Emergenza come politica – di Giovanni Cominelli

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Alla fine, uno che scrive di questa Italia si sente in colpa. Se volge lo sguardo alla Politica, all’Amministrazione, alla Magistratura, alla TV, ai Social, alla Scuola, all’Università… insomma alla Sovrastruttura e alla Struttura, allo Stato e alla Società civile…, beh! allora può soltanto intingere il pennino nel nero inchiostro della malinconia oppure attingere dal serbatoio degli emoticon più acidi o irosi. E perciò si sente colpevole – e spesso ne è accusato – di pessimismo ipercritico e gratuitamente distruttivo.

Troppo facile trovare motivi di scontento, in questo Paese del nostro scontento. Però, se passa dallo sguardo verticale sulle Entità sopra elencate a quello orizzontale sulle opere e i giorni delle persone che si muovono lì attorno, che vivono la vita quotidiana, allora percepisce energia ed è invogliato alla speranza. Non principalmente né tanto colta nei discorsi espliciti dei singoli, per lo più a loro volta intrisi di atrabìle, l'umore della malinconia, ma nei movimenti, nelle azioni, nelle scelte.

Dunque, felicità privata, infelicità pubblica? Sì! Dunque, Paese schizofrenico? Sì!

Perciò, anche le descrizioni di chi lo osserva sono attraversate da un crinale schizofrenico, al di qua del quale il sole sorge, al di là del quale il sole tramonta. Che fare? Da che parte stare?

Fortunatamente esiste un “pronto soccorso” ideologico, che non ci consente di indugiare troppo a lungo sulle crisi di coscienza di chi scrive né, ancor meno, sulla schizofrenia del Paese: è l’ideologia dell’emergenza. Alla quale l’avvento del Covid ha fornito ulteriori cogenti e inappellabili ragioni.

Quando la casa brucia, è necessario correre con i secchi pieni d’acqua, magari passarseli, e niente altro. E le cause dell’incendio? Non c’è tempo, ora! E come rifaremo il tetto? Intanto, spegniamo.

Qual è l’emergenza… emergente oggi? Ogni forza politica e ogni cultura politica retro/sottostante ne ha proposto una nel corso degli ultimi decenni. Per la sinistra l’emergenza è quella “democratica e antifascista”. Lo è dal tempo di Piazza Fontana, e poi degli anni di piombo, e poi dell’avvento di Craxi e poi della discesa in campo di Berlusconi e oggi dell’ascesa di Salvini e Meloni.

Se per Berlusconi l’emergenza era pur sempre democratica, ancorché di segno opposto, – il rischio di consegnare l’Italia ai comunisti – oggi per Salvini e Meloni l’emergenza è “nazionale”: il Paese rischia di ridiventare una pura espressione geografica, spartita tra potentati economici e politici europei di una nuova Santa Alleanza. E per il M5S? L’emergenza è democratica, perché la democrazia rappresentativa genera caste corrotte.

Non intendo qui entrare nel merito dell’inconsistenza socio-politica di queste proiezioni ideologiche emergenzialiste, quanto, piuttosto, vederne le nervature logiche e le conseguenze culturali e politiche. L’adozione della ideologia emergenzialista offre a chi la propone alcuni vantaggi. Uno di questi è che la visione del mondo circostante è fortemente semplificata, manichea.

L’avversario diventa un nemico da abbattere con ogni mezzo. In tempo di risentimenti, di rabbie, di allarme sociale l’operazione capro-espiatorio riesce facile. L’attenzione viene deviata dal proprio vuoto di idee e dai propri errori sulle colpe altrui. Così l’emergenza funziona da gigantesco alibi. Un effetto massiccio è che di fronte all’emergenza l’approccio empirico e razionale alle questioni è reso impossibile. Al posto dell’analisi razionale avanzano le “passioni tristi”.

Un altro effetto è che il futuro non entra nella progettazione e nel calcolo politico. Conta il solo presente, nel quale si decide il destino di un’idea e di un partito.
Se negli anni dello sviluppo disordinato e s/governato del Paese “la dittatura del presente” era il sottoprodotto di un atteggiamento edonistico e consumistico senza valori, generato dall’abbondanza, oggi esso nasce dall’incapacità di sviluppo e dalla pulsione al consumo disperato, volto a spolpare il presente scheletrico che si ha di fronte: “se le persone non trovano quello che desiderano, si accontentano di desiderare quello che trovano”.

L’ideologia dell’emergenza genera una fuga dalla complessità della storia del Paese, che viene di continuo riletta e reinterpretata con il filtro, in Italia in uso almeno dal tempo di Mani Pulite, della “cancel culture”, trasformata da ultimo dal M5S in “cancel politics” e in “cancel policy”. Il giudizio storico-politico viene sostituito dall’ordalia. Perciò l’emergenza genera ondate di integralismo e di totalitarismo ideologico, di sinistra o di destra.

Quale la causa principale? La morte del futuro, secondo molti. Il trionfo delle “passioni tristi”, cui allude un libro del 2004 di Miguel Benasayag – di cui ho appena citato una frase – e di Ghérard Schmit, è l’effetto della morte di Dio, ma, aggiunge Umberto Galimberti, anche del fallimento dei suoi eredi. Se l’ottimismo teologico “visualizzava il passato come male, il presente come redenzione, il futuro come salvezza”, “la scienza, l’utopia e la rivoluzione hanno proseguito, in forma laicizzata, questa visione ottimistica della storia, dove la triade: colpa, redenzione, salvezza trovava la sua riformulazione in quell’ omologa prospettiva dove il passato appare come male, la scienza o la rivoluzione come redenzione”.

Il fallimento dell’ideologia redentiva ha comportato la perdita della dimensione della storia come progresso e alla caduta di senso e di ruolo dell’individuo nella storia. Come spiegare che intere regioni, storicamente di sinistra, di colpo passino dall’idelogia redentiva di sinistra ad una nazionalistica di destra? L’elemento di continuità e di coerenza sta nella ricerca di una nuova forma “redentiva” e totalizzante, che riconferisca senso all’agire sociale degli individui: classe, progresso, nazione, non importa: l’uno vale l’altro.

La perdita dell’ideologia “progressista” ha schiacciato tutti quanti sul presente qui e ora. Un presente che, diversamente da quello dei “Trenta Gloriosi”, è arido e desertico. Ci si attenderebbe una messa alla sferza dell’intelligenza comprendente e del discernimento per rintracciare nel presente i fili e i semi del futuro. Ci si aspetterebbe che le agenzie intellettuali, educative, informative riportassero il Paese alla riflessione su di sé. Ci si aspetterebbe un’educazione alla storia. In primo luogo, che venisse insegnata. Giacché è questa la vera educazione civica.

Invece, appare a tutti molto più semplice – ed elettoralmente più efficace – chiamare a raccolta sull’emergenza democratica o nazionale. Quanto alla politica, con l’emergenza che incombe viene tutto più facile: giustificare governi improbabili, manipolazioni istituzionali, nuove leggi elettorali. Giacché alla fine, è proprio e solo uno scontro di emergenze inventate o gonfiate, a puri fini di conservazione del potere o di esclusione dal medesimo.

Allora il Covid-19? Sì, si tratta di un’emergenza ontologica, non inventata, non mediatica. Eppure si tenta di reinterpretarla e di piegarla politicamente alla luce dell’ideologia emergenzialista o per conservare il governo o per conquistarlo. Questo fa prevedere che quando ci saremo liberati del Covid-19 il Paese tornerà alle emergenze “ordinarie”, non perciò il Paese ritornerà “normale”. Perché un Paese che cammina sulla corda dell’emergenza non è normale.

E suoi cittadini? Se cambia “il cuore dell’uomo” cambia anche la storia degli uomini. Questa è una legge biblica fondamentale. Da questo “cuore” occorre incessantemente ripartire, dalla rinascita personale. Ogni giorno siamo di fatto testimoni di tentativi di ripartenza, di rinascita. Movimenti molecolari e carsici, che chiedono e vanno verso un alveo. Movimenti di ricostruzione intellettuale e di riforma morale, fondati sull’intelligenza della realtà, sulla logica delle cose. E’ necessario sviluppare il lato buono della schizofrenia del Paese. Anche la speranza è una passione triste? Spero di no!

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Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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