“No Green pass”, le piazze non sono il Paese – di Giovanni Cominelli

La tentazione della politica di trasformare in politica tutto ciò che essa tocca per un verso è “naturale”, ma per un altro è segno di impotenza cognitiva. Buttare tutto in politica significa imprigionare immediatamente i fenomeni socio-culturali in una casella prestabilita di categorie, che troppo spesso li costringe dentro nostri pregiudizi opachi. Inutile a fini di comprensione dei fenomeni e dunque politicamente sterile o, peggio, pericoloso.

Il No-Green Pass e tutto ciò che si inviluppa attorno richiede un discernimento molecolare. Intanto, se solo una minoranza va in piazza, i “No-Green Pass” sono una minoranza robusta nel Paese. Pare attorno al 25%. Le piazze, dunque, non sono il Paese.

La ripresa c’è, ma è piena di contraddizioni

Sulle cause materiali della protesta soccorre uno sguardo semplice e limpido sugli scenari economico-sociali. La ripresa è sotto gli occhi, ma è piena di contraddizioni e disallineamenti: Poveri assoluti, disoccupati, licenziati, gente in cerca di lavoro, neet, lavoratori in nero…

È la “deep-society”. In realtà visibilissima, ma “deep” solo ad uno sguardo superficiale, totus politicus, dei mass-media e dei partiti. Ciò che, tuttavia, è di gran lunga più importante sono le risonanze esistenziali, emozionali e ideologiche, di questa condizione materiale. Che sono più larghe e diffuse delle loro basi socio-economiche.

Le paure/rabbie scatenate in questo tempo di globalizzazione – un tempo di opportunità straordinarie per pochi, un “tempo dell’ira” per molti – percorrono a cicli irregolari il sottosuolo dei Paesi occidentali. Esse sono le due facce dell’incertezza, nella quale il mondo è precipitato, fuori dal quadro relativamente stabile e perciò prevedibile nelle sue dinamiche della guerra fredda.

Il Covid ha incendiato il pagliaio delle emozioni primarie

Il Covid ha incendiato il pagliaio di queste emozioni animali primarie. Anche sotto le manifestazioni dei “Fridays for Future”, così giovani e gioiose, scorre la confusa percezione di una cattiva “fine della storia” – ben diversa da quella luminosa e perciò improbabile di Francis Fukuyama – che Stephen Hawking, uno scienziato non certo noto per pulsioni catastrofistiche aveva già denunciato, prima di morire: “Possediamo la tecnologia per distruggere il pianeta su cui viviamo, ma non abbiamo ancora sviluppato la tecnologia per sfuggire da questo pianeta”.

Il tentativo di spiegare e di addomesticare le paure/rabbie ha dato spazio al ritorno di filosofie reazionarie della storia, di teologie apocalittiche, di insorgenze millenaristiche, di identitarismo illiberale, di “cancel culture”, di complottismi alla QAnon, che fantastica di un Deep State, che avrebbe progettato l’assassinio di Kennedy, favorito le fortune finanziarie di Soros, propiziato l’insediamento dell’antipapa Francesco sul soglio pontificio… Vedasi alla voce Mons. Viganò.

Come si fa a sciogliere questi blocchi, la cui condensazione e rappresentazione politica si è realizzata con l’anarco-sovranismo di Trump, di Marine Le Pen, di Aleksander Kaczyński, di Viktor Orban, di Grillo-Salvini-Meloni? Condensazione pericolosa per la democrazia liberale in Occidente e per la tenuta di relazioni pacifiche tra gli Stati a livello mondiale.

La sinistra ha risfoderato la spada dell’antifascismo

La sinistra ha risfoderato prontamente una spada molto collaudata: quella dell’antifascismo. Ora, è vero che la sindrome culturale sopra descritta manifesta dei tratti molto simili a quella che negli anni ’30 ha favorito l’ascesa del fascismo e del nazismo. Ed è vero che Forza Nuova è dichiaratamente nazifascista  Scioglierla o no? Per rispondere a questa domanda, occorre prima interrogarsi se sia più facile combatterla spingendola nel sottosuolo della clandestinità o lasciandola scorrere a cielo aperto!), ma è una forzatura voler ricondurre dentro la casella del neo-fascismo l’intera galassia No-vax che va in piazza o simpatizza da casa.

Fascisti anche i Cobas che l’11 ottobre sono sfilati davanti alla Camera del Lavoro di Milano, accusando di fascismo il servizio d’ordine della Camera del lavoro?
Che fare, dunque?

La società dell’infosfera è trasparente ad ogni sguardo

Alla politica serve, in primo luogo, una politica della conoscenza. Mai come oggi la società è stata un libro così aperto. La società dell’Infosfera è trasparente ad ogni sguardo. Un tempo erano necessari giornalisti curiosi che scarpinassero per città e per valli per fare inchieste, con le quali rivelavano il Paese profondo al Paese stesso e ai suoi rappresentanti e governanti.

Un modello resta “Viaggio in Italia” di Guido Piovene, pubblicato nel 1957, costituito da una serie di inchieste condotte lungo tutta l’Italia del dopoguerra, riversate dal 1953 al 1956 in una serie di puntate radiofoniche. Oggi i suddetti giornalisti oltre a frequentare il territorio, fuori dalle loro redazioni, dovrebbero “solo” leggere il fiume di informazioni che corre in rete, davanti a loro.

Servono meno opinionisti e più informatori… informati. Il primo esercizio di intelligence dovrebbe essere quello fatto dai giornali coram omnibus. Non c’è bisogno di barbe finte e di valigie a doppio fondo. Politica della conoscenza significa che i partiti dovrebbero attingere al fiume delle conoscenze, invece che correre immediatamente lungo le scorciatoie ideologico-propagandistiche.

Superata la scomunica della sociologia da parte di Benedetto Croce e dopo l’istituzione della Facoltà di sociologia di Trento nel 1962, gli studi sociali e antropologici hanno conosciuto un grande fioritura in tutte le Università italiane.

Il populismo: la musica di fondo degli ultimi 10 anni

Ma la connessione tra questi studi avanzati e gli apparati di partito è ridotta ai minimi. Lasciata alle spalle la figura dell’intellettuale organico, cui veniva affidata la manutenzione della coscienza esterna, si è passati all’esperto in comunicazione e marketing.

Dalla pretesa di stare alla testa delle truppe della storia a quella di accomodarsi dietro l’intendenza. Ed è a causa di questa strategia dell’intendenza che partiti, sindacati, mass media hanno lisciato acriticamente il pelo ad ogni pulsione plebeista, anarco-individualista, antipolitica.  Salvo versare, dopo, sconsolate lacrime di coccodrillo, licenziare pelosi editoriali e lanciare proclami antifascisti.

C’è molta distanza tra un Landini che proclama, contro l’obbligo di Green Pass, che “non si può pagare per andare a lavorare” e gli slogan gridati in piazza da Giuliano Castellino? Non parrebbe. Il populismo è stato la sguaiata musica di fondo di questi ultimi dieci anni.

In secondo luogo, non tocca certo alla politica lenire le solitudini, le angosce, le rabbie. Tocca alla responsabilità delle persone, ai loro vicini – il prossimo è ciascuno di noi verso l’altro – alle agenzie socio-culturali.

Il ruolo della politica: creare un ambiente “generativo”

La politica e lo Stato non distribuiscono felicità. Ma possono/devono creare un ambiente sociale e culturale in cui ogni individuo possa generare o rinnovare legami di solidarietà e di coesione.  Questo ambiente si dà a due condizioni.

  • La prima: la difesa severa delle regole che consentono una convivenza pacifica, senza cedimenti e compromessi. Da questo punto di vista, le giustificazioni burocratiche della Ministra dell’interno per la gestione della piazza sono inaccettabili.
  • La seconda: un atteggiamento e scelte di governo da parte dei partiti, stiano al governo o all’opposizione. Salvini e Meloni hanno scelto di eccitare/usare rabbie a fini di governo futuro. Il metodo è stato largamente collaudato nella storia del ‘900, ma anche da prima: usare le masse eccitate come vis destruens contro la cittadella del governo attuale. Poi, espugnata la cittadella, si costruirà… Forse! Questa illusione ha portato le Nazioni a catastrofi collettive finali. Capita a volte al domatore della tigre, entrato nella gabbia per esibirsi nello spettacolo del circo, di essere divorato.

Info su Giovanni Cominelli

Giovanni Cominelli, iscritto a Filosofia all’Università Cattolica di Milano dal 1963 al 1965, alla Frei Universität nel 1965/66, laureato in filosofia con Enzo Paci all’Università statale di Milano nel marzo del 1968. Negli anni ’70 é stato membro della Segreteria nazionale del Movimento studentesco/Movimento lavoratori per il Socialismo. Eletto nel 1980 in Consiglio comunale a Milano per l’MLS-PDUP nel 1980, nel 1981 è subentrato come Consigliere regionale a Luciana Castellina, fino al 1990. Nel novembre del 1982 è entrato nel PCI, su posizioni riformiste e miglioriste. E’ uscito dal PCI-PDS nel 2000, aderendo ai Radicali fino al 2004. Iscritto al PD dal 2015. Esperto di politiche scolastiche, dal 1985 al 2000 responsabile scuola del Pci-Pds-Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola. Membro del Gruppo di lavoro per la Valutazione, istituito nel 2001 dal ministro Moratti, fino al 2004. Dal 2002 al 2004 membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi, poi consulente per la comunicazione fino al 2005. Dal 2003 al 2005 ha organizzato la manifestazione Job&Orienta della Fiera di Verona dedicata all’istruzione. Membro del Cda dell’Indire dal 2005 al 2006, è stato responsabile delle politiche educative della Compagnia delle Opere dal 2005 al 2007 e della Fondazione per la Sussidiarietà fino al luglio 2010. Ricercatore presso il Cisem nel 2010. Svolge attività di formazione nelle scuole. Collabora alla Rivista mensile Nuova secondaria. Ha scritto di politiche educative su Il Riformista, Tempi, Il Foglio, Avvenire, Il Sole 24 Ore e i libri La caduta del vento leggero (2007) e La scuola è finita… forse (2009). Oggi editorialista de L’ECO DI BERGAMO e di santalessandro.org, settimanale della Diocesi di Bergamo. Scrive sul Sussidiario.
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