circolo vizioso

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La politica è il perenne tentativo dei gruppi umani di ordinare il caos delle loro relazioni reciproche. Poiché le società sono diventate sempre più complesse e le relazioni tra gli individui sempre più cogenti e necessarie, ma anche più instabili e più fragili, la forma-partito è stata lo strumento progressivamente sempre più raffinato di ordinamento/mediazione delle passioni, interessi e valori, che sgorgano dagli individui e che si mischiamo a caso nella società civile. Se l’attuale forma-partito non è più in grado di costruire la mediazione politica, quale altra forma può farlo? Questa domanda dà per scontato che la mediazione politica sia tuttora necessaria. Invece, questa convinzione in questi anni è stata messa radicalmente in discussione.

Nella versione di Casaleggio/Grillo la mediazione politica non è più necessaria, perché è venuto a mancare il terminus ad quem della mediazione. L’arena pubblica non è più necessaria o, per peggio dire, essa si costituisce in quell’intrico di fili, di chip e di bit, bit che si chiama Rousseau. La Rete consente a ciascun individuo di manifestare la propria opinione. La sintesi delle opinioni avviene in mente Dei, cioè in mente Server. E lo Stato? Da politico diviene amministrativo, che esegue tecnicamente e fa eseguire la volontà della maggioranza. Lo Stato politico, dotato di parlamento e governo e magistratura, diviene inutile. “Nella versione di Casaleggio/Grillo la mediazione politica non è più necessaria”. L’idea non è così recente. Già Leibniz aveva descritto l’umanità come un mondo di monadi, ciascuna ermeticamente chiusa in se stessa, ciascuna con i vetri oscurati e opaca all’altra, che dunque non poteva parlare direttamente all’altra, ma poteva soltanto connettersi individualmente ad un Server, che Leibniz chiama Dio, il quale provvedeva a mettere in connessione l’una monade con l’altra, proprio come facevano le centraliniste d’antan.

L’idea era stata ripresa negli anni Trenta del ‘900 dall’inventore dei sondaggi George Gallup negli Usa. Lo fece notare polemicamente Lindsay Rogers in un libro del 1949 intitolato The Pollsters: Public Opinion, Politics and Democratic Leadership: “il dott. Gallup spera che i suoi sondaggi possano rendere gli Stati uniti un’enorme assemblea cittadina in cui è sufficiente esprimersi tramite un SI o un NO“. Nella versione di Casaleggio/Grillo la mediazione politica non è più necessaria, a quel punto le Camere e lo Stato politico diventavano inutili. In ogni caso, prima di chiedersi quale nuova forma possa assumere la mediazione politica, sotto la cupola enorme dell’Infosfera, occorre verificare se la domanda abbia ancora un senso.

Perché, è vero, noi siamo delle monadi, delle scatole nere, ciascuna intrasparente all’altra. Ogni individuo è noumeno all’altro. Ma è anche vero che la sfera pubblica è una necessità biologica per la sopravvivenza e l’evoluzione della specie. Per costruirla serve la messa in comune e la rivelazione di una parte di sé  attraverso la conversazione.

La conversazione/comunicazione reciproca può avvalersi di mezzi naturali e/o artificiali, ma consiste sempre nel portare nell’arena pubblica le passioni, gli interessi, i valori di ciascuno. In questo scambio ciascuno modifica l’altro e ne viene modificato. La costruzione della sfera pubblica è perciò il prodotto di una maieutica reciproca faticosa, fallibile, reversibile. Non è la semplice somma aritmetica dei SI’ e dei NO, che lo sviluppo delle tecnologie oggi sembra consentire. La somma meccanica delle intrasparenze produce solo una enorme scatola nera, non consapevole di sé, che la Tecnosfera – domani un’Intelligenza artificiale o una potente Coscienza esterna – potrebbe manipolare e governare. Proprio perché siamo persone reciprocamente intrasparenti, non siamo in grado di produrre una società autocosciente come “Persona di persone” come si augurava E. Mounier, in ciò influenzato dalla teologia organicista del Corpo mistico. Non siamo in grado di produrre un Popolo per via algebrico-informatica. D’altronde, la nostra opacità individuale è la garanzia della nostra libertà.

Dunque, la sfera pubblica é. Che la sfera pubblica “naturale” diventi “quale Stato”, questo dipende da gruppi socio-culturali consapevoli e organizzati, che nascono esattamente con questo fine. Si chiamano “partiti” o, alla tedesca, “frazioni”. Nascono per costruire la statualità. Non sono gli unici soggetti atti allo scopo. Ma, secondo, Costituzione sono gli unici in grado di percorrere l’intera strada della mediazione politica, dalla società civile fino allo Stato. Perché i vecchi partiti sono andati in crisi? Si sono avvicinati troppo al fuoco sacro della statualità e si sono bruciati. Fuor di metafora: i partiti si sono mossi dalla società civile verso lo Stato, diventando sempre di più pezzi e articolazioni dello Stato politico e amministrativo.

Mentre l’autocoscienza della società civile si dilatava, l’imbuto della mediazione politica dei partiti si è venuto progressivamente restringendo. La società civile ha cercato altre strade. La crisi del 1989-94 ha frantumato il vecchio sistema, si sono affermati nuovi soggetti e partiti, ma la forma-partito è rimasta sempre la stessa: il partito-governo, il partito-Stato, il partito-potere.

Il populismo dell’anti-casta e della democrazia diretta è sorto su questo gap. L’insorgenza populista ha trovato nel M5S la sua forma. E’ possibile che questa forma ora vada in pezzi, ma il populismo è destinato a durare finché permane l’attuale forma-partito come partito-governo, partito-stato, partito-potere. Ciò che deve cambiare è la collocazione istituzionale dei partiti tra società civile e Stato.

Ma è proprio questa che l’attuale dibattito sulle riforme istituzionali non intende mettere in discussione. Si discetta infatti di bi-tricameralismo, di sfiducia costruttiva, di legge elettorale (proporzionale? maggioritaria?), ma non del passo indietro dei partiti rispetto al governo,  allo Stato, al potere. Passo indietro che i partiti dovrebbero fare, se essi concedessero agli elettori il permesso di fare un passo in avanti, scegliendo direttamente il Capo di Stato e di governo. Tutte le chiacchiere sulla democrazia diretta verrebbero meno, se i cittadini potessero scegliere direttamente non solo chi li rappresenta, ma anche chi li governa. Il guaio è che sono i partiti stessi ad aver oggi il potere, garantito dalla Costituzione, di rifiutare il proprio ridimensionamento istituzionale a favore degli elettori. 

Nel 1997-98 fu principalmente Berlusconi a far saltare il tavolo delle riforme. Temeva la vittoria presidenziale di Prodi, ma la temeva anche D’Alema. Nel 2016 furono di nuovo la destra e il M5S a opporsi, temendo un governo quinquennale di Renzi. Oggi la sinistra non ripresenta più l’idea dell’elezione diretta, perché teme che la destra starebbe al potere per cinque anni. Ogni volta le motivazioni addotte sono o apocalittiche – la rovina del Paese, se gli avversari vanno al governo per cinque anni – o contingenti – nessun altro partito è d’accordo.

Non sono sfiorati dall’idea che la battaglia culturale va combattuta nel suo campo naturale: quello della società civile, non quello del Parlamento. Giacché è evidente che, dal punto di vista dei partiti, la strada del cambiamento in Italia è sbarrata.   Così, prigionieri i partiti di questo circolo vizioso conservatore, umiliata nella società civile la speranza del cambiamento costituente, fallita, fortunatamente, la sfida del M5S, ciò che si intravede è un allontanamento dalla politica nazionale di quasi metà degli elettori.

La sfera pubblica diventa sempre più povera e più deserta. Nessuna meraviglia che emergano dalla società civile le pulsioni peggiori, non più mediate e mediabili. Dove la ragion politica viene meno, si liberano i mostri. Troppo interni allo Stato, troppo esterni alla società civile, i partiti stanno desertificando l’arena pubblica del Paese, stanno facendo inaridire le radici della speranza. E quella che ogni volta risorge non passa da loro.

 

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Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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