Memorie di un rivoluzionario – di Victor Serge (2) recensione

Solitamente si sostiene che la degenerazione nello stato sovietico abbia a che fare con la costruzione del potere staliniano, come se fosse esistita una fase aurea, governata da Lenin in coppia con Trockij, in cui, pur con mille problemi, le cose avrebbero sostanzialmente funzionato e una successiva fase degenerata dovuta alla presa del potere da parte di Stalin.

Secondo Serge la questione è più complessa e sarebbero state le condizioni di accerchiamento della rivoluzione a spingere il potere sovietico sulla strada del totalitarismo, una strada che, una volta imboccata, avrebbe portato agli esiti che conosciamo. 

il comunismo di guerra, l'estromissione degli anarchici e la rivolta di Kronstadt, "il totalitarismo è in noi"

La fase finale del comunismo di guerra è caratterizzata dal perdurare di una grave situazione di crisi economico sociale (L'apparato è eccellente, ma la minestra è cattiva!. ) di fronte alla quale c'è chi pensa che la fase dirigista debba durare decenni (Trockij e Bucharin) e in questo contesto si assumonio provvedimenti di tipo demagogico destinati a peggiorare il quadro. Mentre l'inflazione fuori controllo trasforma il danaro in carta straccia si parla della prossima eliminazione della moneta come elemento di socialismo realizzato.

Nelle fabbriche gli operai utilizzano le cinghie di trasmissione in cuoio che portano energia alle macchine in suole per le scarpe; si muore letteralmente di fame, ci si riscalda bruciando il parquet dei palazzi nobiliari o bruciando i libri. Nei lazzaretti, quando i morti di tifo diventano troppi, data la impossibilità di seppellire nel trerreno gelato o di cremare i cadaveri, gli stessi rimangono surgelati nei cameroni e quando diventano troppi ci si trasferisce in un altro palazzo lasciando i cadaveri sul posto.


Il comunismo di guerra poteva definirsi così: 1) requisizione nelle campagne; 2) razionamento implacabile della popolazione delle città, divisa per categorie; 3) socializzazione completa della produzione e del lavoro; 4) ripartizione burocratica estremamente complicata degli ultimi depositi di articoli manufatti; 5) monopolio del potere, con tendenza al partito unico e al soffocamento di ogni dissidenza; 6) stato di assedio e Ceka. Questo sistema, il nono congresso del partito comunista lo aveva sanzionato nel marzo-aprile 1920.


La tendenza a reagire alle difficoltà incrementando costrizione e violenza non fanno che avvitare un quadro in costante peggioramento e mentre si accentua il distacco tra il partito e le masse che applicano l'arte di arrangiarsi si scatenano diverse iniziative di repressione nei confronti delle opposizioni (in particolare degli anarchici) smentendo le timide aperture di Lenin e e di Trockij nei confronti dei contadini anarchici dell'Ucraina (il movimento di Machno).

Gli anarchici hanno posizioni differenziate e spesso inconcludenti ma, osserva Serge, la maggior parte dei bolscevichi, fedeli alla tradizione marxista, li considerava utopisti piccolo-borghesi, incompatibili con lo sviluppo del socialismo scientifico. Nel cervello dei cekisti e di certi burocrati in preda alle psicosi dell'autorità, quei piccoli borghesi diventavano una turba di controrivoluzionari loro malgrado con cui occorreva farla finita ed è questa la ragione per cui si oscilla tra collaborazione, accordi di pacificazione e successiva non applicazione degli stessi mentre cresce la sfiducia nei confronti dei bolscevichi.

Come una ciliegina sulla torta nella notte tra il 28 e il 29 febbraio arriva dal cognato di Zinov'ev una notizia sconvolgente: Kronshtadt è nelle mani dei bianchi. Siamo tutti mobilitati. - Quali bianchi? Da dove saltano fuori? E' incredibile!. - Un certo generale Kozlovskij... - E i nostri marinai? Il soviet? La Ceka? Gli operai dell'arsenale?. - Non so altro.

La base navale di Kronstadt, fiore all'occhiello della marina zarista e da sempre avanguardia dei processi rivoluzionari di Russia, è la via di penetrazione naturale alla Russia (vedi cartina generale e ingrandimento) e dunque non è strana, da parte del partito bolscevico, la scelta di risolvere il problema, manu militari; in una logica di salvaguardia dell'esistente non sono ammessi tentennamenti..

E' sciopero generale, Pietrogrado rischia di cadere, ma si tratta di una balla colossale e credo che sia questa balla ad aver fatto cadere definitivamente in Serge la fiducia assoluta nella verità rivoluzionaria e a portarlo definitivamente su una posizione di comunismo libertario: Dei piccoli manifesti incollati sui muri nelle strade ancora deserte annunciavano che, per complotto e tradimento, il generale controrivoluzionario Kozlovskij s'era impadronito di Kronshtadt e chiamavano il proletariato alle armi. Ma prima ancora di essere arrivato al comitato di zona, incontrai dei compagni, accorsi con i loro mauser, che mi dissero che si trattava di una abominevole menzogna, che i marinai si erano ammutinati, che era una rivolta della flotta, e diretta dal soviet. Non era meno grave, forse; al contrario. Il peggio era che la menzogna ufficiale ci paralizzava. Che il nostro partito ci mentisse così, non era mai capitato. E' necessario dicevano alcuni, sebbene molto abbattuti, per la popolazione....

La richiesta degli ammutinati riguarda questioni che troveranno soluzione solo con la svolta della NEP: Era un programma di rinnovamento della rivoluzione. Riassumo: rielezione dei soviet con voto segreto; libertà di parola e di stampa per tutti i partiti e i gruppi rivoluzionari; libertà sindacale; liberazione dei prigionieri politici rivoluzionari; abolizione della propaganda ufficiale; cessazione delle requisizioni nelle campagne; libertà dell'artigianato; soppressione immediata dei distaccamenti di sbarramento che impedivano alla popolazione di rifornirsi a suo piacimento.

Il partito tentenna, gli anarchici tentano una mediazione ma vengono sconfessati e vengono allora, nell'ordine, prima l'ultimatum e poi l'attacco vittorioso da parte di Tuchacevskij nel giorno anniversario della Comune di Parigi. Una parte dei ribelli raggiunse la Finlandia. Altri si difesero con accanimento, forte per forte, strada per strada. Si lasciavano fucilare al grido di Viva la rivoluzione mondiale!. Ce ne furono che morirono gridando: Viva l'Internazionale comunista!.

Per Serge, come dicevo, si tratta di una cesura non sanabile ed è l'inizio del suo percorso di comunista-libertario che, anche quando si schiererà con l'opposizione trockijsta, determinerà sia giudizi diversi sul regime staliniano, sia un modo diverso di condurre la personale battaglia di resistenza anche proicessuale. Mi si perdoni la lunga citazione ma si tratta di uno dei punti chiavi del libro.


L'opposizione operaia sembrava orientarsi verso la rottura con il partito. Eravamo, in verità, già quasi schiacciati dal nascente totalitarismo. La parola totalitarismo non esisteva ancora. La cosa ci si imponeva duramente senza che ne avessimo coscienza. Io appartenevo all'infima minoranza che se ne rendeva conto. La maggior parte dei dirigenti e dei militanti del partito ...speravano che, venuta la pacificazione, lo stato d'assedio sarebbe caduto da sé e che si sarebbe tornati a una certa democrazia sovietica su cui nessuno aveva più idee chiare.

Le grandi idee del 1917 che avevano permesso al partito bolscevico di trascinare le masse contadine, l'esercito, la classe operaia e l'intelligencija marxista, erano evidentemente morte. Lenin non aveva proposto allora una libertà sovietica della stampa tale che ogni gruppo sostenuto da diecimila voti potesse stampare il suo organo a spese della comunità? (1917). Aveva scritto che nel seno dei soviet gli spostamenti di potere da un partito all'altro avrebbero potuto compiersi senza conflitti acuti. La sua dottrina dello Stato sovietico prometteva uno Stato assolutamente differente dagli antichi Stati borghesi, senza funzionari né polizia distinti dal popolo; in esso i lavoratori avrebbero esercitato direttamente il potere per mezzo dei loro consigli eletti e mantenuto da soli l'ordine grazie a un sistema di milizie.

Il monopolio del potere, la Ceka, l'Armata rossa non lasciavano più sussistere altro che un mito teorico di quello StatoComune sognato. La guerra, la difesa interna contro la controrivoluzione, la carestia creatrice di un apparato burocratico di razionamento avevano ucciso la democrazia sovietica. Come sarebbe rinata? Quando?  ...

A questi fattori storici conviene aggiungere importanti fattori psicologici. Il marxismo è mutato parecchie volte, secondo le epoche. Nasce dalla scienza, dalla filosofia borghese e dalle aspirazioni rivoluzionarie del proletariato, nel momento in cui la società capitalistica si avvicina al suo apogeo. Si presenta come l'erede naturale di quella società di cui è il prodotto. Come la società capitalistico-industriale tende ad abbracciare il mondo intero modellandovi a suo piacimento tutti gli aspetti della vita, così il marxismo dell'inizio del secolo ventesimo mira a riprendere in mano tutto, a trasformare tutto, dal regime della proprietà, all'organizzazione del lavoro e dalla carta dei continenti (per mezzo dell'abolizione delle frontiere), fino alla vita interna dell'uomo (per mezzo della fine della religiosità).

Pretendendo una trasformazione totale, esso era, nel senso etimologico, totalitario. Presentava i due volti della società in ascesa: democratico e autoritario ... Il pensiero bolscevico parte dal presupposto di possedere la verità: agli occhi di Lenin, di Bucharin, di Trockij, di Preobrazenskij e di molti altri, la dialettica materialistica di MarxEngels è, allo stesso tempo, la legge del pensiero umano e quella dello sviluppo della natura e delle società. Il partito detiene semplicemente la verità; ogni pensiero differente dal suo è un errore pernicioso o retrogrado. Questa è la fonte spirituale della sua intolleranza. La convinzione assoluta della sua alta missione gli assicura un'energia morale assolutamente sorprendente - e al tempo stesso una mentalità clericale pronta a diventare inquisitoriale.

Il giacobinismo proletario di Lenin, con il suo disinteresse, la sua disciplina di pensiero e di azione, viene a innestarsi sulla psicologia di quadri formati dal vecchio regime, cioè dalla lotta contro il dispotismo; mi sembra certo che esso debba selezionare i temperamenti autoritari. La vittoria della rivoluzione, infine, rimedia al complesso d'inferiorità delle masse perpetuamente vinte e vessate suscitando in esse uno spirito di rivincita sociale che tende a rendere a loro volta dispotiche le nuove istituzioni. Ho visto marinai e operai dell'antivigilia esercitare il comando con una vera ebbrezza, compiacendosi nel far sentire che le loro persone si identificavano ormai con il potere! Persino i grandi tribuni si dibattevano per le stesse ragioni in contraddizioni inesplicabili che la dialettica permetteva loro di sormontare verbalmente, cioè talvolta demagogicamente.

Venti o cento volte, Lenin ha fatto l'elogio della democrazia e sottolineato che la dittatura del proletariato è una dittatura contro gli ex possidenti spossessati e assieme la più larga democrazia di lavoratori. Lo crede, lo vuole. Va a rendere conti alle officine, domanda di affrontare la critica spietata degli operai. Scrive anche nel 1918 che la dittatura del proletariato non è affatto incompatibile con il potere personale, legittimando così in anticipo una specie di bonapartismo. Fa imprigionare il suo vecchio amico e compagno Bogdanov perché questo grande intellettuale gli presenta obiezioni imbarazzanti; fa mettere i menscevichi fuori legge perché questi socialisti piccolo-borghesi sono purtroppo in errore. Riceve affettuosamente il partigiano anarchico Machno e tenta di dimostrargli che il marxismo ha ragione; ma lascia o fa mettere l'anarchismo fuori legge. Promette la pace ai credenti e ordina di avere riguardi per le Chiese, ma ripete che la religione è l'oppio dei popoli. Andiamo verso una società senza classi, di uomini liberi: ma il partito fa proclamare con manifesti un po' dappertutto che il regno dei lavoratori non avrà fine. Su chi regneranno dunque? E che significa la parola regno? Il totalitarismo è in noi.


In effetti sempre nel marzo del '21 si tiene il X congresso del partito bolscevico e Lenin opera una sterzata su alcune delle questioni calde divenute insostenibili e legate al comunismo di guerra; è la NEP pensata come temporaneo ritorno al capitalismo per consentire allo stato sovietico di sopravvivere: soppressione delle requisizioni, imposte in natura (per i contadini); libertà del commercio, libertà della produzione artigiana; concessioni ai capitalisti stranieri, a condizioni vantaggiose; libertà d'impresa - limitata, è vero - per i cittadini sovietici stessi.

Si apre sul terreno della politica economica e dei rapporti di produzione ma non si molla sul terreno delle libertà politiche. Serge è sfiduciato, assiste al III congresso dell'Internazionale comunista, fonda una associazione eterodossa per il libero pensiero, tenta l'esperimento di una comune agricola nella zona del lago Ladoga e, alla fine tira le somme, considera chiusa la sua esperienza di vita nella terra dei soviet e, sfruttando la consolidata collaborazione con Zinov'ev e i membri dell'esecutivo, si fa mandare in Europa a lavorare per creare le condizioni di alleggerimento dell'isolamento russo. Prima tappa Berlino

rivoluzionario di professione in Europa mentre muore Lenin e in URSS inizia la guerra dentro il partito

Gli anni dal 1922 al 1926 corrispondono da parte dfi Serge al tentativo di digerire la delusione ritornando nella amata Europa a fare il rivoluzionario di professione per conto della Internazionale che sta gestendo le rotture all'interno del movimento socialista e tenta di rompere l'accerchiamento della Russia rivoluzionaria fomentando insurrezioni (spacciate per rivoluzioni socialiste) in primo luogo in Germania.

Serge arriva a Berlino dopo essere passato per la Lituania e rimane colpito dalla sua organizzazione e dall'alto tenore di vita. La Germania, vittima degli accordi di spartizione successivi alla guerra mondiale (le riparazioni di Versailles) è in piena crisi, ma i movimenti affiliati a Mosca sono generalmente diretti da personaggi di secondo piano, in maggioranza russi, governati a guinzaglio corto da Zinoiv'ev che controlla i finanziamenti. E' in questo quadro che nell'ottobre del 23 avviene in Germania una insurrezione farsa e tentativi analoghi riguarderanno prima il mondo balcanico, l'Estonia e poi la Bulgaria.

Dopo i fatti di Gernania Serge si trasferisce a Vienna dove ha modo di incontrare Antonio Gramsci e Angelica Balabanoff; apprende della imminente morte di Lenin e avrà poi modo di avere informazioni da Nikolaj Bucharin testimone diretto:

Lenin sembrava possedesse ancora tutta la sua coscienza, senza mezzi di lavoro, né di espressione. Riusciva appena a balbettare qualche parola; gli si faceva compitare lettera per lettera il titolo della Pravda. Aveva talvolta sguardi carichi di un'amarezza inesprimibile. Verificatosi un miglioramento, aveva voluto rivedere il Cremlino, il suo tavolo di lavoro, i suoi telefoni; vi venne condotto...

Lo vedi, sostenuto da Nadezda Kostantinovna (Krupskaja) e Nikolaj Ivanovic (Bucharin), mentre trascina il suo passo di invalido attraverso il gabinetto, guardando, terrorizzato di non capirla più, la carta sul muro, prende tra le dita delle matite per abbozzare una firma, e tutto questo come un fantasma, come un disperato che sopravvive a se stesso... Bucharin lo visita sovente nella sua casa di campagna di Gor'kij. Bucharin fa l'allegrone con lui, poi si nasconde dietro un cespuglio e lo guarda con gli occhi pieni di lacrime... E' proprio la fine, vecchio mio. E poi?. Poi, sarà la zuffa.

Consiglio la lettura delle pagine dedicate a Gramsci (pronto a scovare il falso per farlo sgonfiare con una punta ironica, vedeva molto chiaro) alla Balabanoff, già mentore e amante del Mussolini socialista, poi autorevole membro della segreteria della III internazionale.

La politica rivoluzionaria, fatta di chiaroveggenza e di coraggio, esige nei tempi decisivi qualità di buon chirurgo, e nessuno è quaggiù più umano e più probo che il buon chirurgo che lavora tuttavia sulla carne viva, nel dolore e nel sangue. Angela insorse allo stesso tempo contro la chirurgia politica che tendeva a scartare senza riguardi i capi riformisti disposti a silurare ogni offensiva e contro gli sporchi intrighetti da medicone e da politicante di Zinov'ev. Essa seppe discernere ben presto i primi indizi della malattia mortale che in una quindicina d'anni avrebbe provocato la morte del bolscevismo.

I marxisti sanno, mi diceva Gyrgy Lukács, autore di "Geschichte und Klassenbewusstsein" che si possono commettere impunemente molte piccole porcherie quando si fanno grandi cose; l'errore di certi consiste nel credere che si può arrivare a grandi risultati facendo soltanto piccole porcherie...Gyrgy Lukács, una sera che andavamo errando sotto le guglie grigie della chiesa votiva, non fatevi stupidamente deportare per nulla, per il rifiuto di una piccola umiliazione, per il piacere di votare con sfida... Credetemi, le vessazioni non hanno grande importanza per noi. I rivoluzionari marxisti hanno bisogno di pazienza e di coraggio; non hanno affatto bisogno di amor proprio.

Amor proprio o no, Serge rientra in Russia per continuare a bere il suo calice amaro; si fa coinvolgere dalla organizzazione della opposizione di sinistra intorno a Trockij. Stalin, espressione del centro (Molotov, Kaganovic, Mikojan, Kirov) si è ormai impadronito del partito rafforzato dall'ingresso di quelli entrati con la morte di Lenin. In Russia si sta meglio e la gente vuole essere tranquilla; si rafforza la burocrazia mentre tra gli esponenti della vecchia guardia e tra i letterati si diffondono i suicidi.

Stanno per iniziare le svolte politiche e i processi di epurazione con i cambi di cavallo che porteranno alla messa fuori gioco dapprima di Trockij, Zinov'ev e Kamenev e poi della destra di Bucharin, Rykov e Kalinin. Nell'ottobre del 27 Trockij pronuncia al C.C. il suo uiltimo discorso (rivoluzione cinese, ripresa della industrializzazione energica e moderata, attenuazione della NEP) e mentre parla alcuni altri che, ben in carne, non avevano la minima idea di non essere più in realtà se non fantasmi agitati di futuri suicidi e fucilati, lo coprivano di oltraggi stenografati: Menscevico! Traditore! Lazzarone! Liberale! Bugiardo! Canaglia! Spregevole chiacchierone! Rinnegato! Infame!.

Nell'autunno del 27 Zinov'ev e Trockij vengono esclusi dal C.C.. Zinov'ev pur privato di tutti gli incarichi farà ammenda mentre il quindicesimo congresso (dicembre 1927) stabilisce la esclusione dal partito della intera opposizione (deviazionismo menscevico) i cui dirigenti, a partire da Trockij vengono esiliati dando loro solo la possibilità di una ritrattazione.

Trockij viene esiliato ad Alma Ata (alla frontier del Turkestan cinese). Anche Serge viene convocato dalla commissione di controllo di Leningrado per un interrogatorio di rito sulla fedeltà: Qual è il vostro contegno circa la decisione del congresso che ha pronunciato l'esclusione dell'opposizione? Risposi: - Mi sottometto per disciplina a tutte le decisioni del partito, ma ritengo che quello sia un errore grave, le cui conseguenze saranno funeste, se non viene presto riparato... L'operaia con il fazzoletto rosso in testa si rizzò e, con una voce stupefatta: - Compagno, avete detto proprio "un errore"? Pensate dunque che il congresso del partito può sbagliarsi e commettere errori?. Citai l'esempio della socialdemocrazia tedesca che aveva votato la guerra il 2 agosto 1914 contro i due soli voti di Karl Liebknecht e di Otto Rhle. Questo paragone sacrilego empì di costernazione la Commissione. Fui escluso immediatamente.

Ho riportato questo brano perché consente di comprendere la posizione di Serge che rimarrà immutata negli anni successivi quando subirà mesi di carcere e di inquisizione. Serge, a differenza di altri esponenti della opposizione che scelgono una sorta di doppio binario per proseguire attività clandestina di collegamento, è per la esplicitazione del dissenso e, paradossalmente, sarà questo uno degli elementi che gli consentiranno di salvarsi evitando le accuse di cospirazione con cui si finiva molto spesso alla fucilazione. Passano pochi giorni e viene arrestato rimanendo nel carcere di Leningrado per alcune settimane. Non gli viene contestato nulla e sarà liberato per effetto di pressioni parigine (è già un intellettuale famoso). 

Una opposizione solitaria e il testamento politico (1928-1933)

Gli anni dal 28 al 33 riguardano problematiche tra loro diverse: la costruzione di una prospettiva professionale, visto che sono ovviamente cessati i diversi incarichi connessi alla attività politica, i mutamenti di linea politica in URSS con la fine della NEP, la persecuzione dei Kulaki e l'industrializzazione forzata, l'incrudimento del carattere illiberale del sistema che inizialmente riguarderà i tecnici e in genere le persone coinvolte nei processi produttivi.

La persecuzione dei Kulaki (i contadini proprietari che erano stati agevolati dalla NEP) avviene nel momento in cui si determina una crisi nella agricoltura e il governo sovietico decide di spingere sulle strutture statali e cooperative (i sovchoz e i colchoz) e contemporaneamente di imboccare la strada della industrializzazione forzata.

I contadini proprietari vengono assogettati requisizioni e deportazioni (e nel giro di un decennio si avrà una riduzione di circa 5 milioni di famiglie contadine su un totale di 25) e Serge racconta le forme di insubordinazione attuate dalle donne in particolare in occasione delle azioni più insensate. In Bielorussia, quando si venne a tagliare il crine dei cavalli per l'esportazione, senza pensare che le bestie ne sarebbero crepate, le donne circondarono il capo del governo locale, Golodied (fucilato o suicida poi nel 1937) e, d'un tratto, sollevarono, furiose, le loro gonne, sotto cui erano nude: - Tieni, porco! Prendi se osi il nostro crine, non avrai quello dei cavalli!.

A treni interi i contadini deportati partivano verso il nord glaciale, le foreste, le steppe, i deserti, popolazioni intere spogliate di tutto; e i vecchi crepavano in viaggio, si sotterravano i neonati sul ciglio delle strade

Serge decide che farà lo scrittore e si occupa inizialmente di saggi dedicati ai primi anni della rivoluzione, oltre che di collaborazioni dirette con riviste francesi. Dato che mi si rifiutava il diritto di partecipare all'industrializzazione senza rinnegare la libertà di opinione, avrei potuto, pur mantenendo fermamente il mio contegno di oppositore ridotto all'inazione, recare su questo tempo testimonianze utili.

Frequenta l'unione degli scrittori e assiste alla crisi di alcuni dei grandi come Majakovskij che si suicida o di Gorkij isolato e dissenziente - In altri tempi lo scrittore russo non aveva da temere se non il poliziotto e l'arcivescovo; il funzionario comunista di oggi è assieme l'uno e l'altro; vuole sempre cacciarvi le sue sporche zampe nell'anima...

In certi momenti, ci facevamo poche illusioni. Ricordo di aver detto: Se un disperato tira una rivoltellata a qualche satrapo, rischiamo parecchio di essere fucilati tutti assieme entro otto giorni. Non sapevo di colpire così nel segno. Per anni, la persecuzione fu dappertutto, insistente, al punto di far perdere la testa. Il regime divorava ogni semestre una nuova categoria di vittime. Finiti i trockisti, ci si era attaccati ai kulaki; poi ai tecnici; poi agli ex borghesi, commercianti e ufficiali privati del diritto inutile di voto; poi ai preti e ai credenti; poi all'opposizione di destra...

Alle difficoltà della sopravvivenza quotidiana si aggiunge il crollo psichiatrico della moglie che non regge alle persecuzioni verso il padre Rusakov, vecchio rivoluzionario libertario. Alla fine del 1932 Serge incomincia seriamente a pensare ad un nuovo espatrio, ma teme contemporaneamente di essere arrestato, questa volta non di passaggio e ciò lo induce a scrivere una sorta di testamento politico da far pubblicare in Francia nel caso di una sua sparizione. Il documento è datato 1 febbraio 1933.


Credo proprio di essere stato il primo a definire in quel documento lo Stato sovietico come uno Stato totalitario. Già da lunghi anni scrivevo, la rivoluzione è entrata in una fase di reazione (...). Non bisogna nascondersi che il socialismo porta in se stesso germi di reazione. Sul terreno russo, questi germi hanno prodotto una prospera fioritura. Oggi noi siamo sempre più in presenza di uno Stato totalitario, castocratico, assoluto, ebbro della sua potenza, per cui l'uomo non conta.

Questa macchina formidabile riposa su una doppia base: una polizia onnipotente che ha ripreso le tradizioni delle cancellerie segrete della fine del diciottesimo secolo e un 'ordine', nel senso clericale della parola, burocratico, di dirigenti privilegiati.

La concentrazione dei poteri economici e politici fa sì che l'individuo è tenuto, attraverso il pane, il vestito, l'affitto, il lavoro, a disposizione assoluta della macchina: essa permette quindi a quest'ultima di trascurare l'uomo e di non tener conto d'altro che dei grandi numeri, alla lunga. Questo regime è in contraddizione con tutto ciò che è stato detto proclamato, voluto, pensato, durante la rivoluzione stessa...

Su tre punti essenziali, superiori a ogni considerazione di tattica, resto e resterò, mi costi quel che mi deve costare, un non consenziente dichiarato, netto, il quale tacerà solo se costretto:

1. Difesa dell'uomo. Rispetto dell'uomo. Bisogna restituirgli diritti, una sicurezza, un valore. Senza di ciò, niente socialismo. Senza di ciò, tutto è falso, fallito, viziato. L'uomo chiunque esso sia, fosse pure l'ultimo degli uomini. 'Nemico di classe', figlio o nipote di borghesi, me ne infischio, non bisogna mai dimenticare che un essere umano è un essere umano. Ciò si dimentica ogni giorno sotto i miei occhi, dappertutto: è la cosa più rivoltante, più antisocialista che ci sia.

E a questo proposito, senza voler cancellare una sola riga di quel che ho scritto sulla necessità del terrore nelle rivoluzioni in pericolo mortale, devo dire che considero un abominio inqualificabile, reazionario, nauseante e demoralizzante l'uso continuo della pena di morte da parte di una giustizia amministrativa e segreta (in tempo di pace! E in uno Stato più potente di qualsiasi altro!). Il mio punto di vista è quello di Dzerzinskij all'inizio del 1920, quando, sembrando terminata la guerra civile, propose - e ottenne senza fatica da Lenin - la soppressione della pena di morte in materia politica (...). E' pure quello di quei comunisti che proposero per anni di ridurre le funzioni delle Commissioni straordinarie (Ceka e Ghepeù) all'inchiesta.

Il valore della vita umana è caduto così in basso e ciò è così tragico che ogni pena di morte dev'essere condannata in questo regime. Abominevole ugualmente, e ingiustificabile, la repressione mediante l'esilio, il confino, la prigione semiperpetua, di ogni dissidenza nel movimento operaio ...

2. Difesa della verità. L'uomo e le masse vi hanno diritto. Non consento né al rimaneggiamento sistematico della storia e della letteratura, né alla soppressione di ogni informazione seria nella stampa (ridotta a una funzione di agitazione). Ritengo la verità una condizione di salute intellettuale e morale. Chi parla di verità parla di sincerità. Diritto dell'uomo all'una e all'altra.

3. Difesa del pensiero. Nessuna ricerca intellettuale, in nessun campo, è permessa. Tutto si riduce a una casistica nutrita di citazioni (...). La paura dell'eresia sbocca nel dogmatismo bigotto più paralizzante. Ritengo che il socialismo non possa crescere nel campo intellettuale altro che per mezzo dell'emulazione, della ricerca, della lotta delle idee; che non debba temere l'errore, sempre riparato col tempo dalla vita stessa, ma il ristagno e la reazione; che il rispetto dell'uomo sottintenda per l'uomo il diritto di tutto conoscere e la libertà di pensare.

Non contro la libertà di pensiero, non contro l'uomo può trionfare il socialismo, ma al contrario nella libertà di pensiero, migliorando la sorte dell'uomo.


Si tratta di tematiche che3 vedremo riprese nell'ultimo capitolo delle memorie. Serge verrà arrestato mentre la lettera è ancora in viaggio per Parigi, lo attende la visione dall'interno del sistema inquisitorio cui farà fronte con la opposizione diretta e a viso aperto senza farsi ingabbiare, come accadrà ai trockijsti, dal culto del partito e dalla considerazione che i rapporti di produzione sono stati rotti e ricostruiti su base socialista. Siamo in presenza di una visione umanistica della lotta per il socialismo: l'uomo, la verità e la libertà di pensiero vengono prima di ogni altra considerazione.

L'arresto, l'inchiesta e la deportazione (1933-1936)

- Ricerche criminali. Vogliate seguirci, cittadino, per verifica di identità. Serge era uscito a prendere medicine per la moglie, viene abbordato per strada e portato alla sede della Ghepeu. Subisce un interrogatorio di 12 ore e poi viene trasferito al carcere dove rimane una sola notte perché poi viene trasferito a Mosca (segno che questa volta si tratta di una cosa seria).

A Mosca finisce alla Lubjanka (sede della Ceka, Ghepeu, KGB) un edificio storico originariamente occupato da una compagnia di assicurazioni ora sede centrale del sistema della repressione con carcere interno, forte segmentazione interna, 10 piani sotterranei con il cunicolo delle fucilazioni (Mi capitava, andando e tornando dall'istruttoria, di passare davanti all'ingresso spalancato di un corridoio cementato del pianterreno brutalmente illuminato).

Durante i primi giorni, in attesa della assegnazione definitiva e della apertura dell'inchiesta sta in mezzo agli altri detenuti in attesa della presa in carico e tra i diversi episodi voglio citare l'incontro con un agronomo siberiano perché rappresenta bene il clima del sistema repressivo-inquisitorio nella sua perfezione-imperfezione. Il libro è pieno di questi racconti veri di tipo kafkiano e lo stesso Serge ne farà uso nei suoi romanzi.

L'ultimo arrivato fu il più simpatico; era un intellettuale siberiano di una sessantina d'anni, vigoroso, teso, allegro. Attaccai discorso con lui e, quando seppe che ero oppositore, mi raccontò gorgogliando di risa la faccenda che lo conduceva a Mosca da Irkutsk e lo empiva di ottimismo.

In seguito alla carestia e alle epizoozie, nella sua remota regione, si era montato contro gli agronomi, i veterinari e gli ingegneri un affare di sabotaggio controrivoluzionario. Si era preteso da loro che facessero confessioni contrarie al semplice buon senso. Aveva, lui, resistito mesi, nel freddo, nella fame, nell'isolamento; poi aveva ceduto a una promessa di miglioramento del regime e confessato tutto ciò che si era voluto.

Dopo di che, gli avevano dato una cella calda, permesso di ricevere viveri e vedere la moglie e avevano promesso di sollecitare per lui, dato il suo pentimento, l'indulgenza del Collegio segreto. Soltanto, ecco! Abbiamo confessato tante cose e così folli che Mosca non ci ha creduto, Mosca ha domandato gli incartamenti, e poiché gli incartamenti sono stupefacenti, ci hanno fatto venire, i due principali accusati e il giudice istruttore, per studiare la faccenda qui stesso! Abbiamo viaggiato un mese con il giudice, sentiva di essere nelle nostre mani, aveva paura di noi, ci colmava di gentilezze...

E il professor N., incontrato dopo qualche giorno, compagno di avventura dell'intellettuale siberiano aggiunge divertito quanto il suo collega, me ne diede volentieri altri particolari... Pensava che tutto si sarebbe rigirato in senso contrario e che i giudici istruttori della Ghepeù locale avrebbero ben presto occupato le celle dei loro accusati della vigilia.

Insieme al professor N. incontra un altro agronomo che gli dà notizia dell'arresto di 35 alti funzionari e dirigenti del commissariato della agricoltura arrestati con lui (tutti fucilati di lì a qualche giorno). Siamo alla coda degli arresti, deportazioni e assassinii dei controrivoluzionari (i tecnici) prima che si scateni la nuova ondata contro i politici (della destra e della sinistra) innescata dall'assassinio di Kirov (si veda il caso Toulaev).

Nella cella della Lubjanka Serge vive in totale solitudine e non ha accesso ai libri, ma si tiene in esercizio mentale facendosi immaginari corsi di diverse discipline e in esercizio fisico in modo di presentarsi lucido agli interrogatori con il giudice Bogin (dapprima) e con l'inquisitore Rutkovskij (collaboratore personale del caposervizio Molcianov, membro del Collegio segreto). La tecnica degli inquisitori si basa sulla guerra psicologica, accusare senza provare, insinuare, blandire, puntare alla ammissione ed è contro queste tecniche che Serge combatte a viso aperto sapendo che gli inquisitori hanno bisogno di ammissioni su cui costruire i loro castelli, perché anche la loro attività viene poi sottoposta a controlli superiori. Sapevo che gli inquisitori della Ghepeù sono controllati da varie commissioni, in particolare la Commissione di controllo del C.C. e che devono, per motivare le sentenze volute, preparare incartamenti secondo tutte le regole.


Bogin spiegò che sapeva tutto: - Tutto. I vostri compagni sono talmente demoralizzati, ho qui le loro deposizioni, non credereste ai vostri occhi. Vorremmo sapere se siete un nemico o, malgrado la vostra dissidenza, un vero comunista. Libero per voi di rifiutarvi di rispondere, l'istruttoria sarà chiusa oggi stesso e vi considereremo con la stima che merita un avversario politico a viso scoperto.

Trappola! Vuoi che ti faciliti il compito dandoti carta bianca, perché tu possa cucinare in seguito contro di me, con i tuoi rapporti segreti, non so quali conclusioni che mi varrebbero almeno anni di isolamento. - No, tengo a rispondere all'interrogatorio. Interrogate.

- Ebbene; parliamo da comunisti come siamo voi e io. Io sono al posto che il partito mi assegna. Voi pensate di servire il partito, e io vi capisco. Voi ammettete l'autorità del C.C.?. Trappola! Se ammetto l'autorità del C.C., entro nel gioco e si può farmi dire qualsiasi cosa in nome della devozione al partito. - Prego, io sono escluso. Non ho richiesto alcuna riammissione. Non sono quindi più tenuto alla disciplina di partito...

- Siete deplorevolmente formalista!. - Domando di sapere di che sono accusato al fine di distruggere l'accusa. Mi sento irreprensibile dal punto di vista delle leggi sovietiche. - Che formalismo! Allora voi vorreste che io metta le carte in tavola?. - Stiamo forse giocando a carte?. Finì per dirmi che si erano trovati in casa mia documenti che provenivano da Trockij. E' falso dissi.


Consiglio la lettura attenta degli interrogatori, delle insinuazioni, delle repliche ferme di Serge, della capacità di far perdere le staffe agli inquisitori che, alla fine, in mancanza della minima ammissione sono costretti a cedere. Serge ammette solo cose che sono lecite per la legge sovietica e non si fa ingannare dal buon cuore degli inquisitori o dallo spirito di partito, errore in cui cadranno molti dei dirigenti rivoluzionari fucilati tra il 36 e il 38, primo di tutti Zinov'ev. Il resto lo fa la sua doppia cittadinanza franco-russa, così l'istruttoria viene chiusa e Serge è spostato in carcere. Un ufficiale della Ghepeù entrò bruscamente, un sottile foglio di carta in mano. Leggete, firmate!. Lessi: Mene controrivoluzionarie, condannato dalla Conferenza speciale a tre anni di deportazione a Orenburg... Firmai con tanta collera quanta gioia. La collera dell'impotenza, la gioia, poiché la deportazione era malgrado tutto l'aria aperta, il cielo libero sopra la testa.

Orenburg è una vecchia capitale decaduta che campa sulla presenza di una scuola di aviazione. C'è una povertà assoluta e la lotta per il pane, nel senso letterale del termine, è all'ultimo sangue (furti, lotte in famiglia, prostituzione).

Il deportato, legato dalla sua corrispondenza con i suoi cari, dal lavoro, dalle cure mediche, viveva letteralmente alla mercé di qualche funzionario di polizia. Tenuto a presentarsi alla Ghepeù tutti i giorni, oppure ogni tre, ogni cinque, ogni sette giorni secondo i casi.

Non appena riusciva a organizzare un po' la sua esistenza, si distruggeva tutto, mediante la disoccupazione, la prigione o il mutamento di sede. Gioco interminabile del gatto e del topo... Mi si fece chiaramente comprendere che non avrei ottenuto lavoro se non avessi cercato le grazie della Ghepeù. Recatomi a parlare di un impiego possibile al trust dell'oro dell'Ural, ebbi con il capo del servizio segreto questo spunto di dialogo: - Avete l'intenzione di sollecitare la vostra reintegrazione nel partito?. - Niente affatto. - E di appellarvi al Consiglio speciale degli interni per la condanna pronunciata contro di voi?. - Niente affatto. Non si parlò più di impiego.

Ma da Leningrado arrivano la moglie, il figlio e la macchina da scrivere che consentirà di continuare il lavoro di scrittore e di pubblicista. In questo periodo Serge riesce a campare con i proventi della attività editoriale che arrivano a singhiozzo da Parigi. Le cronache della deportazione sono gustose e mi limito ad alcuni riferimenti:

  • Il direttore della scuola di Vlady vorrebbe punirlo perché ha osato affermare che in Francia ci sono le libertà politiche e sindacali e considera tale affermazione come un attacco all'Unione Sovietica; Ma dissi, è un fatto che la libertà sindacale e persino politica esiste in Francia, e ciò non ha nulla di antisovietico. - Mi è difficile credervi rispose il direttore, e noi dobbiamo in ogni caso inculcare ai ragazzi che la vera libertà esiste da noi e non sotto la dittatura capitalista dei paesi cosiddetti democratici.
  • il racconto dettagliato del gruppo degli oppositori di sinistra, ciascuno con le sue storie; molti di loro li ritroveremo nel romanzo scritto da Serge dopo la liberazione "Se è mezzanotte nel secolo". Uno di loro sarà agganciato dalla Ghepeu per montare l'ennesima provocazione ai danni di Serge (la costituzione di un comitato clandestino della opposizione, la pistola fumante che non si trova): Lo interrogai sui compagni di Mosca, cercando di identificarli, lo guardai bene in fondo agli occhi, e pensai: Tu, vecchio mio, sei un agente provocatore!. Gli spiegai che, anche nel fondo delle prigioni, rappresentavamo sempre un principio di vita e di libertà e che non avevamo affatto bisogno di costituirci in comitati clandestini. Fallì dunque, ma fu graziato qualche tempo dopo. Avevo avuto ragione. Se lo avessi ascoltato, sarei certo morto a quest'ora, con un forellino nella nuca.
  • l'arrivo da Leningrado di alcuni dei deportati borghesi (i deportati furono da cinquanta a centomila): In seguito alla faccenda Kirov, Stalin aveva mandato al comitato regionale di Leningrado un messaggio in cui gli rimproverava di non aver ripulito la città dell'antica borghesia imperiale. Il rastrellamento cominciò immediatamente.
  • la tragicommedia legata al controllo della corrispondenza; alcune opere spedite in Francia con tutti i crismi della Unione degli scrittori e il controllo della Ghepeu non arriveranno mai e, racconta Serge, ad un certo punto incominciai a campare dei rimborsi dovuti alla corrispondenza spedita per raccomandata che non veniva recapitata. Il capo del servizio segreto dal quale andai a lamentarmi esclamò: - Guardate in che modo deplorevole funziona la posta! E voi dite che esageriamo quando scopriamo dei sabotaggi. Vedete, anch'io, le lettere a mia moglie si perdono! Vi prometto che l'inchiesta sarà ben fatta e la posta vi pagherà senza indugio le indennità legali!. Mi offrì cortesemente di vegliare pure alla spedizione, sempre a Romain Rolland, di un'altra serie di manoscritti che la Ghepeù avrebbe fatto visionare dalla censura letteraria. Glieli affidai - e naturalmente non arrivarono mai. Date le premesse, la mia corrispondenza con l'estero fu interrotta. Il capo del servizio segreto scuoteva gravemente la testa: - Ah! Che volete che facciamo per mettere ordine nelle poste?. La posta mi pagava con regolarità centinaia di rubli per le lettere raccomandate che io continuavo a mandare in ragione di cinque al mese e che si perdevano. Ciò mi procurava il reddito di un tecnico ben retribuito.

La liberazione di Serge arriva alllo scadere dei tre anni di condanna in un momento in cui in URSS è normale essere colpiti da provvedimenti con cui le pene vengono replicate per via puramente amministrativa. La liberazione avviene per effetto delle pressioni internazionali. Il congresso degli scrittori per la difesa della cultura tenutosi a Parigi si occupa estesamente del suo caso mentre gli scrittori russi presenti cercano addirittura di coinvolgerlo nell'attentato a Kirov. L'impudente dichiarazione che giustificava la mia prigionia con un attentato commesso due anni dopo il mio arresto fece passare un brivido lungo qualche schiena. André Gide andò a trovare l'ambasciatore dell'URSS, che non seppe illuminarlo su nulla. Quasi nello stesso tempo Romain Rolland, invitato a Mosca e ricevuto da Stalin, gli parlava dell'affare Victor Serge. Il capo della polizia politica, Jagoda, consultato, non trovò nulla nei suoi incartamenti (se vi avesse trovato la minima compiacente confessione firmata da me, sarei stato perduto). Stalin promise che sarei stato autorizzato a lasciare l'URSS con la mia famiglia.

Gli anni dal 1936 al 1941: la guerra di Spagna, i fronti popolari, il patto russo-tedesco

Serge, nell'aprile del 1936, ce la fa ad espatriare grazie all'azione dei socialisti belghi (in particolare di Emile Vandervelde) che concedono il visto di ingresso (rifiutato da Francia e Inghilterra), viaggia con il figlio Vlady e, prima in Belgio e poi in Francia, è fatto oggetto di continue azioni di provocazione da parte della Ghepeu.

A Mosca sta per iniziare l'epoca dei grandi processi, Zinov'ev, Kamenev e Sverdlov sono già stati coinvolti dalle inchieste legate al processo Kirov e nell'agosto del 36 così descrive uno degli incontri con Vandervelde: dopo l'esecuzione dei sedici a Mosca, lo trovai spaventosamente triste, ancora appesantito sotto l'incomprensibile: Ho letto le confessioni di Kamenev: si tratta di delirio... Come potrete spiegarmelo? Conosco Kamenev, sta là dinanzi a me, con i suoi capelli bianchi, la sua nobile testa - e non posso ammettere che lo si sia ucciso dopo questo straripamento di follia... Come spiegare tali delitti a quel vecchio che incarnava, sull'orlo della tomba, mezzo secolo di umanismo socialista? Ero più interdetto ancora che davanti alle domande di mio figlio.

Serge si batte come un leone ma è sostanzialmente isolato perchè l'internazionale comunista ha iniziato la politica dei Fronti Popolari e il Fronte sta per vincere in Francia (Leon Blum); la carretta la tirano i socialisti ma il ruolo del partito comunista è fondamentale e, anche quando le cose sono chiare, bisogna tacere o far finta di nulla. Il capitolo 9, oltre che raccontare ciò che avviene è occasione per Serge per riflettere sulla genesi di quanto sta per avvenire. A volte preconizza, come nel caso della morte del capo della Ghepeu Jagoda o del processo alla destra di Bucharin e Rykov, altre volte cerca di analizzare le cause di questo salto di qualità.


E, il 14 agosto, - d'un tratto, come il tuono - venne l'annuncio del processo dei sedici, terminato il 25 - in undici giorni! - con l'esecuzione di Zinov'ev, Kamenev, Ivan Smirnov e tutti i loro coimputati. Comprendevo (e lo scrissi immediatamente) che era il principio dello sterminio di tutta la vecchia generazione rivoluzionaria. Impossibile assassinare questi e lasciar vivere gli altri, loro fratelli, testimoni impotenti, ma testimoni che comprendevano tutto fino in fondo.

Perché questo massacro, mi domandavo sulla Révolution Prolétarienne, e non vedevo altra spiegazione che la volontà di sopprimere i gruppi di ricambio del potere alla vigilia di una guerra considerata imminente. Stalin, ne sono persuaso, non aveva strettamente premeditato il processo, ma egli vide nella guerra civile di Spagna il principio della guerra europea. Ho il sentimento di essere la prova vivente della non premeditazione del primo processo, e anche della falsità delirante delle accuse formulate in tutti i processi. Avevo lasciato l'URSS alla metà di aprile, in un momento in cui quasi tutti gli accusati erano già in prigione. Avevo collaborato con Zinov'ev e Trockij, conoscevo da vicino parecchie decine di coloro che stavano per sparire fucilati, ero stato uno dei dirigenti dell'opposizione di sinistra a Leningrado, uno dei suoi portavoce all'estero, non avevo mai abiurato...

Mi si sarebbe lasciato uscire dalla Russia, con la mia penna e le mie convinzioni di testimone inconfutabilmente informato, se il processo di sterminio fosse stato così vicino? Il fatto, d'altra parte, che nessuna accusa insensata sia stata formulata contro di me nel corso dei processi basta a chiarire che non si mentiva altro che contro coloro i quali non avevano nessun mezzo di difesa.


Insieme ad intellettuali francesi e americani mette in piedi una sorta di antesignano tribunale Russel: un comitato per l'inchiesta sui processi di Mosca e per la difesa della libertà d'opinione nella Rivoluzione ma, come detto, si tratta di una lavoro difficile perché c'è l'esigenza di fronte al nazismo, alla guerra di Spagna, al governo socialista di Francia, di restare uniti. Per chi conosce un po' di storia anche dell'antifascismo italiano e dell'emigrazione italiana antifascista in Francia è tutto tragicamente chiaro (i complotti, il sospetto, …).


Annunciai che Radek, condannato a dieci anni di prigione, non sarebbe sopravvissuto a lungo: è stato assassinato in prigione.

Conoscendo gli uomini e la Russia, devo ripetere che i vecchi bolscevichi erano compenetrati da un tale fanatismo di partito, da un tale patriottismo sovietico, che diventavano capaci di accettare i peggiori supplizi, e per ciò stesso erano incapaci di un tradimento. Le loro stesse confessioni provano così la loro innocenza. Lo Stato totalitario si fondava su un sistema di sorveglianza e di spionaggio interno così perfetto che qualsiasi cospirazione vi era impossibile. Ma il vecchio partito nella sua totalità esecrava il regime e il capo, viveva nell'attesa delle catastrofi - che sono venute - e questo si traduceva in molte conversazioni intime e in uno stato d'animo generale di opposizione al capo, a dispetto degli atti di sottomissione e di adorazione che il capo instancabilmente imponeva.

L'immensa maggioranza dei bolscevichi si sono del resto lasciati fucilare nella notte senza prestarsi al gioco abominevole delle confessioni per compiacenza politica. Alcuni sono arrivati fino alla tomba schiacciando la loro coscienza stessa per servire ancora al partito. Tranne una o due eccezioni, coloro che si sono dichiarati trockisti non lo erano, non lo erano mai stati, erano persino abbastanza profondamente in disaccordo con Trockij e le loro polemiche contro di lui sono durate anni.

Se ci sono state trame di cospirazione in qualche luogo, sono state ordite dalla Ghepeù stessa, che si era servita di questo procedimento di provocazione per liquidare gli ultimi bianchi (monarchici), liquidare i menscevichi del Caucaso, liquidare infine, come ho già raccontato, le nostre organizzazioni di opposizione. Se diplomatici, ingegneri, militari, giornalisti, agenti segreti hanno avuto contatti con l'estero, ciò e avvenuto sempre in base a direttive e con un controllo costante; e poi lo hanno considerato un crimine.

Conosco personalmente parecchi casi di questo genere. Una orribile logica ha presieduto all'ecatombe. Il potere intendeva sopprimere i gruppi di ricambio alla vigilia della guerra e castigare dei capri espiatori per trovare responsabili della carestia, della disorganizzazione dei trasporti, della miseria di cui esso stesso era responsabile. Assassinati i primi bolscevichi, bisognava evidentemente assassinare tutti gli altri, diventati testimoni incapaci di perdonare. Bisognò pure, dopo i primi processi, sopprimere coloro che li avevano montati e ne conoscevano i retroscena, - perché la leggenda creata diventasse credibile. Il meccanismo dello sterminio era così semplice che si poteva prevederne il corso. Annunciai, con mesi di anticipo, la fine di Rykov, di Bucharin, di Krestinskij, di Smilga, di Rakovskij, di Bubnov....

Quando Antonov-Ovseenko, il rivoluzionario che aveva, nel 1917, dato l'assalto al Palazzo d'Inverno, il miserabile che aveva testé fatto assassinare a Barcellona il mio amico Andrès Nin e il filosofo anarchico Camillo Berneri, fu richiamato dal suo posto in Spagna per prendere possesso di quello di Commissario del popolo alla Giustizia, lasciato vacante da Krylenko sparito nelle tenebre, annunciai che era perduto - e lo era infatti. Quando Jagoda, capo della Ghepeù, organizzatore del processo Zinov'ev, fu nominato Commissario del popolo alle Poste e Telegrafi, annunciai che era perduto - e lo era infatti... Prevedere non serviva assolutamente a nulla.


Il tribunale internazionale si occupa invano degli eventi di Spagna che precedono la fine della esperienza repubblicana con la persecuzione del partito libertario di sinistra (il POUM) e con la scomparsa e l'assassinio di un compagno di lotte di Serge (ampiamente citato nel libro) Andrès Nin.

Andrès Nin aveva trascorso la sua gioventù in Russia: comunista devoto e poi militante dell'opposizione di sinistra. Ritornato in Spagna, aveva fatto l'esperienza delle prigioni della repubblica reazionaria, tradotto Dostoevskij e Pilnjak, polemizzato contro i fascistizzanti, partecipato alla fondazione di un partito rivoluzionario marxista. La rivoluzione del luglio 1936 ne aveva fatto il consigliere per la giustizia della "Generalidad" di Catalogna. In questa qualità aveva creato i tribunali popolari, messo fine al terrorismo degli irresponsabili, stabilito una nuova legislazione del matrimonio. Era un socialista erudito e un intellettuale di gran classe, stimato da tutti coloro che lo conoscevano, stretto d'amicizia con il capo del governo catalano, Companys.

Senza vergogna, i comunisti lo denunciano come un agente di Franco, Hitler e Mussolini, rifiutano di firmare il patto contro la calunnia che gli offrono tutti gli altri partiti, si ritirano da una conferenza nella quale gli altri partiti gli domandano con calma di recare prove; nella loro propria stampa invocano continuamente i processi di Mosca, nel corso dei quali, del resto, il nome di Nin non è mai stato pronunciato. La giusta popolarità di Nin aumenta ugualmente; non resta che farlo fuori. Riuscimmo a scatenare in favore dei perseguitati di Spagna un movimento di solidarietà internazionale.

Le memorie proseguono alternando riflessioni sul totalitarismo al racconto di avvenimenti che hanno a che fare con la storia francese e con l'evoluzione del quadro politico europeo. Serge combatte la sua battaglia a colpi di conferenze e di articoli e osserva che i nuovi metodi del totalitarismo adottano le tecniche della pubblicità e puntano a umiliare con l'irrazionalismo e la violenza l'intelligenza umana.

Il buon successo di simili tecniche è possibile soltanto in epoche torbide e a condizione che le minoranze coraggiose, che incarnano il senso critico, siano bene imbavagliate o ridotte all'impotenza dalla ragion di Stato e dalla mancanza di risorse materiali. In nessun caso si tratta di convincere, si tratta in definitiva di uccidere. Uno dei fini perseguiti mediante quello scatenamento di pazzia che furono i processi di Mosca fu di rendere la discussione impossibile tra comunisti ufficiali e comunisti di opposizione.

Il totalitarismo non ha nemico più pericoloso del senso critico; si accanisce a sterminarlo. I clamori trascinano via con sé ogni obiezione ragionevole e, se persiste, una barella porta via l'obiettore alla camera mortuaria. Ho tenuto testa a degli assalitori in riunioni pubbliche. Gli offrivo di rispondere a tutte le loro domande. Raffiche di ingiurie, lanciate all'impazzata, si sforzavano di coprire la mia voce.

Mentre in Russia vengono fucilati i vertici dell'Armata Rossa con in testa il maresciallo Tuchacevskij, in Francia su ordine di Mussolini vengono assassinati i fratelli Rosselli, muore in maniera strana il figlio maggiore di Trockij Lev Sedov (febbraio 1938). La sconfitta della Spagna e la crisi del Fronte popolare segnano un cambiamento di clima; l'accordo di Monaco segna la fine della Cecoslovacchia. Per Serge sono i mesi del chiarimento-rottura con Trockij. Serge è perplesso sulla scelta di dar vita ad una nuova internazionale di partitini inconsistenti e ne scrive all'interessato esplicitando il suo dissenso su alcui temi e caratteri della rivoluzione bolscevica (Kronstadt, la repressione successiva, la creazione della Ceka,). Lo vedevo mescolare con i lampi di un'alta intelligenza gli schematismi sistematici del bolscevismo d'altri tempi, di cui credeva la risurrezione inevitabile in ogni paese. Comprendevo quel suo irrigidirsi di ultimo superstite di una generazione di giganti, ma, convinto che le grandi tradizioni storiche non si continuano altrimenti che attraverso i rinnovamenti, pensavo che il socialismo debba pure rinnovarsi nel mondo moderno; e che ciò debba accadere mediante l'abbandono della tradizione autoritaria e intollerante del marxismo russo dell'inizio di questo secolo... Il solo problema che la Russia rivoluzionaria degli anni 1917-1923 non abbia mai saputo porre è quello della libertà, la sola dichiarazione che bisognava rifare e che essa non fece è quella dei Diritti dell'Uomo. Nulla si farà di umanamente grande in avvenire senza risolvere o tentare fortemente di risolvere questo problema.

Trockij vede in tutto ciò una manifestazione di demoralizzazione piccolo-borghese; è la rottura anche se Serge, una volta approdato in Messico quando si è già consumato l'assassinio del grande rivoluzionario con la collaborazione di sua moglie Natallja Ivanovna Sedova scriverà una sintetica biografia Vita e morte di Trockij segno di un rapporto intellettuale che non si è mai interrotto completamente.

Il patto Hitler-Stalin (agosto del 39) con l'accordo per la spartizione della Polonia pensato in URSS come uno strumento per tirare il fiato prima della guerra crea scompiglio in Occidente e se non salverà l'URSS dalla operazione Barbarossa consente al nazismo di pianificare l'invasione rapida del Belgio e della Francia. A gennaio del 1939 Franco entra a Barcellona e a marzo dello stesso anno i nazisti occupano Praga. Serge ci racconta del crollo della società parigina, della fuga verso sud sino a Marsiglia e infine, dopo molte peripezie dell'imbarco verso la Martinica, Cuba e alla fine dell'approdo al Messico.

1941-1943 Città del Messico – per finire …

Nell'ultimo capitolo Serge cerca di tracciare un bilancio della sua vita avventurosa. Mi limito su questi aspetti a sottolineare le questioni più importanti lasciandolo parlare direttamente: Non mi sento affatto individualista, piuttosto personalista, in questo senso, che la persona umana mi appare come un altissimo valore, ma integrata alla società e alla storia. L'esperienza e il pensiero di un uomo hanno un significato degno di essere ricordato solo in questo senso.

vantaggi e inconvenienti dell'essere sbalestrati

Esule politico di nascita, ho conosciuto i vantaggi reali e i pesanti inconvenienti di essere sradicati. Questo allarga la visione del mondo e la conoscenza degli uomini; dissipa le nebbie dei conformismi e dei particolarismi soffocanti; preserva da una sufficienza patriottica che in verità è semplice mediocre contentezza di sé; ma costituisce nella lotta per la vita uno svantaggio più che serio.

Ho visto nascere la grande categoria degli apolidi, cioè degli uomini cui le tirannie rifiutano persino la nazionalità. Quanto al diritto di vivere, la situazione degli apolidi, che sono in realtà gli uomini più attaccati alla loro patria e alla patria umana, non può paragonarsi che a quella dell'uomo "sans aveu" del Medioevo, che, non avendo signore né sovrano, non aveva diritto né difesa, e il cui solo nome è diventato una specie di insulto.

Per spirito conservatore, in un tempo in cui nulla può più essere conservato senza cambiamento, e anche per spirito di inerzia giuridica, la maggior parte degli Stati moderni si sono resi complici della persecuzione di questi difensori della libertà. Ora che stiamo diventando milioni, la cosa forse cambierà...

Non deploro, per parte mia, di portare questa tonnellata di piombo sulla nuca, dato che mi sono sentito allo stesso tempo russo e francese, europeo e eurasiatico, straniero in nessun luogo - malgrado le leggi - ma dappertutto capace di ravvisare nella diversità dei luoghi e della gente l'unità della terra e degli uomini.

Al tempo di Orban, Salvini e di fondamentalisti delle più diverse latitudini (come Erdogan) si tratta di una bella riflessione controcorrente; chi più di un apolide è cittadino del mondo? E per non essere generico voglio parlare di due popoli che nel 900 sono stati al centro dell'essere cittadini del mondo: gli armeni e i curdi due popoli (entrambi svillaneggiati dai turchi) che ancora oggi pur avendo cultura, storia e identità nazionale continuano a non avere diritto a un loro stato.

Alla fine degli anni 60 ne ho conosciuto uno cui la mia formazione culturale-politica deve molto. Si chiama Vanghelis (greco) Oskian (armeno) ed è stato tra i fondatori di Avanguardia Operaia oltre che il suo primo segretario nazionale (divenuto Aurelio Campi con l'ottenimento della cittadinanza italiana). Quando l'ho conosciuto aveva il passaporto giallo dell'ONU, conosceva un sacco di lingue e ragionava di politica a 360°. Ne parlo perché mentre si scrive di storia di Avanguardia Operaia sembra quasi che non sia esistito (come quando Stalin faceva ritoccare le foto degli anni di Lenin per cancellare la faccia di Trockij). Non voglio essere polemico ma la cosa mi intristisce.

Il sentirsi cittadini del mondo, negli ultimi decenni sta passando di moda sia perché le grandi organizzazioni internazionali come l'ONU e le sue filiazioni faticano a funzionare, sia perché la prosecuzione di politiche di sfruttamento dei paesi del terzo e quarto mondo ha fatto rinascere pulsioni nazionalistiche spesso associate a fondamentalismo e fanatismo religioso

partecipare coscientemente alla storia

L'intelligencija russa mi aveva di buon'ora insegnato che il senso stesso della vita consiste nella partecipazione cosciente al compimento della storia. Più ci penso e più questo mi pare profondamente vero. Questo vuol dire pronunciarsi attivamente contro tutto ciò che sminuisce gli uomini e partecipare a tutte le lotte che tendono a liberarli e a farli più grandi. Che questa partecipazione sia inevitabilmente intaccata da errori non ne diminuisce l'imperativo categorico; peggiore è l'errore di vivere soltanto per sé, secondo tradizioni tutte intaccate di inumanità...In Europa, in Asia, in America, generazioni intere si sradicano, si impegnano a fondo in lotte collettive, fanno l'apprendistato della violenza e del grande rischio, l'esperienza delle prigionie, constatano che l'egoismo del ciascuno per sé è ben sorpassato, che l'arricchimento personale non è il fine della vita, che i conservatorismi di ieri non conducono altro che a catastrofi, sentono il bisogno di una nuova presa di coscienza per la riorganizzazione del mondo.

Mi riconosco il merito di aver visto chiaro in alcune circostanze importanti. La cosa in sé non è difficile eppure è poco comune. Non credo che dipenda dall'intelligenza alta o sveglia, ma piuttosto dal buon senso, dalla buona volontà e da un certo coraggio nel superare l'influenza dell'ambiente e una tendenza naturale a chiudere gli occhi sui fatti, tendenza che proviene dal nostro interesse immediato e dalla paura che ci ispirano i problemi.

Serge è un umanista rivoluzionario, uno che crede alla politica come strumento per cambiare il mondo, uno che non chiude gli occhi, uno che non ha paura anche dopo 40 anni di disavventure, uno che non molla, uno che mi ricorda un piccolo aforisma di Einstein che da molti anni ho posto al centro della mia attività e che mi spinge anche a dedicarmi con impegno e in maniera disinteressata ai "Pensieri in Libertà". Perché l’uomo di successo è quello che riceve moltissimo dal proprio prossimo, in genere incomparabilmente di più di quanto corrisponda al servizio da lui prestato ad esso. Il valore di un uomo, invece, va ravvisato in ciò che dà, non in ciò che riesce a farsi dare.

l'intransigenza, lo spirito critico e la tolleranza (la guerra senza odio)

Quel che c'è di terribile quando si cerca la verità diceva un saggista francese, è che la si trova... La si trova, e non si è più liberi di seguire l'inclinazione dei propri vicini né di accettare i luoghi comuni correnti. Ho scorto subito nella rivoluzione russa i germi di mali profondi come l'intolleranza e l'inclinazione a perseguitare i dissidenti. Essi provenivano da un sentimento assoluto di possesso della verità, innestato sulla rigidezza dottrinale. E questo sentimento si risolveva nel disprezzo dell'uomo differente, dei suoi argomenti, del suo modo di essere.

Uno dei più gravi problemi che a ciascuno di noi tocca risolvere praticamente è certo quello dell'accordo da realizzare tra l'intransigenza che risulta da convinzioni ferme, la conservazione dello spirito critico nei riguardi di quelle stesse convinzioni e il rispetto della convinzione diversa. Nel corso della battaglia il problema è ottenere la massima efficacia pratica e insieme rispettare che cosa c'è dietro il nemico; il problema della guerra senza odio, in una parola. La rivoluzione russa, benché diretta da uomini probi e intelligenti, non lo risolse; le masse avevano ricevuto dal dispotismo un'educazione troppo funesta, non estranea ai dirigenti stessi.

Non disconosco, enunciando questo giudizio, la potenza dei fattori economico-storici; essi sono in gran parte condizione dell'azione, ma non ne determinano tutta la qualità. A questo punto interviene il fattore umano. Varie volte mi sono sentito sull'orlo di una conclusione pessimistica sulla funzione del pensiero (dell'intelligenza) nella società. Ho senza posa constatato, da un quarto di secolo, cioè a partire dalla stabilizzazione della rivoluzione russa un po' prima del 1920, una tendenza generale alla repressione del pensiero chiaroveggente...

Non metto in dubbio, dopo averci molto riflettuto, né lo spirito scientifico del marxismo né il suo apporto assieme razionale e idealistico alla coscienza moderna; ma non posso non considerare una grave sciagura il fatto che un'ortodossia marxista si sia impadronita, in un grande paese in via di trasformazione sociale, dell'apparato del potere. Qualunque sia il valore scientifico di una dottrina, dal momento in cui diventa governativa, gli interessi dello Stato non le permettono più la ricerca disinteressata; e la sua stessa sicumera scientifica la conduce anzitutto a imporsi nell'educazione, poi a sottrarsi alla critica con i metodi del pensiero eterodiretto, che è anzitutto il pensiero soffocato.

I rapporti tra l'errore e la conoscenza giusta sono ancora troppo oscuri perché si possa pretendere di regolarli autoritariamente; senza dubbio all'uomo occorrono lunghi erramenti attraverso le ipotesi, gli sbagli e i tentativi dell'immaginazione, per giungere a mettere in chiaro conoscenze più esatte, in parte provvisorie; giacché ci sono poche esattezze definitive. Ciò significa che la libertà di pensiero mi sembra uno dei valori più essenziali. E anche uno dei più combattuti.

Mi vengono in mente le potenti vaccinazioni antidogmatiche di un pensatore ed epistemologo che mi è molto caro: K.R. Popper con i suoi riferimenti alla ricerca della verità, al suo carattere provvisorio, all'atteggiamento antidogmatico, alla importanza di difendere le proprie opinioni con la simultanea necessità di sottoporle ad un vaglio critico e con la disponibilità ad ammettere di avere torto. Nel racconto della sua vita Serge sui temi della repressione, dell'autoritarismo, della intolleranza e del fanatismo cita molto spesso Gorkij che, dall'alto della sua statura intellettuale, si poteva permettere il ruolo di difensore dei dissenzienti e di profeta della tolleranza.

La paura e il pensiero libero

Ho incontrato dappertutto, continuamente, la paura del pensiero, la repressione del pensiero, come un sordo desiderio assolutamente generale di fuggire o di reprimere questo fermento di inquietudine. Nel tempo della dittatura del proletariato, quando i manifesti rossi proclamavano che il regno dei lavoratori non avrà fine, neppure il primo venuto avrebbe ammesso che si discutesse, mettendola in dubbio, la perennità di un regime che era evidentemente d'eccezione e di battaglia.

I nostri grandi marxisti russi, nutriti di scienze naturali, non ammettevano si mettesse in dubbio la concezione dialettica della natura - che è tuttavia semplicemente un'ipotesi, e ormai difficile da sostenere. I capi dell'Internazionale comunista consideravano come una manchevolezza morale o come un delitto il minimo dubbio sull'avvenire trionfale di questa organizzazione. Più tardi, in seno all'opposizione, così sana nelle sue aspirazioni, Trockij non volle tollerare alcun punto di vista differente dal suo...

Si torna di nuovo sul carattere provvisorio delle trasformazioni, qualunque esse siano. Si fa fronte al bisogno di eterno trasformando un bisogno in un principio di realtà. Così la dittatura del proletariato diventa un dogma, un principio ideologico necessario a farsi forza, a nascondere il reale con le sue contraddizioni

Errori e responsabilità dei rivoluzionari

Se è evidente che le più grandi linee della storia in cammino risultano da fattori che ci oltrepassano, che non possiamo dominare, di cui prendiamo coscienza solo imperfettamente, frammentariamente, non è meno evidente che il carattere dei fatti storici (e il loro stesso orientamento in alcuni casi) dipende abbastanza largamente dalla capacità degli uomini.

Il Comitato centrale del partito bolscevico, riunito nel dicembre 1918 per studiare i mezzi per combattere le azioni della controrivoluzione all'interno, doveva scegliere coscientemente le armi che avrebbe dato al nuovo regime. "Poteva" istituire tribunali rivoluzionari pubblici (ammettendo le porte chiuse in casi precisi), ammettervi la difesa, ordinarvi il rigore. "Preferì" creare la Ceka, cioè un'Inquisizione con procedura segreta, sopprimendo la difesa e il controllo dell'opinione pubblica. Così facendo, seguì probabilmente la china dello sforzo minore, seguì anche impulsi psicologici che si capiscono se si conosce la storia russa, ma che non hanno nulla a che vedere con la coscienza socialista.

Si potevano, nel 1926-27, prevedere in Russia le difficoltà risultanti dalla debolezza dell'industria e dalla ripresa della produzione agricola? Noi le prevedevamo; ed era possibile rimediarvi a tempo in qualche misura; ma gli uomini di governo preferirono ancora una volte seguire la china del minimo sforzo, che è anche quella della minima chiaroveggenza, ma dà l'illusione di differire le crisi gravi come i malati pusillanimi differiscono un'operazione chirurgica. Le difficoltà di cui non si volle avere chiara coscienza si aggravarono, provocarono una sorta di panico, cioè di oscuramento della ragione e obbligarono a soluzioni di violenza spaventosamente inumane e onerose, quelle della collettivizzazione totale e dell'industrializzazione totalitaria...

Nei regimi dispotici, troppe cose dipendono dal tiranno...; e: tutto ciò che è stato fatto in Russia sarebbe stato fatto molto meglio da una democrazia sovietica... Il carattere del tiranno diede in seguito un impulso catastrofico alle lotte politiche. I processi di impostura e di sangue furono decisi dall'Ufficio politico che ne dettò le sentenze e ordinò l'esecuzione di queste sentenze. Cioè una decina di persone al massimo deliberarono a testa fredda sul problema di sapere se bisognasse o no massacrare le migliaia di cittadini permeati di spirito di opposizione; essi potevano decidere per la privazione dei diritti politici e la prigionia di questi avversari, e si pronunciarono per l'impiego dei mezzi più crudeli e più demoralizzanti.

In un'altra circostanza di incalcolabile significato, lo stesso Ufficio politico, dovendo scegliere tra la collaborazione con Hitler e la collaborazione con le potenze democratiche, soluzioni entrambe che implicavano grandi rischi di guerra e di invasione, scelse la soluzione che rimuoveva il pericolo più immediato, accrescendo il pericolo a qualche mese o anno di scadenza, come i fatti hanno provato.

In tutto ciò, l'intelligenza e il carattere degli uomini hanno una funzione capitale; ed è necessario osservare che la loro intelligenza razionale, come la loro moralità - definita dal sentimento umano e dalla fedeltà a principi che rappresentano interessi generali superiori - sono state assenti...

La macchina totalitaria funziona in seguito come un'officina a cui un ingegnere, girando una manovella, abbia trasmesso la corrente. Bisogna concludere da tutto questo: assenza di fatalità, potere enorme dell'uomo, responsabilità personale. Non è una conclusione pessimistica. Ma è la condanna dei sistemi che concentrano in poche mani un potere che rende folli, determinano una selezione alla rovescia, sopprimono il controllo - anche imperfetto - del potere da parte dell'uomo medio, paralizzando la coscienza pubblica.

Si poteva fare diversamente? Serge non fa sconti allo stato di necessità. Occorrono lungimiranza e fermezza dei principi. Occorrono razionalità, senso del provvisorio, moralità perché poi la macchina totalitaria funziona come una macchina in cui ognuno fa un piccolo pezzo del proprio crimine, tutti sono innocenti; il potere assegna i singoli compiti, li rende neutri attraverso poliziotti, giudici, carnefici chiamati a reprimere l'eresia, la differenza di comportamento rispetto ad un assoluto per sua natura indiscutibile.

Il libro è stato concluso nel 1942 in piena guerra mondiale e dunque Serge non ha visto e non vedrà (visto che muore nel 1947) ciò che abbiamo visto noi in termini di fatti e di assetti mondiali. Si rende conto che molte cose cambieranno e chiude con una speranza razionale:

Le grandi linee della storia che sta compiendosi si liberano tuttavia dal caos. Non sono più i rivoluzionari che fanno l'immensa rivoluzione mondiale, sono i dispotismi che l'hanno scatenata, è la tecnica stessa del mondo moderno che rompe brutalmente con il passato e mette i popoli di interi continenti nella necessità di ricominciare la vita su basi nuove.

Che queste basi debbano essere di giustizia sociale, di organizzazione razionale, di rispetto della persona, di libertà, è per me una evidenza stupefacente che si impone poco a poco attraverso l'inumanità del tempo presente.

L'avvenire mi appare pieno di possibilità maggiori di quelle che noi intravedemmo per il passato. Possano la passione, l'esperienza e gli errori stessi della mia generazione combattente illuminarne un poco il cammino!


(2 - fine) Il primo articolo della recensione


Victor Serge

Memorie di un rivoluzionario (1901-1941)

Editore E/O pagine 440 16 €


Victor Serge

Memorie di un rivoluzionario (1901-1941)

Editore Roberto Massari (2011) pag. 336 formato 17×24 € 19

apparato critico [1200 note e indice dei nomi] di Jean Rière nuova traduzione basata sul manoscritto originale e introduzione e cura di Roberto Massari

Le edizioni Massari hanno un catalogo di oltre 200 titoli largamente incentrati sulla costruzione di un movimento internazionale di comunisti libertari (Utopia Rossa) che hanno, proprio nella figura di Victor Serge uno dei riferimenti, fondato sui seguenti punti:

  • Il fine non giustifica i mezzi, ma nei mezzi che impieghiamo dev’essere riflessa l’essenza del fine. [Priorità dell’etica (Guevara) e della verità scientifica su ogni altra considerazione]
  • Sostegno alle lotte di tutti i popoli contro l’imperialismo e/o per la loro autodeterminazione, indipendentemente dalle loro direzioni politiche. [Inizi della Terza internazionale
  • Per l’autonomia e l’indipendenza totale dai progetti politici del capitalismo. [Sinistra di Zimmerwald nella Seconda internazionale]
  • Unità del mondo del lavoro mentale e materiale, senza discriminazioni ideologiche di alcun tipo (a parte le «basi anticapitaliste, antimperialiste e per il socialismo»). [Prima internazionale]
  • Lotta contro le burocrazie politiche, per la democrazia diretta e consigliare. [Internazionale antiautoritaria di Saint-Imier e Quarta internazionale]
  • Salvare la vita sulla Terra, salvare l’umanità. [vera novità storica della Quinta].

 

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione | Da allora si occupa di ambiente e sentieristica a Monticiano e ... continua a scrivere
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4 risposte a Memorie di un rivoluzionario – di Victor Serge (2) recensione

  1. Ennio Abate scrive:

    1. Quella di Kronstadt fu una tragedia e come tale va ripensata. Io ho cercato di farlo qui: http://www.poliscritture.it/2018/08/26/trockij-kronstadt-e-la-violenza-politica/?fbclid=IwAR0Kaf3IRZTjRKBBMaMBcBDLQo9jTRh0E3m02Vph435YWWPz71xBMuX8z6U
    2. Sul libro di Serge hanno riflettuto varie generazioni di comunisti, socialisti e anarchici. Non salterei con facile disinvoltura la discriminante tra leninismo e stalinismo. Non solo per ossequio al marxismo critico di intellettuali come Cortesi, Fortini, Masi (per dirne alcuni) che comunisti “speciali” (o “libertari”, come Serge) restarono per tutta la vita. Ma perché, se non ci fu «una fase aurea, governata da Lenin in coppia con Trockij» e poi «una successiva fase degenerata dovuta alla presa del potere da parte di Stalin», come tu scrivi, durante la prima il tentativo di evitare altre tragedie come quella di Kronstadt ci fu, ad esempio con la NEP (e tu stesso lo ricordi: «La richiesta degli ammutinati riguarda questioni che troveranno soluzione solo con la svolta della NEP») e il Partito allora non era ancora *legibus solutus* come annotò Cortesi nella sua “Storia del comunismo”
    ( Cfr. gli stralci che ho riportato nell’articolo da me citato al punto 1. E in particolare questo: «Johnstone, che ha seguito le fasi del pensiero di Lenin in chiave di progressivo allontanamento da Stato e rivoluzione, sembra vedere in questa decisa dichiarazione un atto risolutivo”. Ma non abbiamo né lì né altrove una diversa teorica dello Stato proletario, ed è arbitrario interpretare quell’”attraverso il partito” come il ristabilimento di un primato e di un protagonismo diretto del partito nell’intero processo. “Attraverso il partito” non significa dittatura del Partito sul proletariato. La dittatura proletaria non è legibus soluta, “assoluta”; tale diventerà con Stalin alla fine degli anni ’20, ma con netta violazione non solo dei principi teorici del leninismo, ma della sua prassi dei rapporti politici interni, anche se non si può sottovalutare, e Lenin non sottovalutò, che quello che avvenne intorno al X Congresso segna il punto di massimo allontanamento dal modello».
    3. Mi pare che l’affermazione «Il totalitarismo è in noi» ha echi cattolici. Potrebbe – non lo dico per sbeffeggiare – essere una variante di “Il peccato è in noi”. Tu la usi per correggere l’”errore” del «pensiero bolscevico» che partirebbe «dal presupposto di possedere la verità». E dimentichi, però, che la “verità” per Marx o per Lenin era un dato scientifico e storico, quindi mutevole, trasformabile. Il mio timore è che accusare il pensiero scientifico marxista di “totalitarismo” conduca alla rinuncia di qualsiasi politica fondata su “verità” etiche o scientifiche, che possono sempre essere accusate di essere “totalitarie”. E allora come si fa a contrastare un assetto sociale non giustificabile RAZIONALMENTE? Non lo puoi fare né come rivoluzionario né come riformista. Perché, appunto, non bisogna essere “totalitari”, non bisogna credere di “possedere la verità”. E allora che puoi fare? Puoi solo o soprattutto dubitare. E col dubbio puoi al massimo fare opposizione al potere esistente ma non pretendere di sostituirlo con un potere almeno più razionale. Senza avere un’”altra verità” (un’altra ragione) lasci il potere a chi ce l’ha e l’usa. E, guarda un po’, l’usa sempre senza avere dubbi o appunto pretendendo di “possedere la verità”. Il dubbio è impolitico o apolitico, produce scetticismo e relativismo (anche nel caso si avesse un progetto riformista e non rivoluzionario). Conseguenza: il potere non viene trasformato. È la stagnazione del pensiero (e della politica) in cui oggi ci troviamo. Che significa sottomissione all’ unica verità indiscutibile: quella del capitalismo che non ha più alternative.
    4. Giustamente scrivi:« Serge è un umanista rivoluzionario, uno che crede alla politica come strumento per cambiare il mondo, uno che non chiude gli occhi, uno che non ha paura anche dopo 40 anni di disavventure, uno che non molla». Ma Serge in quanto anarchico, vede lucidamente la questione della violenza del Potere e ama i «Diritti dell’Uomo», ma non considera o conosce approssimativamente il pensiero di Marx. Eppure Marx ha mostrato quali sono i veri ostacoli alla realizzazione dei diritti dell’uomo. Ostacoli che i bolscevichi cercarono di smantellare senza riuscirci. È un limite della visione di Serge, anche se per me ha il merito di non essere diventato un anticomunista e di aver riconosciuto che quella era la strada giusta, anche se poi è stata sbarrata non solo dai nemici dell’umanità ma dagli stessi che si dicevano comunisti. Sostituire Marx con Serge sarebbe un errore. Come è un errore ridicolizzare i marxisti scolastici, scrivendo « Ma come? Non parla del plusvalore. Ma come? Non parla della contraddizione insanabile tra rapporti di produzione capitalisti e sviluppo delle forze produttive. Ma come? Sembra, alla fine rinnegare il comunismo» e buttando il solito bambino (Marx) con l’acqua sporca.
    5. Condivido l’entusiasmo e la sofferenza con cui oggi leggi il libro di Serge. Ci sono – fatte le debite differenze – varie analogie con le nostre esperienze di militanti che stanno riemergendo nella discussione in corso sulla «Storia di Avanguardia Operaia».

    • Claudio Cereda scrive:

      Caro Ennio poni in maniera dubitativa una serie di questioni serie su alcune delle quali io non ho le idee chiarissime anche perché da molti anni ho abbandonato l'idea che si debba partire da un sistema teorico che giustifichi il nostro agire e poi agire. Su questo punto sono d'accordo con Furio Petrossi quando scrive "La Storia dobbiamo faticosamente costruirla, adoperando strumenti teorici via via mutevoli e mai onnicomprensivi.". Siamo entrambi dei fisici ed entrambi appassionati di scuola. Non so se si tratti di relativismo anche perché questa parola viene usata dalle diverse persone con significati diversi. Io non ho paura di cose come, verità provvisoria, imparare dagli errori, rifiuto di una visione della storia come un processo governato da principi superiori o dagli iunteressi di una classe.

      Mi interessava sottolineare nella recensione:

      1) che Serge individua nel leninismo così come si è evoluto per far fronte ai problemi della guerra civile una delle cause delle successive degenerazioni (non parlo solo di Kronstadt ma anche della Ceka).

      2) Dal 1918 in poi è stato un susseguirsi di slittamenti verso il partito unico, incapacità di coinvolgere forze diverse dai bolscevichi, progressivo strangolamento delle libertà sia in ambito culturale, sia politico, sia pratico 

      3) penso che i progetti politici di tipo finalistico abbiano tutti dentro di sé un pesante rischio di tipo totalitario

      4) le domande retoriche che ho messo nella introduzione su Facebook non volevano ridicoilizzare nessuno, volevano solo sottolineare che "le memorie" sono un racconto di vita e non un'opera di teoria politica

      5) leggo da articoli di Bidussa che vale la pena leggere i Carnets (le annotazioni dal 40 al 47) e "la rivoluzione russa" uscito quest'anno in cui Serge precisa i suoi punti di vista. Lo farò.

      6) Per quanto riguarda la discussione su AO resto stupito del fatto che in un contesto in cui si è dimostrato che abbiamo svolto una funzione positiva, ma avevamo torto sul progetto, si metta così tanta enfasi sulla contionuità Avanguardia Operaia Democrazia Proletaria.

      Ieri sera quando ho sentito Calamida affermare che se in Italia non c'è il nucleare (ammesso che sia un bene) o c'è stato lo statuto dei lavoratori è merito di DP e di AO mi è venuto da pensare al delirio di onnipotenza. Nella fase finale della discussione, arrivati al riconoscimento che il proletariato come classe non c'è più e che bisogna riferirsi ai produttori e alla rivoluzione nel modio di produrre (Lanzone, Bersani) mi è venuto da pensare criticamente al fatto che molti di noi, accanto a Degli Antoni (Biorcio, Oskian, Bertoni, Cereda, Marini, De Michelis, Lanzarone…) ragionavano nel 69-75 di cose che ora sono al centro della attenzione della politica ma, in politica, masticavano poi quattro stupidaggini sulla lotta alla selezione.

      E visto che siamo finiti su AO, se quelli che la sapevano lunga perché venbivano da anni di esperienze politiche, ci avessero fatto ragionare un po' di più sulla rivoluzione bolscevica, sullo stato democratico con le sue articolazioni e su Gramsci, magari avremmo corso il rischio di dividerci prima, ma probabilmente avremmo dato qualche contributo in più alla storia della sinistra italiana.

       

       

       

  2. Claudio Cereda scrive:

    Questa è la introduzione all'articolo che ho pubblicato su Facebook

    Questo libro per un verso mi ha entusiasmato e per l'altro mi ha fatto soffrire perché rappresenta una elencazione sistematica e basata sulla esperienza degli errori da non ripetere a proposito di rispetto dell'uomo, difesa della verità e difesa del pensiero. Certo un libro scritto tra il 1941 e il 1942 non può contenere i problemi che abbiamo incontrato negli ultimi 70 anni e tantomeno le soluzioni, ma ci indica comunque una prospettiva.
    Le parti secondo me più efficaci, oltre alle riflessioni in coda agli avvenimenti sono le descrizioni dei personaggi e Serge ne ha conosciuti e raccontati tanti.
    Ma come? Non parla del plusvalore.
    Ma come? Non parla della contraddizione insanabile tra rapporti di produzione capitalisti e sviluppo delle forze produttive.
    Ma come? Sembra, alla fine rinnegare il comunismo. E' vero, lo fa con riferimento alla esperienza tentata e fallita più importante. Ci dice: attenzione a non commettere l'errore di percorrere le vie che ci sembrano più semplici con la scusa della emergenza o dello stato di necessità. Ma non rinuncia alla battaglia per mettere in piedi un mondo più giusto e più umano. E questo è quello che conta.

    • Furio Petrossi scrive:

      "Ma come? Non parla del plusvalore". Anch'io ne ero rimasto ingannato. Hanno cercato di farmi leggere Schumpeter per convincermi che questo concetto era fuorviante. Alla fine ho rifiutato l'intero impianto teorico di Marx. Ho abbandonato le "cesure epistemologiche" di Althusser. La Storia non è scienza. Meglio così, non ci sono "contraddizioni insanabili", anche se lo possono diventare, niente Diamat. La Storia dobbiamo faticosamente costruirla, adoperando strumenti teorici via via mutevoli e mai onnicomprensivi.

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