Attilio Mangano – marito, padre, poeta, sognatore

di Maurilio Rino Riva

Una serata straordinaria per un uomo straordinario. Ieri sera (25 gennaio 2020), per la prima volta dopo tantissimo tempo, sono andato alla presentazione di un libro speciale, “La generazione che ha perso” – scritto da autori diversi – sull’opera di Attilio Mangano, persona straordinaria e polidriedica. Cultore appassionato di tutto.
La sala della Libreria di via Tadino per le presentazioni era stracolma. Ricchissime le introduzioni di Guido Duiella, Antonio Benci, Franco Toscani.

Bellissimo il dibattito a più voci. Alla fine, mi ci sono buttato anch’io e come ogni volta che accade mi sembrava di essere fuori tema. Ho affrontato la questione non dal punto della specifica opera di Attilio – tanto  ben argomentata dai relatori e da Aldo Marchetti e Ennio Abate e i contributi di Franco Calamida, Ermanno Tritto, Antonio (?) Abate – ma da quello dell’amicizia e del rapporto quotidiano con Attilio nella promozione/conduzione del movimento dei lavoratori-studenti.

Un’amicizia 50ennale che non ha mai subito scosse, nonostante il distacco che ogni amicizia può subire per le casualità della vita. Ma quando ci siamo ritrovati era come non ci fossimo mai lasciati.

Bisogna prendere atto che ci sono delle persone straordinarie, che hanno una marcia in più e che fanno e disfano con una velocità, duttilità, profondità che i più non hanno. Possiamo emulare queste persone ma dobbiamo essere consapevoli che non potremo mai essere come loro.

Ricordo quando mi recavo nella sua abitazione milanese di via Giason del Maino con in mano il sacchetto di libri appena acquistati e destinati alla mia non semplice lettura e acculturazione e lui me lo “requisiva” restituendomi i libri intonsi tre giorni dopo, avendoli letti tutti.

A quei tempi Attilio e io eravamo i promotori del Movimento dei lavoratori-studenti, lui era la testa (e che testa) e io ero il braccio. Ricordo che camminavamo per ore attorno a Piazza Vetra e io gli facevo il quadro della situazione della scuola serale e lui ne ricavava un articolo di linea su “Politica Comunista”.

Eravamo privi di mezzi eppure riuscimmo a convocare una manifestazione serale cittadina di migliaia di persone. Il debito che Avanguardia Operaia deve ai lavoratori-studenti non è stato ai tempi  riconosciuto (e nemmeno successivamente) eppure il radicamento diffuso di  fabbrica viene da questa esperienza eccezionale. Ricordo la Crouzet per tutti e so di fare torto a molte altre situazioni.

Ma Attilio non era un teorico serioso, era il compagno generoso e gioviale. La sua chitarra, le sue canzoni lo resero un fraterno amico per ogni lavoratore-studente che frequentava insieme ad altre 49 persone l’attivo serale del sabato sera nella sede di Piazza Richini e “Alicudi è un’isola” quasi un inno, una bandiera per tutti quanti, tanto da essere cantata da pezzi di corteo anche alle manifestazioni.

Attilio oltre a leggere testi su testi su più questioni,  aveva una rapidità di scrittura impressionante, elaborava testi su testi con una straordinaria profondità che se fossero stati messi in pila, pagina su pagina, non so quali altezze avrebbero potuto raggiungere. E quali mete se solo avesse voluto mettere all’incasso, nelle sedi appropriate, la sua rara creatività.

Negli ultimi tempi si era riscoperta una vena poetica non indifferente. Me lo ricordo insieme ad altri presso il Centro Puecher di Ulisse Dini recitare i suoi brani con grande verve la prima volta e una seconda volta con molta meno dinamicità in cui forse si manifestava l'inizio della sua malattia.

Uomo affettuoso, lo ricordo più con il cuore che con il cervello – come invece altri hanno fatto dovutamente questa sera in modo acconcio – e gli mando un bacio in qualsiasi luogo si trovi.


di Attilio Mangano – Le pagine culturali del QdL

La svolta decisiva della mia vita  credo vada fatta risalire alla nascita del terzo quotidiano della nuova sinistra, il QUOTIDIANO DEI LAVORATORI, che si venne affiancando al MANIFESTO e a LOTTA CONTINUA.

Fu una scelta  rapida, fatta in poco tempo, sull’onda della scelta politica del gruppo dirigente di AO di fare il salto da gruppo semi-locale ( Milano, Venezia,Verona Roma, Perugia, Napoli) a  organizzazione nazionale. Certo può essere ancora oggi discutibile il modo e il tempo di quella scelta, nata dal tentativo di sottrarsi ad altre egemonie di gruppi  rispondendo di fatto all’operazione-Manifesto, la cui scissione dal Pci  aveva modificato profondamente la geografia politica del movimento stesso.

Fu una mossa che di lì a  meno di due anni avrebbe portato alla cosiddetta “ triplice” e poi alla nascita di Democrazia Proletaria dopo un susseguirsi di scissioni e fusioni. Appena in tempo, vien voglia di dire, visto che  l’esplosione successiva del “ movimento del 77” avrebbe fatto saltare la geografia politica e organizzativa  dei movimenti e la vicenda ulteriore del terrorismo brigatista e del “ caso Moro” nel 1978  avrebbe segnato la crisi generale della stessa nuova sinistra.

Per tornare alla vicenda del QUOTIDIANO mi ritrovai con la responsabilità di gestire una intera pagina, la pagina “ cultura”, con largo spazio alla recensione di libri e al dibattito culturale più ampio. Come si acquistano i galloni non so, certo si sapeva in giro che sapevo scrivere bene e che avevo la stoffa del giornalista,a conti fatti  avendo già lo stipendio di insegnante di scuola superiore  potevo perfino lavorare a metà tempo “ gratis”, cosa importante per le scelte di costi e pagamenti di una gran parte della redazione.

Il MAESTRO  che mi scelse e suggerì il mio nome fu SILVERIO CORVISIERI, romano, ex giornalista de “ L’Unità”  con buona esperienza giornalistica. Del resto il mio legame con Silverio nasceva anche dalla comune passione per la ricerca storica, lui aveva già pubblicato dei libri importanti.

In pratica arrivavo in redazione verso le 14 e vi lavoravo fino alle 20, potendo contare sulla collaborazione di altri redattori con una buona divisione del lavoro e poi i redattori retribuiti che dividevano la stanza con me, ALESSANDRO FUGNOLI e CORRADO BEVILACQUA, pur gestendo altre pagine mi aiutavano.

Io concordavo col simpaticissimo Silverio una serie di temi politico culturali, ricordo ad esempio la scelta di uno studio a puntate su RODOLFO  MORANDI  e il  socialismo di sinistra ( che segnò la conoscenza e l’incontro con STEFANO MERLI,  il grande studioso di Morandi). E poi recensivo molti libri, dando spazio anche a filoni e argomenti non allineati, a letteratura e sociologia,a filosofia etc. In modo  scherzoso ma forse non troppo  qualcuno cominciò a definirmi il SUSLOV di Avanguardia Operaia, nel senso di attribuirmi la funzione di massimo ideologo che stabilisce ciò che è giusto e ciò che è fuori linea.

Certo le storie del lavoro in redazione, del rapporto con la tipografia, dei mancati pagamenti o delle difficoltà economiche costituiscono pur sempre l’altra faccia, quella che sarebbe ingiusto dimenticare e che riguardava i rapporti fra dirigenti e militanti, io ne ero fuori perché in fondo ero uno dei dirigenti che collaborava gratis  ma  non posso far finta di ignorare come le condizioni materiali, i rapporti di lavoro, fossero pesanti ed esplodessero in assemblee chiassose e a volte  drammatiche.

Son cose da ricordare, senza dubbio, ma  devo dire che ricordo con vero orgoglio l’intera esperienza, tradottasi in centinaia di articoli e recensioni,che fecero crescere la mia notorietà in modo enorme. Ricordo di amici e compagni della giovinezza palermitana che seguivano tutti i giorni il quotidiano dei lavoratori, di lettori di varie città che inviavano commenti e osservazioni.

Me ne resi conto a distanza di anni, quando capitava di conoscere nuove persone e mi sentivo dire “ma tu sei quell’Attilio Mangano che scriveva sul Quotidiano dei lavoratori?”. In qualche modo  son diventato quello che sono grazie a quell’esperienza .


Di Ennio Abate – 17 marzo 2016

DOPO UNA VISITA AD ATTILIO MANGANO ALL’OSPEDALE S.PAOLO DI MILANO

«Rovesciandosi le tasche
chi deve vivere vive
chi cammina avanza
avanza un poco, un poco procede s’inoltra mentre la
notte fischia spezzando spezzandosi. È tutto.
(Roberto Roversi, da «Ventunisima descrizione in atto», in «Le descrizioni in atto (1963 -1969)

Ieri sera verso le 18, vincendo l’angoscia che sempre m’assale quando entro in un ospedale, sono andato da Cologno a far visita ad Attilio. Sta all’ottavo piano del S. Paolo, reparto urologia.

Certo, dal guizzo degli occhi nel vedermi, è rimasto contento. «Vedi chi c’è. Che bella sorpresa!», ha detto Rita, sua moglie. Che era già lì; ed è lì tutti i giorni.

Le visite ai malati avvengono dalle 15 alle 19. Il problema è che Attilio non può parlare. Ho ancora vinto il turbamento, stringendogli con tutte e due le mie mani la sinistra che mi ha teso e l’avambraccio. Attilio non può parlare. E allora ho dovuto cominciare a parlare io, rivolgendomi sia a lui che a Rita. Cosa raccontargli se non cose mie quotidiane. E poi di cosa possiamo parlare a chi d’improvviso s’ammala e finisce in ospedale.

Gli parlo perciò, ripetendomi, dei miei due figli nati dal secondo matrimonio e degli altri due ormai adulti del primo. Come vanno a scuola, l’attività sportiva (nuoto) di Martina dodicenne, dei miei quattro nipoti ormai adolescenti. Un quasi patriarca senza mai ritrovarmi a mio agio in questa funzione di nonno-padre, se ci penso.

Gli racconto poi di avere negli ultimi giorni preparato una prefazione ad un libretto su Fortini. Ci saranno le relazioni tenute nel 2014 alla Libreria di Via Tadino di Milano nel ventennale della sua morte. Gli dico – e un po’ mi vanto – che la prefazione ha suscitato un vespaio.

Attilio politicamente mi ha sempre considerato un rompicoglione (me l’ha detto tante volte amabilmente e lo starà pensando anche adesso). E poi accenno alle riflessioni più recenti nel Gruppo su FB di Via Vetere 3, tanti ex di Avanguardia Operaia, a cui lui pure è iscritto.

Gli dico dei frammenti di autobiografia di Claudio Cereda; e in particolare di quello sul lontanissimo nel tempo e defunto «Quotidiano dei lavoratori». Ricordi da vecchi, sì. Nel frattempo mi viene in mente che tempo fa – sempre sul gruppo FB di Via Vetere 3 – avevano pubblicato una foto di Attilio da giovane. Colto mentre marciava ai lati di un corteo baldanzoso e massiccio di corpo.

Gli nomino Gianfranco La Grassa e gli dico: ma lo sai che scrive racconti, glieli ho pubblicati su Poliscritture, li firma come Franco Nova. Magari te ne leggerò uno quando verrò la prossima volta. Parlo, continuo a parlargli. Sempre col dubbio che questi squarci minimi di vita che le mie parole gli riportano lì disteso sul letto possano essere penosi per lui in questo momento così pieno di rischi.

D'un tratto muove le labbra. Fa il nome di qualcuno che gli è venuto in mente. Rita, che sta imparando a decifrare quei movimenti della bocca, suggerisce: Maria? Sì. Ma non capiamo il cognome. Afferriamo solo il finale «… etto».

Gli facciamo delle domande. Risponde assentendo o negando con occhi o muovendo la testa. Bisogna delimitare il campo delle probabilità: è una persona che conosciamo sia io che lui; è o è stata un’insegnante; non è stata però né del Molinari, dove siamo stati entrambi insegnanti, né di Avanguardia Operaia, dove abbiamo militato. E neppure di Milano. E allora? Il cognome non viene fuori.

Prendo la biro e un taccuino. Scrivo su un foglio in grande ‘MARIA …. ETTO’. Attilio impugna la biro, prova a completare ma i segni che traccia sono per me e Rita indecifrabili. Stiamo per arrenderci. Ma alla fine Rita ha un’idea. Scrive in fretta le lettere dell’alfabeto su un foglio in maiuscolo e, mentre Attilio ci indica quelle mancanti (T, U, R, C, H ) ricostruiamo il cognome della studiosa marxista che aveva collaborato in vecchi tempi a una rivista con Attilio, Preve e La Grassa.

Quando, alla fine della visita, esco con Rita dall’ospedale e ci avviamo nel buio della sera, insolitamente fredda, verso la fermata del pullman che ci porterà alla MM di Famagosta, lei mi riferisce i particolari sulla crisi respiratoria che colpì Attilio alle cinque di una mattina ormai un venti giorni fa e lo portò in sala di rianimazione tra la vita e la morte; e delle complicazioni che potrebbero ancora intervenire malgrado le continue cure che i medici gli stanno prestando.

Quanto sono sempre improvvisi e inattesi i colpi che abbattono i nostri corpi. Come la realtà è sempre più crudele dei nostri buoni sentimenti così inermi e delle speranze con cui, fronteggiandola, ci teniamo in vita.

 

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