in Assemblea Nazionale con ragione e tanta tristezza – di Dario Giove

Scrivo questa breve nota mentre sono sul treno che mi sta portando alla mia ultima Assemblea Nazionale del PD. E’ l’ultima perché, comunque vada il dibattito di oggi, sta per partire un congresso che in ogni caso sancirà l’elezione di nuovi organi. Questo mi dà l’occasione di stilare anche un rapido bilancio di come abbia visto le cose in questa assemblea.

E’ indubbio che questa mattina non sia una come tante altre. Sono abituato agli impegni e ad assumermi responsabilità, ma oggi mentre mi alzavo alle 5 della domenica sentivo addosso qualcosa di ben più oneroso dell’ansia di essere alla altezza della mia agenda.

La mia avventura nel PD è iniziata nel 2009 cercando l’ingresso del Circolo della mia città per comprendere cosa succedesse e come io potessi essere d’aiuto. Erano gli anni in cui l’epopea Berlusconiana volgeva al limite della sopportazione del senso civico di molti di noi ed io sentivo la necessità di dare me stesso per favorire un cambiamento.

Non è stato facile entrare in quel circolo, sia fisicamente (era ed è nascosto in un cortile senza neanche una targa sulla strada) che spiritualmente. Un circolo diviso, litigioso, esasperato da scelte locali discutibili. Con un po’ di irruenza sono entrato nel vivo delle discussioni e, complice questa voglia di dedicare molto di me alla politica e forse per la necessità di trovare un “esterno” che dirimesse le vicende locali, ne sono diventato segretario nel volgere di un anno e lo sono rimasto per altri 3. Una bella esperienza, formativa, forse vissuta non al meglio per quanto esporrò sotto e terminata con l’amaro in bocca.

Il PD che ho vissuto in questi anni è capace di darti enormi gioie e di sprofondarti in delusioni abissali. Per me, che ritorno spesso col pensiero all’esperienza formativa nei movimenti degli anni 1975-1977, era formidabile ritrovare compagni che sapessero dedicare energie, tempo e preoccupazioni per una idea. Nel contempo erano evidenti sin dall’inizio i segnali di una politica “politicante”, irriguardosa di queste pulsioni ed interessata unicamente ad occupare e mantenere posizioni di potere.

Quello che mancava e che manca in questo Partito è lo spirito vero e vissuto di far parte di un progetto unitario, non statico basato su ideologie o fazioni, ma dinamico, plasmato sul dibattito, sullo studio e sul confronto. La mancanza di studio, di una preparazione seria e puntuale, sono stati i tratti che maggiormente mi hanno sempre colpito. L’assenza del dubbio cartesiano, della voglia di comprendere e di elaborare personalmente ogni informazione reperendola con la fatica necessaria, sono i tratti che portano poi al tifo da stadio, alla subordinazione acritica verso “chi sa” (o, come spesso accade, millanta di sapere ripetendo a sua volta concetti comodi o funzionali ai propri interessi), al rifiuto, nei fatti, del dibattito. E nel contempo è sempre stata assente la funzione formativa da parte dei quadri di istanze superiori: come è possibile che un segretario provinciale non trovi il bisogno di chiamare un segretario appena eletto o di visitare i circoli almeno con cadenza annuale, promuovendo il confronto ed il dibattito.

Come fa a comprendere, ed al limite influenzare, il sentire dei propri compagni ? Qui è il cuore della crisi di questo Partito: da un lato l’assenza della preparazione e dell’impegno (quanti amministratori perlomeno imbarazzanti ho visto in questi anni), dall’altro un insieme autoreferenziale di persone che non si aprono al dialogo ed al confronto. Nel mezzo il lento ma inesorabile calo di entusiasmo di chi crede di poter dare qualcosa ma da un lato non è accolto perché troppo difficile (come dimenticare un congresso locale di un circolo che veniva da un commissariamento dovuto a litigi pesantissimi e dove chi ha presentato un documento politico di 5 pagine veniva ripreso perché “troppo lungo”!) e dall’altro non è accolto perché fuori dalle ristrette persone che contano.

Questa personale valutazione va dal 2009 ad oggi. E, devo dire, è andata solo peggiorando. Il ciclo renziano è stato solo il tentativo di agitare e rimescolare i gruppi di potere, facendo emergere qualche figura nuova e “rottamandone” altre. Anzi, sono stati accentuati i tratti sopra descritti, deridendo chi voleva esprimere un ragionamento con più di 140 caratteri e promuovendo chi sapeva raccontare “una storia” rispetto a chi aveva competenze ed idee da condividere e discutere. Passando, nel contempo, da uno spirito di condivisione a quello di divisione, di isolamento.

Nella sostanza vedo molto poco, quasi niente, di positivo nell’esperienza renziana. E’ stata una narrazione con poca o nulla sostanza, una operazione di potere che ha snaturato una comunità, strappandola senza fornire elementi di crescita. I consigli dei ministri alle 7.30 che dovevano essere una testimonianza di quanto si volesse fare a fronte di tanto non fatto negli anni precedenti, sono stati solo uno spot pubblicitario, come tante altre cose di questi anni.

Oggi cosa rimane di tutto ciò ? Una NON comunità. Non comprendo oggi chi vota PD (la dizione militanti è stata rottamata) cosa assuma come valore e tratto unitario. Anni di NON discussione, di slogan pubblicitari, di ricerca del “diverso” (gufo, da eliminare con il lanciafiamme, da non nominare), hanno stremato ed assottigliato le fila di chi è stato ed era con noi. Il potere certo, dalla più minuscola frazione alle grandi città, mantiene uniti ma anche qui quasi sempre con una visione non politica della cosa pubblica. Sia ben chiaro nel PD ci sono persone di livello altissimo, di moralità e capacità specchiate, ma sono elementi che non emergono da una selezione nella comunità, perché questa comunità di votanti sbanda e non ha nessun elemento che la caratterizzi.

Gli organismi, fra cui l’Assemblea Nazionale, non hanno né colto né svolto alcuno di questi compiti. Se ne può discutere a lungo la strutturazione tecnica, sicuramente migliorabile, ma quello che manca è la politica.

Ecco cosa ho nell’animo oggi. Ha senso un ultimo appello a riannodare i fili di un dibattito mai iniziato e troppe volte guidato ed istigato verso la derisione ? Chi sono le 1000 persone che si troveranno fra due ore a Roma ? Cosa le unisce a livello di visione del mondo e quindi che indirizzo vogliono dare ad un Partito, di cui pure il Paese sente il bisogno ?

Queste 1000 persone ed i dirigenti presenti si sono interrogati su cosa siamo diventati e sul grado di estraneità (ancora e sempre questa parola) con cui siamo percepiti da chi pure vota come noi e da chi continuamente ed inesorabilmente ci punisce ad ogni tornata elettorale ? Cosa unisce questa necessità di confronto, di rilancio della politica come elemento di costruzione con un segretario che ha fatto della anti-politica uno dei cavalli di battaglia del referendum e del periodo successivo ?

Serve un congresso di chiarimento. Forse di rifondazione se emergeranno elementi che giustifichino che esiste una maggioranza ben qualificata che esprime visioni, criteri di guida e contenuti per ridare vita ad un Partito. Oggi non vedo nulla di questo. E’ un processo lungo che deve svolgersi mentre si individuano due-tre linee guida che questo governo persegua con forza e coerenza. Lavoro, giustizia sociale, giovani. Un processo lungo dove tutto venga rimesso in gioco. Una discussione dalle fondamenta. Non una rottamazione perché le persone e le idee non si mettono da parte come un frigorifero rotto.

Vedo paura, temo falsità, in questa tragicomica corsa dell’ultimo minuto. Quanti ultimi minuti abbiamo vissuto in questi anni e quanto scarsa è stata questa dirigenza che ha preferito usare toni da stadio rispetto ad impugnare la faticosa arte della mediazione, del convincimento, del confronto ? Non ho rimpianti verso metodi da tempi biblici per decidere se zuccherare o meno il caffè. Ma questa frenesia con cui si giustificava la necessità di sfrondare il dibattito a cosa ha portato ?

E’ mancata la misura e, lasciatemelo dire, è mancata una classe dirigente che lo è solo di nome e non di fatto, verso cui non si porta rispetto perché non la si sente tale. E’ mancata la consapevolezza che l’impegno politico per il Paese non può essere un comitato elettorale ma che serve una rete capillare che intercetti le competenze e le disponibilità diffuse e le metta a fattor comune per concretizzare una idea di futuro. E questo vale per chi oggi è maggioranza e per chi non essendolo si appresta a mercanteggiare una qualsiasi posizione di rendita personale.

Da spirito libero mi metterò ad ascoltare stamane cosa dirà il segretario del PD, conscio che dovrà fare molta fatica a convincermi di saper indirizzare alcuni dei temi sopra discussi. Nel mio cuore una strada è stata già scelta. Ma, per come sono fatto, vorrò ascoltare le persone che avrò vicino prima di decidere. A loro, ed in parte a me, rimprovero il fatto di non aver condiviso a sufficienza cosa siano stati questi anni di sofferenza. E che non si scordano con una bella relazione (ammesso che ci sia). Ma nel contempo so che per costruire serve molta più energia e coraggio che per rompere.

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Info su Dario Giove

Abito a Segrate dal 1998 e vi lavoro dal 1986. Sono un fisico e lavoro come ricercatore presso un laboratorio dell'Istituto di Fisica Nucleare (INFN) situato in Via Fratelli Cervi. Insegno, a titolo gratuito, Acustica ed Elettronica presso l'Università di Milano.
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Una risposta a in Assemblea Nazionale con ragione e tanta tristezza – di Dario Giove

  1. Claudio Cereda scrive:

    Rispetto alle sofferenze di Dario mi sento più atarassico. Ho una bella dose di distacco rispetto alla politica militante sia per ragioni anagrafiche sia per ragioni di esperienza di vita.

    Come è noto tutto ciò non mi porta a farmi gli affari miei, mi dò da fare ma sempre con un po' di ritrosia se si tratta di impegni di rappresentanza. Avendo difficoltà a trovarmi d'accordo con me stesso non voglio trovarmi a "dover essere" d'accordo con cose che non condivido.

    In tutta questa faccenda dello scindersi e frammentarsi devo dire che avrei apprezzato una maggiore pazienza da parte della sequela di scissionisti, da Civati in poi. In fondo può anche valer la pena di resistere accettando il fatto che le proprie proposte non sono risultate vincenti. Personalmente sin dai tempi del PDS non ho condiviso certe impuntature che allora si rivolgevano contro i socialisti. Ho sofferto, ho taciuto, in alcuni casi non mi sono tesserato (per ragioni di dissenso o per rispetto delle scelte di terzietà imposte dalla professione).

    Per esempio cosa avrei dovuto fare con la adesione alla CGIL? Da dopo Lama ho avuto parecchi problemi nel trovarmi d'accordo, ma non ho mai pensato che fosse opportuno rompere il sindacato. Ho detto le mie cose e sono rimasto ad attendere tempi migliori

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