da Monguzzi a Sacerdoti

Il giorno del funerale di Monguzzi arriva sui quotidiani milanesi la notizia che nel Consiglio Comunale di Milano entrerà al suo posto Michele Sacerdoti e i giornalisti si sono sbizzarriti a farlo pronunciare in maniera intempestiva. Così è scappata qualche frase di troppo «Io in Comune sullo scranno di Monguzzi, ma non sono come lui: non cercherò lo scontro su tutto». Si sa il titolo serve ad acchiappare anche quando implica semplificazioni eccessive.

Non voglio entrare in troppi dettagli perché ciascuno di noi ha le sue sensibilità e io sono abituato a rispettarle tutte; ciò fa parte dell’essere in contraddizione anche con sestessi. Ma mi pare che da consigliere di circoscrizione della zona 3 (porta Venezia, Città Studi, Lambrate) Michele Sacerdoti si sia dato parecchio da fare per una urbanistica a misura d’uomo dimostrando sia di essere flessibile sia di essere intransigente.   

Mi piace che entri in Consiglio Comunale e così il Movimento di Scienze, anzi quello di Fisica, rientra a palazzo Marino con una continuità ideale  dopo i decenni di presenza di Basilio Rizzo che ho risentito con piacere proprio ieri stimolato dalla morte di Carlo.

Anche Michele è un fisico; ha qualche anno meno di me; è arrivato a fisica nel 68  (laurea nel 73) e la cosa che mi pare bella è il fatto che, dopo essersi occupato professionalmente di informatica, proprio in questi anni abbia sentito il bisogno di riavvicinarsi a quella scienza che abbiamo tanto amato e abbia preso un dottorato (da over 70) sul terreno delle particelle elementari lo stesso terrendo della sua tesi dedicata ai neutrini.

A caldo avevo commentato su Facebook che, nell’essere intransigente di Monguzzi, c’era qualcosa che gli veniva dalla formazione tecnico scientifica e lo ha ricordato Andrea Poggio, uno dei leader del movimento di ingegneria, richiamando la parola d’ordine di allora quando volevamo essere rossi ed esperti.

Nel secondo decennio degli anni duemila, questo modoi di essere io  lo chiamo ragione e senso critico, la struttura mentale tipica di chi ha fatto fisica. Vuol dire pensare l’inaspettato, crederci ma essere disposto a cambiare idea, pensare all’ottimo ed essere disposti ad accettare il meglio perché come è noto la perfezione è nemica del bene. E’ questo il terreno su cui si possono incontrare le culture e i modi di essere e concepire l’impegno politico di Carlo e di Michele.

Auguri di buon lavoro Michele e ricordati che prendi il posto di Carlo, un onore e un onere.




Carlo Monguzzi – dal 1951 al 2026

Voglio dedicare qualche riga a Carlo Monguzzi, con cui ho condiviso momenti di vita quando si era entrambi poco più che trentenni. È solo un momento intimo di ricordo e nostalgia. Ma dal mio ricordo emergerà anche qualcosa su di lui.

Lui era allora il segretario regionale della Legambiente; io vivevo allora a Rho e, dopo gli anni furenti del ’68 avevo smesso di occuparmi di politica, dedicando tutto il tempo al lavoro e ad una tranquillia vita di coppia con Valeria, la ragazza con cui mi ero da poco sposato.

Valeria era una fervente ambientalista, appassionata di natura e di tematiche verdi. Cominciammo a frequentare altri amici di quel mondo, ed infine demmo vita ad un circolo che decise di affiliarsi alla Legambiente.

Il demone della politica, dalla quale mi ero distaccato con qualche veemenza, mi riacciuffò. Inizialmente con qualche timidezza ed esitazione, poi sempre più assiduamente, iniziai a frequentare la Legambiente regionale, che era ancora una succursale dell’ARCI, una delle tante formazioni che gravitavano intorno al Partito Comunista.

I detrattori ne parlavano come di un anguria: verde fuori e rossa dentro. Monguzzi era il leader carismatico di questa organizzazione: persona di notevole fascino, ottimo oratore, possedeva doti di garbo e pacatezza che lo distinguevano dalla gran parte degli altri politici.

Diventammo amici, e lentamente mi attirò nel suo “inner circle“: io cominciavo ad essere stufo del lavoro solitario, quasi autistico, dello sviluppatore software. Lui vide in me delle doti che avrebbero potuto essere valorizzate nell’ambito del movimento. E così, quando, un paio di anni dopo fu eletto in Consiglio Regionale, unico rappresentante dei Verdi Arcobaleno, mi propose di entrare nel suo staff.

Ero in quel periodo dell’esistenza in cui la prospettiva di cambiare radicalmente attività, ricominciare da capo, si presenta come particolarmente allettante: lavorare insieme ad amici, con cui condividi degli ideali, lontano da persone che non avevi mai apprezzato, avrebbe potuto essere un’occasione irripetibile.

E così accettai una collaborazione part time. Tenendomi comunque l’altra metà del tempo con il vecchio lavoro. E fu la mia salvezza. Perché non resistetti nemmeno un anno.

L’ambiente della burocrazia regionale mi risultò intollerabile: una sterminata produzione di carta che veniva regolarmente gettata via, la sensazione di non fare assolutamente nulla di utile. Per non parlare dei fenomeni di corruzione che nel giro di qualche anno sarebbero venuti alla luce con le inchieste di Mani Pulite.

Gran parte dei consiglieri di quella legislatura finirono in galera: fra i pochissimi non coinvolti nelle inchieste ci fu Fiorella Ghilardotti (anche lei scomparsa assai prematuramente), che divenne presidente della giunta, e che volle Carlo Monguzzi come assessore, in quanto uno dei pochissimi che, come lei, non erano stati sfiorati dagli scandali.

Poi le nostre strade si divisero: io tornai al mio mestiere di sviluppatore software, e fondai addirittura una nuova piccola azienda con nuove persone, ovviando così all’insanabile antipatia che mi contrapponeva ai vecchi colleghi. Monguzzi prosegui la sua carriera politica in Consiglio Regionale passando poi al Consiglio Comunale di Milano.

Nel tempo le nostre rispettive posizioni politiche presero ad allontanarsi: lui rimanendo ostinatamente fedele alle sue posizioni originarie di sinistra radicale, mentre io, personalità più irrequieta e affascinata dal nuovo, mi spostavo progressivamente su posizioni liberaldemocratiche, fino a condividere le politiche di Matteo Renzi. Cosa che molti amici di quella stagione non mi perdonarono mai: persone imbevute di certezze assolute e inossidabili, ancorate ad una visione immutabile di un mondo che mutava vertiginosamente a loro insaputa…

Carlo, pur avendo vissuto tutta la sua vita ancorato a questa visione del mondo, era uno spirito libero, e sapeva cogliere anche i segni di quanto di buono poteva muoversi al di fuori di quel mondo. Ci si incontrava di tanto in tanto a qualche evento politico, manifestazione, assemblea, presidio…. Qualche volta anche alle cene che organizzavo a casa mia.

C’era tra di noi una sorta di patto non esplicito, che ci portava ad evitare il confronto sulle cose che tendevano a dividerci, nel tentativo di valorizzare ciò che ci aveva unito per tanto tempo. Ricordo con affetto una definizione che aveva escogitato per me, come “renziano dal volto umano“…

Quando ci si incontrava ci salutava alla maniera dei vecchi comunisti, accennando un mezzo pugno chiuso e chiamandoci “compagno”: nessuno di noi era più comunista, ammesso di esserlo mai stato. Era più che altro un segno di affetto. Ciao, Carlo.


Carlo Monguzzi è morto per un mesotelioma da esposizione all’amianto e in tutto ciò c’è un aspetto di tipo paradossale.

E’ stato uno dei protagonisti della politica milanese e lombarda nel mondo cosiddetto rosso-verde. I giornali di oggi sono pieni di articoli di commemorazione perché ancora recentemente era stato uno dei protagonisti della battaglia contro lo smantellamento delo stadio di S. Siro.

Ho chiesto ad uno dei suoi amici di ricordarlo con qualcosa di personale, qualcosa che ci riporta alla fine degli anni 80 e primi anni 90 quando Monguzzi mise in piedi Lega Ambiente e poi fece l’assessore nella giunta regionale di monoranza guidata da Fiorella Ghilardotti agli albori di mani pulite.

Claudio Cereda


 




Stato, Bambini e Genitori

Ieri quando ho appreso la notizia della ordinanza restrittiva del tribunale per i minori dell’Aquila ho avuto un moto spontaneo di ribellione: questo non è lo Stato democratico in cui credo e che auspico. Il Tribunale ha stabilito il trasferimento dei bambini della Casa nel bosco in altra struttura e, nell’immediato, ha disposto l’allontanamento della madre.

Trovate i dettagli sui giornali cartacei e on line e ve li risparmio qui limitandomi ad un passaggio della relazione dei servizi sociali: “Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e/o le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa“.

Ma va? I bambini sono arrabbiati con tutti? Ci sarà qualcuno che racconterà a dei bambini che l’allontanamento dalla loro casa e dai loro genitori è stato fatto a fin di bene e nel loro interesse. Loro con un buon trattamento psicologico e dopo essere stati allontanati dalle cattive compagnie ritroveranno il loro equilibrio.

Mi chiedo molto seriamente dove servirebbe maggiore equilibrio e minor delirio di onnipotenza. La vicenda, nata da una intossicazione da funghi, è diventata surreale.

Spero solo che la garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni riesca ad ottenere il ritiro di un provvedimento che giudico disumano e che il dibattito in proposito non assuma connotati di tipo politico.

 




Le Pen solo terza

Oggi era san Claudio, nessuno mi ha fatto gli auguri, ma quelli più sinceri me li ha fatti il popolo europeo che, da sempre, amo più di ogni altro.

C’era il pericolo che vincesse una estrema destra, molto più estrema, di Fratelli d’Italia e invece la Le Pen arriva terza, vince il fronte popolare, subito tallonato dal partito di Macron e fanno un bel risultato anche i repubblicani ex gollisti.

Ho appena avuto il tempo di esultare ed è comparso in video Melanchon con una dichiarazione abbastanza arrogante: niente accordi, niente consultazioni, niente macroniani, dobbiamo governare noi. Come se questo riusultato molto positivo non fosse figlio del patto di desistenza.

Ho sentito qualche commentatore più informato di me affermare che la sinistra moderata francese aveva già chiarito che l’accordo con Melanchon sarebbe finito a scrutinio effettuato perché la tradizione progressista francese non si fonda su derive estremiste e in quel caso il via alle danze lo avrebbe dato proprio quello che doveva evitare certe sparate.

Da domani si vede. Sembra comunque che stasera Salvini si sia bevuto una cassa di bottiglie di Cynar nella speranza di attenuare gli effetti del travaso di bile.

 

 




Pietro Fiocchi punta e spara

pietro fiocchi in campagna elettorale

L’Onorevole Pietro Fiocchi, attuale parlamentare europeo, si presenta di nuovo alle elezioni con due manifesti. Con uno si rivolge alla signorina Greta Thunberg, con l’altro mostra la sua abilità nell’usare un fucile.

il manifesto con Greta Thunberg

Nel primo manifesto usa la foto della signorina Thunberg da minorenne. Come esperto parlamentare europeo l’On. Fiocchi conosce bene le regole europee sulla privacy, quindi ha certamente chiesto alla signorina Thunberg, oggi maggiorenne, il permesso di usare la sua immagine per fare propaganda politica.

Giustamente l’Onorevole si rivolge alla signorina Thunberg in inglese, sapendo che la famosa Greta parla inglese molto meglio della media dei coetanei italiani. I nostri studenti, infatti, sono costretti a pagare corsi privati per ottenere un banale certificato B2 che spesso la scuola non è in grado di fornire neanche dopo oltre 1.000 ore di lezione in classe.

Convinto del grande valore dell’istruzione, l’On. Fiocchi dice alla sopra citata Thunberg “Go back to school!” (con punto esclamativo d’ordinanza). Qualche superficialotto potrebbe pensare che l’invito sia motivato da una presunta ignoranza di ritorno attribuita alla signorina Thunberg, persona molto più famosa dell’On. Fiocchi.

In realtà, da profondo conoscitore delle politiche europee sulla formazione continua, l’On. Fiocchi vuole qui ribadire l’importanza della Formazione Permanente, una delle grandi finalità del sistema formativo stabilite dalla “DGXXII Lifelong Learning Programme – Jean Monnet Programme, Key Activity 1 – Information and Research Activities for Learning EU at School

Il manifesto punta e spara

Con il secondo manifesto l’On. Fiocchi si presenta a noi elettori come modello pacifista per tutti i movimenti progressisti europei. Infatti, come si evidenzia dalla famosa foto con il fucile, l’Onorevole punta al bersaglio avvicinando l’occhio destro al retro dell’arma.

E’ un chiaro messaggio pacifista di invito a non usare mai un fucile. Infatti, come sa bene qualunque cittadino che ha fatto la naja, usando in questo modo il fucile si hanno a disposizione solo due colpi in tutta la vita. Con il primo colpo il rinculo dell’arma provoca la perdita di un occhio. Con il secondo colpo la cecità diviene completa e definitiva.

Grazie Onorevole Pietro Fiocchi! Con la tua propaganda elettorale sei riuscito a convincerci sia dell’importanza della Formazione Permanente, sia dei pericoli insiti nell’uso delle armi.

Spero tanto che tu venga rieletto al Parlamento Europeo e che tu possa continuare il prezioso lavoro che in quella sede hai fatto in questi anni. A proposito, quale lavoro? Probabilmente era un lavoro sommerso, molto sommerso. Infatti non ho idea di cosa hai fatto in quella sede.

E’ vero che non ho mai saputo cosa hai combinato come parlamentare europeo, ma è anche vero che non mi viene in mente neanche il nome di uno solo dei tuoi colleghi parlamentari, neppure di quelli che io stesso ho contribuito a eleggere cinque anni fa.
A proposito (te lo chiedo sottovoce) mi sai dire a cosa serve il Parlamento Europeo?

 




Scurati e prete Liprando

nuvola sul caso Scurati RAI

I peggiori nemici di Giorgia Meloni sono i suoi collaboratori. Dovrebbero fare i lavapiatti nel retro di un ristorante dozzinale e invece li hanno messi in posti apicali ovunque ci sia la possibilità di agire contro la “egemonia” della sinistra. In questo caso non ci si è messo quello di Capodanno con la pistola ma un altro pistola che fa il dirigente alla RAI.

Quando oggi ho visto il post di Serena Bortone che dichiarava il suo stupore per l’annullamento del contratto di Scurati alla sua trasmissione dove avrebbe dovuto fare un monologo su Giacomo Matteotti e il significato del 25 aprile mi sono detto, ma perché Scurati, a fronte dell’annullamento del contratto, non ha dichiarato che sarebbe venuto lo stesso, gratuitamente, come fece il prete Liprando nella bellissima canzone di Jannacci?

Prete Liprando, ben visto dai poveri Cristi,
andò dall’arcivescovo Agiosolano, in Sant’Ambrogio:
“Sei ladro e simoniaco, – gli disse –
venduto all’Imperatore, quel porco..” “Cus’ee?!?
– disse l’Arcivescovo infuriato –
Come ti permetti, prete? Sono ex-combattente;
ho fatto la prima crociata, e anche la terza!
(…la seconda no, perchè ero malato…)
Prete Liprando rispose: “Lo so, più d’una città hai conquistata;
lo so, più d’una città tu hai insanguinata;
e adesso, Milano tu vuoi, incatenata, vederla prostrata!”
“Liprando, a ‘sto punto esigo il Giudizio di Dio:
dovrai camminare sui carboni (s’intende, ardenti!);
le fascine di legna, quaranta (“Quaranta?”)
s’intende, le pago io.
Se tu non uscirai per niente arrostito,
io me ne andrò dalla città solo e umiliato,
e per giunta, appiedato!
“Prete Liprando, domani, al calar del sole
affronterà il Giudizio di Dio in Piazza Sant’Ambrogio!”
Quaranta fascine furono ammucchiate in una catasta;
la gente veniva fin da Venegòno e da Biandrate:
“Indietro, su, non spingete, per Diana!
C’è il fuoco, non lo vedete? ” “Ma io non vedo niente;
non vedo un’accidente! Son venuto da Como per niente!”
“Tornate tutti a casa! Non se ne fa più niente!
Il Papa, da Romas l’ha proibito: lo spettacolo è finito!”
“Ed io lo faccio lo stesso! – disse prete Liprando –
ma le fascine, quaranta!- io non ce le ho!…”
…La gente portava le fascine fin da Biandrate;
facevano un sacco di fumo: la gente tossiva,
tossiva e piangeva, ma non si muoveva!
Che popolo pio! Voleva vedere il Giudizio di Dio!

“E io lo faccio lo stesso disse il prete Liprando, ma le quaranta fascine io non ce le ho…”  A Scurati non mancavano di sicuro le 40 fascine per mettere il portaborse di Giorgia Meloni in difficoltà presentandosi gratis alla Rai.

Tutto ciò l’avevo pensato prima che scoppiasse il casino (a colpi di 1500, no 1800 € per 1 minuto di monologo) da cui Giorgia Meloni ha tentato di sciogliersi pubblicando lei il discorso di Scurati, ma ormai i suoi leccapiedi l’avevano fatta grossa.

Pensate che bello “racconti che io volevo 1800, tu proponevi 1500 e a me non stava bene? Sai cosa ti dico … ci vengo gratis“. E io lo faccio lo stesso disse il prete Liutprando. Credendo di farle un piacere le hanno creato un casino, ma il finale alla prete Liutprando mi sarebbe piaciuto di più. Questo è il testo integrale del monologo con il finalino che ha fatto schiacciare una palla al dirigente RAI mentre si sedeva dopo aver letto il monologo rigorosamente in piedi.

Prete Liprando cantata da Enzo Jannacci

Lo attesero sottocasa in cinque, tutti squadristi venuti da Milano, professionisti della violenza assoldati dai più stretti collaboratori di Benito Mussolini. L’onorevole Matteotti, il segretario del Partito Socialista Unitario, l’ultimo che in Parlamento ancora si opponeva a viso aperto alla dittatura fascista, fu sequestrato in pieno centro di Roma, in pieno giorno, alla luce del sole. Si batté fino all’ultimo, come lottato aveva per tutta la vita. Lo pugnalarono a morte, poi ne scempiarono il cadavere. Lo piegarono su se stesso per poterlo ficcare dentro una fossa scavata malamente con una lima da fabbro.
Mussolini fu immediatamente informato. Oltre che del delitto, si macchiò dell’infamia di giurare alla vedova che avrebbe fatto tutto il possibile per riportarle il marito. Mentre giurava, il Duce del fascismo teneva i documenti insanguinati della vittima nel cassetto della sua scrivania.
In questa nostra falsa primavera, però, non si commemora soltanto l’omicidio politico di Matteotti; si commemorano anche le stragi nazifasciste perpetrate dalle SS tedesche, con la complicità e la collaborazione dei fascisti italiani, nel 1944.
Fosse Ardeatine, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto. Sono soltanto alcuni dei luoghi nei quali i demoniaci alleati di Mussolini massacrarono a sangue freddo migliaia di inermi civili italiani. Tra di essi centinaia di bambini e perfino di infanti. Molti furono addirittura arsi vivi, alcuni decapitati.
Queste due concomitanti ricorrenze luttuose – primavera del ’24, primavera del ’44 – proclamano che il fascismo è stato lungo tutta la sua esistenza storica – non soltanto alla fine o occasionalmente – un irredimibile fenomeno di sistematica violenza politica omicida e stragista. Lo riconosceranno, una buona volta, gli eredi di quella storia?
Tutto, purtroppo, lascia pensare che non sarà così. Il gruppo dirigente post-fascista, vinte le elezioni nell’ottobre del 2022, aveva davanti a sé due strade: ripudiare il suo passato neo-fascista oppure cercare di riscrivere la storia. Ha indubbiamente imboccato la seconda via.
Dopo aver evitato l’argomento in campagna elettorale, la Presidente del Consiglio, quando costretta ad affrontarlo dagli anniversari storici, si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza: ha preso le distanze dalle efferatezze indifendibili perpetrate dal regime (la persecuzione degli ebrei) senza mai ripudiare nel suo insieme l’esperienza fascista, ha scaricato sui soli nazisti le stragi compiute con la complicità dei fascisti repubblichini, infine ha disconosciuto il ruolo fondamentale della Resistenza nella rinascita italiana (fino al punto di non nominare mai la parola “antifascismo” in occasione del 25 aprile 2023).
Mentre vi parlo, siamo di nuovo alla vigilia dell’anniversario della Liberazione dal nazifascismo. La parola che la Presidente del Consiglio si rifiutò di pronunciare palpiterà ancora sulle labbra riconoscenti di tutti i sinceri democratici, siano essi di sinistra, di centro o di destra. Finché quella parola – antifascismo – non sarà pronunciata da chi ci governa, lo spettro del fascismo continuerà a infestare la casa della democrazia italiana.



strizzatore per il mocio

secchi lavapavimenti e strizzatori per il mocio

secchi lavapavimenti e strizzatori per il mocio

Ci sono delle cose che non sopporto in questa società dell’usa e getta in cui riciclare vuol dire distruggere e che derivano da due elementi della mia storia  e della mia cultura: sono brianzolo e sono un perito industriale.

Ho osservato da tempo che nei discount, accanto allo scaffale dei detersivi, vendono il secchio lavapavimenti incluso di mocio con asta e di accessorio montato sul secchio per strizzare il mocio. Il prezzo è accattivante, sui 10 €, ma se chiedi di acquistare il solo accessorio ti dicono che non si può.

Lo strizzamocio è l’unica parte del tutto che si rompe perché per strizzare devi esercitare una certa forza e ruotare e, con il tempo, i due bordi che si incastrano nel secchio finiscono per rompersi.

Preso atto che nei discount non c’è verso di uscirne ho provato con Amazon ed ecco il risultato: il secchio con accessorio incluso costa di più dell’accessorio singolo: deve averlo deciso Xi Jinping (習近平, 习近平) e dunque bisogna rassegnarsi. In realtà Amazon propone un accessorio abbastanza della mutua a un euro e cinquanta ma in quel caso la spedizione è di 30 €.

Ormai viviamo in una società fatta così e il mio brianzolismo (cultura del risparmio) e il mio peritismo (le cose si aggiustano, non si buttano) ne soffrono. Ti si rompe la centralina della lavatrice che ha 7 anni; viene l’omino della manutenzione e ti dice che quel pezzo non è più disponibile; così la butti via e butti, a parte la struttura e il cestello materiale da cablaggio, due pompe e un motore perfettamente funzionanti. Lo stesso per i frigoriferi e per il materiale elettronico (per il quale stanno però sorgendo società che si occupano di riciclo).

Recentemente ho portato in discarica un ferro da stiro con caldaia della Tefal bellissimo e robusto, di quelli autopulenti perché si è rotto il termostato del ferro (tutto ok alla caldaia e alla sua elettronica e impiantistica) e Tefal non lo vende più.

A Villasanta il mio ciclista fai da te mi era subito piaciuto perché come compressore utilizzava quello di un vecchio frigorifero; metteva in compressione la bombola dell’impianto ad aria compressa e gonfiava le camere d’aria di bici e motorini.

Che non vi venga in mente di farvi tentare dallo strizzatore fighissimo della Vileda (manico telescopico e secchio a pedale).

Quel pedale comanda una cremagliera collegata ad una ruota dentata che fa girare lo strizzatore. Sia la cremagliera sia la ruota dentata sono fatte in nylon e anche senza la rottura di un dente basta un niente per creare un disallineamento e non gira più nulla.

E cosa dire dell’acqua gasata. Il nostro comune, abbastanza avanti, ha installato le casine dell’acqua e se ci vai con le tue bottiglie in vetro eviti di mettere in circolo tutta quella plastica ad un prezzo concorrenziale oltre che politicamente corretto. Ma il livello medio del cittadino-consumatore non funziona così e allora i cassonetti del multimateriale sono costantemente stipati di queste bottiglie in plastica che non si fa nemmeno la fatica di comprimere e attorcigliare per diminuire l’ingombro. Sono gli stessi che si lamentano delle tariffe della TARI e non riflettono sul fatto che il costo per il comune non è a peso ma a viaggio.

Io ho risolto il problema con soda-stream visto che l’acqua del nostro acquedotto è buona, ma 13€ e 50 per ogni bombola di ricarica (che fa circa 80 litri) mi sembrava una tariffa piuttosto alta. Mi sono dato da fare ed ho scoperto che a Siena e Grosseto c’è una società che vende su scala industriale gas di varie tipologie. Ci porti le tue bombolette vuote e te ne danno altre piene; la ricarica costa 5 € e il brianzolo è soddisfatto.

A parte l’ironia sui brianzoli, questa società fondata sulla obsolescenza programmata perché così si incrementa la produzione, non mi piace. Vogliamo parlare delle automobili? ….

 

 

 




Milano in farmacia e gli anziani

Milano, farmacia di via Forze Armate. “Ne avrebbe uno nella scatola verde?

Il farmacista la guarda un po’ sorpreso e risponde che va a vedere. La signora è molto anziana. Cappotto scuro. Con la schiena curva perde una decina di centimetri della sua altezza. Se la schiena fosse dritta arriverebbe poco sopra al bancone di vendita. Invece, così curva, arriva appena a mostrare gli spessi occhiali sopra al bancone.

Quando ritorna, il farmacista le porta tre scatole con i farmaci equivalenti a quello richiesto. Una scatola è gialla. Un’altra ha disegnata una larga barra blu e la terza una piccola barra verde chiaro. “Prendo questa

Mi scusi, signora, ma questa è blu. Se preferisce quella verde può prendere quest’altra…” – “Parli più forte che non la sento

Non la voleva verde? Questa è verde…” – “No, prendo quella blu

Il farmacista, un simpatico napoletano molto accogliente, è un po’ perplesso, ma non sembra meravigliato. Forse già conosce la cliente. E’ però curioso e a voce alta, come richiesto dalla donna, le chiede il motivo del cambio di colore.

Adesso le spiego. Volevo la scatola verde per non confondermi con le altre medicine che prendo. Però prendo la blu perché la scatola verde che lei ha in mano è troppo grande. Se la metto nell’armadietto poi faccio confusione perché non vedo più le scatole delle medicine che stanno dietro…

Il farmacista risponde con un paio di parole e qualche gesto di comprensione, poi calcola il totale da pagare. Fra banconote, monete, resto ed errori vari il pagamento richiede qualche minuto, ma alla fine la signora se ne va contenta con la sua medicina nella scatola blu.

Nel frattempo si era formata una coda di clienti. Alcuni erano impazienti, altri come me guardavano curiosi la strana scena. Tutti eravamo costretti a servirci dell’unico altro bancone, dove a servire i clienti c’era una giovane dottoressa con la pelle nerissima. Era talmente nera che, con il contrasto del camice bianco, sembrava scappata da un esperimento fotografico di inizio Novecento.

Il cliente davanti a me parlava con la farmacista a voce molto alta, scandendo le parole una ad una. Evidentemente pensava di essere nella jungla congolese e cercava di comunicare alla bell’e meglio con la negra figlia di cannibali. Sentendomi responsabilizzato da questo sforzo comunicativo intercontinentale stavo già preparando la mia frase comprensibile all’immigrata africana “Io comprare medicina testa dolore…“.

Mentre pensavo ai più semplici verbi all’infinito, magari conditi con qualche gesto manuale, sentivo la risposta della farmacista che, in perfetto italiano con accento lombardo, parlava senza sbagliare un solo congiuntivo (chiaramente non era adatta a fare la Ministra del Merito…). Rispondeva al cliente parlando degli effetti collaterali del farmaco richiesto. Inoltre gli spiegava alcuni meccanismi burocratici della ASL che gli impedivano di evitare il ticket. Gli suggeriva poi di recarsi a un certo ufficio ASL, di cui scriveva l’indirizzo su un foglietto, per chiedere il rinnovo dell’esenzione del ticket.

Un po’ imbambolato nell’ascoltare queste indicazioni così precise, vengo svegliato dal cliente in coda dopo di me che mi fa notare che l’altro farmacista, il simpatico napoletano, mi sta aspettando da un po’, dopo che la signora con la medicina verde era già uscita dalla farmacia.

Anche questa è Milano…

 




p v ¬p = vero

Si fa un gran parlare del rischio che la intelligenza artificiale possa soppiantare la creatività umana e in particolare quella giornalistica data la possibilità di attingere per la sua formazione di base a banche dati sterminate cosa che la mente umana non riuscirebbe a fare.

Il rischio è reale e, personalmente, la cosa non mi spaventa più di tanto: la mia tesi di laurea del 1970 verteva sulla logica ad infiniti valori e sui corrispondenti fuzzy set che vedevamo come primi passi sul terreno della intelligenza artificiale.

Poi mi capita di ascoltare a Stampa e Regime su Radio Radicale l’articolo di uno di quei sapientoni di politica estera pagati profumatamente e osannati; ero in macchina e mi è sfuggito il cognome, ma non mi è sfuggita la argomentazione raffinata: per l’attentato di Mosca ci sono solo due possibilità:

  • è stato organizzato direttamente o indirettamente dai servizi segreti russi con lo scopo di accusare poi l’Ucraina
  • è stato organizzato e gestito come si dichiara nella rivendicazione da Isis-K

Dai tempi di Aristotele, ma forse anche prima, se p è vero, non p è falso e la frase disgiunta è vera; se p è falso, non p è vero e la frase disgiunta è vera. Non si scappa; questione di logica elementare.

L’illustre commentatore poteva anche dire che l’attentato l’ha organizzato mio zio oppure non l’ha organizzato mio zio. Un qualunque articolo generato dalla intelligenza artificiale avrebbe esaminato le mille sfaccettature del reale e anche quelle del mondo immaginario assegnando a ciascuna di esse un certa percentuale di plausibilità.

Meno male che c’è l’intelligenza artificiale che potra anche servire all’addestramento delle professioni intellettuali e a scremare  dal gruppo quelli che, sarebbe meglio, si occupassero di funzioni puramente esecutive di tipo molto semplice, non come quelle che fa un robot di quelli utilizzati nella automazione industriale (troppo complesse per il nostro analista).

 

 




sanità dell’empireo e sanità pratica

Sulle questioni della sanità pubblica ci sono due livelli di dibattito: le grandi discussioni, la programmazione, le Regioni, la Corte dei Conti … e poi c’è quella concreta del cittadino-utente-paziente.

Come sanno i miei amici di Facebook sono alle prese con un problema di salute legato alla mia colonna che, con l’età, va degenerando e cartilagini e formazioni ossee hanno iniziato a comprimere il midollo spinale e le zone da cui partono le radici nervose del nervo sciatico su entrambe le gambe.

All’inizio ho provato  di tutto: farmaci antinfiammatori, miorilassanti, fisioterapia, terme, fanghi e poi ho dovuto prendere atto che era roba da neurochirurgia. Per fortuna, il vantaggio di avere insegnato con passione per tutta la vita mi colloca in una condizione di privilegio e dunque ho qualche ex alunno che posso interpellare alzando il telefono. E’ sempre un piacere risentirli, ricordare il passato e parlare della meglio gioventù alle prese con il lavoro, la carriera, la costruzione del proprio futuro. Ti senti di aver assolto bene ai doveri della vita.

Così ho per lo meno saputo cosa fare: niente chirurgia perché alla mia età certe cose poi si ripresentano e invece terapia del dolore, una specialità che, nella mia ignoranza, non conoscevo (una nuova branca di cui si occupano gli anestesisti pensata per i malati oncologici ma non solo).

Mi sono fatto consigliare a chi rivolgermi (visto che non si parla di un’unghia incarnita) e ho già fatto due doppie infiltrazioni di cortisone nei forami tra L5 e S1 (i forami sono i canali tra le vertebre da cui escono le terminazioni nervose da cui si orginano i nervi e che nel mio caso presentano delle stenosi). Con gli aghi si entra direttamente nel canale spinale. Sono moderatamente ottimista ma non è di questo che volevo parlare.

Gli interventi sono stati fatti da solvente in una clinica in provincia di Firenze: una telefonata con appuntamento telefonico, invio della risonanza con wetransfer e fine della parte burocratica. Pagamento, visita, intervento guidato dalla TAC, dimissione. Costo 250 euro a volta.

Naturalmente, proprio perché potrebbe diventare una cosa ripetitiva mi sto occupando di trasferire il tutto al SSN. Ed ecco i problemi:

  • trattandosi di cose in cui se uno sbaglia non si cammina più c’è un problema di accesso alla informazione. Meglio qui o meglio là? Dove e come ci si può informare perché non è vero che va sempre bene tutto e che il SSN è una garazia dovunque e per ogni cosa.
  • per accedere alla prenotazione serve l’impegnativa; con la impegnativa ti colleghi al CUP regionale e come capita spesso la risposta è che quella prestazione non è prenotabile; allora chiami il CUP telefonico e dopo la tua coda ti rispondono, fornisci il codice della ricetta elettronica e ti dicono che non ci sono posti disponibili in agenda; allora chiami l’ambulatorio, quello da cui eri partito per capire che tipo di ricetta servisse, prendono nota, dicono che è strano e ti mettono in modalità attendere prego … E questa è la mia condizione odierna. Stiamo parlando non dell’intervento prossimo venturo ma della prima visita che serve a mettersi in coda …
  • Sono questi aspetti di inefficienza e burocrazia che trovo assurdi. Il sistema pubblico appare come un pachiderma, lento nel movimento e inefficiente già nel gestire gli accessi. Una grande e costosa macchina che spreca risorse e genera insoddisfazione non solo sul versante dei pazienti. Sempre più spesso sento di medici appassionati del proprio lavoro e interessati ad una carriera scientifica e ad una formazione continua, che lasciano il SSN e cercano strutture associate nel privato e questo finisce per peggiorare la situazione del servizio pubblico. Per inciso, qui in Toscana, per uno scazzo tra Regione e Governo, causa deficit non ripianato, per il 2024 è stata alzata la tassa regionale (nel mio caso di 300 €). Felice di dare il mio contributo se poi però qualcosa mi garantiscono (attualmente tra ticket e prestazioni non garantite sono sui 1500 euro l’anno).
  • E’ una vecchia storia che ho conosciuto nei minimi dettagli nella scuola dove l’ambizioso progetto della autonomia vera, pensato da Luigi Berlinguer nel 1999, si è subito arenato nel sistema nazionale dei concorsi e delle graduatorie, nella impossibilità per i DS di gestire il personale, nella mancata autonomia amministrativa e nella revanche del ministero. L’ultima boutade di Valditara a proposito della scuola di Pioltello che ha osato prendere atto che, stante il tipo di utenza, per la fine del Ramadan bisogna chiudere la scuola è esemplare. E Valditara come un novello inquisitore ci ha dato dentro: anatema, anatema, anatema.