Ca’ succere Casamicciola – di Bruno Petrucci

“ …. Ca’ succere Casamicciola”. Questa espressione campana, di cui ignoravo il significato (qua succede Casamicciola) nella mia infanzia ed adolescenza, trova oggi, dopo 2 alluvioni ed un terremoto disastrosi negli ultimi 15 anni, la sua piena spiegazione. E quindi mosso da quella pietà, che ho negato nel mio precedente articolo (piangere o indignarsi? prima pentitevi) ma che si è fatta strada e mi ha ridato lucidità, che si deve ai morti ed alla sofferenza, qualunque ne sia la causa, mi sono messo ad approfondire l’argomento. Quindi sono andato a cercare informazioni sulla geologia dell’isola, in particolare nelle “Note Illustrative della Carta Geologica d’Italia” relative al foglio 464 “Isola d’Ischia” ed all’esame dello stesso foglio.

E dunque anticipo la sintesi: se la Calabria è uno “sfasciume geologico pendulo sul mare” Ischia dovrebbe esserne la capitale, pur essendo situata a sentinella settentrionale del Golfo di Napoli. Ischia è parte del complesso vulcanico Flegreo (quello stesso dei Campi Flegrei) ed è un’isola completamente vulcanica. Nulla a che vedere con l’altra sentinella del Golfo, Capri, a SE, che invece è un’isola completamente o quasi carbonatica, cioè calcarea.

E mo’ viene il bello. L’isola è considerata una Caldera Risorgente, che si è formata 75.000 anni fa, alla fine di un lungo ciclo vulcanico iniziato più di 150.000 anni fa. Caldera risorgente è quasi una contraddizione in termini: caldera è una struttura che si forma quando un vulcano collassa (Monte Somma che circonda il Vesuvio, ad esempio) , generalmente per svuotamento della sottostante camera magmatica, lasciando un’ampia depressione circolare, al cui interno spesso si rinnova l’attività magmatica. I Campi Flegrei sono un’altra caldera in cui il magmatismo dà luogo (per ora) a fenomeni geotermali ed al bradisismo di Pozzuoli. Risorgente invece indica qualcosa che si risolleva e quindi pare che il Monte Epomeo, per un meccanismo simile a quello di un pistone in un cilindro, sia un blocco spinto in alto dall’espansione di un corpo magmatico

Provo a spiegarlo più semplicemente: la camera magmatica sottostante responsabile per le antiche eruzioni che formarono l’isola, si svuota e collassa, poi un nuovo afflusso magmatico riempie di nuovo la camera e spinge ciò che stava sopra in alto. Questa struttura che chiameremo un horst (pilastro) tettonico-vulcanico è una delle ragioni dei disastri avvenuti nell’isola. Esso infatti è delimitato da faglie, che gli danno in pianta una forma vagamente ottagonale, e che hanno contribuito alla fratturazione delle rocce che lo costituiscono, alla messa in posto di successivi depositi vulcanici (più freschi e quindi instabili), ed alla circolazione di acque idrotermali che contribuiscono all’alterazione ed al degrado delle rocce (si pensi ai grandi blocchi arrotondati che si vedono rotolare fino a mare ad ogni alluvione).

Le recenti coperture di prodotti effusivi (ceneri, lapilli, bombe) sono instabili per loro natura, quasi impermeabili e localizzati sulle pendici settentrionali del vulcano, che ne favoriscono lo scivolamento per gravità ad ogni precipitazione molto intensa. Il lato nord del Monte Epomeo è costellato di nicchie di frana e di accumuli di rocce e depositi sciolti precipitati da quelle nicchie. Accumuli di massi sono stati rilevati anche in ambiente sottomarino.

In sintesi l’isola è un pericoloso mix di rocce fratturate e degradate, coperture piroclastiche instabili e tettonica attiva. Ah, dimenticavo il rischio vulcanico: l’ultima eruzione si è verificata nel 1302. E’ chiaro che dove vi sono pendenze elevate, tutto tende ad andare a mare. Casamicciola e Lacco Ameno sono situati al piede del pericolosissimo fianco nord dell’Epomeo.

Fin qui la geologia. Poi c’è l’antropizzazione. I colleghi che hanno sviluppate i rilievi e scritte le note alla carta geologica, hanno sintetizzato un lavoro immane, che ha incluso rilievi geologici e geofisici di ogni tipo a terra ed in mare; hanno descritto dozzine di diverse unità geologiche e vulcaniche, i loro rapporti, le faglie, le possibili strutture sepolte (camera magmatica) ma, pur evidenziando continuamente il carattere d’instabilità dei depositi superficiali, non hanno prodotto una carta del rischio idrogeologico e tettonico.

Giustamente, non spettava a loro, a loro spettava fornire i dati di base per le analisi applicative e quindi io non ho trovato una carta del rischio. Ma dalla geologia, è evidente, che Casamicciola in quella posizione era proprio bene che non ci fosse. E invece c’è. Gli isolani hanno costruito a più non posso, arrampicandosi sempre più in alto perché “in alto è più bello” e si sono spinti fino alle prime ripide pendici del Monte Epomeo.

La natura non è buona né cattiva, è come l’evoluzione, va dove la spingono le circostanze. Se piove di più, più materiale scivola e corre a mare e, come al bowling, dove trova i birilli (le case) li butta giù. Le case distrutte si trovavano in zona rossa, ad alto rischio (4 o 3), secondo una mappa pubblicata da repubblica. Sempre secondo quella mappa però, le case interessate sono ubicate su un pianoro allo sbocco di un canalone che parte dalla sommità del Monte Epomeo, escluso dalla zona rossa. Ora, escludere dalla zona rossa case su quel pianoro è un crimine, ma solo il pensiero di costruire lì è un crimine, perché va bene la precipitazione eccezionale, ma secondo loro, come si formano i canaloni se non perché l’acqua erode lì più facilmente? E sanno i programmatori che poi l’acqua, o se preferite fango e massi, trovano i canaloni una via particolarmente attraente per scendere a valle? Quindi confermo quello che ho scritto nel precedente post: in quelle condizioni l’evento catastrofico non è possibilità, è certezza.

Comunque, abbattere o svuotare le case che non sono cadute su quel pianoro, posto che si riesca a farlo, non basta. Da ogni canalone del Monte Epomeo continueranno in futuro a venire giù frane e colate e tutte le case sotto, dal pianoro fino a mare, sono a rischio, perché non esiste più una rete di drenaggi, probabilmente distrutta dall’abusivismo, e acqua e fango scendono liberamente lungo le strade. Quindi se si vuol mettere in sicurezza la parte più bassa del paese bisogna costruire una rete di canali collettori di ampia portata che possano deflettere le colate verso aree disabitate e poi a mare. Il problema è che tutte le vallette preesistenti sono state completamente costruite e le vie di drenaggio si trasformano miracolosamente in strade e quindi, durante le alluvioni, le strade si trasformano in vie di drenaggio.

Quindi se si vuole mettere in sicurezza la parte bassa del paese, bisognerà mandare ruspe ed escavatori a fare piazza pulita lungo i principali drenaggi, fino al mare. E quindi, per favore, non venite a parlarmi di evento eccezionale. Questi morti e tutti i danni subiti da secoli sono solo colpa dell’uomo.

Info su Bruno Petrucci

Geologo professionista, nato a Salerno 1946 e laureato a Milano nel 1975. Attività di pianificazione sismica, tramite studi di micro-zonazione nel post-terremoto dell’Irpinia (1980) e successivamente tra il 1986 ed il 2009 nel territorio Lombardo ove ha operato parallelamente nell’ambito della pianificazione territoriale alla luce del rischio idrogeologico. Nello stesso periodo si è occupato di studi di fattibilità grandi opere (strade e dighe) e ricerche idriche in Italia, Asia, Sud America ed Africa. Attualmente impegnato in indagini idrogeologiche e ricerche di acque sotterranee in paesi in via di sviluppo, particolarmente in Somalia, Kenya, Tanzania e Libano. Attività di insegnamento nell’ambito del Master “Le risorse Idriche nei Paesi in Via di Sviluppo” presso l’Università di Milano Bicocca dal 2004 ad oggi. Iscritto all’Ordine Nazionale dei Geologi dal 1984.
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