibilità di superare le crisi respiratorie, come purtroppo per molti è stato in quei giorni.

Il periodo di terapia intensiva è durato fino al 16 aprile; nel frattempo ero stato trasferito il 15 aprile al reparto rianimazione dell’Ospedale Sacco, dove ho concluso la mia degenza il 15 maggio dopo un mese di ricovero. Qui dopo un breve periodo con il supporto di maschera e cannula di ossigeno, ho progressivamente recuperato l’autonomia respiratoria e inoltre la capacità di ricordare e avere memoria di quanto giorno dopo giorno mi succedeva.

Alla fine, un totale di 59 giorni di ricovero di cui 19 sedato e intubato.

L’11 e il 13 maggio mi venivano effettuati i due tamponi decisivi che risultavano negativi (con un’attesa snervante dei risultati) e quindi, senza ricorso al periodo di quarantena, abilitavano le dimissioni dall’ospedale. Ho ancora davanti a me l’immagine della dottoressa che mi ha seguito nell’ultima fase del ricovero che, dal vetro che separava la camera dal corridoio del reparto, mi faceva il segno di vittoria dopo il risultato del secondo tampone; quello è stato il momento in cui arrivavo all’altro capo del filo.

Le conseguenze

Un elenco abbastanza asettico delle conseguenze dirette e indirette della malattia e del ricovero:

  • 11 chili in meno, solo parzialmente recuperati (tra i 3 e i 4 chili ad oggi, dopo due mesi e mezzo dalle dimissioni) e perdita di tono muscolare. Nei primi giorni dopo l’uscita dalla terapia intensiva, ogni gesto era fatica (sollevare un libro, tenere in mano una penna) e il primo momento che sono stato messo in piedi, da una robusta ausiliaria peruviana, se non fosse stato per lei, sarei crollato a terra.
  • Circa 40 giorni completamente cancellati dalla mia memoria e parzialmente sostituiti (almeno per la parte in rianimazione) da un’attività onirica assolutamente sfrenata e improbabile (ci tornerò).
  • Segni e tracce della polmonite causata dal Covid sui polmoni, tuttora presenti, anche se in fase di netto recupero della capacità respiratoria con un superamento progressivo delle sensazioni di fatica e affanno costanti nelle prime settimane.
  • Una corda vocale paralizzata (probabilmente come conseguenza dell’intubamento e della tracheostomia), che ha causato una perdita significativa del volume e del tono di voce (nei momenti peggiori sembro un Tom Waits con la raucedine). Nel mio caso questo è un problema invalidante per la attività professionale come formatore che oggi per me è impossibile continuare (almeno fino a che il problema, ma ad oggi non è sicuro, è risolto).
  • Vertigini e problemi di equilibrio, dovuti a un distacco degli otoliti nell’orecchio destro, risolti dopo una visita audiologia e l’effettuazione della manovra di Semont (riporto con probabile improprietà di linguaggio medico).

In questi mesi (già a cominciare dall’ultimo periodo di ricovero) ho dovuto concentrare la mia attenzione e la mia attività sul recupero delle forze, del tono muscolare e della voce:

  • Fisioterapia, ginnastica respiratoria e attività aerobica sia come pratica quotidiana che in palestra (e nei primi giorni dopo il ricovero, a casa) con un fisioterapista.
  • Logoterapia per il recupero della voce, sia come pratica e esercizi quotidiani a casa che assistito da una logopedista presso il Policlinico.

Nel frattempo mi sono sottoposto a visite e esami di controllo di varia natura (ematologica, pneumologica, con recall a ottobre, cardiologica, audiologica) anche per patologie pregresse da monitorare per valutare l’impatto del Covid (soprattutto su quelle cardiologiche).

Inoltre, sono stato inserito in un studio condotto dall’Ospedale Sacco per valutare l’evoluzione degli anticorpi nei pazienti che sono guariti e hanno superato la malattia. Prima valutazione con test sierologico già effettuata (valore degli anticorpi a 157) e richami già previsti a ottobre e marzo.

Conclusioni

Il mostro è stato sconfitto, sono riuscito a passare dall’altra parte del filo. Restano anche se sopite ansie e paure per un possibile ritorno (l’immunità non è data, anche se sicuramente in questo periodo dovrei avere anticorpi più che a sufficienza) e la necessità di un’attenzione e una pratica costante per il recupero (ma questo può anche essere piacevole e stimolante, soprattutto in questo periodo di vacanza e riposo in Liguria). (1 – continua)

 

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Info su Roberto Fuso Nerini

Milanese, nato negli anni ’50 (nel 1956 per la precisione), sposato con Barbara, una figlia. Da sempre mi sono occupato di pubblicità, marketing e comunicazione, negli ultimi 10 anni come formatore e consulente su progetti di comunicazione digitale e di digital transformation. Il viaggio, come esperienza reale e metaforica, è da sempre stato una componente essenziale della mia personalità e una mia grande passione.
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