il ministro X deve avere la laurea X?

Il ministro della sanità deve essere un medico, quello dei trasporti un ingegnere, quello della ricerca un fisico, quello della economia un bocconiano?

Non penso che l'iperbole leninista della cuoca che, nella società comunista, amministra lo stato sia stato particolarmente felice e azzeccato ma da lì a concludere che i ministri debbano essere dei superspecialisti della loro area di comoetenza e che questo specialismo si misuri in crediti formativi universitari, ce ne corre.

C'è stato un momento (tra la metà degli anni 60 e la fine degli anni 70) in cui questa tesi è stata sostenuta in Italia da una parte della destra laica (liberale, repubblicana e anche democristiana, per esempio da Bartolomeo Ciccardini) e la si sosteneva in polemica con la politica e il primato della politica; basta con questi politicanti da strapazzo (Moro, Lombardi, Longo, Berlinguer, Fanfani, Pertini) che non sanno governare, ci vuole un governo di tecnici.

Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata tanta: è cambiata la società (che si è fatta meno piramidale), si sono attutiti i contrasti di classe (che impedivano a chi proveniva dalle classi subalterne di accedere agli alti livelli di istruzione e di carriera nelle professioni), si è fatta incredibilmente più complessa la gestione della macchina dello stato, c'è stato uno sviluppo elefantiaco delle professionalità in ambito economico-gestionale-giuridico, è aumentato notevolmente il numero dei laureati (anche se l'Italia è ancora indetro rispetto al resto dell'Europa), sono cambiate tantissimo le caratteristiche del ceto politico (sia sul piano sociale, sia su quello culturale, sia nelle provenienze esperienziali).

Per quanto riguarda la politica è venuta meno la fase della gavetta, del tirocinio che incominciava nelle sezioni, proseguiva nella amministrazione degli enti locali e, per i migliori o magari per quelli messi meglio, finiva nelle aule parlamentari. Di mezzo, per quanto riguardava i comunisti (e in parte i democristiani) c'erano anche le scuole di partito dove si studiava tutto ciò che era ritenuto indispensabile a un buon politico (storia, economia, sociologia, filosofia, tecniche di amministrazione, …). In qualche caso i comunisti venivano addirittura mandati a studiare a Mosca (è il caso, per esempio di Cervetti, storico leader dei miglioristi comunisti).

Oggi le salite, e anche le discese, sono molto più rapide: basta salire sul tram giusto, far parte della cordata vincente, e dopo essere ascesi capita anche di restare lì (se si è pazienti, ubbidienti e poco autonomi).

Ma c'è un altro aspetto che ha a che fare con la politica di cui bisogna trattare: la pubblica amministrazione, sia a livello centrale, sia a livello regionale e degli enti locali di grandi dimensioni, si è riempita di consiglieri economici, consiglieri giuridici, esperti di diritto pubblico e amministrativo, esperti in visto … visto … considerato … richiamato … tenuto conto …  Sono i signori del combinato disposto  di cui abbiamo fatto una bella indigestione anche nei mesi scorsi.

Di governo dei tecnici si è parlato (e poi lo si è praticato) quando la politica era in situazione di stallo e si utilizzava la accoppiata tecnici+solidarietà. L'esperimento non è stato esaltante anche se è servito alla politica a prendere alcune decisioni (per esempio su politiche di bilancio e su sistema previdenziale) che nessuno voleva prendere.

Ma torniamo al dunque: i dirigenti, gli alti funzionari dello stato devono essere dei tecnici? La risposta è certamente sì anche se in loro deve sempre essere presente una visione generale e ciò è tanto più vero man mano che si sale nella scala del potere. Contano come prerequisiti gli studi alle spalle, ma conta soprattutto non avere smesso di studiare e di documentarsi, contano la ricchezza e molteplicità delle esperienze personali, conta l'avere o il non avere una fiamma che ti spinge a diversificare, a curiosare, a cambiate, a non accontentarti.

Non molti lo sanno ma la attuale normativa sulla dirigenza dello Stato che risale alla Legge 15 marzo 1997, n. 59(legge Bassanini – Delega al Governo per il conferimento di funzioni e compiti alle regioni ed enti locali, per la riforma della Pubblica Amministrazione e per la semplificazione amministrativa) nel momento in cui istituisce la figura dei dirigenti scolastici lo fa precisando che questi abbiano uno status particolare: sono dirigenti ma prima devono avere insegnato. Attenzione non è la stessa cosa del primario ospedaliero che è ovviamente un medico, ma non è un dirigente dello stato, piuttosto il dirigente di una struttura tecnico operativa di livello regionale.

Il dirigente scolastico deve provenire dalla carriera dei professori perché va dirigere una entità (la scuola della autonomia) che opera e vive nel suo territorio (fatto di studenti, docenti, personale non docente, famiglie, associazioni professionali, realtà economico produttive) e che si occupa di produrre un bene che ha a che fare con due professionalità specifiche dei docenti: trasmettere sapere ed educare.

Appena si sale di un gradino e si passa agli uffici scolastici regionali e poi più su si va ai dirigenti del ministero questo requisito cessa: aumenta la complessità e viene meno il requisito specifico. E cosa rimane dello specifico scuola? Rimane la necessità di conoscerne i grandi problemi (il successo formativo, il ruolo delle competenze, i sistemi di formazione europei, la articolazione dei diversi livelli del sistema) ma ora ci si deve occupare di far funzionare in maniera efficace una grande organizzazione fatta di persone e (solo in parte ridotta, purtroppo) di tecnologie e investimenti.

E il ministro? Il ministro della Istruzione e della Ricerca è in primo luogo un ministro, cioè la figura apicale di un pezzo del nostro stato: è un pares quando partecipa al Consiglio dei ministri, è un primum quando presiede le diverse aree del ministero quando decide di dare priorità ad una cosa o all'altra, di far predisporre un decreto ministeriale o delle linee guida. Per farlo bene deve conoscere i problemi del nostro sistema di istruzione, deve essere un innovatore, deve sapere di organizzazione, secondo me non è indispensabile nè che sia laureato (perché dipende tutto da cosa ha fatto nella vita) nè che abbia insegnato (ma deve essere una persona attenta ai problemi della scuola).

Lo stesso vale per gli altri ministri: il problema vero, per dirla con uno slogan e 1) quanto vali? 2) ci sei o ci fai?

Scelgo volutamente di non entrare nel merito delle professionalità di Valeria Fedeli su cui si è innescata una polemica secondo me fuori luogo che non tiene conto del fatto che l'Italia della fine degli anni 60 era molto diversa da quella che conosciamo oggi. Dovendo misurare la professionalità di un ministro andrei a guardare il curriculum (in questo caso la direzione di due sindacati nazionali – pubblico impiego e tessili) e alcune caratteristiche personali (in particolare il pragmatismo) che depongono a suo favore. Mi ricorderei anche del fatto che nel sindacato e poi al Senato è arrivata ai gradini più alti facendo la gavetta (e questa oggi è una merce rara).

Il ministero della Pubblica Istruzione viene da una lunga fase di gestione (per capirci quella dopo Berlinguer e in parte dopo Gelmini) in cui al ministero l'ha fatta da padrona la burocrazia ministeriale ed è mancata una direzione politica. Così nella applicazione della legge 107 (la Buona Scuola) hanno dominato gli aspetti della cattiva burocrazia e quelli dello spreco oltre che intoppi di vario tipo.

Questo, lo si dica o lo si sussurri appena, è un governo a termine e se la gioca sulla capacità di usare i tempi brevi per sistemare ciò che è stato fatto male; Valeria Fedeli per via della sua esperienza di vita, potrebbe anche fare bene. Staremo a vedere.


Questo articolo è in parte figlio di assistente sociale – dottoressa? pubblicato qualche giorno fa e che ha avuto un certo successo in termini di letture.

COMMENTI

Info su Claudio Cereda

nato a Villasanta (MB)il 8/10/1946 | Monza ITIS Hensemberger luglio 1965 diploma perito elettrotecnico | Milano - Università Studi luglio 1970 laurea in fisica | Sesto San Giovanni ITIS 1971 primo incarico di insegnamento | 1974/1976 Quotidiano dei Lavoratori | Roma - Ordine dei Giornalisti ottobre 1976 esame giornalista professionista | 1977-1987 docente matematica e fisica nei licei | 1982-1992 lavoro nel terziario avanzato (informatica per la P.A.) | 1992-2008 docente di matematica e fisica nei licei (classico e poi scientifico PNI) | Milano - USR 2004-2007 concorso a Dirigente Scolastico | Dal 2008 Dirigente Scolastico ITIS Hensemberger Monza | Dal 2011 Dirigente Scolastico ITS S. Bandini Siena | Dal 1° settembre 2012 in pensione
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2 risposte a il ministro X deve avere la laurea X?

  1. Maura Zini scrive:

    Se la scuola non ci interessa allora può avere ragione. Se invece vogliamo che abbia una funzione strategica allora il ministro deve intendersene di formazione, istruzione, didattica e problemi connessi alla burocrazia scolastica contorta e rigida. Le leggi della scuola sono complesse e solo uno che ci lavora sa di cosa stiamo parlando. Questo garbuglio è’ proliferato perché la scuola più che un mezzo per formare le nuove generazioni nel miglior modo possibile è’ stato un ammortizzatore sociale.
    Per non parlare dell’Università governata spesso da baroni e da altrettanti vincoli normativi che forniscono un alibi a una formazione non efficace e incapace di trasmettere quelle competenze richieste dal mondo del lavoro.

    • Claudio Cereda scrive:

      Signora Zini i problemi che lei solleva mi stanno a cuore visto che mi sono occupato di scuola per tutta la mia vita; mi pare di averne trattato proprio nell’articolo che lei commenta.
      Cito
      E il ministro? Il ministro della Istruzione e della Ricerca è in primo luogo un ministro, cioè la figura apicale di un pezzo del nostro stato: è un pares quando partecipa al Consiglio dei ministri, è un primum quando presiede le diverse aree del ministero quando decide di dare priorità ad una cosa o all’altra, di far predisporre un decreto ministeriale o delle linee guida. Per farlo bene deve conoscere i problemi del nostro sistema di istruzione, deve essere un innovatore, deve sapere di organizzazione, secondo me non è indispensabile nè che sia laureato (perché dipende tutto da cosa ha fatto nella vita) nè che abbia insegnato (ma deve essere una persona attenta ai problemi della scuola).

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