il miglio verde

Il miglio verde è un film americano del 1999 che descrive il funzionamento del braccio della morte negli anni ’30 in un penitenziario della Louisiana. La sceneggiatura è stata tratta da un romanzo di Stephen King che, a sua volta si è ispirato ad una storia vera, la condanna a morte-eseguita di un ragazzino afroamericano di 14 anni innocente.
Il miglio verde è il corridoio con pavimento di linoleum verde che va dalle celle dei condannati a morte alla camera della morte con la macabra sedia elettrica e le sedie per il pubblico. Già perché nei civilissimi USA la esecuzione era uno spettacolino. La sedia elettrica è stata ormai sostituita dal iniezione letale o dalla morte in camera chiusa tramite azoto. Mi sono chiesto perché nel paese delle armi non abbiano usato la fucilazione, di certo meno cruenta e rituale ma c’è qualcosa di importante nel rito e gli ayatollah non a caso usano la cosa più spettacolare in assoluto la impiccagione con la gru.
Siamo negli anni 30 e i condannati, nel braccio della morte ci stanno poco e, nel film c’è tutto lo spazio per una vita tranquilla (salvo per la guardia sadica che sarà colpita dalla giustizia divina). C’è persino lo spazio per una favola animalista con un topolino intelligente che diventa la mascotte del braccio.
Nel film vengono eseguite tre condanne sulla sedia elettrica seguendo il macabro rito che parte con l’accompagnamento del condannato dalla sua cella alla camera della morte dove c’è un pubblico composto da curiosi o da coinvolti nelle efferatezze del condannato.
Il condannato viene legato sulla sedia fatta di legno con delle cinghie di cuoio alle gambe e alle braccia e al tronco. Le cinghie sono connesse poi agli elettrodi che recano la scarica. Dopo le frasi di rito sulla condanna e sulla richiesta al condannato di dire qualcosa si passa alla fase finale con la sentenza di morte.
- Cappuccio nero per evitare che nella fase più tragica si vedano cose tremende sul viso del condannato.
- Apposizione di una spugna imbevuta di una soluzione salina sulla testa rasata del condannato e calotta fissata con delle cinghie e collegata all’elettricità perché la morte sia il più possibile rapida passando attraverso il cervello
Poi si dà il via al rito il condannato vibra e salta sulla sedia e dopo alcune decine di secondi il medico né constata la morte o, nel caso ci siano ancora attività cardiache, cosa che si vede in una delle tre esecuzioni del film, si passa a una seconda fase di scariche.
Nel film c’è una guardia carceraria sadica che volutamente evita di bagnare la spugna e il risultato è un vero e proprio arrostimento del condannato mentre il pubblico sadico terrorizzata lascia la sala piena di fumo e di odore di carne bruciata.
La storia è incentrata su due personaggi principali il capo delle guardie Paul Edgecombe, interpretato da Tom Hanks, e un gigante afroamericano un po’ tardo che è stato condannato a morte perché trovato con due sorelline uccise tra le sue braccia: John Coffey interpretato da Michael Clarke Duncan.
John Coffey è un personaggio dotato di poteri soprannaturali con la capacità di risucchiare il male dai corpi delle persone e che pian piano conquista prima la simpatia e poi la connivenza dell’intero corpo delle guardie che vorrebbero evitargli la morte sulla sedia elettrica ma lui rifiuta con una dichiarazione impressionante.
John dimmi cosa posso fare per te vuoi che ti faccia uscire di qui
Tu devi dire a Dio padre che hai fatto una gentilezza. Lo so che soffri e ti preoccupi, te lo sento addosso ma adesso però la devi smettere. Io voglio farla finita una volta per tutte. Davvero sono stanco Capo; stanco di andare sempre in giro solo come un passero nella pioggia, stanco di non poter mai avere un amico con me, che mi dica dove andiamo, da dove veniamo e perché. Sono sono stanco soprattutto del male che gli uomini fanno agli altri uomini, sono stanco di tutto il dolore che io sento ed ascolto nel mondo, ogni giorno. Ce n'è troppo per me è come avere pezzi di vetro conficcati in testa, sempre, continuamente; lo capisci questo?
Vi risparmio gli ulteriori dettagli perché voglio parlare della capacità di questa società, intendo la società americana di buttarti sul muso problematiche molto pesanti e di farlo con una capacità documentaria e di coinvolgimento degli spettatori che sarebbe impensabile nella cinematografia europea.
Il miglio verde è un cazzotto duro ed è un cazzotto di quelli che ti fanno pensare a come questa società americana che ci crea repulsione nell’era di Trump sia una società capace di mandare messaggi autocritici in maniera diretta e con la forza di un cazzotto sulla faccia.
Pochi giorni prima di guardare Il miglio verde mi sono guardato Elegia americana un film tratto dalla autobiografia di J.D. Vance il vicepresidente trumpiano degli Stati Uniti, interprete pieno della ideologia MAGA che vuol dire Make America Great Again.
È la storia vera di un giovane che cresce nel America profonda, quella delle piccole realtà lontane dalle grandi città. Il padre non c’è, la madre è vittima delle tossicodipendenze e il giovane Vance è accudito e cresciuto da una figura positiva di nonna dura e dai sani principi.
Da questa realtà tragica Vance emerge e riesce ad arrivare a Yale e a laurearsi in giurisprudenza. Parte da lì la sua carriera e io mi sono chiesto guardando questo film bellissimo come sia stato possibile che, partendo da una realtà difficile, tragica, piena di contraddizioni uno si sia convertito sulla via di Damasco alla proposta MAGA che poi, nelle mani di Trump, è qualcosa di molto più brutto di quanto non sia il significato di quell’acronimo.
Il miglio verde (The Green Mile) è un film del 1999 scritto e diretto da Frank Darabont, con protagonisti Tom Hanks e Michael Clarke Duncan. Il film che dura oltre 3 ore è tratto dal romanzo omonimo di Stephen King, pubblicato nel 1996. Lo potete vedere su Netflix. Potete trovare la trama completa, piuttosto complessa su Wikipedia
Ho terminato di vedere su Rai Play una miniserie TV del 2017 con regista Riccardo Milani da un soggetto di Cristina Comencini. Il titolo è molto significativo di padre in figlia. Il padre Giovanni Franza è interpretato da Alessio Boni mentre la figlia è Cristiana Capotondi che a me, più la vedo recitare, ricorda la reincarnazione di Carla Gravina nel modo di muoversi e nella prossemica.
Il padre Giovanni Franza e la madre Franca (Stefania Rocca) sono due figure molto diverse che, come si capirà nell’ultima puntata, hanno alle spalle una vicenda dolorosa iniziata in Brasile nella comunità degli emigranti italiani dal Veneto che hanno fondato nuova Bassano e che sono diventati marito e moglie senza una vera storia sentimentale alle spalle.
I comportamenti del padre padrone dopo la nascita di Sofia sono esemplari ed indicativi di quello che oggi chiamiamo il patriarcato e che è parte dellla nostra storia e cultura. Di nuovo una femmina dopo le prime due Maria Teresa ed Elena. La levatrice richiama Giovanni già deluso, si tratta di un parto gemellare e nasce Antonio. I due gemelli avranno tra loro un vincolo fortissimo anche se, per il padre, Sofia è il nulla e Antonio è il tutto.
Maria Teresa è tosta, tosta a scuola, tosta all’università, tosta in mezzo a un appartamento padovano abitato da femministe e sballone e con un operaio venuto dal sud e che rappresenta la lotta di classe. È tosta nelle sue vicende sentimentali e anche in quelle professionali, al primo posto vengono il giusto unito alla autonomia
Ho visto su Rai Play le due stagioni per un totale di 14 episodi di due ore ciascuno: la Basilicata e Matera, la magistratura inquirente e la polizia giudiziaria, il mondo della provincia meridionale tra libere professioni e istituzioni dello stato, una donna forte e dalla intelligenza fuori dal comune, abiti improponibili cambiati in continuazione, un incedere da caporal maggiore, la mafia e il contiguo mondo degli affari, i problemi di famiglia tra anziani e adolescenti in crescita, l'immigrazione e le adozioni, uno spaccato dell'Italia con i suoi problemi e le sue contraddizioni.


Sono ragazze sui 20 anni. Quella con i capelli lunghi rossi, liberi sulle spalle, ne dimostra un paio di più di quella più piccola, magra, con i capelli neri raccolti e annodati sopra la testa. Sono molto belle. Si ammirano fra di loro. Parlano guardandosi negli occhi. Si amano.
Oggi un’amica ha pubblicato un cammeo sul tema della memoria (
Dopo aver visto
Quando questo film è uscito (2008) ero in tuttaltre faccende affacendato e così, nonostante avessi fortemente apprezzato La meglio gioventù (2003), il passo successivo di Marco Tullio Giordana mi è sfuggito e l'ho scoperto scorrendo la sua filmografia mentre scrivevo di Nome di donna.
Il responsabile della brigata Pasubio cui si erano consegnati spontaneamente riferì che l'ordine di fucilazione arrivava direttamente dal CLNAI e in particolare da Pertini e, come per molti episodi della primavera 45, ci fu poi, nel dopoguerra, un processo da cui emerse che non dovevano essere fucilati. Se volete saperne di più trovate in rete un sacco di materiale incluse due biografie.