il miglio verde

Il miglio verde è un film americano del 1999 che descrive il funzionamento del braccio della morte negli anni ’30 in un penitenziario della Louisiana. La sceneggiatura è stata tratta da un romanzo di Stephen King che, a sua volta si è ispirato ad una storia vera, la condanna a morte-eseguita di un ragazzino afroamericano di 14 anni innocente.

Il miglio verde è il corridoio con pavimento di linoleum verde che va dalle celle dei condannati a morte alla camera della morte con la macabra sedia elettrica e le sedie per il pubblico. Già perché nei civilissimi USA la esecuzione era uno spettacolino. La sedia elettrica è stata ormai sostituita dal iniezione letale o dalla morte in camera chiusa tramite azoto. Mi sono chiesto perché nel paese delle armi non abbiano usato la fucilazione, di certo meno cruenta e rituale ma c’è qualcosa di importante nel rito e gli ayatollah non a caso usano la cosa più spettacolare in assoluto la impiccagione con la gru.

Siamo negli anni 30 e i condannati, nel braccio della morte ci stanno poco e, nel film c’è tutto lo spazio per una vita tranquilla (salvo per la guardia sadica che sarà colpita dalla giustizia divina). C’è persino lo spazio per una favola animalista con un topolino intelligente che diventa la mascotte del braccio.

Nel film vengono eseguite tre condanne sulla sedia elettrica seguendo il macabro rito che parte con l’accompagnamento del condannato dalla sua cella alla camera della morte dove c’è un pubblico composto da curiosi o da coinvolti nelle efferatezze del condannato.

Il condannato viene legato sulla sedia fatta di legno con delle cinghie di cuoio alle gambe e alle braccia e al tronco. Le cinghie sono connesse poi agli elettrodi che recano la scarica. Dopo le frasi di rito sulla condanna e sulla richiesta al condannato di dire qualcosa si passa alla fase finale con la sentenza di morte.

  • Cappuccio nero per evitare che nella fase più tragica si vedano cose tremende sul viso del condannato.
  • Apposizione di una spugna imbevuta di una soluzione salina sulla testa rasata del condannato e calotta fissata con delle cinghie e collegata all’elettricità perché la morte sia il più possibile rapida passando attraverso il cervello

Poi si dà il via al rito il condannato vibra e salta sulla sedia e dopo alcune decine di secondi il medico né constata la morte o, nel caso ci siano ancora attività cardiache, cosa che si vede in una delle tre esecuzioni del film, si passa a una seconda fase di scariche.

Nel film c’è una guardia carceraria sadica che volutamente evita di bagnare la spugna e il risultato è un vero e proprio arrostimento del condannato mentre il pubblico sadico terrorizzata lascia la sala piena di fumo e di odore di carne bruciata.

La storia è incentrata su due personaggi principali il capo delle guardie Paul Edgecombe, interpretato da Tom Hanks, e un gigante afroamericano un po’ tardo che è stato condannato a morte perché trovato con due sorelline uccise tra le sue braccia: John Coffey interpretato da Michael Clarke Duncan.

John Coffey è un personaggio dotato di poteri soprannaturali con la capacità di risucchiare il male dai corpi delle persone e che pian piano conquista prima la simpatia e poi la connivenza dell’intero corpo delle guardie che vorrebbero evitargli la morte sulla sedia elettrica ma lui rifiuta con una dichiarazione impressionante.

John dimmi cosa posso fare per te vuoi che ti faccia uscire di qui
Tu devi dire a Dio padre che hai fatto una gentilezza. Lo so che soffri e ti preoccupi, te lo sento addosso ma adesso però la devi smettere. Io voglio farla finita una volta per tutte. Davvero sono stanco Capo; stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia, stanco di non poter mai avere un amico con me, che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini, sono stanco di tutto il dolore che io sento ed ascolto nel mondo, ogni giorno. Ce n'è troppo per me è come avere pezzi di vetro conficcati in testa, sempre, continuamente; lo capisci questo?

Vi risparmio gli ulteriori dettagli perché voglio parlare della capacità di questa società, intendo la società americana di buttarti sul muso problematiche molto pesanti e di farlo con una capacità documentaria e di coinvolgimento degli spettatori che sarebbe impensabile nella cinematografia europea.

Il miglio verde è un cazzotto duro ed è un cazzotto di quelli che ti fanno pensare a come questa società americana che ci crea repulsione nell’era di Trump sia una società capace di mandare messaggi autocritici in maniera diretta e con la forza di un cazzotto sulla faccia.

Pochi giorni prima di guardare Il miglio verde mi sono guardato Elegia americana un film tratto dalla autobiografia di J.D. Vance il vicepresidente trumpiano degli Stati Uniti, interprete pieno della ideologia MAGA che vuol dire Make America Great Again.

È la storia vera di un giovane che cresce nel America profonda, quella delle piccole realtà lontane dalle grandi città. Il padre non c’è, la madre è vittima delle tossicodipendenze e il giovane Vance è accudito e cresciuto da una figura positiva di nonna dura e dai sani principi.

Da questa realtà tragica Vance emerge e riesce ad arrivare a Yale e a laurearsi in giurisprudenza. Parte da lì la sua carriera e io mi sono chiesto guardando questo film bellissimo come sia stato possibile che, partendo da una realtà difficile, tragica, piena di contraddizioni uno si sia convertito sulla via di Damasco alla proposta MAGA che poi, nelle mani di Trump, è qualcosa di molto più brutto di quanto non sia il significato di quell’acronimo.


Il miglio verde (The Green Mile) è un film del 1999 scritto e diretto da Frank Darabont, con protagonisti Tom Hanks e Michael Clarke Duncan. Il film che dura oltre 3 ore è tratto dal romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1996. Lo potete vedere su Netflix. Potete trovare la trama completa, piuttosto complessa su Wikipedia


 




Stato, Bambini e Genitori

Ieri quando ho appreso la notizia della ordinanza restrittiva del tribunale per i minori dell’Aquila ho avuto un moto spontaneo di ribellione: questo non è lo Stato democratico in cui credo e che auspico. Il Tribunale ha stabilito il trasferimento dei bambini della Casa nel bosco in altra struttura e, nell’immediato, ha disposto l’allontanamento della madre.

Trovate i dettagli sui giornali cartacei e on line e ve li risparmio qui limitandomi ad un passaggio della relazione dei servizi sociali: “Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro e/o le nostre spiegazioni. Non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa“.

Ma va? I bambini sono arrabbiati con tutti? Ci sarà qualcuno che racconterà a dei bambini che l’allontanamento dalla loro casa e dai loro genitori è stato fatto a fin di bene e nel loro interesse. Loro con un buon trattamento psicologico e dopo essere stati allontanati dalle cattive compagnie ritroveranno il loro equilibrio.

Mi chiedo molto seriamente dove servirebbe maggiore equilibrio e minor delirio di onnipotenza. La vicenda, nata da una intossicazione da funghi, è diventata surreale.

Spero solo che la garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni riesca ad ottenere il ritiro di un provvedimento che giudico disumano e che il dibattito in proposito non assuma connotati di tipo politico.

 




di padre in figlia

Ho terminato di vedere su Rai Play una miniserie TV del 2017 con regista Riccardo Milani da un soggetto di Cristina Comencini. Il titolo è molto significativo di padre in figlia. Il padre Giovanni Franza è interpretato da Alessio Boni mentre la figlia è Cristiana Capotondi che a me, più la vedo recitare, ricorda la reincarnazione di Carla Gravina nel modo di muoversi e nella prossemica.

Di padre in figlia mi ha fatto tornare alla mente un bel film di Cristina Comencini, speriamo che sia femmina tutto giocato su una comunità di donne con le loro specificità individuali ma anche con la tesi di un primato del genere femminile. Il padre Giovanni Franza e la madre Franca (Stefania Rocca) sono due figure molto diverse che, come si capirà nell’ultima puntata, hanno alle spalle una vicenda dolorosa iniziata in Brasile nella comunità degli emigranti italiani dal Veneto che hanno fondato nuova Bassano e che sono diventati marito e moglie senza una vera storia sentimentale alle spalle.

La vicenda si svolge tutta a Bassano del Grappa con il suo Brenta e il suo Ponte di legno dove si trova lo spaccio azio aziendale della Grappa Nardini che fa grappa dalla fine del 700. Ne parlo perché il protagonista è un produttore di grappa che impianta una azienda – da distilleria Franza, a distilleria Franza e figlio per finire come distilleria sorelle Franza) e già questa cosa mi ha fatto tornare in mente che il calzaturificio di mio nonno si chiamava calzaturificio Monzese di Alessandro Cereda e figlio. Il figlio era mio padre Alfredo che ha gestito la scomparsa di quella impresa, in questo caso il figlio era Antoonio cui non interessava nulla della vita del padre e del suo stile di vita. Era costume in quei tempi: l’erede era il figlio maschio.

L’inizio del film vede la moglie Franca, incinta al nono mese, andare a recuperare il marito in un bordello dove lui incontra la sua amante storica Pina Zanchetti. Siamo nel 1958 e sta per essere applicata la legge Merlin con la chiusura dei casini. Situazione paradossale; perché Franca e Pina diventeranno amiche condividendo e rovesciandolo il rapporto con il marito-padrone e amante-padrone

Non si sa nemmeno che sarebbe stato un  parto gemellare; per prima nasce una femmina Sofia tra lo sconforto e la rabbia di Giovanni.

I comportamenti del padre padrone dopo la nascita di Sofia sono esemplari ed indicativi di quello che oggi chiamiamo il patriarcato e che è parte dellla nostra storia e cultura. Di nuovo una femmina dopo le prime due Maria Teresa ed Elena. La levatrice richiama Giovanni già deluso, si tratta di un parto gemellare e nasce Antonio. I due gemelli avranno tra loro un vincolo fortissimo anche se, per il padre, Sofia è il nulla e Antonio è il tutto.

Dal 1958 si arriva sino all’inizio degli anni 80 e dunque c’è l’Italia di quei tempi vista con gli occhi e i costumi della provincia italiana e, in questo caso Bassano del Grappa.

Maschilismo, imprenditoria, condizione femminile, struttura patriarcale della famiglia in cui le donne, la madre e la figlia maggiore, esercitano quella che oggi chiamiamo moral suation ovvero accettano la situazione senza entrare in conflitto, ma, entro certi limiti, riescono a fare di testa propria.

Inutile fare il riassunto dettagliato dell’intera vicenda perché c’è di tutto, famiglie che si sfasciano, sesso, femminismo, lotta di classe, artigianato che cerca di trasformarsi in grande azienda, tradimenti delle amicizie in nome del potere e dello sviluppo, alcolismo, droga.

In ognuna delle quattro puntate Cristina Comencini ha inserito canzoni d’epoca, compreso Luigi Tenco, che ti fanno stringere il cuore.

La figura di Giovanni è molto interessante perché all’inizio ti genera un sentimento di ripulsa per le sue decisioni sempre all’insegna del si fa come dico io. Alla fine sarà lui colpito dalle tante tragedie a trovarsi da solo mentre le sue donne recuperano direttamente la loro autonomia

Dopo tante tragedie, la principale è il suicidio di Antonio di cui, alla fine, Giovanni si sente responsabile il padre padrone molla; ha costruito un piccolo impero e sta per cederlo alla concorrenza. Franca, ora che i figli sono grandi decide di mettersi da sola e vivere; con le tre figlie non ha mai avuto un rapporto limitandosi a comandare è un  padre distrutto da se stesso.

Ma Maria Teresa, quella che ha ottenuto di studiare (maturità e laurea in chimica cum laude), quella che dopo la laurea ha detto al padre che non le interessava farle da segretaria, quella quadrata che lo ha sfidato proprio sul suo terreno (come fare una grappa migliore della sua e farla con l’ex collaboratore del padre da lui tradito e messo da parte), rimette in piedi la socoetà, ma al femminile e con le altre due sorelle. La distilleria Franza e figlio diventa sorelle franza.

Le quattro donne protagoniste sono tra loro diverse

Franca la madre tiene insieme la baracca, soffre in silenzio tiene dentro i suoi sentimenti fino alla fine; è la donna degli anni 50 per la quale prima di tutto viene la famiglia anche se il suo ruolo dentro la famigloa è solo quello di subire e mediare.

Maria Teresa è tosta, tosta a scuola, tosta all’università, tosta in mezzo a un appartamento padovano abitato da femministe e sballone e con un operaio venuto dal sud e che rappresenta la lotta di classe. È tosta nelle sue vicende sentimentali e anche in quelle professionali, al primo posto vengono il giusto unito alla autonomia

Elena è la testa calda che vive il sesso in maniera disinvolta, che molla il marito alcolizzato e le due figlie per andare a Milano nella Milano da bere. Vivrà l’esperienza del rapporto con la figlia adolescente che la rifiuta e la odia per le sue scelte.

Sofia dopo che il padre ha rotto il suo rapporto con Antonio rompe con la famiglia, vive alla giornata a contatto con la droga ma, dopo il suicidio di Antonio, avrà modo di riscoprire la sorellanza e il rapporto con la madre facendo quello che con Antonio aveva sognato. Avrebbero dovuto andare in India passando per la Turchia e per l’Afghanistan e allora recupera la vecchia moto rossa del fratello e se ne va in Brasile alla ricerca delle radici di mamma e papà.

La miniserie è disponibile su Rai Play

 




1964-1965: il diploma e 15 giorni di sospensione

III edizione – maggio 2024

Cosa dire della quinta? Non ci fu più matematica e al suo posto subentrarono due ore di diritto tenute da un generale in pensione. Poche cose ma che servirono a farmi comprendere, rispettare la precisione espressiva delle scienze giuridiche e a darmi le coordinate generali del diritto privato e di quello pubblico.

Tra Elettrotecnica e Misure Elettriche facevamo un sacco di ore che passavano con piacere, invece mi pesavano quelle di Italiano dominate dal libro di storia della letteratura di tal Carmelo Cappuccio (rilegato in  cartone telato azzurro chiaro).

Italiano e storia insegnate malissimo

Diversamente dal professor Vegezzi che allargava, apriva, dialogava  e puntava a convincere e a farti piacere le cose di cui parlava, il professor Donato Vencia sembrava nato per chiudere e per trasformare la cultura in noia. Ripetere il libro, ripetere il libro… Storia ce la faceva studiare …

Non eravamo certamente informati sulla grande cultura europea; nessuno ce la presentava ma dovevamo far finta di conoscerla, sapere quello che c’era scritto sul Cappuccio, niente di più niente di meno.

La cultura umanistica è fatta di tante discipline, di tante sfaccettature, di interconnessioni tra specificità linguistiche, storia, filosofia, arti figurative, narrativa, poesia. A noi veniva richiestro di conoscerla  nello stile delle raccolte di figurine e per di più con un lavoro quasi nullo sui testi.

Mi è rimasta in mente una interrogazione di Beniamino Parolini, un compagno molto diligente che veniva da Bellusco.

Stava illustrando il pessimismo leopardiano secondo lo schema che bisognava conoscere e ripetere (individuale, storico e cosmico) e ad un certo punto citò scopenoer per sottolineare il fatto che avessero in comune il terzo dei tre pessimismi. Lo citò in base all’antico adagio si legge come si scrive e sul Cappuccio, senza spiegare chi fosse se non che si trattava di un filosofo tedesco, c’era scritto Schopenhauer. Ci fu qualche sghignazzo, qualche risolino trattenuto. Cosa ne sapevamo noi?

nella classe

barba folta, basette, aria da esule russo di fine 800

Nel corso della quinta ci furono per me due novità importanti. Mi ero messo in banco con Alberto Sala di Cavenago e ogni tanto si studiava insieme spostandosi in bici o in Lambretta tra Cavenago e Villasanta. Dopo l’Itis non ci siamo più visti ma lui fece Economia all’Università e finì per ricoprire incarichi amministrativi importanti alla Telettra di Vimercate (ne ebbi notizia dal padre di una alunna, ingegnere in Telettra, quando insegnavo al Frisi). Era uno tranquillo e riservato; mi piaceva per quello.

Mi ero spostato all’ultimo banco della fila centrale, posizione strategica per dare una mano a un po’ di compagni durante le prove scritte di elettrotecnica. Le molte ore di laboratorio (misure e costruzioni) consentivano di rompere la monotonia delle ore di lezione. Noiosissime quelle di disegno e impianti fatte in un’aula speciale da un docente che avrebbe anche potuto non esserci data la sua inconsistenza.

In tasca incominciava a girare qualche soldino frutto delle lezioni private e così, ogni tanto, invece di tornare a Villasanta nell’intervallo tra le ore della mattina e quelle del pomeriggio, facevo pranzo in pizzeria: da Albio all’angolo di via Cavallotti con via Gottardo, o al Cigno Blù (al’angolo con via Volturno).

Il Cigno blù era un po’ più caro ed aveva il forno a legna (con le pizze basse e grandi) mentre da Albio si mangiava una pizza cotta nel forno elettrico in apposite tegamini circolari di una ventina di centimetri di diametro. Ci piacevano entrambe, ma il Cigno blù era un po’ più caro. I proprietari dopo aver gestito per anni il locale hanno poi aperto in una villa di fronte alle Missioni Estere un ristorante con maggiori pretese “le Grazie”.

il fattaccio

la noia con gli ingegneri di passaggio

Il 22 febbraio del 65 era un lunedì e nelle prime due ore del pomeriggio avevamo Disegno con l’ingegner Attilio Bergamo. L’ingegner Bergamo (docente di Disegno e Impianti), come il suo collega Galasso con cui facevamo Costruzioni Elettromeccaniche, era uno di quegli ingegneri che stavano a scuola senza averla scelta in attesa di una assunzione presso l’industria (cosa che è poi regolarmente avvenuta).

il testo di impianti di Tiberio

Le due materie in sè non erano entusiasmanti avendo una trattazione prevalentemente manualistica (si imparava di più studiando direttamente sui libri, il Tiberio e il Coppi). Di più, mancava a questi docenti la capacità di trasmettere passione e noi ci adeguavamo facendo il nostro dovere: un po’ di studio, le tavole, la realizzazione di avvolgimenti per motori e trasformatori in laboratorio.

Se si trattava di dare un peso relativo in una scala da 1 a 5 davamo 4 e ½ ad elettrotecnica, 2 a misure e 1 (o anche meno) a impianti e costruzioni.

l’aula di disegno e le tavolette istoriate

Disegno si faceva in un’aula speciale grande con grandi tavoli reclinabili e, sotto il banco, incastrate con con una guida a scorrimento, delle tavolette in legno morbido originariamente pensate per fissare i fogli da disegno con le puntine e che, nella migliore tradizione di un ITIS, erano ormai inservibili e affrescate nello stile di uno dei lupanari di Pompei.

originale di 20 secoli fa a Pompei

Ricordo un enorme fallo tricolore inciso a biro. La scuola aveva solo 3 anni ma la frequentazione di generazioni di studenti, che affilavano le mine con la carta vetrata, aveva fatto sì che sulle pareti lavabili e gremolate si depositasse un leggero strato di grafite.

un’idea folgorante

Per evitare di sporcare i fogli con le gomme avevamo preso l’abitudine di pulirle strofinandole sul muro. Fu così che scoprimmo che, insieme alla gomma, si puliva anche la parete e dunque, volendo, si potevano realizzare delle scritte.

Avete presente le battute di Amici Miei sul carattere folgorante dell’idea, quella in cui i protagonisti, alla ricerca del bagno scoprono il vasino di un bimbo di un anno  e decidono di farla lì, quella grossa, per far spaventare la madre ….

Senza attendere Monicelli, anche a noi venne l’idea di fare uno scherzo benevolo all’ingegner Bergamo (eravamo almeno una decina). Avevamo l’impressione che gli piacesse una delle impiegate della segretaria e così realizzammo sulla parete di fondo una scritta a caratteri cubitali che diceva pressapoco: “l’ingegner Bergamo ama XXX“, il nome e cognome della fanciulla.

La scritta, come vedremo, è stato importante e, a meno che qualcun altro, a mia insaputa, abbia fatto altro, questo fu il tutto. Durante le ore di disegno ci annoiavamo e ci esercitavamo con cose che avremmo potuto tranquillamente fare a casa. Il docente era come non averlo e si trattava di riprodurre, con precisione e correttezza, schemi elettrici.

… e poco dopo

Torniamo a quel pomeriggio. Verso le 16 uscimmo dall’aula di disegno e tornammo in classe e poco dopo arrivò l’ingegner Bergamo incazzato come una biscia, seguito a ruota dal professor Migliorini-vicepreside. Era successo che quelli di quarta, andati a fare disegno dopo di noi, avevano scoperto la scritta e, probabilmente schiamazzando, avevano richiamato l’attenzione dell’ingegner Bergamo. L’interazione fu molto rapida e avvenne con Migliorini:

“Chi è stato? Se non salta fuori chi è stato, sospendo tutta la classe”. Io era tra quelli che lo avevano fatto e così alzai la manina. Ero abituato ad assumermi le responsabilità e sono rimasto così.

Nel 2008/2009, da Preside dell’Hensemberger ho dovuto gestire una questione molto più grave. Durante il rientro a scuola in autobus dopo una iniziativa a Milano c’erano state offese esplicite e gravi a docenti, la subornazione di un compagno mentalmente debole, successive telefonate anonime ad un docente, il discredito pesante della scuola verso l’esterno. Quello che mi colpì, e su cui fui implacabile, fu l’atteggiamento omertoso, l’uso della versione addomesticata e concordata, l’io non ho visto, anche di fronte a riscontri oggettivi. Il tutto mi costò una settimana di lavoro, con confronti ed interrogatori, ma alla fine venni a capo nella individuazione delle responsabilità

Ero tranquillo, al di là del tono aggressivo di Migliorini, si era trattato di  una ragazzata, per di più fatta in gruppo. Mi aspettavo di vedersi alzare almeno un’altra decina di manine e invece si fece avanti solo Luigi Beretta di Missaglia. Migliorini ripetè l’invito ai responsabili a farsi avanti e, visto che non accadeva nulla, disse a noi due: prendete le vostre cose e andatevene che voi qui dentro non ci mettete più piede. Ero spaventato e non so bene (non lo ricordo) come mi presentai a casa, ma ovviamente raccontai l’accaduto.

intermezzo sull’allontanamento di De Majo

Meno di un mese prima era stato destituito per una questione di gestione amministrativa allegra il preside De Majo. In giro non se ne sapeva nulla: gli studenti non erano stati avvertiti, i docenti non lo so, ma il registro dei verbali che ho consultato da Preside ha un verbale del 25 gennaio in cui il Consiglio di Amministrazione si riunisce presieduto da De Majo e poi quello del 26 febbraio (consiglio di Presidenza e Consiglio dei professori) dedicato alla mia sospensione. E’ la prima pagina del verbale che mi riguarda.

Dunque neanche i docenti sapevano molto. Tra i due verbali non c’è nulla perché, negli anni 60, la trasparenza non era dominante, men che meno a Monza. Uscì qualche notizia sui giornali, la scuola formalmente venner affidata in reggenza (anche se non si diceva così) al Preside del Mosè Bianchi e sino alla fine dell’anno venne governata dal vice di De Majo, Migliorini.

sospensione per 15 giorni

Il registro dei verbali risulta compilato dalla immancabile (e amata) professoressa di Scienze Anita Pasini, con una scrittura assolutamente uguale a quella della mia mamma che si chiamava Anita come lei e lo potete leggere qui nella sua interezza.

Nei giorni successivi si recarono a scuola i miei genitori e ci fu un bel via vai di comunicazioni con l’ingegner Bellini e con il professor Truci (un fisico che ci faceva un corso libero di Elettronica), con cui avevamo rapporti molto amichevoli e che chimavamo lo zio Mario. La prima notizia fu che rischiavamo grosso perché si ipotizzava di applicare il Regio Decreto fascista del 4 maggio 1925 ancora in vigore e abrogato solo con la gestione Berlinguer, anche se non più applicato dopo il 68.

Avremmo potuto rischiare l’espulsione da tutte le scuole del regno per tre anni in caso si fosse stabilito che si trattava di offese alla morale, oltraggio all’Istituto o al Corpo Insegnate.

Il giovedì, tre giorni dopo l’affresco a grafite,  si tenne la riunione congiunta dei docenti della classe e del Consiglio di Presidenza e la cosa venne derubricata alla meno grave offesa al decoro personale; così arrivò la sospensione per 15 giorni di cui 3 già scontati.

In quei 15 giorni mi fu vicina la mia attuale moglie che, allora, flirtava con un suo compagno di classe del Mosè Bianchi (ma passò il suo tempo con me) e nelle due settimane girellai vicino a scuola.

Ci furono però due conseguenze: la prima è che non partecipai alla visita alla centrale idroelettrica di Santa Massenza in provincia di Trento (uscita con pernottamento, l’unica della intera storia scolastica); la seconda fu più rilevante e riguardò l’esito finale dell’anno scolastico.

l’esame di diploma

preparazione

Al rientro a scuola tutto proseguì in maniera normale. La preparazione all’esame, da metà giugno a metà luglio, la feci nella Molazza dei mulini del Taboga ad Arcore, da cui veniva mia madre. Quella stanza, venduta dopo la morte di mia madre, e ora ristrutturata, ospitò me e il mio compagno Sem Cavalletti per quasi un mese.

Clausura assoluta; unico svago, le mie cugine Malacrida (Alice, MariaTeresa, Alberta) con cui si facevano quattro chiacchiere e la visione di “agente 007 dalla Russia con amore” con James Bond che ho rivisto in TV molti anni dopo.

svolgimento ed esito

Andò in questo modo. A luglio ci fu l’esame con gli scritti di italiano e di elettrotecnica, seguiti dalle prove pratiche in laboratorio e dai due orali di area umanistica e di area tecnica in giorni diversi. Mi ci ero preparato con grande impegno e con un rush finale di studio forsennato studiando anche argomenti sulle macchine elettriche che non avevamo affrontato a scuola. In elettrotecnica ero preparatissimo.

L’esame fu molto positivo su tutta la linea con la eccezione del tema di Italiano. Avevo scelto la traccia numero 3: “Dimostrate come la moderna tecnica industriale abbia facilitato la creazione del prodotto economico, divenendo pertanto un rilevante fattore d’incivilimento, in quanto, col rendere i prodotti accessibili anche ai meno abbienti, ha elevato il tenore generale di vita.”

Non avevo avuto scelta perché le alternative erano come la natura e il paesaggio accompagnino gli stati d’animo dei personaggi manzoniani, oppure, le speranze dei patrioti risorgimentali rispetto al proclamato regno d’Italia. Due temi per me improponibili a cui non ero assolutamente preparato.

Dopo anni di insegnamento del professor Vencia (di cui ricordavo il 3 meno meno nel primo tema a inizio quarta) mi ero convinto che, almeno all’esame, fosse opportuno non metterci del proprio. Era un messaggio esplicito ad essere grigi anziché usare la materia grigia. Così feci un tema molto ricco di cose scontate e banali. e mi imbarcai in una di quelle trattazioni general generiche a cui mi aveva abituato e di cui oggi mi vergogno completamente. Mi fu detto dal membro interno che ci avevo messo anche un errore grammaticale.

Tutto il resto andò molto bene (storia, diritto, italiano orale, lo scritto di elettrotecnica eccellente, le prove pratiche, gli orali dell’area tecnica).

Gasato come ero presi persino preso 9 in educazione fisica (ma non faceva media). Non ho mai capito la mancanza di almeno un 8 o 9 nell’area tecnica se non con il fatto che si fosse in fase di stabilizzazione del caso De Majo e l’indicazione era: grigio, grigio, grigio; coprire, tacere, coprire.

il presidente era molto anziano e si incazzava  se, parlando del 14/18, dicevi prima guerra mondiale anziché quarta guerra di indipendenza  e voleva sapere dove avessimo imparato a dire prima guerra mondiale. Il nostro testo era quello di Giorgio Spini non di Meo Pataccca, ma bisognava dire così.

Quel 6 non compensato da almeno un 8 o 9 nelle materie tecniche mi fece perdere la media del 7 e con essa la borsa di studio.

Con i compagni di allora non ci furono recriminazioni e, tranne per un paio di persone, ho anche dimenticato chi fossero gli altri partecipanti. Io ho fatto il signore e loro anche. Mi è rimasta l’amarezza per essere stato lasciato solo in un contesto in cui l’esplicitazione della verità avrebbe determinato un depotenziamento delle mancanze e degli addebiti. Mi è spiaciuto per il povero Beretta, meno bravo a scuola, che all’esame è stato rimandato alla sessione di ottobre in storia.

università: ma quale e a quali condizioni?

Fu così che dovetti intavolare una bella trattativa in famiglia per potermi iscrivere a Fisica con interventi a mio favore sia dell’ingegner Bellini sia del professor Truci. Sarebbe un vero spreco non mandarloi alla università … La mia promessa fu la seguente: mi manterrò all’università senza chiedervi una lira (e venne mantenuta).

Nel corso della quinta si erano incrementate le letture di saggi di storia contemporanea e anche di qualche scritto di filosofia. Fisica mi attirava molto, ma avrei fatto un pensierino a filosofia se non ci fosse stata la impossibilità di iscriversi. Tutto sommato è stato meglio così: una laurea tosta e che apre la mente e la possibilità di occuparmi comunque di filosofia. Come è regolarmente avvenuto. Quando parlo di orientamento e di scelte definitive dico sempre: fate quello che vi piace, ma non dimenticatevi di applicare il principio di realtà.

cosa risulta dal verbale

L’inizio del verbale di 6 pagine

Nel 2008 sono tornato all’Hensemberger a fare il Dirigente Scolastico e sono andato a verificare le carte che riguardavano la mia vicenda.

Il quadro che ne è emerso è molto interessante: c’è un bel verbale di 6 pagine (di cui ho estratto copia) da cui emerge una ricostruzione dei fatti ad usum delphini: altro che statuto delle studentesse e degli studenti.

Oggi l’intero procedimento sarebbe dichiarato nullo per una serie di illegittimità:

Il fatto non è circostanziato: la scritta era stata fatta cancellare dal professor Bergamo perché troppo allusiva e i docenti vanno a vedere altre scritte (non è chiaro quali e quale ne sia il contenuto, salvo che si tratterebbe di cose volgari; penso ci si riferisca alle tavolette da disegno cui ho già accennato).

I due interessati non vengono ascoltati; si riferisce e si discute molto sul fatto che essi affermano che ci sia stato il coinvolgimento di altri, ma non vengono svolte indagini e non ci si chiede come due persone, in meno di due ore, abbiano potuto affrescare una intera parete e le tavolette di molti banchi.

Comunque i docenti, con la esclusione di Bergamo, sono assolutamente certi che si sia trattato di una azione collettiva, ma non hanno gli strumenti per venirne a capo e così ci trattano, con benevolenza.

non ci si chiede cosa stesse facendo il professor Bergamo durante quelle due ore e come sia stato possibile che non si sia accorto di nulla, anzi, il verbale è bellissmo nel circostanziare la versione del professor Bergamo. Egli riferisce che egli faceva regolarmente lezione nella V elettrotecnici avvicinandosi, come di consueto avviene durante le esercitazioni pratiche, ora a questo ora a quel gruppo di studenti, senza la aplicazione di quel controllo generale della classe che è invece possibile durante le lezioni teoriche.

Uscita la classe, gli alunni entrati per l’esercitazione seguente, lo ponevano nella condizione di accorgersi delle scritte in discorso … Subito egli raggiungeva la VB cui minacciava gravi sanzioni se entro pochi secondi non fossero risultati i nomi dei colpevoli.

Il consiglio dei docenti fa una scelta di compromesso propende per l’offesa al decoro personale e  non per il più grave offese alla morale, oltraggio all’istituto o al corpo insegnante, ma nel dibattito emergono sfumature interessanti:

  • L’ingegner Bellini afferma che già l’aula di per sè ha favorito il crearsi di una data atmosfera; egli è sicuro che vi siano altri colpevoli e che, quanto ai due giovani, egli sa che sono a posto, particolarmente Cereda sulla cui probità non ha dubbi.
  • Il generale (!!!), professor Mandelli (diritto), sostiene che la cosa può essere vista come un exploit volgare di chi esprime una ammirazione così come può accadere in determinati ambienti e magari a causa di una certa educazione famigliare
  • Il professor Vencia ha posto l’attenzione sulla necessità che i nomi degli insegnanti vengano rispettati; per una questione di costume cui i giovani devono adeguarsi; tanto più che nella vita possono incorrere in gravi sanzioni se non imparano a controllarsi. Così particolarmente deve fare Cereda, che è un ragazzo geniale, ma impulsivo, e perciò, in questo senso, impreparato alla vita e al lavoro
  • il professor Bergamo ripete che la classe è del parere che i colpevoli siano solo due

La cosa finisce così; sono tutti certi di un largo coinvolgimento della classe tranne Bergamo a cui conviene l’altra tesi che lo fa uscire dalla vicenda con eleganza rispetto a quella che tecnicamente si chiama negligentia in vigilando.

Le frasi sono irripetibili, ma non si sa quali siano, la scritta è stata cancellata subito e la vicenda si chiude. Osservate che, da nessuna parte si sottolinea che si tratta di scritte fatte con la gomma.

uscita da GS e orientamento a sinistra

Ma l’anno della quinta fu anche un anno di grandi cambiamenti. Mi allontanai progressivamente da GS a partire dal mese di gennaio; incominciavano a pesarmi l’integralismo (nel modo di concepire la religione) e comunque sentivo il bisogno di aria nuova (l’ambiente della federazione giovanile socialista). Nel 1965 si celebrava il ventennale della liberazione; ero stato a sentire la commemorazione tenuta al cinema Centrale da Giorgio Amendola e ne rimasi favorevolmente impressionato per la grande apertura verso la democrazia e lo spirito non settario (il contrario di quello che scrisse Il Cittadino).

Come ho già detto nel capitolo dedicato a GS, si tenne un raggio dedicato al tema; decisi di andarci e lì ci fu la rottura definitiva. Sentii dire da un dirigente del movimento che non capiva lo spirito di sacrificio dei partigiani comunisti e socialisti perché, se lui si fosse trovato in quei frangenti e non fosse stato cristiano, mai e poi mai avrebbe fatto la scelta della Resistenza.

Meglio cambiare aria, mi dissi, e la cambiai definitivamente. GS mi aveva aiutato crescere, a rompere con il conformismo, ma qui si stava andando verso il pensiero unico. Ero ancora fortemente credente, animato da spirito conciliare e desideroso di cambiare il mondo. Quel percorso sarebbe continuato a Fisica, ma questa è un’altra storia.


Ecco l’elenco dei 28 alunni della 5B diplomati all’Hensemberger nel 1964/1965; la foto e del marzo ’65 nel cortile della Ercole Marelli.

Aresi Felice, Arosio Luigi; Beretta Luigi; Brioschi Dario; Calloni Mario; Cazzaniga Carlo; Cavaletti Giuseppe; Cavenaghi Giuseppe; Cereda Claudio, Crippa Roberto; Grandi Sergio; Grassi Enzo, Lissoni Marco; Mariani Luigi; Mascazzini Claudio; Monti Angelo; Mutti Andrea; Nava Ermes; Ornago Natale; Parolini Beniamino; Pioltelli Carlo; Refaldi Sergio; Sacchi Luigi; Sala Alberto; Scamardi Danilo; Segalini Mario; Torriani Giorgio; Trevisi Moreno.

Chissa che qualcuno non si faccia vivo.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 31 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 




regole di guerra tra bambini

nuvola ceriani sassi

Quando ero bambino la banda della mia strada si scontrava con la banda dell’altra via.
Facevamo azioni di disturbo con insulti e urla per spaventarli. Qualche volta ci picchiavamo in furiosi corpo a corpo, ma c’era una regola: era proibito tirare i sassi.

Per definire questa regola avevamo fatto un “incontro di pace”, una vera e propria trattativa con Ambasciatori delegati dalle due bande (lo ammetto: eravamo un po’… burocratici!). Le due delegazioni erano costituite da due banditi per ogni banda.

Per la mia banda eravamo stati selezionati io, perché ero il più alto, e il Carta perché era quello intelligente. Il Carta era chiamato così perché aveva sempre in tasca un foglio di carta e una matita, con cui segnava i punti delle partite di calcio.

L’incontro si tenne in territorio neutro, davanti al macellaio. I delegati dell’altra banda arrivarono in quattro! Pensavo fossero venuti in tanti per picchiarci, ma uno di loro ci ha spiegato perché erano in quattro invece di due.

Io non ho capito la spiegazione, ma il Carta si, o almeno fingeva di avere capito. Oggi penso che l’altra banda in realtà fosse un Circolo del PD e la delegazione fosse composta da un membro per ogni corrente…

Comunque l’incontro al vertice andò bene e il Carta scrisse la regola: “Le due bande possono picchiarsi, ma non possono mai tirarsi i sassi“. Purtroppo però il Carta aveva un solo foglietto. Chi lo doveva conservare? Noi o l’altra banda?

Dopo un po’ di litigi decidemmo di lasciare il prezioso documento al macellaio, persona autorevole e al di sopra delle parti. Il macellaio si chiamava Galli. Gli mancava un dito di una mano, finito sotto i colpi di machete con cui tagliava la carne.

A volte immaginavo di mangiare il suo dito finito nella carne che compravo, ma quello che mi preoccupava di più era la gamba di sua moglie, la cassiera. La signora, infatti, stava sempre seduta alla cassa perché era senza una gamba (a Milano i bombardieri inglesi non regalavano noccioline…). Io pensavo alla gamba mancante, guardavo la carne in vendita sul bancone e poi a casa non volevo mangiare la carne trita.

Tornando al contratto scritto dal Carta, oggi capisco che avevamo definito la nostra “Linea Rossa Invalicabile”: non tirarci sassi. L’abbiamo sempre rispettata perché i bambini sono persone serie e sanno cosa sono le regole.

Anche gli adulti hanno l’abitudine di definire alcune “Linee Rosse Invalicabili altrimenti si ha l’Escalation”. Peccato però che gli adulti non abbiano a disposizione un autorevole macellaio. Per questo motivo ogni giorno i capi degli adulti valicano una “Linea Rossa Invalicabile” perché gli piace giocare all’Escalation con i corpi dei poveracci che non hanno i soldi per corrompere le incorruttibili guardie di frontiera e scappare dal loro Paese in guerra…




Bea ricorda la mamma Giulietta

Beatrice Bazoli è la figlia più grande di Giulietta Banzi, quella dei tre figli che ha i ricordi maggiori, perché era grandina (8 anni) e con la mamma andava alle mostre e/o alle manifestazioni e poi raccontava sul quaderno dei pensierini.

Pochi giorni dopo il 25 aprile del ’74 scriveva: con la mamma sono andata alla manifestazione del 1° maggio e la mamma mi ha preso un gelato.

Questo è il suo intervento alla manifestazione di Brescia per i 50 anni dalla strage di piazza della Loggia; l’ho ripreso da una immagine di un foglio spieghettato e così l’ho dovuta ribattere e mi hanno preso la commozione e un grande rispetto per questa famiglia di maestri di legalità e stile di vita. Volevamo cambiare il mondo …


ciao Mamma

Brescia – la lapide della strage – la colonna sbrecciata, il manifesto e la stele con i nomi

In questi anni, in questa piazza sono stati fatti tantissimi discorsi. Rivolti a tutti, per ricordare la strage che la ha insanguinata e le sue vittime. Pieni di parole nobili e importanti, come memoria, tolleranza, democrazia, libertà, rispetto, legalità.

Chiedo scusa a tutti, io oggi farò un discorso molto personale ed intimo. Quasi rivolto a me stessa, la bambina che ero, la ragazza che sono stata, la donna che sono oggi. Partendo da due parole modeste: Ciao, mamma. Da 50 anni non dico più queste due semplici parole, non saluto più la mia mamma, come ogni bambino vuole fare.

Dire ciao mamma davanti a una foto, od ad una lapide, non è la stessa cosa. Nessuno, nessuno potrà più toccarmi, abbracciarmi, rispondermi.

Ciao mamma sono due parole semplici, quasi banali. 50 anni fa ho dovuto smettere di pronunciarle e mi sono rimaste in gola fino ad oggi.

Ho passato gli ultimi 50 anni consapevole di avere qualcosa di bloccato. Queste parole sono così semplici e cariche di significato, di amore, di dolore che mi hanno impedito di respirare, di sentirmi pienamente viva, intera. E hanno bloccato anche tutto il resto di me, come se fossi cresciuta con un’ ala spezzata.

Non desidero parlare di morte ma di vita. Di dolore e di insegnamento. Non è un caso se tutti i parenti di vittime del terrorismo che ho conosciuto non cercano vendetta ma giustizia. Tutti noi abbiamo conosciuto la cattiveria, la bassezza e la malvagità degli uomini. Ma non siamo diventati cattivi. Forse perché il nostro dolore è condiviso da tante persone.

Fare memoria insieme aiuta, non sentirsi soli nella sofferenza aiuta. O forse perché aver conosciuto la cattiveria in maniera così viscerale ce la rende insopportabile. Non reaagire secondo brutalità violenza, Ma secondo la civiltà, la legge.

In questa piazza la mia mamma ha versato il suo sangue. Tra il fumo, le urla, ha provato le sue ultime emozioni.

Avrà avuto un dolore? Sicuramente, tantissimo. Non sapremo mai se abbia avuto una consapevolezza che stava morendo. Avrà anche avuto pensieri di incredulità, cosa è successo o cosa mi è successo? Cosa mi succederà, perché a me? Era una persona. Non un semplice nome su una stele.

Una insegnante di 36 anni, sposata da quasi 10, con tre figli di 8, 5 e 4 anni. Ha lasciato una famiglia distrutta con le ali spezzate aveva due fratelli, altri parenti, amici e amiche carissime.

Aveva perso da poco la sua mamma, morta in casa nostra di tumore Dopo un lungo periodo di dolore.

Tante persone in questi 50 anni, mi hanno raccontato quanto fosse speciale. Spiritosa, con gli occhi luminosi, attenta. Io ricordo una mamma affettuosa e svagata che mi regalava libri e sbagliava gli appuntamenti dal dentista. Che sapeva essere severa, che lavorava nella casa nello studio di casa e mi aiutava a fare i compiti, che mi aspettava sul divano quando tornavo da scuola, e fischiettava e faceva buffi disegnini.

Altri avranno ricordato altri aspetti del suo carattere. Non tutti la apprezzavano, ovviamente. Ma ha lasciato un segno, anche in chi l’ha conosciuta brevemente. Tra le lettere di condoglianze ricevute da papà nei drammatici di un giorni dopo la morte di mamma, numerosissime testimonianze di vicinanza, affetto, dolore. Altre, al contrario partivano con parole di cordoglio continuavano con se fosse stata a casa non sarebbe successo, una mamma deve stare coi suoi bambini ed altri luoghi comuni.

Papà ha avuto il coraggio di conservarle tutte, le une con le altre punte: Io non so se sarei stata così generosa; temo avrei strappato quelle che con la scusa di manifestare dolore in realtà danno giudizi perentori e categorici. In sostanza sfondati dal superfluo, un se l’è cercata. Come per le donne stuprate, che è sempre comunque colpa loro.

La mamma non cercava né morte né martirio. Voleva vivere intensamente. Aveva un marito tre figli per cui vivere, un lavoro che la appassionava, idee in cui credeva profondamente. Una persona con le sue contraddizioni, i suoi sogni, speranze, come tutti noi.

Recarsi in una piazza per manifestare pacificamente, legalmente, non è cercarsela. Una manifestazione occorre ricordarlo sempre, contro la violenza. Lo si può leggere chiaramente in quella copia del manifesto apposta per sempre accanto alla stele. Dopo la mamma seguono altri sette nomi. Alcuni li ho conosciuti personalmente, li ricordo con affetto altri non li ricordo, ma ricordi i loro cari, che mi salutavano, abbracciavano ogni anno in questa giornata dedicata alla memoria.

Questa piazza è stata bagnata dal sangue di Giulietta, mia mamma, di Livia, Alberto, Clementina, Euplo, Luigi, Bartolomeo, Vittorio. E delle centinaia di feriti sopravvissuti ma segnati per sempre. Il sangue è stato lavato via con gli idranti, ma gli idranti non possono cancellare il ricordo del sangue, la sua memoria, la sua persistenza. Ancora oggi non lo vediamo, ma c’è. Ci sarà per sempre e non potrà mai essere cancellata finché ricordiamo.

Ricordiamo queste persone che erano vive fino alle 10:12 del 28 maggio 1974. Che ridevano, amavano, provavano sentimenti ed emozioni. Stringiamo in un abbraccio forte,  ed affettuoso tutte le persone che si sono trovate come un’ ala spezzata dalla loro morte. Qui la mia mamma 50 anni fa ha provato le sue ultime emozioni sono certa che il suo ultimo pensiero sia stato per me, per i miei fratelli Guido ed Alfredo, per il nostro papà Luigi. Ci amava e non voleva lasciarci. Questo è anche il luogo dove ha riso, ha respirato per l’ultima volta. Dove è stata viva.

Qui, oggi, ora, posso dire ciao mamma. Sciolgo quel groppo bloccato in gola. Qui era viva 50 anni fa e ora mi ascolta.




1962-1964: elettrotecnica il secondo biennio all’Hens

III edizione – maggio 2024

4b 1964 hensemberger

In prima fila accosciati da sinistra: Sergio Grandi, Carlo Carzaniga, Giorgio Torriani, Luigi Beretta, Luigi Sacchi, Ermes Nava, Beniamino Parolini, Enzo Grassi, Claudio Cereda. In seconda fila: Sergio Refaldi, Mario Segalini, Dario Brioschi, Natale Ornago, Roberto Crippa, Giuseppe Cavenaghi, Carlo Pioltelli, ing. Galasso, Luigi Mariani, Moreno Trevisi, prof. Antonio Bellia, Luigi Arosio, prof. Mario Truci, Alberto Sala, Felice Aresi, prof. Donato Vencia, Angelo Monti, Luigi Assali, Mario Calloni, Marco Lissoni, Giuseppe Cavaletti e sullo sfondo Andrea Mutti e Danilo Scamardi – tutti vestiti bene, non per la foto, ma perché a scuola si andava così

Per il triennio di specializzazione ho scelto elettrotecnica. All’Hensemberger c’erano solo tre trienni mentre per le altre specializzazioni si doveva andare a Milano (chimica e fisica al Molinari, nucleare ed elettronica al Feltrinelli). Da noi: corso A, primo piano, meccanica; corso B, secondo piano, elettrotecnica; corso C, terzo piano, metallurgia (una specializzazione inventata da De Majo, con una sola gemella nel bresciano, per tener conto della siderurgia di Sesto San Giovanni e delle fonderie del territorio).

un ITIS integrato nel suo territorio

I laboratori della scuola erano una cosa grandiosa: ricordo quello tecnologico al piano terra in cui venivano le aziende del territorio a fare le prove sui materiali (durezza, resistenza alla fatica, resilienza, elasticità, trazione) e pagavano. Credo che fosse il lavoro principale del capo ufficio tecnico e vice preside prof. MIgliorini.

Da Preside ho avuto modo di consultare i verbali del Consiglio di Amministrazione della scuola (con gestione finanziaria autonoma sino agli anni sessanta). Era una azienda ben gestita e flessibile nel rapportarsi al tessuto produttivo del territorio. Se serviva una macchina la si comprava, se serviva una specializzazione o un corso pre e post diploma, lo si apriva. Se servivano incentivi al personale si davano.

Da quei verbali ho scoperto che l’ingegner De Majo, appena nominato nel 45, fu mandato dallo Stato per uno stage di un anno alla Fiat, perché per governare un ITIS dovevi aver visto e assorbito la cultura industriale. L’autonomia finanziaria e quella nella gestione del personale ci spiegano perché, per tutti gli anni sessanta, la nostra istruzione tecnica abbia primeggiato nel mondo.

la scelta della specializzazione e i professori

In terza ho fatto crescere la barba anche se non c’erano ancora i baffi ed è stata una bella guerra con papà che non vietava, ma faceva dell’ironia. Questo, come dice mia figlia, è un dato di imprinting che mi è rimasto e, a suo dire, siamo identici.

Scartai meccanica per via dei miei rapporti infelici con il disegno, scartai metallurgia perché il mondo della siderurgia non mi attraeva; così scelsi elettrotecnica perché incominciavano a prendermi bene sia la scienza sia le sue applicazioni e pensavo che quello potesse essere il modo giusto per coltivarla.

A quei tempi elettrotecnica voleva dire: centrali idroelettriche, grandi macchine, grandi impianti di trasporto e distribuzione. Lo status della disciplina era ben definito sin dal primo novecento; l’elettrotecnica era uguale a se stessa da 50 anni e i laboratori della scuola, nuovissimi, erano assolutamente all’altezza.

Ricordo in particolare quello di misure elettriche, molto grande e con un set di macchine disposte prima dei finestroni lungo la via Cavallotti con cui si poteva fare assolutamente di tutto in termini di simulazione degli impianti di produzione ed utilizzo: grandi motori sincroni e asincroni, alternatori, dinamo e motori a corrente continua, il tutto in gruppi che potevano essere interconnessi.

1972 vegezzi e Marina

1972, il professor Vegezzi con la figlia Marina

In terza incontrai un professore di lettere di alto valore, il professor Augusto Vegezzi, piacentino di origine, futuro autore di un fortunato testo di storia per i licei e poi lungamente preside del liceo Banfi di Vimercate. E’ scomparso nel 2022 a 90 anni.

Allora a Monza era così, giravano docenti di prima grandezza; al Mose Bianchi c’era Franco Fortini e il professore di filosofia di mio fratello, al Frisi, era Renato Fabietti. Con Vegezzi (intellettuale di sinistra) mi trovai bene perché era un educatore vero che sapeva dare un senso all’insegnamento di Italiano e di storia in un ITIS.

Ti faceva discutere, non imponeva; rispettava le mie opinioni allora molto diverse dalle sue. Su sua indicazione lessi Il maestro di Vigevano di Lucio Mastronardi (ma prima chiesi il parere al mio confessore, don Giulio Oggioni, futuro arcivescovo di Bergamo che, essendo villasantesi veniva in oratorio la domenica mattina quando era libero dagli impegni di docenza al seminario di Venegono).

Nei temi, con Vegezzi, mi sentivo libero e così il passaggio in quarta fu traumatico; Vegezzi aveva chiesto e ottenuto il trasferimento a Milano. Con l’arrivo del professor Donato Vencia cambiarono obiettivi, metodi, concezione della cultura e passammo da un bel frizzantino al vino fermo. Nel primo tema in classe mi beccai un bel tre meno meno perché a suo dire ero andato fuori tema. Non mi restava che adeguarmi.

Cambiai la prof di Inglese e arrivò dal Frisi la prof Castoldi (mi pare fosse soprannominata Moby Dick). Era stata la prof di mio fratello e, nonostante l’aura temibile che la circondava, trasmessami anche da mio fratello, non ebbi assolutamente problemi.

materie tecniche extra-specializzazione

Ebbi l’occasione di fare un bel corso di tecnologia in cui studiai gli elementi essenziali delle proprietà dei materiali e dei processi siderurgici (dall’alto forno, ai convertitori, ai forni di fusione) e un corso altrettanto buono di meccanica generale perché allora il perito era pensato come un tecnologo che si specializzava, ma doveva comunque avere una competenza a 360° sulle cose essenziali.

Nel corso di tecnologia andamma più volte in laboratorio e ricordo il fascino delle prove di resistenza dei materiali: la resistenza alla trazione (fase elastica, snervamento e rottura), la sollecitazione di taglio, la durezza superficiale

Dopo il corso di chimica generale in II, ce ne fu uno di chimica organica e industriale dove ci occupammo dei grandi impianti chimici per la produzione dei composti chimici essenziali per l’industria (acido solforico, acido nitrico, soda caustica, acido cloridrico, ipoclorito di sodio, coloranti) e di tutte le problematiche legate alla produzione e distillazione degli idrocarburi.

Avevo acquistato da un compagno di classe un certo numero di reagenti (acidi, basi e sali) e nella cantina di casa (areata da uno sportellino in alto a livello del suolo esterno) mi divertivo con le reazioni. Spettacolare la produzione di ipoazotide (una miscela di ossidi di azoto di un bel colore rosso mattone) che si ottiene facendo reagire trucioli di rame con acido nitrico. Avevo un sale di cobalto che, a seconda della umidità cambiava colore e mi divertivo a scaldarlo in una provetta.

la reazione del sodio in acqua con sviluppo di idrogeno che si incendia

In un contenitore di vetro con il tappo a vite tenevo, immerso nella nafta un bel pezzo di sodio metallico. Lo si tiene nella nafta perchè a contatto con l’acqua (e basta anche solo il sudore o l’umidità atmosferica) ha una reazione violenta, sviluppa idrogeno che si incendia immediatamente. Il sodio è lucente e malleabile e basta prenderne un pezzettino con una pinzetta e buttarlo in acqua per vedrlo saltellare e incendiarsi.

Sempre in cantina mi ero attrezzato un piccolo laboratorio di elettrotecnica messo in piedi recuperando vecchi trasformatori provenienti dalla fabbrica chiusa di mio padre. Con dei raddrizzatori che mi ero procurato ci facevo l’elettrolisi e, con i soli trasformatori, la saldatura ad arco ed altri esperimenti in cui portavo alla incandescenza fili di rame piazziati su una basetta di legno sostenuti da chiodi che facevano da morsetti e misuravo i tempi necessari per la evaporazione del metallo ad alta temperatura a seconda dello spessore. Negli anni avanti mi sarei dilettato con la radiotecnica e un po’ di elettronica: produrre un amplificatore utilizzando le vecchie radio a valvole, costruire una chitarra elettrica.

Un altro laboratorio che ora non si fa più era quello di saldatura; due ore pomeridiane molto divertenti passate a fare pratica con la classe divisa in tre gruppi; un trimestre fiamma ossidrica e cannello ossiacetilenico, un trimestre saldatura ad arco, un trimestre fucina. L’aiutante tecnico che lavorava al maglio era soprannominato Vulcano. Con tutti quei laboratori l’orario scolastico era pesante: 34, 36, 38 ore, ma anche così ci si abituava al futuro lavoro in fabbrica (gestione del tempo e dei ritmi di lavoro).

sua maestà l’elettrotecnica

Last but not least, l’elettrotecnica: ovvero il testo di Olivieri e Ravelli e l’ingegner Bellini. Oltre all’elettrotecnica generale seguita dalle correnti alternate e trifasi e poi dalle macchine elettriche, c’erano misure elettriche, impianti elettrici e costruzioni elettromeccaniche con altri docenti; ma l’elettrotecnica all’Hens era l’ingegner Bellini.

La sua parola, in classe o nei discorsi tra studenti, equivaleva all’ipse dixit (l’ha detto l’ingegner Bellini). Con lui non si pedeva tempo e si lavorava, sin dal primo anno di specializzazione, sulla preparazione alla prova scritta dell’esame di diploma. I conti erano tanti e si facevano con il regolo calcolatore con due o anche tre cifre significative (inclusi i conti che richiedevano la trigonometria).

olivieri ravelli vol. 1 Elettrotecnica generale

Olivieri e Ravelli vol. 1 Elettrotecnica generale

L’Olivieri e Ravelli, edizione CEDAM marrone scuro, rilegato in tela e cartone a lettere d’oro, tre volumi (elettrotecnica generale, macchine elettriche, misure elettriche) è stato nella mia formazione quello che, all’università, sono state le Lectures on Physics di Feynman. Bellini faceva lezione; sottolineava le cose essenziali di teoria (tanto c’era l’Olivieri e Ravelli per gli approfondimenti) e poi tante applicazioni.

Prendevo appunti e poi li rielaboravo studiando sul testo. La ristesura degli appunti presi a lezione rielaborandoli con l’apporto dei testi è fondamentale per capire come stanno le cose e per introiettare la conoscenza.

Non eravamo in molti a lavorare così, c’era chi si accontentava di riuscire a fare i compiti in classe e c’era chi si faceva aiutare durante i compiti. Io ero per la sistematicità. Purtroppo di quei quaderni di appunti (elettrotecnica, matematica, meccanica, elettronica) non ho più nulla e la stessa cosa è avvenuta per quelli dell’università; prestati e mai restituiti.

Gli altri docenti delle materie di indirizzo non erano di pari valore, ingegneri neo laureati in attesa di assunzione e prestati (senza impegno) all’insegnamento.

In terza compresi bene i concetti di intensità di corrente e di differenza di potenziale e mi resi conto della spiegazione demenziale che mi avevano dato in seconda sugli uccelli posati sui fili di trasporto dell’energia elettrica. La corrente elettrica circola se metti a contatto punti a potenziale diverso e se stai su un solo filo sei al potenziale del filo e dunque non c’è passaggio di corrente.

la frattura della tibia

Nella primavera del 63 ci fu uncidente importante durante una lezione di educazione fisica al campo di calcio dell’oratorio di Triante con il professor Tarca.  Ero in azione in velocità e per un difetto di controllo del pallone finii in avanti sulla punta del piede destro.

Sentii un bel crack di osso che si rompe, mi ritrovai a terra e poi arrivò il dolore: frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra. Mi caricarono in auto tenendomi in braccio e via verso il vecchio Ospedale San Gerardo. Il primo impatto fu con la messa in trazione perché per fissare la staffa di trazione ti trapano il malleolo e ci piazzano un cilindretto d’acciaio. A quei tempi la ortopedia chirurgica era di là da venire.

Il reparto era di quelli con quattro letti per parte e il corridoio in mezzo. Ero immobile nel letto bloccato dall’apparato di trazione con pesi e carrucole.  Furono 20 giorni di sofferenza e immobilità, poi 45 giorni di gambale gessato senza possibilità di appoggio, 30 giorni di stivale e poi altri 20 perché il callo non era giudicato soddisfacente. Totale 115 giorni.

Ricordo ancora con terrore i giorni di Ospedale in quel camerone, tra urla, odori corporei, sempre su schiena, padella e pappagallo. C’era un camionista a cui schiacciarono una gamba con un camion  in manovra mentre lui stava sotto. Dopo giorni di sofferenza gliela amputarono perchè stava andando in cancrena.

Quando levai l’ultimo gesso il mio polpaccione destro (tutti i Cereda hanno il polpaccione)  era ridotto a un terzo. Era il luglio del 63 e andammo al mare a Varazze; stavo meglio in acqua rispetto al camminare sulla sabbia. Mi sono rimasti un bel callo osseo e un accorciamento di quasi 1 cm e mezzo che alla lunga ha dato problemi alla mia colonna.

Dopo la prima settimana di stivalone sino all’inguine, in cui era stato prescritto il riposo a letto, ricominciai ad andare a scuola. Il mio compagno Luigino Sacchi mi veniva a prendere in Lambretta e, in qualche modo si arrivava all’Hensemberger dove mi prendeva tra le braccia e mi portava in tutti gli ambiti in cui non ce la facessi con le stampelle. L’ascensore c’era ma non era per gli studenti.

Altri tempi, ve li figurate con la 626 (il trasporto in moto, il trasporto in braccio)? Luigino Sacchi insieme al Sem è stato il mio compagno di studi nel triennio. Andavo a casa sua, nelle villette dietro l’acquedotto,  nei pomeriggi in cui non c’era laboratorio e rivedevamo le cose insieme. Ci vedevamo solo per studiare perché lui era impegnato con gli scout e faceva atletica leggera (lancio del disco).

Nel tempo libero mi impegnavo sempre di più in GS e mi apprestavo a fare il caporaggio dell’Hensemberger (ne parlo in un capitolo a parte). La giornata era strutturata così: scuola di mattina, scuola di pomeriggio, un salto in GS prima di cena, studio dopo cena. Mentre, fino a tutta la seconda, nel pomeriggio della domenica andavo al cinema a Villasanta, adesso c’era la caritativa: andavamo nei quartieri in espansione di Cinisello (le coree) a far giocare i bambini intorno a parrocchie che stavano nascendo (Robecco, Bellaria, Cornaggia).

dalla terza alla quarta: marachelle e autonomia

Nell’estate del 63 ci fu il trasloco dalla vecchia casa di via Mazzini al condominio Marinella di via Monte Sabotino, dal centro alla estrema periferia, dove c’erano ancora le vecchie cave, luogo impagabile di avventura per mio fratello Fabio.

Villasanta finiva al passaggio a livello di viale della Vittoria e più in là c’era solo campagna. Pochi giorni dopo il trasloco, morì la nonna Elisa e così non ci furono problemi nella disposizione delle tre camere (una per i genitori e il piccolo Marco e le altre due per noi quattro più grandi). Ironia della sorte il condominio fu costruito dalla impresa di Stefano Mariani, lo storico autista del calzaturificio, e l’acquisto fu reso possibile  dalla generosità del cugino Giancarlo Locati che si stava incominciando ad affermare come ingegnere civile e anticipò una quota dei soldi necessari.

La quarta fu un anno di passaggio da tre punti di vista: professionale, cultural-religioso, politico. Sul versante della autonomia mi ero comperato, con i proventi di una borsa di studio, la Lambretta 125, quasi subito truccata a 150 con la collaborazione di Roberto Zannini (il figlio di Tonino dell’omonimo garage). Aveva due anni meno di me; io gli davo una mano in qualche materia e lui smanettava con le moto avendo a disposizione l’officina. Si fece una lambretta da 125 a 200 cc che riusciva a mandare a un numero di giri spropositato e che alimentava con miscela al 12% per non grippare.

Una borsa di studio da 120 mila lire era un bel contributo, e ricordandomi della mia storia, da dirigente scolastico dell’Hensemberger mi sono subito dato da fare per rendere disponibili borse di importo significativo (sino a 1’000 €) per gli alunni meritevoli cercando di trasmettere il messaggio secondo cui ciascuno, nel bene e nel male, è artefice del suo destino.

Iniziavo anche a dare le prime lezioni private a studenti dell’Hensemberger delle prime classi, una attività che ho mantenuto anche da studente universitario.

A scuola si approfondiva la scelta dell’elettrotecnica; aspettavamo i due pomeriggi in cui si sarebbe fatto laboratorio di misure per unire teoria ed applicazione; carini i laboratori di costruzioni elettromeccaniche in cui si iniziava la progettazione e realizzazione di macchine elettriche, quelle che studiavamo sull’Olivieri e Ravelli. In terza abbiamo imparato a fare i cablaggi per la alimentazione delle macchine utensili con il filo di rame rigido, mentre in quarta ho costruito un trasformatore dalla progettazione, al dimensionamento e assemblaggio dei lamierini, alla realizzazione degli avvolgimenti.

laboratorio macchine utensili

laboratorio macchine utensili di un ITIS

Sempre sul versante della cultura tecnologica a 360° del perito ci fu anche l’esperienza del laboratorio di macchine utensili. La classe era divisa in due gruppi e alternativamente si lavorava al tornio o sulle macchine speciali (fresatrici, piallatrici, trapani).

Ho visto, ma non usato, la prima macchina a controllo numerico che lavorava con nastro perforato (era il1964).

Mi sono stupito nel vedere un tornio con mandrino a revolver che fabbricava bulloni con una serie di passaggi predeterminati in sequenza a partire da un’unica barra cilindrica d’acciaio: realizzazione della testa e del corpo, il filetto, la svasatura, il taglio con caduta del pezzo e inizio del successivo. Ad ogni colpo dato alla ruota di comando il portautensili ruotava ed iniziava una nuova operazione e, naturalmente, attraverso connessioni meccaniche opportune si poteva rendere automatica, anche questa operazione. Erano i primi elementi della automazione, ancora rigidamente senza uso della elettronica.

C’è un episodio che serve a spiegare bene che tipo di personaggio stessi diventando. Non ero ribelle, ma intransigente sì. Facevamo un corso di macchine idrauliche e termodinamica (il seguito di quello di meccanica fatto in III) con il solito docente preso in prestito: questa volta era un fisico, ricercatore del neonato gruppo di Fisica dello Stato Solido che insegnava per integrare l’assegno di ricerca (si chiamava Robero Oggioni). Persona molto simpatica e alla mano, ma aveva un difetto: appena entrato in classe si metteva davanti ai banchi, apriva il giornale (Il Giorno) e per 5/10 minuti si dedicava alla lettura.

Io stavo al primo banco e la cosa mi dava istintivamente fastidio perché mi sembrava una forma di maleducazione nei nostri confronti; così una mattina con un accendino diedi fuoco, da sotto, al giornale aperto davanti alla mia faccia. Come si sa, se si accende della carta da sotto, viene una bella fiammata; il professore capì che avevamo sbagliato entrambi non ci furonoi provvedimenti disciplinari e aumentò la stima reciproca.

Il contrario di ciò che mi accadde l’anno dopo quando, per un episodio di ben minore gravità rischiai di perdere l’anno, come vedremo nel prossimo capitolo. Il professor Oggioni fu il primo fisico da me conosciuto che facess il fisico. Esisteva gente che nella vita faceva lo scienziato. La cosa mi piacque molto.

Sempre in quell’anno ebbi il primo contatto con la matematica seria, l’analisi matematica, dopo che già in terza avevamo fatto l’essenziale di numeri complessi e geometria analitica. Il professore era Bellìa, un catanese con un accento fortissimo che sarebbe poi rimasto all’Hensemberger per tutta la sua vita. Il corso di matematica finiva in quarta e, pur senza grandi approfondimenti teorici, ma badando al significato di derivata ed integrale, appresi alcune tecniche che, unite alla padronanza dei numeri complessi, mi consentirono una certa autonomia nello studio delle correnti alternate e dei sistemi trifasi.

Fu una piacevole sorpresa scoprire che, dopo aver appreso i fondamenti, si poteva fare da sè realizzando in maniera elegante risultati applicabili alle materie di indirizzo senza dover usare le semplificazioni concettuali dell’Olivieri e Ravelli (dove non era previsto l’uso dell’analisi).

Mi è rimasta in mente la lezione dedicata alla definizione di limite: voi non sareste mai in grado di capirla, perciò ve la detto e voi imparatela a memoria, disse il Bellìa (preso un ε positivo piccolo a piacere, se è possibile trovare un δ positivo tale che quando …. allora …. ). Non so dirvi se avesse ragione; noi periti eravamo un po’ rozzi e amanti del lato pratico delle cose, ma a Fisica l’impatto con gli aspetti teoretici dell’analisi fu drammatico e da docente di liceo mi impegnai a fondo perché le difficoltà concettuali non fossero eluse ma comprese partendo dalle problematiche da cui nasceva la questione con una modalità in cui il rigore e la astrazione fossero introdotti con gradualità.

le visite aziendali

Nel corso della IV e della V abbiamo fatto diverse visite a grandi aziende del territorio.

Alla CGS (compagnia generale strumenti) di  Monza si fabbricavano ancora gli stumenti di precisione con cassetta in legno; gli stessi che usavamo nel laboratorio di misure oltre agli strumenti da quadro per le applicazioni industriali.

Vedemmo la catena per la produzione dei contatori a disco commissionati dalla Edison, poi ENEL, per la fatturazione dell’energia elettrica. Il passaggio di corrente richiesta dall’utente produce un campo magnetico che mette in rotazione un disco di alluminio collegato a un contagiri. La velocità di rotazione del diswco è correlata alla corrente richiesta. Così si misurava il consumo di energia elettrica in ambito domestico prima che arrivassero i contatori elettronici di oggi.

Alla Ercole Marelli di Sesto ci fu il contatto con la grande industria elettromeccanica: grandi motori e alternatori per le centrali. In quegli anni venivano realizzati i primi turboalternatori con dei rotori in acciaio lunghi 7-8 metri che dovevano fare 3’000 giri al minuto. Scoprimmo le limitazioni nel diametro del rotore (non più di 1 m) per gli effetti di flessione al centro e il rischio che il rotore, ad alta velocità si sradicasse dai cuscinetti. Scoprimmo che uno dei problemi, nella lunghezza (potenza) del rotore era quello della tenuta dell’isolamento dei conduttori alla temperatura prevista di funzionamento (intorno agli 80-90°).

Alla Magrini di Bergamo vedemmo gli interruttori di potenza per le centrali e la sala prove. Alla Philips di Monza visitammo la catena di montaggio per la produzione dei tubi a valvola. C’erano dei grandi banchi circolari con le operaie tutte in camice bianco che, in ambiente protetto, montavano a mano i diversi componenti della valvola (catodo, griglie, anodo).

Lo stesso carosello aveva fiamme a gas e quando il lavoro era finito si montava il bulbo in vetro, si faceva il vuoto e poi il bulbo veniva tappato a caldo. Fu il primo ambiente pulito che vidi nell’industria e mi tornò in mente anni dopo quando, alla SGS (ora ST Microelectronics), mi capitò di entrare nei reparti di produzione delle fette di silicio per la produzione di circuiti integrati e microprocessori dove non può entrare neanche un granello di polvere.

E’ impressionante come di queste cose, nonostante l’alternanza scuola lavoro, oggi se ne facciano meno di allora tra problematiche di sicurezza, scuola di massa e abbassamento della qualità, sia degli studenti sia della offerta formativa.

evoluzione cultural-religiosa

Sul piano culturale e religioso mi occupai di costituire un significativo gruppo di GS interno alla scuola (amici che rivedo ancora con piacere e che hanno preso strade molto diverse).

Intanto approfondivo alcune tematiche legate alla fase conclusiva del Concilio Vaticano II, leggevo le encicliche che ci aveva lasciato papa Giovanni (ormai morto) e trovavo un po’ esitante e non comunicativo il suo successore Montini (Paolo VI). Nel mio processo di crescita cominciavo ad avere l’impressione che la politica culturale di GS fosse un po’ chiusa sul versante sociale come spiegato nel capitolo dedicato a GS; il mio alter ego era il Sem Cavalletti che un po’ stava in GS e un po’ aveva rapporti con il circolo studentesco di Villasanta messo in piedi da mio fratello Sandro e da Peppo Meroni.

Nerl 1963 la domenica mattina i giessini andavano a messa alle 10:30 nella chiesa di San Pietro Martire a metà di via Carlo Alberto. Da questo appuntamento, nell’anno successivo, ne seguì un altro; finita la messa, con alcuni amici ci spostavamo in via Dante al circolo la Brianza a frequentare le riunioni della federazione giovanile socialista (veniva da Milano un deputato lombardiano che si chiamava Cresco e un avvocato amministrativista destinato a fare carriera Felice Besostri).

Iniziò così il mio spostamento a sinistra. Per qualche mese, all’inizio del 64, cercando di imitare mio padre, che era stato fascista e conservava un rapporto di adesione al fascismo nella sua versione sociale e repubblicana, mi misi a leggere il Secolo d’Italia comperato all’edicola al semaforo di via Prina con via Manara, dove c’era un edicolante contrabbandiere e fascista che mi guardava con simpatia. I missini non mi convicevano.

Leggevo anche, episodicamente, La Discussione (il settimanale della DC che arrivava in abbonamento a casa di Sacchi). Erano i primi passi, ancora confusi verso la passione politica. Nell’estate del 1963 era morto papa Giovanni e in quella del 1964 morì Palmiro Togliatti. Il mondo comunista mi era totalmente estraneo ma fui molto impressionato dalla enorme partecipazione popolare ai funerali di cui lessi le cronache su Il Giorno ai giardinetti della Villa Reale. La domenica comperavo l’Avanti che, nella edizione domenicale, era molto ricco di articoli di storia e cultura. Di lì a poco avrei scoperto Rinascita.

Ho aperto con la immagine della IV B. Molti dei compagni di classe non ci sono più, altri li ho persi di vista da tempo, per esempio il mio compagno di banco Alberto Sala che veniva da Cavenago e che ha lungamente fatto il direttore amministrativo della Telettra.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 24 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere





1960-1962: inizia l’Hensemberger

III edizione – maggio 2024

hensemberger

La prima superiore ha coinciso con la fine dell’esperienza del Collegio e, poiché mentre facevo la III media, la fabbrica era stata chiusa era cambiato notevolmente lo status sociale della mia famiglia. Passammo dall’essere una famiglia numerosa di imprenditori ad essere una famiglia numerosa con un padre quarantacinquenne che doveva inventarsi un lavoro. La prima decisione fu che il secondogenito (cioè io) non avrebbe fatto il Liceo Scientifico, ma l’ITIS e mio fratello Fabio che non pareva nutrire grande interesse per lo studio, anziché alle medie, venne mandato all’avviamento.

Iscriversi all’ITIS non era però così semplice; la scuola era a numero chiuso perché, in quel momento, c’era solo una classe per ogni specializzazione del triennio e si puntava molto sulla qualità.

Mia madre fece alcune visite al padre-padrone-fondatore dell’Hensemberger, l’ingegner Antonio De Majo, prima di ottenere il via libera. Negli archivi dello scientifico Frisi, quando ci insegnavo, rintracciai una domanda di iscrizione sub condizione in ci si diceva che sarei andato al Frisi se non mi avessero accettato all’Hensemberger.

l’Hensemberger, un po’ di storia

La scuola nasce nel 1945 come sezione staccata dell’ITIS Feltrinelli di Milano ma ha quasi subito l’autonomia e un Preside che ci credeva, l’ingegner De Majo. Erano altri tempi, gli ITIS nascevano come scuole dotate di autonomia amministrativa e con un fortissimo rapporto con il mondo delle imprese e ciò voleva dire possibilità di fare investimenti con mezzi propri e autonomia nelle poltiche di assunzione e gestione degli aspetti premiali.

Me ne sono reso conto sfogliando il registro dei verbali del Consiglio di Amministrazione e la prima che che vidi è che De Majo, appena nominato fu spedito a fare un tirocinio di tre anni in FIAT. La scuola venne intitolata a Pino Hensemberger lungimirante industriale del primo 900 con una azienda che produceva accumulatori per le ferrovie, i tram e la nascente industria delle auto. Il figlio di Pino, Nino faceva parte del consiglio di amministrazione della scuola.

Nel dopoguerra De Majo ha fatto crescere la scuola e nei primi anni 60 c’erano corsi serali per disegnatori meccanici per le nostre industrie di macchine utensili; appena si era sviluppata nella zona nord di Monza una fiorente industria metallurgica per l’alluminio e i suoi derivati, di Majo aveva aperto la specializzazione in metallurgia, la seconda in Italia, dopo Brescia che forniva periti alle industrie siderurgiche di Sesto San Giovanni.  Una delle sue ultime creazioni fu il corso per superperiti, dopo il diploma, che anticipava di 40 anni gli Istituti Tecnici Superiori che vanno ora per la maggiore.

La scuola raccoglieva fondi anche lavorando direttamente per le imprese dell’area brianzola che venivano, a pagamento, ad effettuare le prove sui materiali nell’avanzatissimo laboratorio di tecnologia.

il primo impatto

L’Hensemberger era allora in via Enrico da Monza (nel retro dell’attuale istituto professionale Olivetti): edificio grigio, cortile in terra battuta. Fummo accolti in cortile dal preside De Majo in panciotto e farfallino che fece personalmente l’appello e ci mandò in classe. Per me che arrivavo da quattro anni di collegio era tutto nuovo, avevo un’aria da bambino per bene e i grandi, dai bidelli ai professori, mi sembravano davvero grandi.

I compagni: eravamo una trentina; un piccolo gruppo l’ho conservato sino in quinta, pochi per via delle bocciature e della scelta della specializzazione che ci avrebbe dirottato su tre percorsi distinti (meccanica, elettrotecnica, metallurgia). Tra i villasantesi Colnago di S.Alessandro, Giovanni Messa e Luigino Sacchi.

I banchi: erano in legno a tre posti e d’altra parte si trattava di un vecchio edificio che ospitava l’Hensemberger dal dopoguerra dopo una fase iniziale in via Appiani.

I professori: la professoressa Mandelli di Italiano, il professore di falegnameria (Santacaterina con l’aiutante Decio), la professoressa Brioschi di disegno (sorella dell’economo e braccio destro di De Majo dalla fondazione), il professore di Matematica Quattrone, la professoressa Ferrario di Inglese, il professor Civetta di aggiustaggio.

I trasporti: a seconda dei giorni usavo la bici o l’autobus della autorimessa Vimercati che gestiva la tratta Villasanta Monza con capolinea in piazza Daelli. Da Villasanta passava anche l’Oggiono che, per qualche corsa, aveva ancora l’autobus con il rimorchio.

Venire in pulman era l’occasione per socializzare e anche per vedere qualche ragazzina. Non faccio nomi ma qualcuna (Bianconi, Canossiane) era bella e irraggiungibile. Si viaggiava piuttosto pigiati; i primi a scendere, tra cui mio fratello Sandro, erano quelli del Frisi (alle scuderie della villa Reale) con fermata alle Missioni Estere, poi noi dell’Hensemberger e le ragazze delle Preziosine che scendevamo al ponte di Lecco mentre il grosso arrivava sino in piazza Trento.

i professori e le materie

Mandelli

La professoressa Mandelli mi ha insegnato-invogliato a leggere e scrivere ed è stata con noi anche in seconda. Avevamo un quaderno (il quaderno delle cronache) in cui dovevamo, una volta la settimana, scrivere il racconto di un evento importante che ci era accaduto. Le cronache, con una certa regolarità, venivano lette in classe e la professoressa quando voleva sentire qualcosa di bello faceva leggere quella di Cavalletti.

Mi ha invogliato a leggere la grande letteratura europea e così, nell’estate della prima e in quella della seconda, mi sono letto autonomamente un po’ di autori russi e francesi (qualche edizione BUR e poi la biblioteca civica). Il quaderno delle cronache è stato importante perché la scelta libera dell’argomento e il fatto di non dover argomentare, ma piuttosto raccontare, mi toglieva le ansie che tutti abbiamo provato di fronte al tema di italiano: come incomincio? quanto lo faccio lungo? cosa metto come conclusione?

falegnameria incastriSantacaterina

Del corso di falegnameria (quattro ore di pomeriggio) ho un ricordo molto piacevole a differenza di quello di aggiustaggio. Stavamo in un sotterraneo con quei bellissimi banconi da falegname con la morsa in legno, i fori per infilare spine che consentissero di stringere pezzi di varie lunghezze, la raspa, il mazzuolo, gli scalpelli, la sega a lama trapezoidale (il saracco), la pialla, la tuta cachi che si comprava dal Dassi Gomma con lo stemma dell’Hensemberger.

Ho acquisito manualità e controllo. Dopo aver appreso le tecniche elementari nell’uso degli utensili abbiamo passato l’anno a realizzare i principali incastri (a coda di rondine, a L, a torre, ..); cose che allora usavano i falegnami e che ora si vedono solo nei mobili antichi.

Brioschi e il panino con il salame

Con la professoressa Brioschi ho preso il primo ed ultimo quattro della mia vita (e alla fine del primo trimestre anche 5 in pagella). Ero un ragazzino, portavo i calzoni corti sino a novembre (i peli sulle gambe, insieme agli ormoni, sono arrivati nell’estate tra prima e seconda).

La professoressa Brioschi ci doveva insegnare il disegno tecnico e si incominciava con fare la punta alle mine con la carta abrasiva, squadrare il foglio, scrivere in stampatello perfetto (ma senza il normografo). La prima tavola (quella del 4) era proprio una tavola di lettere e numeri, ripetuti in corpi diversi sulle diverse righe, sino a riempire l’intero foglio in formato A3.

Immaginate la polvere di grafite quando riempi con mine semigrasse un intero foglio; aggiungete le cancellature che, quando il foglio è pieno, lasciano aloni dovunque: una cosa poco bella da vedere già per conto suo. Poi metteteci il destino (cinico e baro …): a scuola ci venivamo in bicicletta (Villasanta Monza andata e ritorno due volte al giorno). La cartella stava sul cannotto o sul portapacchi dietro; dentro i libri, i quaderni, l’astuccio, le squadre e anche il panino da mangiare all’intervallo. Maledetto panino col salame.

Avete presente cosa succede quando il grasso di maiale viene a contatto con la carta porosa: trasuda e se poi trova dell’altra carta (la mia tavola era avvolta a cilindro) trasuda anche in quella e forma una macchia translucida che stona decisamente in una tavola da disegno. Il quattro mi ha fatto piangere, ma mi ha dato un bello stimolo e alla fine della II ero ormai un disegnatore provetto: fatica, testardaggine, esercizio.

Quattrone dormiva e faceva dormire

L’amore per la matematica e per la fisica non è certamente iniziato con il professor Quattrone, un omone calabrese che parlava un italiano approssimativo, ma soprattutto, nelle lezioni del pomeriggio dormiva dietro un paio di grandi occhiali da sole.

Nel corso del 60/61, ad anno già iniziato, fu introdotta una modifica a materie e programmi legata al mutamento organizzativo degli istituti tecnici da un modello 3 + 2 a quello attuale 2 +3 e il professore di matematica si trovò (mal per lui e malissimo per noi) ad insegnare anche fisica.

Della fisica ho un ricordo tragico con tutti quei t0, t1, t2, x0, … che non capivo cosa fossero. Per farla breve mi toccò andare a ripetizione per un bel mesetto da mio cugino ingegnere finché non cominciai a comprendere e a muovere i primi passi in  autonomia.

Della matematica ricordo di aver trovato qualche difficoltà nella capacità di impostare problemi con uso delle equazioni. L’uso della matematica finalizzata al problem solving, mi fece molto bene sino alla capacità di utilizzarla autonomamente in quarta e quinta, dentro le discipline tecniche, fossero l’idraulica, la meccanica e soprattutto l’elettrotecnica e l’elettronica.

Ferrario

Per Inglese, materia per me nuova, visto che alle medie avevo fatto francese, nulla da dichiarare. Una professoressa tranquilla e abbastanza simpatica e acquisizione dei rudimenti di grammatica.

Il preside De Majo ci teneva molto allo spirito di appartenenza e dunque, non solo avevamo la tuta da laboratorio, color caki, uguale per tutti e con lo stemma della scuola, ma anche la tuta da ginnastica era una divisa. Una tuta nera con una vistosa H all’altezza del cuore. Nell’edificio non c’era la palestra e per fare ginnastica andavamo al vicinissimo campo di calcio dell’Oratorio San Gerardo.

Tra le ore di scuola (mi pare 34 comprensive di rientri pomeridiani) e cose da studiare non mi restava molto tempo libero e l’unico svago era il cinema (al Lux) la domenica pomeriggio (in prevalenza film storici, di quelli girati a Cinecittà nei primi anni 60). Alla fine della prima, media del 7 (che per l’Hensemberger era un bel risultato), borsa di studio della Provincia ed assegno di 120’000 lire usato per comperare la lavatrice automatica alla mamma.

l’estate

16 anni

all’inizio della seconda

Venne l’estate, incominciarono a muoversi gli ormoni e incominciò anche la mia prima esperienza lavorativa, totalmente gratuita e decisamente utile. Da mia zia Giovanna, che aveva trasferito il negozio di scarpe da via Mazzini in piazza Camperio, c’era bisogno di qualcuno che desse una mano (perché mi pare che il figlio Franco destinato a subentrare fosse a militare) e così passai quasi due mesi a fare il commesso di negozio; mia zia conosceva tutte le donne di Villasanta (il numero di scarpa, i difetti del piede, …) e le donne chiedevano subito di lei. Le donne avevano misure dal 34 al 38 e solo in un paio di casi si arrivava al 39.

In un cassetto del banco c’erano anche degli strani rettangoli di cartone che venivano distribuiti alle famiglie bisognose o in difficoltà. Erano i buoni della San Vincenzo che la zia preparava già separati per le diverse famiglie (1 kg di zucchero, 1 kg di pasta, 1 kg di caffè, 1 kg di pane, 250 g di burro, …). Si consegnavano brevi manu senza troppa burocrazia con una annotazione su un quaderno) ed erano spendibili direttamente presso i negozi di Villasanta che si rivalevano poi sulla parrocchia.

Imparai a confezionare i pacchi, a registrare le consegne delle scarpe in riparazione, a salire sugli scaffali del retrobottega, a consultare ed annotare il quaderno delle consegne a credito e così passò la mia prima estate delle superiori.

la seconda nella scuola nuova

immagine mosè e pino

Immagine dall’alto delle due nuove scuole con ka stecca dei laboratori lungo la via Cavallotti

Nell’estate del 1961 l’Hensemberger fece il trasloco e il nuovo anno lo abbiamo frequentato nella nuova sede di via Berchet, quella dell’Hensemberger attuale.

La amministrazione provinciale aveva realizzato le sedi per i due istituti tecnici in forte espansione l’Hensemberger e il Mosé Bianchi in un’area di terreno compresa tra la via Cavallotti e la via Sempione e di lì a qualche anno si sarebbe costruito, sul lato di via Sempione, il Frisi.

La sede dell’Hensemberger era enorme per la grande quantità di laboratori e di aule speciali eppure nel giro di pochi anni, a causa del boom nelle iscrizioni fu necessario aprire la succursale agli Artigianelli e sedi staccate da cui sarebbero nati nuovi istituti tecnici per filiazione (Vimercate, Desio, Seregno, Cesano, Limbiate).

Del primo anno nel nuovo edificio ho pochi ricordi perchè noi di seconda non andavamo nei laboratori e nelle aule speciali, salvo per fare aggiustaggio e disegno e la scuola era molto compartimentata sotto il tallone di ferro del preside De Majo. Erano cambiati anche un bel po’ di compagni di classe tra bocciature, passaggi al serale e immissione di ripetenti.

Regola numero uno e unica: gli studenti usavano solo le scale laterali (quelle di sicurezza) mentre l’ingresso e l’uscita avvenivano dal sotterraneo dove c’era anche il parcheggio per bici e motorini. Lo scalone centrale era riservato ai professori. Su questi aspetti vigilava il custode Beltrandi, detto Speedy per via della rapidità nell’interloquire e per i baffett alla Speedy Gonzales.

L’attuale grande atrio con il busto in bronzo di Pino Hensemberger era il sancta sanctorum interdetto agli alunni e in effetti, nella presidenza, ci sono entrato per la prima volta, da Preside, solo nel 2008. Gli studenti interagivano solo con i professori stando in aula e al più si andava dal bidello al piano per comperare i panini (anche se c’era il bar, ma non era cosa per gli studenti).

aggiustaggio

Nulla da dire per Italiano e Inglese che proseguirono in continuità metodologica e con i medesimi professori. Ho un ricordo poco gradevole del corso di aggiustaggio (ben 6 ore settimanali in due moduli 4+2) . Il laboratorio era bello e nuovo, pesanti banconi a due posti con la morsa da ferro, ma lavorare con il ferro era meno gratificante che con il legno.

Bisognava spianare delle lastre di ferro dello spessore di mezzo centimetro e poi fare il solito incastro a coda di rondine. Con il legno, se sbagli un colpo, dai un colpo di raspa e ricominci; con il ferro è più dura; se sbagli un colpo butti via ore e ore di lavoro e puoi sbagliare mentre dai l’ultimo colpo di lima, puoi sbagliare anche con il seghetto quando intagli l’incastro; insomma una sana educazione alla sistematicità, all’ordine, al controllo dei movimenti, tutte cose poco amate dai sedicenni.

Abbiamo imparato ad usare il calibro ventesimale, il piano comparatore cosparso di blù di metilene che ti fa vedere tutti i peccati nella tua superficie che piana non è. Alla fine dell’anno, dopo aver lavorato onestamente, quasi tutti abbiamo comunque barato nella consegna del pezzo finale.

Noi di Villasanta l’abbiamo fatto fare agli attrezzisti della Colombo Agostino e, poiché i pezzi di ciascuno erano individuati da un numero progressivo punzonato, abbiamo fatto una colletta e abbiamo comperato i punzoni con i numeri uguali a quelli che si usavano a scuola.

Visto con gli occhi di oggi, non solo penso che sia stato un peccato abolire falegnameria prima e aggiustaggio poi, ma ritengo che alcune ore di lavoro manuale di vario tipo bisognerebbe farle fare a tutti, anche a quelli del classico: abituano al rigore, al controllo corporeo, alla manualità.

matematica

In matematica, in seconda abbiamo fatto le cose essenziali di algebra e geometria, ma anche la trigonometria (quella che allo scientifico si fa in quarta). Niente disequazioni, che ho imparato all’università conservandone l’approccio unitario: le disequazioni razionali e irrazionali, goniometriche e trascendenti sono una cosa unica, abituano a ragionare e a cogliere la fattispecie di ciò che fai. Tempo sprecato diluirle in 4 anni come si fa allo scientifico.

le scienze (fisica, chimica, biologia)

uccelli e linee trasporto

ma perché gli uccelli non restano folgorati?

Secondo anno con la fisica, che incominciava a piacermi per via della elettricità. Anche i prof erano alle prime armi e scoprii l’anno dopo, studiando elettrotecnica, che alla mia domanda sul come mai gli uccelli non prendessero la scossa posandosi sui fili delle linee elettriche, mi era stata data una risposta demenziale: forse perché la pelle delle zampe è particolamente isolante.

Affinché  ci sia passaggio di corrente bisogna collegare due punti a potenziale diverso e gli uccelli stanno su uno stesso filo, dunque …

In seconda è incominciato lo studio della chimica con una parte di chimica generale senza troppi fronzoli sui modelli atomici, ma con una grande attenzione alla chimica inorganica. Con un sano approccio da ITIS, attenzione alle proprietà dei principali elementi e questo approccio proseguì in terza con un corso di chimica organica e industriale orientato (nella prima parte) ai derivati del petrolio e alle proprietà degli idrocarburi e, nella seconda, ai processi industriali di produzione dei composti di interesse industriale (soda, acido solforico, alluminio, ipoclorito di sodio, …).

In quell’anno abbiamo fatto un bellissimo corso di scienze; l’unico corso di scienze della mia vita. Ci faceva lezione una professoressa molto professionale e molto mamma il che a 15 o 16 anni è un bene. Feci un bellissimo quaderno degli appunti multicolore; con mio fratello che stava allo scientifico facemmo l’erbario.

Si era nel 62 e dunque a scuola non si parlava ancora di DNA e di biochimica. Il corso si basava su elementi essenziali di citologia, organi ed apparati; tanta descrizione, classificazione e funzionamento degli stessi. La professoressa si chiamava Pasini. Da Preside ho cercato notizie su di lei nell’archivio dell’Hensemberger e ho scoperto che ha avuto una storia professionale molto lunga che iniziava addirittura a metà degli anni 30.

In scienze ho preso 9 e me ne ricordo perché è stato l’unico nove della mia storia scolastica. Nei tecnici, anche se eri bravo e autonomo, al più prendevi 8 (era come se la scala di classificazione andasse dal quattro all’otto anziché dall’uno al dieci).

De Molfetta

biella

una biella stile De Molfetta

E disegno? Non c’era più la prof. Brioschi, ma un personaggio stranissimo (ingegnere o perito) che si chiamava De Molfetta. La conoscenza dei fondamenti del disegno meccanico era data per acquisita e De Molfetta, ex dipendente Isotta Fraschini (e innamorato delle medesime auto) cercava di insegnarci cultura e competenze del perito industriale. Diceva: quando lavorerete per una azienda dovrete essere rapidi di occhio, di memoria e di matita, così si carpiscono i segreti industriali. E si comportava di conseguenza.

Portava in classe dei pezzi meccanici; ci dava un certo tempo per osservarli, li metteva via e poi ci chiedeva o di fare uno schizzo a mano libera, oppure di ricostruire il pezzo tridimensionale facendone le proiezioni nel rispetto delle dimensioni. Dura; ma utile.

educazione fisica

Abbiamo avuto il professor Dante Tarca che ci avrebbe seguito sino al diploma. Tarca, che ha insegnato all’Hensemberger dal 51 all’83  era bello tosto sulla formazione di base; nel 64 avrebbe fondato l’ISEF a MIlano; in palestra seguiva i fondamenti al corpo libero e alle funi e pertiche ma, appena possibile ci portava a fare sport al campo dell’Oratorio di Triante.

problemi in famiglia

E fuori da scuola? In famiglia c’erano il solito tran tran e le solite ristrettezze economiche aggravate dal fatto che papà, un sera che stava andando in auto a trovare la zia Linda a Cusano Milanino, aveva investito una coppia di fidanzati che camminavano al buio sulla destra lungo la strada che da Nova Milanese porta a Cusano. Un morto e un ferito.

I pedoni, secondo il codice della strada avrebbero dovuto stare a sinistra ma, sull’altro lato c’erano le rotaie del tram, e dunque ci fu un concorso di colpa in un contesto in cui, per via della chiusura della fabbrica, erano rimasti in sospeso i pagamenti della assicurazione che non garantì alcuna copertura (fine degli ultimi soldi rimasti e processo penale).

Un’altra grana per papà … Di lì a poco venne però miracolato dalla Madonna delle Grazie. Pioveva, era in macchina con Guerrino sulla 600 multipla della ditta e vennero investiti da dietro da un mega autobus della ATM che li schiacciò e spinse la macchina contro un palo della luce. La foto rimase esposta nella galleria degli ex voto per diversi anni perché, non si sa come, ne uscirono indenni entrambi.

motom48

il motom 48 a 4 tempi un piccolo capolavoro di meccanica

Abitavamo ancora in via Mazzini, ma la fabbrica era chiusa e svuotata delle macchine vendibili. Papà si stava riconvertendo al lavoro di sub agente assicurativo. Per me incominciavano le prime passioni per le moto e i motorini, il gusto dello smontare e rimontare. Per qualche mese ho avuto un motom (il 48 a marce e 4 tempi) recuperato da qualche parte di seconda mano. Nel cortile di cemento, con mio fratello Sandro, facevamo anche qualche partita a tennis.

Nella fase finale di quell’anno mi sono staccato dall’ambiente oratoriano di paese che incominciava a starmi decisamente stretto e ho iniziato a frequentare GS (Gioventù Studentesca) che allora, nella ricerca di un rapporto integrale tra religione e vita, segnava un momento di rottura con la chiusura e il conformismo di paese e famigliare.

In GS c’erano anche le donne e mia moglie l’ho conosciuta lì proprio in quell’anno. Importanti e significative le “tre giorni”, uscite residenziali (la prima a Varigotti con don Giussani ma negli anni dopo quelle in montagna nelle vacanze di Natale). Se ne parlerà in uno dei prossimi capitoli


Ultima modifica di Claudio Cereda il 20 maggio 2024

La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 


 




1953-1963: gli odori del Taboga

IV edizione – maggio 2025

Quando ripenso al Taboga sento due profumi, quello del Lambro e quello della farina di mais appena molata. Il Taboga è una frazione del comune di Arcore e il nome giusto sarebbe Molino di mezzo. Il mio nonno materno, Giuanen Malacrida, faceva il mugnaio e mia madre è originaria di lì, così come gli zii e le zie materne che ci hanno anche vissuto sino alla morte.

Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini

Una delle tante cascate artificiali del Lambro create per far funzionare i mulini, che in dialetto sono chiamate ciuus, che sta per chiusa. A monte delle cascate parte la roggia molinara

Il nome Taboga credo che derivi dal fatto che per arrivarci bisognava percorere una ripida discesa fatta di ciottoli di fiume che tutti chiamavano la riva e in italiano uno dei significati di Taboga o Toboga è quello di scivolo. Andavi alla frazione La Cà, al confine tra Arcore e Peregallo, e da lì scendevi nella valle del Lambro al Taboga.

Fatto sta che ad Arcore e nei paesi intorno, il Taboga tutti sapevano cosa fosse, se invece dicevi Molino di Mezzo o via XXIV maggio ti guardavano come un marziano.

Ho frequentato il Taboga da bambino sino all’età di sedici anni. Il primo ricordo che ne ho è in occasione della nascita di mio fratello Italo, nato nell’aprile del 53, quando io avevo 6 anni e mezzo. Stavo giocando con dei coetanei sotto la riva, proprio dove è stata fatta la foto qui sotto, e arrivarono in bicicletta alcune operaie della fabbrica di mio padre; mi dissero che avevo un nuovo fratellino. Si usava così; nei momenti topici, i bambini venivano portati altrove. Pochi mesi dopo, come ho già raccontato, ero in vacanza in una casa che avevamo in alta Brianza e mi arrivò, in maniera simile, la notizia della morte di mio nonno Alessandro Cereda.

la famiglia di mia madre: Malacrida-Mussida

1925 – gruppo Malacrida davanti alla stalla dove si teneva il cavallo, al termine della riva: nonna Alice (Mussida) con in braccio l’ultima figlia Renza e alla sua destra la figlia maggiore Amelia e, davanti a lei,  mia mamma Anita, oltre ad altri parenti. Se si osservano i tratti somatici si vede che era molto diffusa la pratica di incrociarsi tra parenti

Al Taboga, di solito, stavo dalla zia Amelia (la sorella maggiore della mamma). La zia Amelia non faceva niente, nel senso che stava dietro ai figli (Ester, Franco, Lina, Rosanna, Mariuccio, Alberta), alla casa, all’orto, ai maiali, alle oche e alle galline, mentre suo marito (lo zio Angelo, detto ‘Ngiulen) faceva il mugnaio. I figli e le figlie maggiori erano ormai sposate, o prossime a farlo, mentre a casa rimanevano gli ultimi due Alberta e il Mariuccio.

nonna alice

La nonna Alice in una foto del 1935 (data presunta)

Mia nonna, Cleonice detta Alice Mussida, non l’ho mai conosciuta, veniva dal piacentino ed era arrivata alla Ca’ come governante al seguito di una ricca famiglia di avvocati che stava nella villa a destra prima di imboccare la riva.

E’ morta nel 1945, la mamma diceva per effetto di una peritonite seguita a seguito della caduta dal primo piano di un annesso agricolo. La mamma raccontava che si era cercato di intervenire anche con la pennicillina presa dagli Americani, ma non c’era stato nulla da fare.

La mamma, che nei confronti di suo padre era piuttosto impietosa, per via di qualcosa che credo avesse avuto a che fare con un episodio di insidia nei confronti di minori (ma non ho avuto mai dettagli e adesso non ci sono più viventi che possano testimoniare), soleva dire che la nonna era stata fregata. Le avevano fatto credere chissa cosa a proposito dei mulini e del lavoro di mugnaio e poi lei si era trovata a vivere nella miseria. I parenti Mussida stanno nelle campagne al confine tra le province di Piacenza e di Lodi, qualche parente è emigrato in Argentina, dover ha fatto fortuna, diceva la mamma.

anita renza e cane 1925

Anita e Renza Malacrida nel 1925

Visto che, nella foto di gruppo di apertura dell’articolo la zia Amelia dimostra sui 14 anni direi che potrebbero essersi sposati nel 1910 e che, probabilmente, la nonna Alice era del 1885, la stessa generazione dei nonni paterni.

Del nonno Giovanni non ho trovato in giro delle fotografie, e anche questo è sintomatico. Ho un solo ricordo, in occasione della morte nel 1954 (credo che fosse nato, come il nonno Alessandro, nel 1875). Probabilmente era morto per una emorragia cerebrale perché ricordo una faccia per metà blù. Dopo gli episodi di cui ho detto, la nonna lo aveva espulso dalle camere comuni messe al primo piano a fianco del mulino e lui viveva in un singolo locale a monte della chiusa, la Mulassa, accudito dalla figlia Amelia. In passato la mulassa era il locale adibito alla macinatura di residui di semi oleosi per fare il panello che veniva usato nella nutrizione dei maiali.

zio eugenio

Lo zio Eugenio in una foto del 1934

Dal nonno Giovanni e dalla nonna Alice erano nate tre femmine (Amelia, Anita e Renza) e un maschio Eugenio. Ci sarebbe anche un altro figlio, morto giovane e di cui ho sentito parlare, ma non l’ho mai conosciuto.

Renza, la minore era sposata ad un operaio della Pirelli (lo zio Giulio) e ha avuto una vita travagliata tra gravidanze difficoltose (5), qualche ricovero in O.P. per depressionbe  sino a morire di parto dopo l’ennesimo parto cesareo in una condizione di grave debilitazione. Ricordo ancora le arrabbiature della mamma su queste gravidanze e le preghiere agli ostetrici, in occasione del primo cesareo, perché intervenissero e levassero le ovaie.

Lo zio Eugenio viveva al Taboga, era grosso modo dell’età di mia madre, non ho mai capito cosa facesse di preciso, ma doveva essere un bel personaggio poco incline al lavoro stabile. In proposito, tra le lettere scritte dalla mamma a papà, negli anni della guerra ce ne è una con una raccomandazione nei confronti del fratello affinché venga tsabilizzato nel calzaturificio del nonno.

Ha avuto quattro figli (Alice, Mariateresa e una coppia di gemelli Renzo e Marinella). E’ morto nel 1954 per un brutto cancro quando la coppia di gemelli aveva un anno. Di quella morte e delle sofferenze precedenti ho ricordi di bambino, per la miseria della abitazione (le camere stavano nella stecca di separazione delle due rogge molinare) e per lo zio morto con tutta la testa fasciata per la esplosione, in faccia di una enorme metastasi.

Alice Malacrida

Alice Malacrida a tre anni

La moglie, la zia Antonietta, si è rimboccata le maniche e, lavorando duramente al salumificio Molteni, ha tirato grandi quattro figli. La mia coetanea, Alice, era la maggiore; la ricordo come una bambina, e poi una ragazza bellissima. Con il passare degli anni questi cugini (della zia Renza e dello zio Eugenio) li ho persi di vista e  ho recuperato qualche contatto solo tramite Facebook.

Ma nel maggio del 2025 come un fulmine a ciel sereno mi è arrivata la notizia di un incidente che ha portato Marinella alla morte. Un camion l’ha investita da dietro mentre in bici percorreva la provinciale che porta a Lesmo; trauma cranico, due interventi chirurgici  e poi la brutta notizia.

La famiglia le cui vicende di vita si sono intrecciate di più con la mia è quella della primogenita, la zia Amelia che ho lungamente frequentatato al Taboga ed anche successivamente ad Arcore e che, essendo mia madre orfana di madre, è presente al matrimonio di mamma e papà come accompagnatrice della sposa. Per il papà c’è il nonno Alessandro e per la mamma c’è la zia Amelia.

zia amelia e nonno alessandro

1944 zia Amelia e nonno Alessandro al matrimonio di mamma e papà

La zia Amelia era sposata con un primo cugino, lo zio Angiolino, come era uso fare nelle comunità di mugnai lungo il Lambro per ragioni di gestione degli assi ereditari (Malacrida lui e Malacrida lei) il che non contribuiva certamente ad arricchire il patrimonio genetico e trasmetteva i problemi del medesimo. Nel caso del Taboga certamente la predisposizione al diabete e alla lussazione dell’anca.

La zia Amelia e lo zio Angiolino avevano figli e figlie: Ester, la maggiore del 1929, la cui vita si è fortemente incrociata con la nostra visto che per mia madre (del 1920), più che una nipote era una cuginetta, Lina, Franco, Rosanna, Mario (Mariuccio) ed Alberta. Alberta, la minore è coetanea del maggiore dei miei fratelli, un po’ come è stato, anche sul versante delle zie Cereda, più vecchie di mio padre.

Mariuccio, che ha solo pochi anni più di me, mi faceva da guida alle avventure del fiume e della campagna e divenuto adulto avrebbe lavorato alla Philips dopo essersi specializzato in radiotecnica. E’ morto nell’aprile del 2025.

Il Lambro e i mulini

A monte del Taboga, in corrispondenza del parco di una villa patrizia, villa Rapazzini, il Lambro si allargava e formava una cascatella artificiale alta meno di 2 metri; sulla sinistra partiva una roggia destinata a diramarsi e ad alimentare i mulini.

Queste cascate sono presenti, lungo il Lambro, in tutta la Brianza e le chiamano ciüüs. Ne vedete due anche nel Parco, all’ingresso pedonale di Villasanta e al Molino del Cantone. Ogni volta che incontrate un toponimo che inizia con Molino, state certi che lì di fiancoo c’è una ciüüs. Le ciüüs sono state la infrastruttura tecnologica che ha consentito lo sviluppo industriale della Brianza a partire dal settecento: mulini per la macinazione dei cereali, ma anche impianti di follatura, tintorie e tessiture in cui l’energia per azionare le macchine veniva dall’acqua.

Appena a valle del Taboga, prima di un altro mulino (Mulino Sesto Giovane), esistono due frazioni la Föla e la Fületa in cui le ruote azionavano dei rudimentali magli utilizzati per battere la lana bagnata producendone l’infeltrimento (follatura). Non è una caso che, nell’800 e nel prima metà del 900, Monza fosse la capitale italiana del cappello.

Ho scoperto da grande che ciüüs voleva dire chiusa: era il punto di presa d’acqua della roggia molinara. Quei due metri erano il dislvello utile che avrebbe consentito al mulino di funzionare. Più che di una chiusa si tratta di una briglia di presa, ma così le chiamava la gente.

la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini

la planimetria del sistema delle acque del Taboga con le due rogge molinare e i tre edifici dei mulini ripresa da uno dei rogiti di fine 800 riguardanti le assegnazioni dei mulini tra i Malacrida

Come si vede dalla mappa ottocentesca qui a fianco, la roggia molinara del Taboga si divideva in due e formava una specie di isola intorno a cui stava l’insediamento con i mulini mentre più a ovest scorreva il ramo principale del fiume.

C’erano tre edifici bassi, stretti e lunghi su due livelli; in mezzo ci passava l’acqua del Lambro; roggia molinara è un termine che ho appreso da grande mentre allora, per chi ci viveva, erano semplicemente rami diversi del Lambro, perché nel tempo se ne era perduto il carattere artificiale. Ora, come si vede nella foto aerea di chiusura dell’articolo, non esistono più ma con un po’ di attenzione, se ne può individuare il percorso.

I mulini stavano nella parte a monte degli edifici (tre su ogni lato delle due rogge). Nella restante parte di questi corpi di fabbrica allungati longitudinalmente al fiume c’erano al piano terra magazzini, cucine, stalle, persino una bottega, quella della Giulia che preparava i ravioli, il merluzzo e le arborelle fritte e, al piano superiore, le camere da letto.

A monte dei tre edifici c’erano due ponticelli di legno con un tetto di coppi. Erano ponticelli rudimentali ma solidi, larghi circa un metro e mezzo con a monte l’invaso e a valle le chiuse mobili formate da paratie in legno di 70 cm di larghezza che si potevano alzare facendo leva con un palo e che potevano essere bloccate in apertura grazie ad un meccanismo a cremagliera (lo faceva il Mariuccio).

il ponticello e un residuo di ruote e chiuse

Uno dei ponticelli del Taboga con residui di chiuse e ruote ad asse orizziontale

La chiuse erano sei su ciascuno dei due ponti e, aprendosi consentivano l’accesso dell’acqua a dei canali in mattoni e ceppo dove l’acqua poteva precipitare per un paio di metri sino a colpire da sotto le ruote del mulino.

Queste erano del tipo a raggera con pale in legno lunghe poco più di un metro. Ogni ruota ne aveva una ventina. Le pale erano incastrate in un tamburo in legno dentro il quale passava l’albero di acciaio che attraverso fori nella parete entrava nel mulino e andava ad azionare tutti i meccanismi oltre alla macina.

Quando la paratia veniva alzata, tutto l’invaso a monte (lungo una cinquantina di metri) iniziava a svuotarsi e la ruota si metteva a girare con un misto di cigolii, di spruzzi, di scrosci e una gran festa dei bambini.

Per arrivare al mulino vero e proprio, venendo dal ponticello, si entrava in una zona coperta (la Mulassa, dove viveva mio nonno) e da lì si scendeva di un paio di metri per i gradini di una scala in pietra. Sul muro c’erano una vecchia santella di qualche santo protettore e i segni lasciati dall’acqua nelle diverse alluvioni del novecento tutte catalogate con la scritta indicante l’anno.

Al Taboga non si diceva alluvione, ma Lambrone, per ricordare, anche nel linguaggio, il rapporto con il fiume. Il Lambrone faceva parte della realtà e ogni tanto veniva. Quando veniva, le case si allagavano per tutto il piano terra e la preoccupazione principale era quella di recuperare gli animali e metterli in salvo. Prima di uscire dalle sponde l’acqua iniziava ad uscire dagli scarichi delle acque nere che erano collegai direttamente con il fiume.

il mulino vero e proprio

Come ho già detto di mulini ce n’erano tre su ogni lato (12 in tutto); erano tutti di proprietà di parenti e frutto di divisioni ereditarie da capostipiti comuni. La lettura dei rogiti di fine 800, che ho in originale, è molto divertente oltre che affascinante con le mappe fatte a mano, colorate e con i testi in corsivo.

Se guardavi uno di questi blocchi stando di fronte vedevi una grande struttura di legno con tre box e il cilindro che conteneva la macina. Più in alto, ma per vederli dovevi salire al piano superiore dalla scala che portava anche alle camere da letto, c’erano i setacci per il vaglio del macinato.

Il meccanismo lubecchio-lanterna che trasforma il moto rotatorio ad asse orizzontale (ruota) in movimento ad asse verticale (macina)

Nel mulino c’erano cinghie di cuoio dappertutto perchè tutta l’energia veniva dall’albero messo in rotazione dalla ruota e da esso si prelevava il movimento per far funzionare i diversi servomeccanismi del mulino.

Anche gli ingranaggi per variare le velocità di macinazione o per trasformare il moto rotatorio orizzontale in moto verticale erano in legno. Il meccanismo di trasformazione della rotazione da asse orizzontale, proveniente dalla ruota, in asse verticale, necessario per azionare la macina ha segnato dal rado medioevo un importante progresso tecnologico. Nnei primi mulini le ruote erano asse verticale come la macina, erano annegate sotto il mulino e la macina ruotava alla stessa velocità della ruota.

Si tratta di un meccanismo che, con le medesime caratteristiche si trovava nei mulini di tutta italia, fossero deputati alla macinazione, alla battitura o al funzionamento dei mantici e dei magli delle ferriere, e che è stato introdotto intorno al XIII secolo consentendo di aumentare notevolmente le potenze in gioco.

Si chiama meccanismo Lanterna-Lubecchio e quelli che ho visto io erano ancora costruiti in legno. Il lubecchio aveva molti più denti della lanterna e ciò consentiva di diminuire la velocità di rotazione aumentando la coppia necessaria ad azionare la macina. In una fase più avanzata furono sostituiti da ingranaggi metallicci (il meccanismo vite senza fine ruota elicoidale).

Il serbatoio di raccolta del mais e al di sotto il cilindro contenente la macina

Il serbatoio dove arriva il mais e al di sotto il cilindro contenente la macina

Sul lato opposto a quello della macina c’era una specie di grande tramoggia in cui si versava il mais e al suo fianco due grossi tubi di ferro sotto i quali si mettevano i sacchi per raccogliere il macinato. C’era anche una grossa stadera di quelle a piano orizzontale per pesare la merce in entrata e in uscita.

Il mais arrivava in grossi sacchi da 50 kg; erano i sacchi di una volta costantemente riciclati, fatti di iuta e in ogni casa c’erano anche gli aghi e la corda per le riparazioni, perché nella economia povera ogni cosa aveva il suo valore e si buttava solo se era diventata inservibile.

il mugnaio

Motocarro<br /><br /> Ercole della Guzzi

Il motocarro Ercole della Guzzi

Mio zio e mio cugino i sacchi li portavano a spalla o con un carellino per una ventina di metri dal portico, dove sostavano i motocarri, al locale del mulino. Negli anni 50 quasi tutti i mugnai avevano il motocarro Ercole della Guzzi, un monocilindrico grigio, parzialmente cabinato e con un bel cassone di carico: accensione a pedale, cilindro e volano bene in vista. Non c’era il volante ma un grande manubrio da moto con le manopole e tutti i comandi: il gas, il freno, l’aria, l’alzavalvole e naturalmente il serbatoio della benzina con a fianco la leva del cambio.

Il mugnaio faceva il servizio a domicilio ai paisan, così si chiamano i contadini nel dialetto della Brianza. E’ un francesismo, ma il nostro dialetto è pieno di francesismi e lo imita anche nella sintassi. Così, benché abbia studiato il francese solo alle medie, il parlarlo mi ha sempre dato meno problemi dell’inglese: quelque chose, diventa quei cos, quelle heure est-il diventa che ura l’è e così via.

carro da mugnaio

carro da mugnaio (dal sito del museo della civiltà contadina)

Oltre ai motocarri qualche mugnaio aveva ancora il tipico carro lombardo con due grandi ruote a raggera e il cavallo, ma ormai i cavalli e i carri stavano sparendo del tutto anche se, prima che i camion prendessero il sopravvento, alcuni trasporti molto pesanti si facevano ancora con i cavalli da tiro. Sotto il portico, accanto ai motocarri c’era un carro ormai inutilizzato perché nessuno deoi Malacrida aveva più il cavallo.

Ma ricordo che a Villasanta le grandi presse prodotte dalla Colombo Agostino, venivano trasportate alla Fiera di Milano con un carro, già a ruote gommate, trainato da cavalli.

Torniamo al mulino; il mais veniva pesato e la quantità era annotata su una lavagnetta; poi lo si versava nella tramoggia e, a questo punto, iniziavano le magie. Mio zio azionava una leva,  e in un rumore di chicchi e di ferraglia, il mais veniva risucchiato da terra e andava a finire in alto, dall’altra parte del locale viaggiando in un tubo di ferro alimentato da una vite di Archimede o coclea.

Altra leva (la frizione) e la macina iniziava a girare; dopo qualche minuto avveniva il miracolo: da un tubo di ferro cadeva la farina e da un altro la crusca. Il mugnaio metteva le mani sotto il getto di farina per controllarne il calibro e, se necessrio, interveniva su un altra leva per regolare il grado di macinatura. Nessun motore, nessuna elettricità, solo la forza dell’acqua. Al piano superiore c’era anche un complicato sistema di setacci anche quello azionato da cinghie di cuoio collegate all’albero della macina che serviva, oltre che a separare la crusca dalla farina, anche ad ottenere farine con diversa granatura. Ero un bambino ed ero affascinato da tutti quei meccanismi fatti a mano e il cui componente principale era il legno.

lo zio Angiolino

Lo zio Angiolino al matrimonio di mamma e papà

La farina e la crusca erano calde, sui 40-50° ed era divertente ed emozionante mettere le mani sotto e lasciarsi accarezzare; dopo qualche secondo il locale si riempiva del profumo di mulino; era un profumo dolce e amaro, il profumo del mais che in questi anni ho cercato, senza successo, di ritrovare nelle farine per la polenta che ormai sanno di poco.

Mentre il mulino girava mio zio o mio cugino salivano alla saracinesca a controllare il livello dell’acqua e, se serviva, la alzavano un po’ per garantire alla ruota un movimento uniforme. A sacco finito se ne metteva un altro e poi basta, perché c’era già un altro mugnaio in attesa e bisognava aspettare che si ripristinasse il livello dell’acqua nell’invaso della roggia molinara.

Si legavano i sacchi di farina, si pesavano e si riportavano al motocarro sotto il portico. Una parte della farina e della crusca rimanevano al mugnaio: la farina da mangiare o da rivendere, la crusca per i maiali e le galline e le oche.

Lo zio Angiolino dalla metà degli anni 50 ha smesso di fare il mugnaio e, come parte dei suoi figli (Franco e Rosanna) è venuto a lavorare al Calzaturificio monzese facendo il custode, ma la attività di mugnai è continuita da parte di altri cugini Malacrida. Tutta la famiglia si è poi trasferita ad Arcore, prima nella zona della Gilera e poi in una cascina nei pressi di Peregallo. La zia Amelia, cui ero molto affezionato, perché la vedevo un po’ come la mia nonna materna, è morta nel 72 per un cancro al seno e nelle foto del mio matrimonio nel settembre del 1971 è ancora presente ma con un’aria soifferente.

il porcile

Ogni mugnaio aveva il suo porcile, un ambiente basso, di due metri per quattro, con il pavimento in pietra o cemento in leggera discesa verso il fiume, per garantire il deflusso naturale delle deiezioni. Il locale prendeva aria da qualche piccolo finestrino e i maiali, da 6 a 8, campavano lì dentro mangiando da un trogolo che stava sul davanti.

Una volta l’anno venivano venduti ad uno dei salumifici della zona e il ciclo ricominciava. A diferenza di quanto accadeva tra i contadini, il maiale non veniva macellato a novembre o dicembre, ma era allevato per essere venduto e ricavarne un po’ di reddito. A duecentocinquanta metri dal Taboga, alla frazione La Cà, c’era il salumificio Molteni, quello dove lavorava la zia Antonietta.

Ricordate la omonima squadra ciclistica degli anni 60, quella di Gianni Motta? Gli scarichi della macellazione finivano direttamente nel Lambro, in una zona appena più a valle del Taboga, dove l’acqua del Lambro si faceva più scura ma, intorno a quello scarico, c’era grande abbondanza di pesci e io ci andavo a pescare le arborelle con la canna a più ami.

Una volta al giorno, al momento del pasto, mio cugino buttava nel porcile qualche secchiata d’acqua presa dal Fontanino e questo era tutto sul piano della pulizia con lo scarico che finiva direttamente nel Lambro. Davanti al porcile c’era un rozzo braciere, ricavato da un grosso fusto metallico scoperchiato, sul quale metteva a bollire la zuppa per i maiali: acqua del Fontanino, scarti alimentari, crusca, e panello sbriciolato. Il panello era l’unico prodotto non a chilometro zero e arrivava dalle aziende produttrici d’olio; era lo scarto compresso e cotto della macinatura dei semi di ravizzone o di lino (quello che in passato produceva anche mio nonno).

La zuppa liquida dei maiali e il porcile avevano degli odori particolari; un che di dolciastro e di pungente, assolutamente gradevole, più accattivante di quanto si sente passando oggi in vicinanza dei grandi allevamenti della pianura padana.

Il Fontanino

Il Fontanino (ul Funtanen) era il fontanile che scorreva a sinistra della roggia molinara e da cui, sino a tutti gli anni 40, si prelevava l’acqua per tutti gli usi domestici. Lo si vede anche sulla mappa. Non c’era ancora l’acqua nelle case, per non parlare dei servizi igienici. La latrina era un loculo  con un buco nel pavimento sopra il pozzo nero. Ma, a partire dai primi anni 50, il Taboga fu allacciato all’acquedotto e così, all’ingresso dei tre portici, venne messo un rubinetto dell’acqua e cessarono anche le epidemie di tifo.

In effetti se nella zona di villa Rapazzini si usava il Fontanino per lavare era evidente che al Taboga arrivassero, nell’acqua da bere, i coliformi fecali. Di tifo si moriva e mio cugino Franco, a quanto raccontava, ci è andato vicino. L’acqua, venisse dal fontanino o dall’acquedotto, veniva trasportata sino alle case in grandi secchi di ferro smaltato o zincato e la si conservava poi coperta da uno straccio o da un coperchio di legno con a fianco il mestolo per prelevarla e per bere. Per gli usi più nobili il secchio era di rame stagnato.

Il Fontanino nasceva cento metri a monte del porcile (nel parco di villa Rapazzini) e scorreva in un letto stretto e profondo da cui, anche d’estate quando l’acqua del Lambro mandava caldo, usciva una bella frescura e un odore di pulito, molto diverso dall’odore dell’acqua del Lambro che incominciava a risentire pesantemente degli effetti delle attività umane.

La pesca

Mio cugino Mariuccio ci teneva i pesci vivi a spurgare in una grande gabbia metallica adagiata sul fondo e legata con una corda e, un paio di volte la settimana, si mangiava pesce fritto o pesce in carpione (quello bollito e messo a macerare con aceto e cipolla).

Nel Lambro si pescava un po’ di tutto: arburei (alborelle), tenca (tinca), cavesai (cavedani), persic (persici), barbìs (barbi) e carpe ma, secondo mia mamma, sino agli anni 30, c’erano anche il luccio e i gamberi di fiume ben noti nelle cronache milanesi dell’ottocento che raccontano dei brianzoli che venivano a Milano a vendere i gamberi del Lambro.

il quadrato

Il quadrato usato per pescare illegalmente, ma con profitto

La pesca si faceva in maniera assolutamente illegale (ma tollerata) con il quadrato, una rete quadrata con maglie di un centimetro e una dimensione del lato variabile, a seconda delle caratteristiche fisiche del pescatore, da uno a tre metri.

La rete era sorretta da due stecche metalliche ed elastiche messe in diagonale e con una lunghezza superiore del 50% rispetto a quella della diagonale, in modo che si formasse un arco che manteneva ben tesa la rete. Nel punto di incrocio delle due stecche si legava una fune appesa ad una grossa canna di bambù. Anche io, nel periodo delle medie e dei primi anni di superiori, mi sono fatto il mio quadrato.

In alternativa al quadrato si faceva anche un po’ di pesca con la canna, con più ami per le arborelle, o con amo singolo nei punti di fiume calmo e profondo come alla Punta, una zona in cui il Lambro fa una curva a gomito ed è scavalcato dal ponte della ferrovia, dove si andava anche a fare il bagno con tuffo dal ponte. Come esca si usavano i lombrichi rubati alla caccia delle galline o la polenta avanzata.

Si adagiava il quadrato sul fondo per qualche minuto e poi lo si sollevava di colpo con uno strappo deciso; i pesci, se c’erano, saltellavano nella rete; usando la canna lo si avvicinava al corpo per prenderli e, a seconda dei casi, venivano messi in un secchio con l’acqua o nel cesto chiuso di vimini. Risultava molto divertente e produttiva la pesca fatta a valle del mulino, stando sotto il portico, nei momenti immediatamente successivi alla apertura della saracinesca. L’acqua aumentava di colpo e con essa arrivavano i pesci risucchiati verso valle.

Ricordo con disgusto l’abitudine di ammazzare il pesce, appena preso, con un colpo secco in testa dato con la pinza usata anche per slamare, ma forse il pesce soffriva di meno che a morire lentamente, per asfissia, nel cesto di vimini.

riti contadini con il fiume – le oche

A proposito di morti cruente mi ricordo di aver assistito una volta alla decapitazione dell’oca. Le oche venivano allevate, così come le anatre mute e le galline utilizzando l’abbondanza di crusca e di mais. Ogni famiglia aveva il suo piccolo orto e un pezzo di terreno incolto con robinie e qualche albero da frutta  dove razzolavano i volatili. Sulle robinie erano piantati numerosi assi su cui le galline si rifugiavano di notte per ripararsi dai predatori. Quello delle zia Amelia stava sul lato sinistro della riva e aveva anche un piccolo stagno per le anatre.

Al suo momento l’oca veniva ammazzata prendendola sotto le ali e per i piedi; si appoggiava il collo sulla spalliera metallica di sostegno del ponte e, con un colpo netto di roncola (ul risciiott), veniva decapitata.

La testa finiva nella roggia molinara mentre la povera bestia continuava, per via dei riflessi spinali, a camminare starnazzando e buttando sangue dal collo. Per qualche giorno si mangiava carne e con il piumino si facevano dei sacconi usati come trapunte per l’inverno.

Per via del progressivo inquinamento l’ultimo bagno a monte e a valle della ciüüs l’ho fatto  in prima superiore, nel 1961. L’acqua iniziava a sapere di chimica e i pesci diminuivano. La situazione peggiore è stata all’inizio degli anni 70 quando le analisi batteriologiche indicavano la morte anche dei colibatteri fecali.

Poi la situazione è andata progressivamente migliorando grazie al completamento del grande collettore posto sotto il letto del fiume da Erba sino a Monza e che raccoglie tutti gli scarichi fognari e alla costruzione dei depuratori. Così oggi il Lambro è pulito, almeno sino a Monza. Sono ritornati i pesci e molti aironi cenerini e nitticore. Alcuni uccelli di passo, si sono fatti stanziali. Poi, a valle di Monza, ricomincia il dramma e tutta la merda di Milano finisce nel fiume frequentato da cornacchie e nugoli di gabbiani che arrivano sin dalla Liguria.

come si viveva

Al Taboga le camere erano al piano superiore messe una dietro l’altra con un unico accesso dalla parte alta del mulino. Due porte di accesso e poi una infilata di camere comunicanti con le finestre o lungo la roggia molinara o lungo il fontanino.

Niente riscaldamento; si usava ancora il prete sotto le coperte con la brace, o il mattone scaldato nel camino, e sopra i grandi piumini e le trapunte in piuma d’oca. D’inverno ci ho dormito poche volte ma mi ricordo ancora il freddo che ho ritrovato solo nelle camerate a militare.

Al piano terra c’era un grande locale sotto il portico e lì si viveva, mentre la vita sociale avveniva sotto il portico o negli orti. Una volta la settimana la Giulia, aiutata dalla cognata, metteva in produzione i ravioli fatti in casa. Si facevano uno ad uno negli stampi; ripieno con il lesso e gli scarti della macchina affettatrice, pasta fatta a mano e l’unica macchina elettrica era quella per tirare la sfoglia.

Il venerdì, in uno spazio lungo il fiume, a ridosso del porcile veniva fatto il merluzzo fritto, ma anche il pesce in carpione e le arborelle. Già nei primi anni 60 la produzione era ormai esportata verso una affezionata clientela che arrivava da Arcore e da Villasanta perché i ravioli della Giulia erano rinomati.

Dopo la seconda roggia molinara c’era il regno di Mario da Carlott, anche lui mugnaio e allevatore di maiali.

Sua figlia, la Olga, sposata ad un Molteni, mandava avanti il salumificio e morì in maniera tragica nel mattatoio scivolando sul pavimento pieno di sangue e finendo con il collo su una sega appesa ad un gancio.

Dopo i locali di Mario, sulla sinistra c’era un ristorante di pesce di fiume rinomato per matrimoni, balera  e rimpatriate varie e che aveva avuto il suo massimo sviluppo negli anni 30.

Aveva anche un parco fatto di vialetti, siepi di bosso, montagnette e ponticelli che superavano le due rogge molinare che si originavano poco più a monte; percorsi pedonali delimitati da corrimano in legno e, nella parte più alta, a monte della ciüüs un piccolo imbarcadero che consentiva con una barchetta a remi di risalire il fiume costeggiando il parco dei Rapazzini sino alla zona di Peregallo.

Cose che non esistono più ma che ho la soddisfazione di avere visto, frequentato e goduto.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 14 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere


 




1946-1963: la casa di via Mazzini

III edizione – maggio 2024

casa di via mazzini

Qui sono nato e ho passato la mia infanzia. La casa si trovava al primo piano sopra gli uffici e gli spogliatoi degli operai.

Nella foto, dopo la casa, sulla destra, si vedono l’Osteria dei Reduci e il passo carraio da cui si accedeva al magazzino del cuoio. E’ stata ripresa il giorno del funerale del nonno nell’estate del 1953.

come era fatta la casa

Ho ricostruito la planimetria a mente e dunque qualche proporzione nella dimensione dei locali potrebbe esere imprecisa. Dal cortile, di fianco agli uffici si saliva attraverso una tripla rampa di scale e si sbucava su di una ringhiera ad L larga poco più di un metro con la balaustra sostenuta, sopra e sotto, da tante stecche di ferro affiancate. Alla fine della scala c’era un piccolo slargo e se alzavi la testa vedevi la botola del solaio. Ho sempre sognato di esplorarlo, ma non mi ci hanno mai portato.

planimetria della casa

La ringhiera era una tentazione irresistibile e ogni tanto, la sera, e di nascosto dalla mamma, noi tre fratelli più grandi, messi uno di fianco all’altro, facevamo a gara a chi faceva la pipì più lontano giù nel cortile di cemento.

La sfida a chi la fa più lontano appartiene all’immaginario di ogni maschio, come le bambine che giocano a 1 2 3 stella. Sulla ringhiera si aprivano le porte di accesso ai vari locali della casa. Erano porte doppie: all’esterno una in legno pesante che non veniva quasi mai chiusa e, all’interno, delle porte vetrate di quelle a due battenti con il vetro gremolato e la parte più bassa in legno. La ringhiera terminava in uno sgabuzzino (0) che noi chiamavamo in fondo alle scope dove, come dice il nome, si tenevano i materiali di pulizia della casa, gli stracci e qualche scorta alimentare. Non ho mai sentito chiamarlo sgabuzzino, era in fondo alle scope (in fondo, perché stava alla fine della ringhiera).

le camere

La camera grande (1) era occupata da noi quattro fratelli (Sandro, Claudio, Fabio e Italo) e venne approntata quando Italo, nato nel 53, divenne grande a sufficienza per non rimanere più nella camera di papà e mamma. In quella occcasione la vecchia camera matrimoniale divenne la nostra e papàa e mamma si trasferirono in quella di fianco (4).  Sandro, Claudio, Fabio e Italo, sono nati lì nel letto matrimoniale.

A proposito della mia nascita la mamma diceva che sono sempre stato svelto; alle sette di sera lei stava stirando e alle otto ero già nato.

Passando dalla anticamera (2) si accedeva alla nostra camera, al bagno e, attraverso una porticina stretta, a quella (4) dove dormivano il papà, la mamma e Marco (nato nel 59).

Il bagno (3) aveva la vasca sulla parete di fondo e la usavamo il sabato pomeriggio riscaldando l’acqua con uno di quegli scaldabagni elettrici ad immersione che oggi non esistono più. Ci lavavamo in sequenza, noi tre più grandi, nella stessa acqua senza farsi troppi problemi. C’erano sia il water che il bidet, una sciccheria per quei tempi.

Eravamo dei privilegiati perché nelle case dei cortili di via Mazzini quasi nessuno aveva una stanza da bagno e ci si lavava in dal segion (la grande tinozza di legno che era utilizzata anche per il bucato). L’acqua calda per le piccole necessità veniva dalla cucina economica (presente in tutte le case) che, sulla destra, aveva un recipiente metallico stretto e lungo che si infilava nel corpo della stufa molto vicino alla fiamma.

La cucina economica inizialmente andava a legna e carbone, ma ad un certo punto, verso la fine degli anni 50, ci fu messo il bruciatore per il metano; ma non era più la stessa cosa.

Nella nostra camera, dipinta ad olio di un color verde smeraldo c’erano tre letti di quelli con i cassoni con le molle (che erano detti elastici), i comodini, una scrivania, un grande armadio nello stesso stile e il lettino per Italo messo di traverso.

Sulla parete verso via Mazzini, sotto una delle finestre, c’era anche una libreria con un centinaio di volumi, in maggioranza romanzi editi negli anni 40 e 50. Ricordo i volumi della collana La Medusa di Mondadori, le edizioni Bompiani dei romanzi di Cronin e i due romanzi di Fogazzaro, Malombra e Piccolo mondo antico in una edizione Mondadori rilegata e con copertina grigia.

I mobili della camera della mamma erano in stile anni 40 e, come i nostri, ci hanno seguito nel trasloco del 63 quando casa e fabbrica vennero demoliti.

la cucina

Una porta stretta dava accesso alla cucina (5), il locale più importante della casa. C’era un balconcino strettissimo che si affacciava sulla via Mazzini; lo si vede nella foto di apertura. Dal balcone si vedeva il giardino di villa Daelli che allora arrivava sino alla cappellina dei morti (c’era un parco nobile e non un condominio come ora). La nonna Elisa chiamava i Daelli, cachinfacia, facendo una contrazione di “quei dalla cà chi in faccia” (quelli della casa qui di fronte). Una dinastia che campava di rendita e che si è autodistrutta per cattiva gestione, ad un certo punto.

In cucina c’era tutto quello che usavamo per vivere: la cucina economica, le piastre elettriche e a gas per cucinare, una grande cappa ad aspirazione diretta,il frigo (enorme e rivestito di legno), il lavandino, una paio di credenze, tra cui una verniciata bianco panna in cui stavano tutte le stoviglie e le posate  e un grande tavolo su cui si cucinava e si mangiava.

C’era una grande caffettiera a ebollizione, in alluminio pesante, dove si versavano gli avanzi della napoletana mischiati a un po’ di cicoria tostata (l’ Olandese marca Elefante) e si utilizzava quell’intruglio nero per il caffelatte del mattino.

la prim colazione e il tabaccaio

Quando siamo stati abbastanza grandi, io e Sandro, a turno, andavamo verso l’inizio di via Mazzini a prendere il latte, dalla lattaia (che era gestita dalla famiglia Lavelli) e i panini di semola dall’Alfredo (Corti), vecchio amico di papà. Il latte era venduto in bottiglie di vetro della centrale di Monza, bottiglie con sezione poligonale, una imboccatura abbastanza larga con la chiusura in stagnola pesante che si metteva e levava a mano. La colazione era un rito e, a partire da una certa data, abbiamo incominciato anche a fare l’uovo sbattuto con lo zucchero che poi veniva inondato di caffè.

Di fianco a noi, subito dopo la via Verdi, c’era la tabaccheria dei Valentini; un locale piccolo dove il signor Valentini vendeva di tutto: il tabacco da tiro, le sigarette sfuse nelle bustine di carta, i toscani che prima dell’acquisto venivano lungamente palpati dagli acquirenti per saggiarne la stagionatura, i fiammiferi, i cerini, gli svedesi, il sale, lo zucchero, prodotti di drogheria, le caramelle, le cicche americane.

Mi chiedevo come potesse starci tutto in quel bugigattolo finchè, grazie al figlio che faceva le elementario con me, scoprii l’esistenza di un retrobottega-magazzino enorme che, senza finestre, occupava tutto il primo tratto della via Verdi.

vita di famiglia

La mamma, vuoi perché lavorava in ufficio (papà l’aveva conosciuta e puntata in questo modo), vuoi per ragioni di divisione del lavoro, non si occupava della spesa e del cucinare. A questi aspetti ci pensavano la nonna (che cucinava), la Maria e la Elena (per la spesa).

Maria ed Elena

La Maria (Milesi), originaria della alta val Brembana, stava con noi dalla mattina sino al tardo pomeriggio; era in famiglia dagli anni 30 e dunque era molto di più di una donna di servizio; il marito (Battista Bidoglia) faceva il camionista per i Pessina e suo fratello è stato l’ultimo cavallante di Villasanta.

Non avevano figli, così stava più da noi che a casa sua, faceva i mestieri, aiutava la nonna ed è rimasta come un pezzo della famiglia anche dopo la chiusura della fabbrica ed è persino venuta per un po’ a fare le pulizie anche a casa mia dopo il matrimonio.

Poi c’era la Elena, arrivata dall’alta Brianza (Ravellino, vicino a Colle di Brianza), poco dopo la nascita di Fabio (1949) e che è stata la vera mamma di mio fratello Italo, nato nel 1953, e praticamente cresciuto da lei. La Elena (che è morta di recente) viveva con noi e aveva la sua cameretta (8) nella quale ricordo che c’era anche un armadio ad una anta, con lo specchio  dove stavano la divisa militare di papà, il vestito da sposa della mamma e la sciabola da ufficiale di papà (che mi faceva una grande impressione). Ogni tanto la sfilavo dal fodero per guardare la lama tutta istoriata.

Durante la giornata la nonna Elisa stava prevalentemente nel locale di passaggio (6); era un locale stretto e lungo con qualche sedia e poltrona e, a partire dal 1955 ci venne messa la televisione. Il pavimento, come quello di tutti i locali, tranne la cucina e i bagni, era di linoleum. Dopo l’ora di pranzo nel locale lungo c’era il rito del caffè con il nonno, il papà e lo zio Pietro. Lo bevevano corretto con il Fernet mandando in giro un odore che noi bambini trovavamo insopportabile.

la nonna Elisa

La nonna Elisa era una donna piccola, molto grassa per via del diabete e con un sedere enorme accentuato dalla lussazione dell’anca che la faceva camminare ondeggiando. Due volte al giorno veniva una infermiera (si fa per dire) la Ginetta a fargli l’iniezione di insulina. Mi ricordo il bollitore in cucina, con la siringa da insulina che, a differenza di quelle normali, era più stretta e lunga e aveva il pistone in vetro blu.

Dopo qualche minuto di ebollizione si spostavano in camera per l’iniezione e uno dei ricordi che ho da bambino piccolo è questo sedere enorme, appoggiato sul letto, un corpo tutto sedere. Ogni mattina veniva anche la pettinatrice, la signora Netta, a spazzolarle e legarle i lunghi capelli.

Dalle prime ore del pomeriggio sino a sera stava in compagnia di una vecchina, Maria Maera (magliaia), a fare l’uncinetto e a biascicare un misto di preghiere tra cui il rosario con tutti i misteri dolorosi, gaudiosi, gloriosi a seconda del giorno della settimana. Mescolavano  il latino e il dialetto brianzolo con cui avevano deformato le giaculatorie.

Ero bambino ma, noi bambini già percepivamo la bestialità di talune frasi come per esempio “Deus, in adiutòrium meum intende…” (Dio volgiti in mio aiuto) che diventava, detto da Maria Maera “ven che Vitori ca s’intendum” (Vieni qui Vittorio che comunichiamo) e la nonna che doveva rispondere  “Domine, ad adiuvandum me festina” (Signore, affrettati a soccorrermi) diceva invece “dumandic a la mia Cristina” (chiedi alla mia Cristina). Erano uno spasso, ma anche un po’ noiose perché andavano avanti per ore. Quando arrivavano al Dio sia benedetto capivamo che avevano finito e tiravamo un sospiro di sollievo.

la sala

La sala (7) aveva i mobili in noce ed era perennemente chiusa se si esclude l’apertura della porta per ascoltare il radiogrammofono che stava lì dentro. Mi ricordo dell’ occhio magico (verde-nero) che reagiva alla sintonia, delle stazioni in onde medie che non recavano la frequenza ma il nome di città di tutto il mondo (Graz, Zagabria, Parigi, …) e poi il giradischi dove noi bambini acoltavamo le fiabe sonore.

Erano dischi a 78 giri della Durium in una specie di cartoncino con un rivestimento similplastico (ma la plastica non era stata ancora inventata) su cui c’era l’incisione. Avevamo Cenerentola, Biancaneve e Barbablù e quella di Barbablù era quella che mi impressionava di più; in particolare quando la protagonista, presa dalla irresistibile curiosità apriva la porta vietata e Barbablù, con una voce che pareva venire dall’oltretomba, la condannava a morire: anche tu come le altre ….

Usavamo la sala solo nelle feste di Natale, almeno finché c’è stato il nonno, che ci teneva a fare il grande pranzo di famiglia con tutti noi, le due figlie sposate (zia Giovanna e zia Linda) con rispettivi mariti e figli. Si mangiavano i bolliti misti, il pollo in gelatina, il vitello tonnato, i ravioli in brodo, il panettone e al pomeriggio si giocava a Mercante in Fiera con le fiches e noi bambini potevamo giocare con i grandi.

la parte finale della casa

La camera del nonno e della nonna ha continuato a farmi paura per un po’ di anni da quando, nel 53, venne allestita la camera ardente per la morte del nonno.

Da allora la porta di ingresso, se ero da solo, costituiva un tabù: rivedevo il nonno morto e immaginavo che si alzasse e venisse fuori. Trovavo inquietante anche la teca di vetro con Maria Bambina messa sulla cassettiera e, sul muro le foto giganti dei bisnonni. Il suo letto era ancora lì, le finestre erano quasi sempre chiuse e a me sembrava la camera dei fantasmi.

Il bagno (10), di fianco alla camera dei nonni aveva alcuni scalini dopo la porta e veniva usato prevalentemente come lavanderia (oltre che come bagno per la nonna).

Era stata acquistata una delle prime lavatrici tedesche, della Miele. Era un grande cilindro verticale di metallo pesante con al centro un aggeggio che ruotava alternativamente nei due versi e questa oscillazione ritmica determinava la lavatura.

L’acqua veniva immessa a secchiate e poi riscaldata con lo scalda-acqua a immersione. Lo scarico avveniva con un rubinetto nella parte bassa e, dopo aver fatto il risciacquo nello stesso modo, i panni venivano strizzati facendoli passare tra due rulli di gomma azionati a mano.

giochi e sadismo

Di pomeriggio, se non si stava nel cortile di casa, si andava in quello dove la zia Giovanna aveva il negozio (il primo cortile della via Mazzini): c’erano nostro cugino Enzo e anche il Franco, un po’ più grande, che aveva la carabina ad aria compressa con i piumini e i piombini. Ricordo che, oltre che con i cugini Locati, giocavamo con due sorelle Rosaria e Gabriella (Vimercati), e un fratello e sorella Daniele e Rosalba Ferrario. Gli altri cugini, Luigi e Giancarlo erano già grandi e non ci filavano molto.

Il lunedì pomeriggio facevamo una cosa orribile e, pensandoci oggi, mi chiedo come facessimo a reggerla (avevamo tra i 5 e 9 anni). Si andava tutti in bass ai erba, dove c’erano i macelli e assistevamo alla uccisione e squartamento di mucche e vitellini (a volte una, a volte due). Arrivavano con un camion o con il carro con il cavallo, venivano fatti scendere con un asse inclinato e legati fuori dal macello.

Il signor Tornaghi (che aveva la macelleria all’inizio di via Mazzini, dove poi è subentrato Pino Mapelli), detto ul balurda perché era sordomuto, era un omone e aiutato da un nipote li portava dentro. Poi mentre il nipote teneva la bestia ferma per la cavezza, gli dava un colpo di mazza e gli spezzava l’osso del collo. A volte il primo colpo non bastava e ne serviva un secondo. La bestia cadeva a terra e a questo punto veniva sgozzata. Dopo qualche anno imcominciarono ad usare, al posto della mazza, un metodo più sicuro: un pugnale che recideva di netto il midollo spinale a livelle cervicale.

Finiti i rantoli dell’agonia, la tiravano su per le zampe posteriori con un argano a mano e poi iniziava l’eliminazione della testa, delle viscere, degli organi interni, della pelle, … Il sangue a terra veniva lavato grossolanamente a secchiate, mentre la briglia centrale scaricava il tutto nella roggia che passava lì di fianco.

Sono passati molti anni prima che incominciassi a mangiare la trippa che avevo visto tirar fuori e lavare con gli spazzoloni. Con i vitellini era peggio, perché venivano issati per una delle gambe posteriori e uccisi con il taglio della giugulare senza alcun stordimento. Noi stavamo lì, guardavamo tutto e ce ne tornavamo a casa tranquilli. Cosa sarà successo alla nostra psiche?

I cortili di via Mazzini avevano tutti l’accesso verso ovest alla roggia perché c’erano ancora le pietre e i cilindri in cui si mettevano le donne per lavare i panni e, a loro volta, i cortili erano interconnessi da passaggi interni che usavamo per le scorrerie in occasione delle sfide tra bande. Ne parlerò in uno dei prossimo capitoli.

Poi a 10 anni sono andato in Collegio e ho lasciato l’ambiente del paese. Diventando più grande, quando ormai la fabbrica era chiusa, ma noi vivemao ancora lì, ho incominciato ad usare un locale adiacente alla casa (11) dove si trovavano vecchie macchine da ufficio e pratiche commerciali e amministrative del calzaturificio, una specie di archivio morto della ditta ormai chiusa. Su una delle pareti c’era una nicchia abbastanza grande e alzata da terra. Mi ci rifugiavo quando volevo stare solo e pensare.


Ultima modifica di Claudio Cereda il 11 maggio 2024


La pagina con l’indice della mia autobiografia da cui potete scegliere i capitoli da leggere