referendum – di Roberto Ceriani

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Venerdì sera sono andato alla manifestazione di Milano per il NO. Per me, che praticamente non conosco la televisione, era un'occasione unica per ascoltare tutti insieme persone del calibro di Lisa Noja, Emma Bonino, Calenda, Della Vedova, Gori, Richetti, Cottarelli, Maran, Nannicini e altri.

Appena arrivato sentivo in piazza uno strano clima inusuale. Poi ho capito la stranezza: erano quasi tutti giovani! Ormai, da bravo vecchietto settantenne, ero abituato a vedere nelle piazze milanesi solo capelli bianchi. Questa concentrazione di giovani mi sembrava proprio strana. Positiva? Negativa? Non so, comunque era così. I discorsi erano brevi e concreti (non proprio tutti).

Avevo già deciso di votare NO, ma ora ho le idee più chiare.

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io voto così

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Come voto al referendum? Ci ho pensato, fedele al mio motto riformista e pragmatico putost che nient l'è mej putost, ma in questo caso non trovo il putost e dunque mi rimarrebbe solo il nient.

Voto no perché questo è un referendum costituzionale di approvazione di una caccola mentre tutta la seconda parte della nostra Costituzione ha bisogno di essere rivista in profondità.

Voto no perché si tratta di un progetto nato per assecondare il peggiore qualunquismo contro la politica.

Voto no perché: scommettiamo che dopo la vittoria del sì si allontanerà ulteriormente la possibilità di fare quelle riforme profonde che andrebbero fatte?

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Emergenza come politica – di Giovanni Cominelli

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Alla fine, uno che scrive di questa Italia si sente in colpa. Se volge lo sguardo alla Politica, all’Amministrazione, alla Magistratura, alla TV, ai Social, alla Scuola, all’Università… insomma alla Sovrastruttura e alla Struttura, allo Stato e alla Società civile…, beh! allora può soltanto intingere il pennino nel nero inchiostro della malinconia oppure attingere dal serbatoio degli emoticon più acidi o irosi. E perciò si sente colpevole – e spesso ne è accusato – di pessimismo ipercritico e gratuitamente distruttivo.

Troppo facile trovare motivi di scontento, in questo Paese del nostro scontento. Però, se passa dallo sguardo verticale sulle Entità sopra elencate a quello orizzontale sulle opere e i giorni delle persone che si muovono lì attorno, che vivono la vita quotidiana, allora percepisce energia ed è invogliato alla speranza. Non principalmente né tanto colta nei discorsi espliciti dei singoli, per lo più a loro volta intrisi di atrabìle, l'umore della malinconia, ma nei movimenti, nelle azioni, nelle scelte.

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buon anno – di Paola Molesini

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Noi gente di scuola facciamo così. È tale e tanto il senso di appartenenza alla scuola che misuriamo il nostro tempo per anni scolastici e ci ritroviamo ad ogni inizio a farci gli auguri, perché ogni anno è portatore di novità di nuove persone da incontrare, nuovi studenti, nuovi genitori, nuovi colleghi, di amici da rivedere. Ma anche la novità degli studenti che si ritrovano, di una comunità che continua un percorso…

Quest’anno poi ci “rivede” dopo una lunghissima pausa, densa di paure e di sconvolgimenti, che ci fanno ritrovare solo guardandoci negli occhi, senza abbracci, con maschere che nascondono le nostre espressioni….

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dal netWorking al notWorking – di Giovanni Cominelli

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Il 14 settembre sarà il D-Day della scuola italiana? Un esercito disorientato di 7.599.259 alunni delle scuole statali, di circa 870.000 alunni delle scuole paritarie, di 835.489 insegnanti, di 7.859 dirigenti, di 203 mila ATA, di circa 15 milioni di genitori sta recandosi all’appuntamento fatale del 14 settembre, quando le scuole apriranno i battenti.

Perché fatale? Perché, a dispetto dell’ottimismo di maniera – “andrà tutto bene!” – il Covid-19 non sta mollando la presa, così che l’imprevedibilità degli scenari si è venuta accentuando. Se nella fase iniziale dell’epidemia gli Ospedali hanno funzionato da bomba biologica, è concreto il rischio che questo ruolo venga assunto dalle Scuole, popolate da bambini e adolescenti eventualmente infettati, per lo più asintomatici, e pronti a redistribuire in famiglia il micidiale virus.

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