una cena in Brianza, “i negri” e le acque – di Roberto Ceriani

Parenti di un amico. Villetta in Brianza. Tana del lupo leghista.

Cena in giardino. Senso di estraneità: cosa ci faccio io qui? Sensazione di essere un turista in mezzo a una popolazione sconosciuta. L’ho fatto mille volte: guardare, ascoltare, cercare di capire, osservare comportamenti, interpretare linguaggi, fare lo sforzo di ricordare che è una parte del mondo reale. Questa volta però mi sembra diverso: è possibile capire? A cosa servirà?

Casa perfetta in alcune stanze e ancora incompleta in altre. Lavori in corso da oltre 30 anni (trenta!!) con pavimenti ancora in cemento accanto ad altri ben rifiniti con piastrelle preziose. Intere pareti fatte a mano in decenni di lavoro massacrante per impilare mattoni, cementare, saldare tubi e collegare fili elettrici.

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Il PD al tappeto – di Giovanni Cominelli

Ogni pugile, quando va al tappeto, è inebetito. Così è oggi il PD. Senza linea politica e senza leader, lo sguardo tutto rivolto all’interno, costretto a inseguire l’agenda altrui e a fare una guerriglia puramente reattiva. Attorno al pugile groggy si affannano oggi antichi e nuovi coach. Mai come oggi il PD è apparso un partito eterodiretto da un gruppo di intellettuali-giornalisti-opinion maker: molti di costoro sono gli stessi che lo hanno spinto sull’orlo dell’estinzione, o attaccando ferocemente il leader di turno – in questo caso Renzi – o fornendo descrizioni improbabili del mondo là fuori.

Questo mondo giornalistico-intellettuale di sinistra, la cui icona resta pur sempre Eugenio Scalfari, è divenuto lungo gli anni il deposito di tutte le culture obsolete della storia della sinistra. Del resto a loro non servono elettori, bastano i lettori.

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Meglio liberi – Alessandro di Battista – recensione

Non so se nella vita Alessandro di Battista sia così libero, ma in questa autobiografia per un figlio si è decisamente lasciato andare. Il libro l'ho iniziato per caso; per uno come me il tema 5 stelle è un tema poco accattivante (troppe urla, troppi slogan) ma già dalle prime pagine mi sono reso conto che si trattava di un libro interessante e piacevole.

Sul finire della scorsa legislatura dibba inizia ad accorgersi di essere un po' fuori posto, che quello che ha fatto è stato bello ma anche logorante e, tutto sommato, poco interessante rispetto allo spirito vitale che ti senti dentro. La politica al primo posto, ma non quella politica.

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Sergio Romano – In lode della guerra fredda (controstoria) – recensione

Presi come siamo dalla quotidianità, gli avvenimenti importanti ci passano sotto il naso, ci diciamo che domani approfondirò e poi ce ne dimentichiamo. Tra gli argomenti importanti c'è sicuramente il rapporto tra le potenze che contano, con tutti i singoli risvolti: i trattati, le trattative diplomatiche più o meno segrete, gli impegni assunti ma non rispettati, le piccole guerre.

Sergio Romano, per via dell'aver fatto l'ambasciatore italiano prima presso la NATO e poi a Mosca (dall'85 all'89), può essere considerato un esperto oltre che un testimone.

Il libro è piccolo, ma molto denso di informazioni e di contenuti ed è ben descritto dal titolo; tutto sommato la situazione è stata più tranquilla dalla fine della II guerra mondiale alla rivoluzione dell'89 perché gli arsenali nucleari e l'esistenza di due superpotenze in conflitto-competizione, facevano sì che ci si muovesse con cautela.

A questo proposito, nei primi capitoli, Romano ci racconta dello svolgimento di alcune crisi pesanti che furono risolte dal buon senso della deterrenza: la rivoluzione ungherese associata alla crisi di Suez, lo status di Vienna e di Berlino, la primavera di Praga e l'invasione della Cecoslovacchia, l'atto di Helsinky e i trattati sulla non proliferazione. Ma ancora: la guerra di Corea, la crisi di Cuba, il Vietnam, l'Afghanistan, la guerra dei missili (SS20). Si faceva la voce grossa ma poi alla fine si costruiva l'accordo e si andava avanti.

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Sognavamo cavalli selvaggi (Luca Visentini) – recensione

Ero alla ricerca di un documento del MS di Scienze pubblicato su un vecchio numero di Avanguardia Operaia mensile, uno dei primi, del 1969. Ho messo un appello sul gruppo (ultimamente un po' asfittico) di "via Vetere al 3" e Luca Visentini mi ha risposto dal Friuli dove si è trasferito: ce l'ho, te lo mando. La ripresa di contatto è avvenuta così.

La notizia della pubblicazione di Sognavamo cavalli selvaggi (un titolo che è un programma) l'avevo vista su Facebook; Ennio Abate ne aveva fatto una lunga recensione su Poliscritture correndandola di qualche brano particolarmente spinoso. L'avevo vista ed Ennio, dopo avermene inviato il link, me ne aveva anche chiesto conto: perché non ti esprimi?

Avevo letto solo i brani riportati da Ennio, per me, troppo intrisi di spensierato volontarismo, quelle cose che mi commuovono ogni volta che ne leggo, ma che poi mi inducono a chiedermi ma cosa stavamo facendo?,  e lo chiedo in primo luogo a me stesso. C'è da andarne fieri ? E non parlo dell'omicidio preterintenzionale di Ramelli, perché la risposta sarebbe ovvia. Mi riferisco alla pratica perseguita per anni di alzare il tiro per fare la rivoluzione.

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