Analfabetismo di ritorno – di Claudia Sala docente di Liceo

La lettera dei 600 docenti universitari ha fatto luce (ma fino a quando durerà l’attenzione dei media?) su un problema che ormai da anni affligge la scuola e, di conseguenza, la società italiana: l’analfabetismo funzionale.

Nella mia esperienza di insegnante di liceo, che ormai data da un quarto di secolo, ho assistito a una autentica mutazione degli alunni. Non solo e non tanto sul piano comportamentale: ogni generazione ha i suoi “rituali”, ma soprattutto sul piano della competenza linguistica e dell’effettiva capacità di comprendere ed utilizzare la lingua italiana.

Rispetto ai miei inizi, avverto a volte la sensazione di non parlare la stessa lingua di chi mi sta di fronte e, vi assicuro, il mio registro soprattutto con gli alunni delle prime si è andato progressivamente abbassando (non impoverendo) ma le difficoltà sono numerose.

Che fare? Nella pratica quotidiana, soprattutto con gli alunni di prima, cerco di farli ragionare sulle parole e la loro importanza, lavorando in primo luogo sulle etimologie che accompagnano i ragazzi nella comprensione e nell’acquisizione del significato dei termini, a volte anche di uso comune, ma del tutto assenti dal loro lessico quotidiano.

Insegnare, in parallelo, nella stessa classe anche il latino facilita, anche se di poco,  il compito. La difficoltà vera risiede nella capacità di comprendere testi e consegne anche semplici e, soprattutto, nella verbalizzazione e scrittura del pensiero.

A questo proposito fare eseguire un compito scritto e correggerlo insieme ragionando sugli errori, sui punti di forza e di debolezza del testo prodotto, è d’aiuto e si ottengono alcuni risultati nel medio-lungo periodo, soprattutto se la proposta di testi e di argomenti riguarda fatti concreti, esempi di lingua scritta contemporanea e vicina alla sensibilità e alle curiosità dei ragazzi.

Si tratta di un lavoro spesso faticoso, da costruire passo dopo passo facendo appello alla retorica e alle sue regole, un lavoro che deve essere “su misura” per ogni classe, per ogni studente, dal momento che non c’è più ormai da anni la possibilità di trovare un punto di partenza che si innesti su una base minima di conoscenze e competenze comuni sull’uso della lingua.

Facile e scontato addossare colpe ai gradi di scuola precedenti, ma di fatto (e quel che dirò non mi renderà popolare tra i colleghi) si è verificato, a mio giudizio, un progressivo abbassamento e c’è una oggettiva limitatezza delle richieste (cui fa riscontro una valutazione a dir poco “gonfiata”) soprattutto alle scuole medie dove, invece di stimolare la riflessione, la curiosità verso il mondo e le cose, la capacità di ragionare, si tende sempre più ad accontentarsi del poco che quasi tutti riescono a fare/dare.

Assenza di capacità di analisi e di sintesi, anche a livelli minimi, un lessico ristretto a poche generiche parole, un repertorio di letture a dir poco limitato: questo fa in modo che si arrivi al passaggio verso il liceo del tutto disarmati.

Di chi la colpa? Della società in cui i social la fanno da padroni? Di insegnanti impreparati (forse) e sicuramente demotivati? Anche. Di fatto la scuola italiana non interessa a nessuno ed è diventata (ma in realtà temo sia sempre stata) un grande ammortizzatore sociale: posto fisso, reddito minimo e, in cambio, una ridotta stima del ruolo fondamentale dell’insegnante.

Solo i migliori dovrebbero ricoprire questo ruolo di educatori e formatori; in realtà spesso si dedicano all’insegnamento i peggiori, quelli che non hanno trovato “di meglio” e pochi sono quelli che autenticamente credono che insegnare sia davvero “il mestiere più bello del mondo”.

Si deve partire quindi dagli insegnanti e dal loro ruolo sociale, dalla loro importanza che deve essere riconosciuta e difesa, se si vuole risollevare la situazione critica segnalata da quei docenti universitari.

Quanto al curriculo dello studio dell’italiano forse è giunto il momento di svincolarsi dall’impostazione legata alla storia della letteratura, per mettere i ragazzi davanti a testi vicini a loro, concreti, attuali, interessanti, che aprano davvero alla comprensione e al ragionamento e consentano davvero di confrontarsi e cimentarsi con il mondo…magari scritti, perché no, da Dante.

 

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Info su Claudia Sala

Claudia Sala, nata a Monza nel 1968, nella Villasanta degli anni Settanta ha la fortuna di essere alunna del maestro Attilio Biella, innovatore nella didattica e figura che per lei rimarrà sempre un punto di riferimento fondamentale. Frequenta il Liceo Scientifico Frisi di Monza dove un’altra figura di insegnante, Paola Amirante Canzi, segna profondamente il suo percorso che la vedrà iscriversi alla Facoltà di Lettere dell’Università Cattolica di Milano, dove si laurea nel 1992 con una tesi in Filologia. Ha sempre affermato di non voler diventare insegnante ma, nel settembre 1992, a pochi mesi dalla laurea, si ritrova in cattedra quasi per caso. Scuola privata prima, la lunga trafila delle supplenze poi; nel 2000 il concorso e, nel 2004, il ruolo alle scuole medie inferiori da cui, l’anno successivo, passa al Liceo Carlo Porta di Monza dove tutt’ora insegna italiano, latino, storia e geografia sia in classi di biennio che di triennio.
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