Gino Strada (personale) – di Giovanni Cominelli

Ora che Gino Strada è uscito dalla cronaca, accompagnato dal flusso della Cloaca maxima dei social-media, nella quale si sono mischiati esaltazione, nostalgie, odi, insulti volgari e fake news, ne posso scrivere con la mente più distaccata.

Distacco doloroso, perché per tutti gli anni ’70 le nostre strade personali si sono intrecciate. E’, per fare solo un esempio, nel ’72 che abbiamo scritto insieme un minuscolo pamphlet contro Comunione e Liberazione – Ed. Movimento studentesco, rigorosamente non firmato, come prevedeva la morale rivoluzionaria dell’epoca – il cui titolo, che ricordo vagamente, alludeva al carattere reazionario di quel Movimento, che veniva dato al servizio del Vaticano e della DC.

La qualifica di reazionario o revisionista veniva distribuita con generosità eccessiva e giudicante a chiunque altro. Gino proveniva proprio da Gioventù studentesca, il Movimento diretto da don Luigi Giussani. Gettata sugli scogli del ’68, GS si era divisa in una parte minoritaria, fedele a don Giussani, che nel 1969 aveva preso il nome di Comunione e Liberazione. Il senso dei due lemmi era chiaro: la Liberazione non si conquistava con la Rivoluzione, ma, appunto, con la Comunione con il Cristo, presente qui e ora nella storia, attraverso la Chiesa.

La “presenza” diventerà la parola-chiave. Diversamente dalla Chiesa istituzionale, il don Gius aveva compreso benissimo e per tempo che i Cristiani erano già minoranza nella società. Proprio perciò dovevano essere presenti “con ingenua baldanza”.

Invece, la maggioranza di GS, incoraggiata da un altro prete, don Vanni Padovani, chiamato dallo stesso don Gius ai vertici, si era sciolta nel ’68 e nei gruppi extraparlamentari, che fiorirono come funghi già a partire dal 1969. E così Gino aveva aderito al Movimento studentesco di Medicina, articolazione del Movimento studentesco della Statale di Milano.

D’altronde, la scelta rivoluzionaria era toccata a molti giovani credenti, che provenivano dal Cristianesimo rivoluzionario, la cui moderna Bibbia era “Cristianesimo e marxismo”, scritto da Don Giulio Girardi, La Cittadella Editrice, pubblicato il 1° gennaio del 1966, con introduzione del Card. Franziskus König, arcivescovo di Vienna.

Il Cristianesimo marxista e il Marxismo avevano e hanno in comune l’idea che la Storia è storia della liberazione umana, è una storia di salvezza. Ma qual è il soggetto-motore della liberazione? Secondo l’Illuminismo è la Ragione, secondo Marx il Proletariato. Secondo don Giussani, la liberazione non è di questa terra e il Soggetto – il Cristo-persona – sta a cavallo tra il tempo storico e l’Oltre.

In Teilhard de Chardin, nostra lettura di quei tempi, “il fenomeno umano” è attratto irresistibilmente dal punto Omega. Nessuna illusione terrena: la Terra promessa non è di questa terra. Questo però non precludeva la strada – da Costantino in avanti fino a don Giussani -  alla teologia politica, cioè all’uso delle strutture politiche di potere per affermare la presenza cristiana nella storia. Donde il rapporto privilegiato di CL con la DC, che invece il Movimento degli studenti e poi la sinistra rivoluzionaria avevano rapidamente individuato come l’architrave del sistema da abbattere.

Secondo i variegati marxismi dell’epoca, la liberazione era possibile su questa terra, ma il Soggetto doveva essere costruito ex-novo, dato il tradimento socialdemocratico revisionista del PCI. Su quei feroci dibattiti si è stesa la cenere grigia dei decenni e delle illusioni/delusioni, sotto la quale ha continuato ad ardere, per una parte di quella generazione, la brace profetica dei “cieli nuovi e terra nuova”. Credenti tuttora o atei – Gino Strada si proclamava “ateo”- è rimasta quella inquieta ricerca di un Assoluto, che si deve necessariamente incarnare nella storia del mondo.

E’ qui, ad ogni modo, che si è aperta la frattura nella generazione post-68. Per una parte di essa, cui apparteneva Gino Strada, la visione soteriologica, debitamente secolarizzata, ha continuato ad alimentare l’impegno politico, ma soprattutto quello sociale, culturale, assistenziale, a favore dei “sommersi” e dei “dannati della terra”, come titolava Frantz Fanon già nel 1961.

Caduta la fiducia nel soggetto rivoluzionario, necessariamente collettivo, per impraticabilità del campo, è rimasto pur sempre un lascito tipico del Cristianesimo, che anche don Giussani riproponeva spesso: la storia cambia, se cambia il cuore dell’uomo. Detto in modo più light e più traslato: proviamo a costruire qualcosa di nuovo nella società, persona con persona. Si direbbe, con il linguaggio di oggi: cambiamo la società civile, in vista del Regno, che deve comunque arrivare.

Un’altra parte di quella generazione ex-rivoluzionaria ha invece operato una dolorosa rottura epistemologica. No, davanti a noi non c’è nessuna “terra nuova”, non c’è né provvidenza né salvezza, se non quella che riusciamo, forse, a darci. La Ragione e la Storia non sono destinate a ricongiungersi, come invece recita il teorema hegeliano del reale che coincide con il razionale.

Di qui gli adattamenti opportunistici di molti, di qui un ridimensionamento dell’agire politico di parecchi, di qui un approccio laico e riformistico di altri, senza fanatismi, “alleati con il tempo”, direbbe A. Camus, del tempo che ci è dato. Inutile aggiungere che per “i profetici”, tutti questi altri erano e sono degli “integrati”, rassegnati al mondo così com’è, moralmente spregevoli traditori…

Quella frattura si è resa visibile un giorno con Gino e Teresa Sarti – la moglie cui Gino aveva affidato la gestione di Emergency – di passaggio in Corso Vittorio Emanuele a Milano, davanti ad un ennesimo tavolo radicale di raccolta firme per un ennesimo referendum, all’inizio degli anni 2000. Argomento: i Talebani.

Osservai che impiantare punti di assistenza sanitaria in territorio talebano, con il loro permesso, richiedeva inevitabilmente l’adozione di un atteggiamento agnostico e neutrale rispetto alle politiche e all’ideologia dei Taleb. Significava scendere ai compromessi del non vedere e del non denunciare. Si curavano i corpi e basta. La cosa non mi scandalizzava affatto.

Ma, proprio in forza di questi necessari compromessi, non potevo condividere per nulla l’attacco politico-ideologico che Gino faceva all’Onu, al Consiglio di sicurezza agli Usa, alla Nato, al Governo italiano, che erano intervenuti militarmente contro un regime che proteggeva Al-Qaeda e che tentavano di costruire le basi di uno Stato di diritto. Né ero d’accordo con la trasposizione nel contesto politico italiano di queste sue scelte ideologiche, che lo portavano a promuovere, insieme ad altri, uno schieramento di sinistra estrema.

Gino ribadì che l’intervento americano, sotto l’egida del Consiglio di sicurezza, era puro e semplice imperialismo, ultimo anello di una catena, il primo essendo stato forgiato all’indomani della Seconda guerra mondiale. Davanti a quel tavolo finì dolorosamente anche la nostra amicizia. Ero stato condannato al Nono Cerchio, il più in basso dell’Inferno dantesco, quello dei traditori…

Sono passati quasi vent’anni, non ci siamo più sentiti. Certamente avrebbe detto – anzi ha fatto a tempo a dire – che il fallimento americano e occidentale in Afghanistan era stato da lui previsto ed era inevitabile. Si discute in giro per i media se il successo dell’azione di Emergency si debba all’ideologia di Gino Strada o più semplicemente alla sua dedizione totale alla causa, fino a perdervi la salute. Discussione oziosa: si deve a Gino così com’era, con le sue idee, con il suo carattere, con la sua antropologia.

Insorge, tuttavia, una domanda successiva: per dedicarsi agli altri è più motivante l’ideologia soteriologica o quella laico-liberale sui destini dell’umanità? Qual è stato il motore nascosto di Gino Strada?  Credo solo di poter testimoniare che sotto la superficie della langue de bois del primitivo marxismo-leninismo-pensiero di Mao, ha agito in lui una passione per l’uomo, che è l’imprinting più forte che un’intera generazione credente/oggi non più credente ha ricevuto dal Cristianesimo del Concilio Vaticano II.

In ogni caso, alla fine, ciò che conta sono i fatti. Gino Strada ne ha prodotti. E questi resteranno.

 

Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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