Guccini è morto – Un muro che si sgretola – di Lorenzo Baldi

Stavo sfaccendando con la televisione accesa, quando ho appreso della morte di Francesco Guccini. Inaspettatamente, mi ha preso male: molto peggio delle ormai tante volte nelle quali è capitato che un pezzetto del mondo nel quale ho vissuto si staccasse, come un pezzo di mattone da u

Quando avevo quindici anni la censura radiofonica mi impediva di ascoltare «Dio è morto» (non così la radio vaticana), la prima canzone di successo, composta da Guccini ma interpretata da «I Nomadi»: mi precipitai, naturalmente, a comprare il 45 giri proibito. Avevo imparato a leggere su Quattroruote, e, nel tempo libero da scuola, costruivo aeromodelli, plastici ferroviari e la classica radio ad un solo transistor, da ascoltare in cuffia. Per dire che non avevo, a quel tempo, una formazione umanistica, al di là di quella meramente scolastica.

Guccini aveva scritto «Dio è morto» nel 1965 e che ne sapevamo, a metà degli studi liceali, di Allen Ginsberg e della teologia della morte di Dio? A quel tempo, la letteratura inglese si fermava, più o meno, a Walter Scott, la filosofia non sfiorava in alcun modo il ‘900.

Nietzsche era una parolaccia che si sussurrava sottovoce in qualche circolo universitario, identificato com’era il superuomo con il gerarca nazista, nella vulgata censoria del tempo.

Non avevo ancora letto Sartre, «L’esistenzialismo è un umanesimo» che mi avrebbe incamminato verso un interesse molto forte per la politica e per la filosofia.

Credo, poi,  che quel titolo, «Dio è morto», per me sia stato come una spiegazione per la diversità di una famiglia religiosamente agnostica, nella praticante provincia lombarda di metà anni ’60.

Qui mi interessano gli anni del liceo, perché ho sempre pensato ai riferimenti culturali del Maestrone come a quelli di un solido studente di liceo, certamente un primo della classe. Legati, se vuoi, ai fondamentali, genuinamente precedenti alle convoluzioni della ricerca accademica, sempre combinati ad una freschezza ed energia giovanile che si è spenta solo in un’età molto avanzata. E quanto mai estranei all’esercizio della distinzione come potere di esclusione.

Il liceale non monta in cattedra, resta seduto al banco insieme a tutti gli altri. Questo, forse, è alle radici della sua grande e trasversale popolarità. Francesco Guccini è stato un artista nazional-popolare nel senso migliore del (bistrattato) termine, sempre un solo passo avanti al suo pubblico, con la capacità di incarnare il suo tempo in modo comprensibile e, quasi sempre, condivisibile per gran parte delle persone.

«Se dio muore è per tre giorni e poi risorge,

in ciò che noi crediamo dio è risorto,

in ciò che noi vogliamo dio è risorto,

nel mondo che faremo dio è risorto…»

Mi interessa «Dio è morto» perché, a modo suo, è anche un pezzetto del legame inscindibile tra la cultura italiana e il mondo cattolico. Con la fine dell’Unione Sovietica e la quasi scomparsa dai radar della cultura e degli studi marxiani, alla fine, ciò che unisce il popolo di sinistra è diventato un generale spirito umanitario, difficile da distinguere da un’ispirazione cristiana. In questo senso, nello scorso decennio, il leader più rilevante della sinistra mondiale è stato forse, piaccia o no,  Papa Francesco.

Guccini era dichiaratamente ateo e, anche, un individualista istintivo ma, mentre si confrontava volentieri con il cardinale Zuppi, non ha mai accettato l’intrusione del pensiero e della pratica liberale. Un atteggiamento che riflette abbastanza bene la postura assunta negli anni più recenti dalla sinistra italiana.

Un altro grande esponente della canzone d’autore italiana, Fabrizio De Andrè, credo avesse, a proposito del cristianesimo, una postura più complicata: nei suoi frequenti riferimenti, in particolare nel suo ripercorrere i vangeli apocrifi con «La buona novella», sentivi l’eco di una ricerca intima e personale, al di là dell’inclinazione al sostegno degli ultimi: come se Gesù fosse un’incontro desiderato, ma reso impossibile dalle responsabilità storiche di una Chiesa presto diventata istituzione.

La casa sul confine dei ricordi

La stessa sempre, come tu la sai.

E tu ricerchi là le tue radici

Se vuoi capire l’anima che hai.

Mi interessa anche «Radici», la canzone che dà il titolo al suo quarto album, perché il problema delle tradizioni e dell’appartenenza appesantisce l’aria della prima parte di questo secolo: un tema, forse, sparito dall’orizzonte della modernità, provocando un dolore antropologico per molti quasi impossibile da lenire o da sopportare; con la conseguenza di tante reazioni scomposte, anche violente, in nome del ritorno al passato.

Personalmente, ascoltare questa canzone mi ha sempre fatto male perché radici non ho mai sentito di averne ed ho vissuto nutrendomi più dell’aria che della terra. Ma lo snobismo della non appartenenza ti sorregge fino a un certo punto e, alla fine, ti guardi intorno e non sai dire, con precisione, chi sei e dove sei. Lascerò questo mondo in quella che è la mia Pavana, un fazzoletto di terra in mezzo ai campi, in un minuscolo comune del Monferrato: non il ritorno al punto di partenza ma la scelta arbitraria di un luogo di arrivo, dove il paesaggio ti appare intatto, al mattino, da ogni finestra. L’estetica al posto dell’etica.

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo

pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto.

Nel citato album «Radici» è compresa «La locomotiva», la storia del ferroviere Piero Rigosi che, nel 1983, lanciò una locomotiva contro un treno di prima classe; senza successo perché fu tempestivamente deviata su un binario morto.

È la canzone di Francesco Guccini che più accendini ha consumato durante i concerti, l’abbiamo cantata in coro e a squarciagola quando ci credevamo «La meglio gioventù». Ma, più presto che tardi, avremmo dovuto smettere ed ho personalmente smesso, a differenza di tanti amici che la cantano ancora e dello stesso Maestrone che la interpretava alla fine di ogni suo concerto.

In un intervista di due anni fa al «Corriere della Sera», Aldo Cazzullo gli pose questa domanda e Guccini rispose: «È una canzone politica, ma è prima di tutto una suggestione letteraria. È ispirata al fascino del movimento anarchico di fine 800 e inizio 900. Figure come Gaetano Bresci e Carlo Cafiero, pronte a morire per il loro ideale, l’uguaglianza tra gli uomini, e certo anche a dare la morte; come Luigi Licheni, che uccide l’imperatrice Sissi con una lima».

Per responsabilità più degli ascoltatori che dell’autore, la canzone si prestava a diventare l’inno di una generazione politica che ha partorito anche molta violenza. Per quanto mi riguarda, penso che la distanza temporale dal tardo ‘800 e l’alone romantico non bastano a giustificare quella che resta l’apologia di un atto politico violento, con le tinte, troppo umane, dell’invidia sociale.

Francesco Guccini ha, per il resto, incarnato un’appartenenza politica sempre molto critica nei confronti del socialismo reale e dei piccoli dogmatismi paralleli che hanno in gran parte snaturato le motivazioni all’origine dei movimenti giovanili di quegli anni. Una sinistra anarchica, la sua, libertaria, socialista e mai burocratica o irrigidita in schemi ideologici. E forse, come per molti, un’appartenenza mai più rimessa in discussione, perché nella vita ci sono altre cose, in fondo, più importanti: amori, famiglie, libri, canzoni e destini.

E un altro giorno è andato, la sua musica ha finito

Quanto tempo è ormai passato e passerà?

Mi interessa, allora, «L’isola non trovata», il suo terzo disco, che contiene «Un altro giorno è andato» e parla di queste cose più importanti: del tempo, appunto, e della ricerca di senso, in un momento che la vedeva spesso equiparata e ristretta al proprio minuscolo ruolo nella storia.

Il tema del tempo si intreccia con quello della morte, come in un’intervista di sei anni fa, in occasione dell’ottantesimo compleanno. Qui, citando sant’Agostino, dichiara il tempo come conosciuto ma impossibile da definire, per poi descriverlo come l’alternarsi delle stagioni con un’ accelerazione percepita man mano che l’età avanza. Col solito scatto tra i riferimenti culturali alti e l’esperienza quotidiana «alla boia di un giuda» che attraversa le sue canzoni e i suoi libri.

Dopo un bicchiere di vino, con frasi un po’ ironiche e amare,

parlava in tedesco e in latino, parlava di Dio e Schopenhauer.

E mi interessa la bottiglia di vino vicino alla sedia, durante i concerti. Un vino che beveva alla salute delle migliaia di spettatori nei concerti, con sodali e sconosciuti nelle osterie di fuori porta, o nei dopoteatro che seguivano le serate del «Club Tenco».

Ho sempre pensato che l’alcol fosse il nostro stupefacente nazional-popolare e che, per questo, lo potessimo consumare a tavola, o sul divano, senza il rito collettivo dello spinello che passa di mano in mano e senza eccessivo sballo, come un buon carburante per i brainstorming esistenziali del sabato sera. La ricerca delle «Osterie di fuori porta», locali popolari con vino (perlopiù) cattivo e qualche prodotto di tradizione (sopravvissuto in attesa che Carlo Petrini arrivasse a salvarlo), faceva parte del tempo libero della nostra generazione di boomers.

L’elogio del vino in canzone, una trasgressione popolare e non proprio salutista, fu forse inaugurata dai Gufi che la portarono, dai primi anni ’60, nei teatri e cabaret milanesi: «Camerer, porta un mezz liter!» era il titolo di una ballata di osteria.

Credo che a Guccini il tema che segue non piacesse, preferiva una visione più artigianale della canzone. La sua ambizione letteraria la soddisfò peraltro ampiamente e con successo, in prosa, sulla carta stampata.

Eppure, anche in suo onore e memoria, bisognerà pur ammettere un giorno che la poesia, come forma letteraria, si è ritratta in un ambito assai specializzato. E che la canzone d’autore è la reale continuazione, musicalmente arricchita, di quella grande tradizione poetica che, dagli albori, è stata alla base dello studio delle lingue e ci ha insegnato la dialettica dei sentimenti.

 




Armenia 1 – Lufthansa e primo giro nella capitale – di Roberto Ceriani

Partenza da Linate alle 20.00 del 4 agosto 2026. Scalo a Vienna poi arrivo a Yerevan alle 3.55 di mattina.

Ottimo orario per i sonnambuli.

il check in

Ho cercato di fare il check-in online, come fanno i viaggiatori seri. La pubblicità diceva di farlo for a better airport experience. Dicevano che così avremmo evitato le code.

Leggi: se fai tu il lavoro dell’addetto possiamo licenziare un po’ di addetti e NOI facciamo una better experience, mica tu! Però fare il check-in online con la Lufthansa è una tragic experience!

Devi fornire dati personali come se dovessero farti una TAC cerebrale in attesa di autopsia. Ti iscrivono d’ufficio alla MilleMiglia ereditata dall’Alitalia e alla fine ti chiedono di scannerizzare il passaporto con la videocamera del PC, ma è praticamente impossibile.

Dopo 40 minuti di tragic experience ti consigliano di scannerizzare con la fotocamera del telefono. Ti fanno scattare più foto di un satellite-spia cinese e poi ti dicono che è meglio fare la better experience in aeroporto.

Infatti a Linate l’addetta al check-in scannerizza tutto in pochi secondi e ti confessa che hai dato i tuoi dati a Lufthansa, ma solo pochi clienti riescono a fare il check-in online. Consolazione: ma allora non sono il più stupido (e l’addetta non è stata licenziata).

Risultato: ho regalato a Lufthansa più dati di quelli che la CIA conosceva già, ho perso oltre un’ora “per non fare la fila” e poi, in aeroporto, non c’era nessuno in fila e ho fatto tutto in due minuti.

il volo Lufthansa e l’arrivo a Yerevan

In aereo mi danno un posto con grande spazio per le gambe. La hostess austriaca, vestita con un’orribile divisa da Caporale in trincea nel 15-18, mi spiega che lì c’è l’uscita di emergenza e io sono responsabile dell’apertura del portellone.

Credevo fosse un compito loro, ma bisogna capirli: non sono riuscito a far licenziare l’addetta al check-in quindi devo fare licenziare almeno un paio di hostess! La simil Caporale mi mette in mano un foglio in tedesco con le istruzioni sull’apertura del portellone e se ne va.

Non capisco una parola e mi affido alle figure. Questa maniglia va alzata o abbassata? Poi l’hostess ritorna guardandomi e io tremo pensando che mi voglia interrogare. Invece prende il foglio che mi aveva dato, lo gira sul retro e mi mostra il testo in inglese. Non poteva dirmelo prima? Quando ho capito tutto vorrei fare una prova, ma aprire la porta di un aereo in volo non è l’idea migliore quindi rinuncio.

Arrivati a Yerevan in orario facciamo una coda di un’ora per mostrare il passaporto a un poliziotto che parla a gesti meglio di un napoletano DOC. Trovati i bagagli fra i mille sparsi a terra rinuncio a cambiare i soldi e comprare la SIM turistica per uscire in fretta.

Temo che l’autista prenotato da Milano si stufi di aspettare e ci pianti in asso. Invece lo trovo li, paziente, con il mio nome in mano, pronto a portarci nell’hotel prenotato via Booking. Un transfer di 15-20 km per 19 euro su un’auto con un video a 20 pollici che praticamente impedisce di vedere dal vetro anteriore.

All’hotel neanche ci chiedono i documenti.

Andiamo a dormire dopo aver messo la sveglia per non perdere la colazione fra 4 ore

un primo giro nella capitale

Dopo tre ore di sonno sveglia in hotel alle 10 per non perdere la colazione. Mentre faccio la doccia ripenso alla Lufthansa/AustrianAirlines che in tutto il viaggio ci ha offerto solo un bicchiere di acqua (tiepida). L’Alitalia invece dava da mangiare e offriva vini siciliani.

Una delle due compagnie è fallita. Inoltre Alitalia non mi avrebbe mai nominato “responsabile dell’apertura del portellone di emergenza” e queste sono soddisfazioni… Purtroppo però l’atterraggio è stato normale. Avrei preferito un atterraggio di emergenza senza carrello in un vigneto di pianura. Già sognavo di aprire il portellone d’emergenza e fare uscire i passeggeri spaventati. Il giorno successivo la mia foto sarebbe apparsa su tutti i giornali sotto al titolo: “Apre il portellone e salva 147 passeggeri ma non vuole essere chiamato eroe…“. Peccato! Speriamo che vada meglio nel volo di ritorno!

Il centro di Yerevan è molto europeo. Palazzi moderni e qualche residuo di architettura sovietica anche ben pensata. Vari muri di case vecchie usati per grandi murali artistici. Centro storico sventrato per speculazioni edilizie.

Un’enorme pubblicità video in piazza invita gli stranieri a comperare appartamenti nel futuro grattacielo in costruzione. Garantiscono alta resa di capitale, pochi controlli sui documenti e burocrazia statale e bancaria di solo 24 ore. Insomma, non importa come avete fatto i soldi. Noi chiudiamo un occhio, anche due se occorre. A noi interessa solo che portiate qui i vostri soldi!

I bar del centro sono pieni di gente fin dal mattino. È gente molto tranquilla, rilassata. Parlano a bassa voce fumando sigarette. Ricordano molto i greci e i turchi. Danno l’impressione di essere molto dignitosi. Evidentemente 40 secoli di Storia hanno lasciato il segno!

Uomini con sguardi severi, ma sempre rilassati, cordiali e gentili. Donne vestite molto liberamente che passeggiano da sole o in gruppi, raramente con abiti musulmani. Qualche coppia abbracciata, anche in atteggiamenti affettuosi.

La città è ordinata e pulita, almeno in centro. C’è un traffico intenso, ma morbido e non aggressivo. Molti semafori con contasecondi sono sempre rispettati da auto e da pedoni. Assenza di vigili urbani. Polizia scarsissima.

Pochissime moto e bici elettriche. Qualche rider con zaino in spalla. C’è ancora una certa disattenzione ai disabili. Molte barriere architettoniche e poche facilitazioni sui marciapiedi. Nessun percorso in rilievo per i non vedenti.

Non si vedono quasi mai animali da passeggio, tranne qualche raro cane. Un parco giochi per bambini è ben organizzato e molto frequentato. Riassunto: città interessante e accogliente, almeno nel centro.
Per periferie, piccole città e paesi vedremo nei prossimi giorni.



da Monguzzi a Sacerdoti

Il giorno del funerale di Monguzzi arriva sui quotidiani milanesi la notizia che nel Consiglio Comunale di Milano entrerà al suo posto Michele Sacerdoti e i giornalisti si sono sbizzarriti a farlo pronunciare in maniera intempestiva. Così è scappata qualche frase di troppo «Io in Comune sullo scranno di Monguzzi, ma non sono come lui: non cercherò lo scontro su tutto». Si sa il titolo serve ad acchiappare anche quando implica semplificazioni eccessive.

Non voglio entrare in troppi dettagli perché ciascuno di noi ha le sue sensibilità e io sono abituato a rispettarle tutte; ciò fa parte dell’essere in contraddizione anche con sestessi. Ma mi pare che da consigliere di circoscrizione della zona 3 (porta Venezia, Città Studi, Lambrate) Michele Sacerdoti si sia dato parecchio da fare per una urbanistica a misura d’uomo dimostrando sia di essere flessibile sia di essere intransigente.   

Mi piace che entri in Consiglio Comunale e così il Movimento di Scienze, anzi quello di Fisica, rientra a palazzo Marino con una continuità ideale  dopo i decenni di presenza di Basilio Rizzo che ho risentito con piacere proprio ieri stimolato dalla morte di Carlo.

Anche Michele è un fisico; ha qualche anno meno di me; è arrivato a fisica nel 68  (laurea nel 73) e la cosa che mi pare bella è il fatto che, dopo essersi occupato professionalmente di informatica, proprio in questi anni abbia sentito il bisogno di riavvicinarsi a quella scienza che abbiamo tanto amato e abbia preso un dottorato (da over 70) sul terreno delle particelle elementari lo stesso terrendo della sua tesi dedicata ai neutrini.

A caldo avevo commentato su Facebook che, nell’essere intransigente di Monguzzi, c’era qualcosa che gli veniva dalla formazione tecnico scientifica e lo ha ricordato Andrea Poggio, uno dei leader del movimento di ingegneria, richiamando la parola d’ordine di allora quando volevamo essere rossi ed esperti.

Nel secondo decennio degli anni duemila, questo modoi di essere io  lo chiamo ragione e senso critico, la struttura mentale tipica di chi ha fatto fisica. Vuol dire pensare l’inaspettato, crederci ma essere disposto a cambiare idea, pensare all’ottimo ed essere disposti ad accettare il meglio perché come è noto la perfezione è nemica del bene. E’ questo il terreno su cui si possono incontrare le culture e i modi di essere e concepire l’impegno politico di Carlo e di Michele.

Auguri di buon lavoro Michele e ricordati che prendi il posto di Carlo, un onore e un onere.




Carlo Monguzzi – dal 1951 al 2026

Voglio dedicare qualche riga a Carlo Monguzzi, con cui ho condiviso momenti di vita quando si era entrambi poco più che trentenni. È solo un momento intimo di ricordo e nostalgia. Ma dal mio ricordo emergerà anche qualcosa su di lui.

Lui era allora il segretario regionale della Legambiente; io vivevo allora a Rho e, dopo gli anni furenti del ’68 avevo smesso di occuparmi di politica, dedicando tutto il tempo al lavoro e ad una tranquillia vita di coppia con Valeria, la ragazza con cui mi ero da poco sposato.

Valeria era una fervente ambientalista, appassionata di natura e di tematiche verdi. Cominciammo a frequentare altri amici di quel mondo, ed infine demmo vita ad un circolo che decise di affiliarsi alla Legambiente.

Il demone della politica, dalla quale mi ero distaccato con qualche veemenza, mi riacciuffò. Inizialmente con qualche timidezza ed esitazione, poi sempre più assiduamente, iniziai a frequentare la Legambiente regionale, che era ancora una succursale dell’ARCI, una delle tante formazioni che gravitavano intorno al Partito Comunista.

I detrattori ne parlavano come di un anguria: verde fuori e rossa dentro. Monguzzi era il leader carismatico di questa organizzazione: persona di notevole fascino, ottimo oratore, possedeva doti di garbo e pacatezza che lo distinguevano dalla gran parte degli altri politici.

Diventammo amici, e lentamente mi attirò nel suo “inner circle“: io cominciavo ad essere stufo del lavoro solitario, quasi autistico, dello sviluppatore software. Lui vide in me delle doti che avrebbero potuto essere valorizzate nell’ambito del movimento. E così, quando, un paio di anni dopo fu eletto in Consiglio Regionale, unico rappresentante dei Verdi Arcobaleno, mi propose di entrare nel suo staff.

Ero in quel periodo dell’esistenza in cui la prospettiva di cambiare radicalmente attività, ricominciare da capo, si presenta come particolarmente allettante: lavorare insieme ad amici, con cui condividi degli ideali, lontano da persone che non avevi mai apprezzato, avrebbe potuto essere un’occasione irripetibile.

E così accettai una collaborazione part time. Tenendomi comunque l’altra metà del tempo con il vecchio lavoro. E fu la mia salvezza. Perché non resistetti nemmeno un anno.

L’ambiente della burocrazia regionale mi risultò intollerabile: una sterminata produzione di carta che veniva regolarmente gettata via, la sensazione di non fare assolutamente nulla di utile. Per non parlare dei fenomeni di corruzione che nel giro di qualche anno sarebbero venuti alla luce con le inchieste di Mani Pulite.

Gran parte dei consiglieri di quella legislatura finirono in galera: fra i pochissimi non coinvolti nelle inchieste ci fu Fiorella Ghilardotti (anche lei scomparsa assai prematuramente), che divenne presidente della giunta, e che volle Carlo Monguzzi come assessore, in quanto uno dei pochissimi che, come lei, non erano stati sfiorati dagli scandali.

Poi le nostre strade si divisero: io tornai al mio mestiere di sviluppatore software, e fondai addirittura una nuova piccola azienda con nuove persone, ovviando così all’insanabile antipatia che mi contrapponeva ai vecchi colleghi. Monguzzi prosegui la sua carriera politica in Consiglio Regionale passando poi al Consiglio Comunale di Milano.

Nel tempo le nostre rispettive posizioni politiche presero ad allontanarsi: lui rimanendo ostinatamente fedele alle sue posizioni originarie di sinistra radicale, mentre io, personalità più irrequieta e affascinata dal nuovo, mi spostavo progressivamente su posizioni liberaldemocratiche, fino a condividere le politiche di Matteo Renzi. Cosa che molti amici di quella stagione non mi perdonarono mai: persone imbevute di certezze assolute e inossidabili, ancorate ad una visione immutabile di un mondo che mutava vertiginosamente a loro insaputa…

Carlo, pur avendo vissuto tutta la sua vita ancorato a questa visione del mondo, era uno spirito libero, e sapeva cogliere anche i segni di quanto di buono poteva muoversi al di fuori di quel mondo. Ci si incontrava di tanto in tanto a qualche evento politico, manifestazione, assemblea, presidio…. Qualche volta anche alle cene che organizzavo a casa mia.

C’era tra di noi una sorta di patto non esplicito, che ci portava ad evitare il confronto sulle cose che tendevano a dividerci, nel tentativo di valorizzare ciò che ci aveva unito per tanto tempo. Ricordo con affetto una definizione che aveva escogitato per me, come “renziano dal volto umano“…

Quando ci si incontrava ci salutava alla maniera dei vecchi comunisti, accennando un mezzo pugno chiuso e chiamandoci “compagno”: nessuno di noi era più comunista, ammesso di esserlo mai stato. Era più che altro un segno di affetto. Ciao, Carlo.


Carlo Monguzzi è morto per un mesotelioma da esposizione all’amianto e in tutto ciò c’è un aspetto di tipo paradossale.

E’ stato uno dei protagonisti della politica milanese e lombarda nel mondo cosiddetto rosso-verde. I giornali di oggi sono pieni di articoli di commemorazione perché ancora recentemente era stato uno dei protagonisti della battaglia contro lo smantellamento delo stadio di S. Siro.

Ho chiesto ad uno dei suoi amici di ricordarlo con qualcosa di personale, qualcosa che ci riporta alla fine degli anni 80 e primi anni 90 quando Monguzzi mise in piedi Lega Ambiente e poi fece l’assessore nella giunta regionale di monoranza guidata da Fiorella Ghilardotti agli albori di mani pulite.

Claudio Cereda


 




la scuola e i coltelli

Mi manca il polso diretto ma ci sono stato dentro per quasi 40 anni e certe cose le percepisco a naso. In proposito mi piacerebbe che qualche ex alunno dicesse la sua.

Ciò che sta avvenendo con le aggressioni e le coltellate segna secondo me l’affacciarsi di un conflitto insanabile tra adolescenti ed adulti. Sta venendo avanti una generazione che vive, si regola, si giudica in un mondo totalmente impermeabile con le sue regole, le sue gratificazione, i suoi strumenti di comunicazione: il mondo dei pari cointrapposto a quello degli adulti entro cui si collocano i professori.

Non servono e non serviranno a nulla le regole sui coltelli, le pene legate alla detenzione, i metal detector (assolutamente improponibili dal punto di vista organizzativo e inutili dal punto di vista pratico).

Bisogna, sul piano educativo, rompere la separatezza del mondo chiuso ed autosufficiente il che non vuol dire negare il senso di spazi, luoghi e tempi auto-organizzati ma vuol dire rompere la separatezza e la incomunicabilità. Il giovane che parla con l’adulto non deve essere percepito come un traditore, la spia che, proprio per questo, la pagherà con l’isolamento.

Quando accadono gli episodi più gravi inizia tra gli adulti la discussione sulle chat  e sui social percepiti come i luoghi in cui si sviluppano la emulazione, la documentazione, la discussione interna. In questo caso il ragazzino fuori di testa aveva al collo lo smartphone per fare l’immancabile video e a casa materiale per produrre mini-esplosivi caserecci.

Credo che, se il ministro ha dei soldi da investire lo debba fare per interrompere la connessione tra la mano e lo smartphone. La scuola deve tornare ad essere un luogo, il luogo della comunicazione, della socialità e deve avere delle regole ferree rispetto a ciò che lo impedisce. Nelle scuole ci siano spazi di tipo personale in cui si possono depositare in maniera sicura abiti, libri, materiali di cancelleria e gli smartphone che in quelle 5 ore devono essere altrove rispetto alla persona.

E’ il minimo per ricominciare a comunicare, per rompere la spirale della mano-smartphone-uomoscimmia.

La professoressa si è salvata perché sull’elicottero c’erano le sacche per procedere ad una immediata trasfusione e mi sento di ringraziare il sistema del 112 lombardo coordinato da Bertolaso uno di cui si è detto tutto il male possibile. Da quel che ho capito, con il fendente al collo c’era di mezzo una delle giugulari e in quel caso ci vuol poco a morire.

Dai primi commenti ed inchieste emergono le solite cose: una prof esemplare, severa ed impegnata, di alto livello; problemi di violenza all’interno con precedenti anche recenti.

Sono un pazzo? Un idealista? Un don Chisciotte?

Certo che non è facile; certo che sarà dura; certo che all’inizio non capiranno. Ma stiamo scivolando lungo una china  molto brutta e se non ci mettiamo a remare contro finiremo per schiantarci tutti e non parlo della scuola ma della società. So anche che la scuola non basta se dietro non c’è una famiglia che si interroga. Insomma due attori per una unica educazione: tirar fuori e non mettere dentro




Le Vedove e le Pitonesse Immacolate

Giorgia Meloni ha deciso di prendere in mano la situazione: primo passo Andrea del Mastro (delle Vedove) e Giusi Bartolozzi dimissioni discusse e presentate; secondo passo la Ministro Santanché faccia altrettanto

Il secondo passo è molto più impegnativo del primo per diverse ragioni:

Santanché non è direttamente coinvolta sul referendum e dunque in questo caso il messaggio politico è molto chiaro: mo’ basta. Non possiamo permetterci di coprire chi ha scientemente organizzato truffe ai danni del sistema pubblico. Magari si è data da fare per il turismo ma ,all’esame finestra ed è questo che vedono gli elettori, risulta impresentabile.

Le dimissioni di un ministro sono molto più pesanti di quelle di un sottosegretario o di un alto funzionario. I ministri li nomina il Presidente della Repubblica, mentre il Presidente del Consiglio (che li ha proposti) assegna le deleghe e dunque quello che può adombrare il PdC, dopo aver auspicato le dimissioni, è di togliere le deleghe; ma Santanché si volatilizza solo se Mattarella la revoca e/o passa una mozione individuale di sfiducia  di cui il Presidente della Repubblica deve prendere atto.

L’operazione pulizia sta riguardando ambienti tutti interni a Fratelli d’Italia che non incidono sulla coalizione e, per questa ragione, si tratta di una operazione più semplice, ma comunque complessa per la presenza di Santi in Paradiso. In questo caso il Presidente del Senato La Russa che fu l’artefice della trasmigrazione di Santanché dalla estrema destra a Fratelli d’Italia, che tramite Santanché ha fatto affari anche di recente e La Russa non è un  Del Mastro qualsiasi.

Su Youtube trovate una intervista in cui Santanché motiva il suo ritorno a Fratelli d’Italia dopo fasi nella estrema destra di Storace (in polemica con Fini) e poi in Forza Italia: molto netta, sicura, persino sprezzante con una Giorgia Meloni quasi schiacciata che ascolta ed annuisce.

Mi sono incuriosito sulla ragione per la quale, anche dopo il divorzio dal primo marito (un noto chirurgo plastico che la maneggiò a 21 anni), continui a non usare il suo cognome vero, Garnero. Si tratta di una questione di notorietà e la cosa è stata reciprocamente accettata in sede di divorzio.

Nella stessa intervista è il marito a spiegare le ragioni del soprannome di pitonessa che la ministra del turismo si porta dietro. Ho sempre pensato che si trattasse di una questione legata all’esibizionismo nel vestire, si tratta invece della sua abitudine a raccontare la barzelletta della pitonessa e del coniglietto (esprit de finesse).

Un coniglio esce di galera dopo tanti anni e decide di andare subito a trovare una nota casa-chiusa e chiede della più famosa delle prostitute: la pitonessa. Il coniglio viene accompagnato nella camera al buio, poi, dopo essersi abituato allo scuro della camera, nota due grandi occhi gialli e…subito dopo torna il buio.
Passa qualche decina di minuti e il coniglio non si fa più vedere per cui la proprietaria incomincia a preoccuparsi e corre verso la camera della pitonessa, apre la porta, accende la luce e trova la pitonessa tutta gonfia e satolla. Con le buone e le cattive le da una bastonata e le fa sputare il coniglio il quale uscendo esclama soddisfatto: “Bestia, che pompino!”.

Del Mastro (leggete la sua biografia politica) è con Giorgia Meloni dall’inizio e fa parte del suo entourage, della sua generazione; portatore di odio nei confronti dei reclusi.

La Russa è uno che stava sulle barricate in nome di un MSI duro-puro e nero negli anni 70 ai tempi della federazione MSI di MIlano in via Mancini (quelli di San Babila, quelli dell’assassinio dell’agente Marino). E’ vero oggi occupa la Presidenza del Senato ma è ben chiaro cosa rappresenti in termini di anello di congiunzione tra il partito del 5% della fiamma, di Almirante, del neofascismo e l’operazione ambiziosa di Fratelli d’Italia.

Dunque vediamo cosa succede nel caso in cui Santanché tenga duro: le toglie le deleghe? si rivolge a Mattarella? aspetta la mozione di sfiducia della oppozione e la fa fuori con un bel voto di astensione? In quel caso La Russa non potrà far finta di nulla.

In tutti i casi si tratta di una operazione coraggiosa e pericolosa per uscire dall’angolo e tentare di evitare, in termini di azione di governo, di rimanere un anno a cuocere a fuoco lento.

Ci si domanda, e a sinistra lo si chiede, perché il ministro Nordio sia rimasto fuori dalla purga. Vedo due ragioni: nordio non ha al momento imputazioni di natura penale anche se sul caso Almasri ci è andato vicino e dunque la accusa è al più politica: aver gestito male il referendum. Ma Nordio, in Fratello d’Italia rappresenta il volto liberale (per provenienza politica) così come Crosetto e in un contesto in cui Frastelli d’Italia va rimessa politicamente in piedi non è il caso di toccare chi è stato acquisito all’esterno del paniere tradizionale.

E’ esclusoche nel corso del prossimo anno questa maggioranza possa portare a termine le altre due riforme di coializione (il premierato progetto Meloni e la devolution progetto Salvini) visto che la più semplice (voluta da Forza Italia) e che riprendeva progettualità nate a sinistra è saltata per aria perché il NO politico ha fatto presa sull’elettorato del Nord mentre nel centro Sud il SI’ è rimasto a casa (si veda il caso della Sicilia, della Calabria e di altre regioni governate dal Centro Destra).

Aggiungo infine che l’insuccesso politico di Forza Italia sta avvicinando la fine politica di Tajani considerato inadeguato dalla famiglia Berlusconi che di questo partito è presidente del Consiglio di amministrazione e che ne rende possibile, in termini economici, la esistenza.

Cosa rimane? Qualche mossa in politica estera (problema Trump, problema energia, problema Ungheria, problema Turchia) ed eventualmente il ponte sullo stretto. Staremo a vedere.


Nella serata del 25 marzo la vicenda si è conclusa. Santanché ha accettato di dimettersi ma lo ha fatto con una dichiarazione dura e sprezzante sottolineando di essere immacolata e di aver ritardato le dimissioni per rimarcare la sua diversità rispetto a Del Mastro.

E’ vero, è immacolata perché le indagini per bancarotta fraudolenta e per frode sono ancora in corso.

Io voglio però citare una vicenda per la quale non sarà mai condannata, nè lei nè il suo sodale ma che ai miei occhi li rende indegni. I due (Santanché e La Russa) non compaiono direttamente perché compaiono il fidanzato Dimitri Kunz e Laura De Cicco (moglie di Ignazio La Russa).

Nel 2022, dopo la morte del professor Francesco Alberoni hanno acquistato e rivenduto la sua villa di Forte dei Marmi per 2.45 milioni di €. Tutto regolare tranne che l’hanno rivenduta dopo 58 minuti con una plusvalenza di un milione di euro.

Dal punto di vista penale la segnalazione di Banca d’Italia non ha portato a nulla. Ma dal punto di vista morale ce ne è per tutti i gusti.

Sono stati bravi, nella vita bisogna cogliere l’attimo, cosa ci vuole a trar fuori 2 milioni e mezzo, l’affare me l’ha proposto un amico, i due milioni e mezzo li ho restituiti subito e il milione in più metà per uno.

E’ evidente che se Giorgia Meloni vuole misurarsi con il consenso elettorale queste cose non fanno bene e aggiungo che Ignazio Benito ha ricevuto un messaggio chiaro. Se avevi in mente la Presidenza della Repubblica mettici pure una pietra sopra. Per fortuna nostra e della destra italiana i tempi in cui Berlusconi era il modello in stile prendi i soldi e scappa sono tramontati.




Ha vinto il no – bene!

Ha vinto il NO. Bene! Ha vinto fra i giovani, nelle grandi città e nel Sud. Bene! La mia boccia di cristallo era guasta e non me l’aspettavo.

E adesso?

Adesso sono chiari gli effetti sul Governo. Un po’ meno quelli sull’opposizione.

Nel Governo ha perso Forza Italia, che su questa riforma si era giocato il suo progetto principale. Ma hanno perso anche i grandi progetti di Riforma Costituzionale che ora non potranno più andare avanti per paura di un altro sicuro NO. Niente Premierato, pilastro dei Fratelli di Garbatella. Niente Regionalismo Differenziato, pilastro della Lega, indispensabile per tenere insieme i bossiani con i salviniani.
Il Ponte salviniano, grande promessa di sbarco della Lega sul fronte Sud, era già quasi in coma e non illudeva più nessuno.

La povera DonnaMadreCristiana aveva puntato tutto sul suo grande ruolo internazionale anche perché parla un inglese da seconda Liceo, ma per gli standard italici era quasi William Shakespeare.
Peccato che abbia sbagliato i cavalli su cui puntare: si era appiccicata prima a Elon Musk, poi al biondo Donald, ma ormai nell’immaginario collettivo questi due ignorantotti arroganti non sono più né cavalli né cavilli.

Ora le resta solo sperare che in Europa le diano una sedia, anche uno sgabello, sapendo però che non le perdonano le fughe atlantiche e le piccole furbizie di livello Ecce Bombo.

Insomma, per dirla con Berlinguer, il Governo “ha ormai esaurito la spinta propulsiva”. Potrà ancora galleggiare con piccole mance elettorali, qualche scambio di potere sottobanco e le solite occupazioni di potere secondario, ma ormai la sua parabola ha solo derivate negative di pendenza a ripidità crescente (traduzione per i non-matematici: potrà andargli solo peggio).

Quindi?

Come diceva Mao Ze-Dong, “C’è grande confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente!“. Poi aggiungeva “Quando il tuo nemico sta affogando non farlo soffrire. Tienigli la testa sott’acqua!“.

Ottima soluzione! Ma poi?

Per fare un passo in avanti non basta che l’avversario faccia un passo indietro. Occorre sapere da che parte c’è il nostro avanti.

E’ vero che la Meloni ha vinto le elezioni perché aveva un grande programma di coalizione credibile (e anche perché l’opposizione non ne aveva nessuno), ma se vogliamo sostituirla occorre fare come lei.
Dobbiamo definire un grande programma di coalizione basato su tre o quattro grandi idee portanti.

Ideee nuove? Non c’è che da scegliere …

Quali sono le grandi idee su cui possiamo costruire un grande programma di coalizione alternativo?
Ne occorrono tre o quattro su cui puntare tutte le nostre carte.

Si tratta “solo” di sceglierle fra i tanti bisogni del nostro strano Paese. Le esigenze non mancano e non c’è che l’imbarazzo della scelta fra i tanti esempi disponibili sulla bancarella delle idee.

Per esempio:

  • una riforma della Scuola (o forse ci accontentiamo di parlare di accoglienza e di numero di studenti per classe?)
  • una politica della Ricerca che permetta ai giovani cervelli di lavorare in Italia in ambito scientifico/storico/culturale/artistico/ambientale e di attrarre ricercatori da tutto il mondo
  • una riforma della Sanità che integri i grandi centri sanitari nazionali con le risorse e le esigenze locali
  • una riforma della Giustizia che, senza modificarne la struttura, la renda più efficiente e diventi un vero servizio al cittadino
  • una politica Fiscale che intervenga pesantemente contro corruzione ed evasione e aiuti il cittadino a pagare tasse accettabili con incentivi premiali prevalenti rispetto ai disincentivi punitivi
  • una politica del Lavoro che superi le barriere di rigidità e difenda i diritti dei lavoratori tenendo conto dell’inevitabile precariato, del lavoro a distanza e delle nuove flessibilità
  • una politica dei Trasporti che integri le grandi rotte nazionali e internazionali con i trasporti pubblici e privati locali
  • una politica della Difesa che integri le risorse militari nazionali con quelle europee,
    considerando il progressivo disimpegno americano
  • una politica Energetica che superi i blocchi ideologici e affronti le esigenze del Paese tenendo conto delle nuove tecnologie e integri le risorse locali con le grandi politiche energetiche planetarie
  • una politica Ambientale che superi gli estremismi ideologici e valorizzi l’ambiente naturale, paesaggistico, artistico e culturale, offrendo ai giovani nuovi lavori e alle famiglie nuove risorse locali
  • una politica del Turismo che valorizzi le risorse locali e canalizzi i grandi flussi turistici nazionali e internazionali sfruttando tutte le risorse pubbliche e private disponibili

Piccolo promemoria

Tutte le idee scritte nell’elenco precedente sono interessanti anche per la Destra. Su ognuno dei temi citati la Destra potrebbe basare un programma di coalizione, ovviamente con obiettivi opposti a quelli che noi vorremmo.

Se non definiamo degli obiettivi chiari lasciamo uno spazio vuoto che prima o poi verrà riempito da altri.
Traduzione: o ci pensiamo noi o ci pensano loro. Tertium non datur…




la spuntat-ina è stata una spuntat-ona

Il 14 marzo scrivevo così:

Per la prima volta al prossimo referendum ne uscirò soddisfatto comunque vada (totalmente o parzialmente).
Totalmente se vince il sì perché ritengo questa una riforma giusta.
Parzialmente se vince il no perchè questo centro destra ha fatto un po’ di scivoloni sul tema e ha bisogno di una spuntatina.

Ieri quando alle 15 sono stati dati i primi instant poll che davano i no avanti di 2 o 3 punti, mi sono detto, ci siamo, c’è stata la spuntatina. Poi ma mano che si passava dalle interviste ai dati ver, i la -ina si è trasformata in -ona non solo perché lo scarto finale è stato di 8 punti ma perché ciò è avvenuto insieme ad una inversione di tendenza sul numero di votanti che sè avvicinato al 60% (pur senza arrivarci).

Se ragiono in termini di modifiche costituzionali osservo che nel 2016 Meloni ha perso meglio di Renzi, ma la riforma Renzi toccava la Costituzione molto più in profondità (tipo di bicameralismo, rapporti tra potere legislativo ed esecutivo) ed ebbe (a sinistra) un boicottaggio meno esplicito ed organizzato.

Il quadro del risultato, nei suoi aspetti principali è il seguente:

  • dove il campo largo giocava in casa lo scarto è stato molto alto (di circa 20 punti) ed è tale anche in città e province dove le coalizioni a guida PD hanno perso il governo amministrativo o perché hanno vinto liste civiche o perché ha vinto lo schieramento meloniano: esemplare il caso di Siena che, da due tornate è in mano al centro destra, ha un Sindaco di Fratelli d’Italia (Nicoletta Fabio) che si è espressa (in maniera pacata, ma lo ha fatto) a favore del SI; a Siena il risultato è stato di 42 a 58 (nel mio piccolo comune 39 a 61)
  • nelle regioni meridionali si è votato poco e in quel caso la botta per il sì è stata molto grossa (in Sicilia 61 a 39) e io su certe cose mi sento un po’ bossiano
  • nelle tre regioni del nord (Lombardia, Triveneto e Friuli) il sì ha vinto ma con % inferiori a quelle dove ha vinto il no
  • nel voto all’estero, meno toccato dalla campagna elettorale, hanno vinto i sì ribaltando ciò che accade di solito nelle consultazioni politiche
  • i giovani hanno dato un bel contributo alla crescita della % di votanti e hanno votato NO in maniera molto più netta rispetto alla media

qualche insegnamento

sul piano delle riforme costituzionali

La strada appare definitivamente sbarrata a cambiamenti che non siano frutto di compromessi ed allenze a livello parlamentare dell’ordine del 70% (abbiamo avuto due controprove nel 2016 e nel 2026 con proposte arrivate da ciascuno dei due schieramenti e sonoramente bocciate).

Bisogna prendere atto che la strada per modificare la seconda parte della Costituzione nei diversi punti che lo richiedono (organizzazione della magistratura, crisi del parlamentarismo, premierato o presidenzialismo, inserimento dei principi della legge elettorale) non può avvenire per iniziativa della sola maggioranza pro-tempore con la opposizione chiamata (magari) a proporre piccoli cambiamenti in corso d’opera.

La modifica della Costituzione richiede un accordo preventivo sulle cose da ritoccare e una solenne disponibilità ad accettare il risultato del lavoro comune. Poiché i cambi di opinione tra le campagne elettorali e le concrete legislature sono sempre all’ordine del giorno l’unica possibilità è quella di una legislatura costituente che sia tale già nel momento di indizione del voto.

Dico subito che su questo punto sono molto pessimista perché il deterioramento del sistema parlamentare (in Italia basato sul predominio dei partiti sin dal 47/48) è tale da farmi ritenere che ciò sia possibile solo sulle macerie del sistema precedente, il che avviene solitamente quando c’è una guerra (e questo non me lo auguro).

sul piano delle prospettive politiche

a destra

Lo schieramento di centro destra si è mosso male e ha perso malissimo. Si è mosso male perché si è illuso di poter portare a casa il risultato manu militari nel corso della elaborazione del progetto: non ha saputo rompere in maniera significativa la corporazione-magistrati, ha avuto una serie di cadute di credibilità da parte di suoi esponenti di primo e/o secondo piano.

Nordio era stato messo lì in quanto ex PM di formazione liberale (si veda il suo ruolo ai tempi di mani pulite) pensando ad una figura che non provenisse dallo zoccolo duro degli ex-missini, con una operazione simile a quella di Crosetto alla difesa. La cosa non ha funzionato per scarsa autonomia ma anche per le numerose cadute di stile e di progetto.

In risposta alla chiamata alle armi da parte del campo largo il centro destra ha risposto allentando la battaglia sul carattere liberale della riforma e sdraiandosi sul qualunquismo elettorale (Garlasco, Gratosoglio, casa nel bosco, …) sino alle dichiarazioni del Capo di Gabinetto di Nordio, la ex magistrato Giusi Bartolozzi, giudicata intoccabile perché fu lei a gestire il caso Almasri.

«Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che è… che sono plotoni d’esecuzione … Il penale uccide le persone, rovina la reputazione, uccide le famiglie. Poi può essere che dopo 15 anni una parte si sente dire che il fatto non sussiste. Ma nel frattempo il penale tocca la vita delle persone».

Uno splendido esempio della capacità di trasformare una battaglia giusta (quella detta della giustizia giusta) che prende le mosse dal caso Tortora e che si snoda sulle tante impunità di PM manettari) in un autogol clamoroso. Un capo di gabinetto avrebbe dovuto dire vogliamo che i giudici siano pienamente terzi rispetto ai PM e per questo occorrono carriere ed organismi di autogoverno separati. Ci impegnamo a fare in modo che in caso di clamorosi errori giudiziari, come nel caso Zuncheddu, la vittima messa ingiustamente all’ergastolo, in attesa del dovuto risarcimento, abbia immediatamente uin assegno alimentare provvisorio che gli consenta di vivere.

Non la faccio troppo lunga il centro destra dovrà sciogliere immediatamente i nodi Nordio, Bartolozzi, Del Mastro, Santanchè se non vuol cadere in una immagine di sè della serie io sono io e voi non contate un cazzo. Bene o male Giorgia Meloni è riuscita a vivacchiare bene sulla politica estera ma deve dimostare di essere decisionista al suo interno e, se occorre un tagliando al suo governo, lo deve fare.

nel campo largo

Qualche lettore mi perdonerà se ho usato e continuo ad utilizzare il termine il richiamo della foresta. Preciso intanto in che senso lo uso: nella sinistra sia riformista, sia massimalista ci sono delle parole d’ordine che hanno una presa immediata e una di queste è l’accoppiata Costituzione-Antifascismo. Quando scrivo e parlo di richiamo della foresta intendo l’uso eccessivo e, spesso, prepolitico di questa accoppiata.

Faccio un esempio: la separazione delle carriere e la istituzione di un’alta corte chiamata ad esprimersi sulle violazioni etiche e/o disciplinari da parte dei magistrati è parte integrante dei programmi dell’Ulivo e del PD dalla fine degli anni 90.

Il fatto che il tema sia diventato parte del programma del centro destra e, per di più, sia stato messo in agenda da Meloni che si rifiuta testardamente di pronunciare la parola magica antifascismo, trasforma automaticamente il progetto in una cosa negativa e da combattere perché chissa cosa nasconde e dietro quel chissa cosa nasconde vieni fuori di tutto.

Questioni eminentemente tecniche si trasformano in reconditi progetti di controllo e si costruiscono le più bizzarre interpretazioni degli articolati delle leggi. Il richiamo della foresta funziona: l’alta Corte non è presieduta dal Presidente della Repubblica e non importa se il Presidente, come ha chiarito egli stesso ancora di recente, non si occupa del funzionamento ordinario di tali organi.

Nell’alta Corte non è previsto un organo superiore di appello; vero, per evitare duplicazioni infinite si è previsto che le decisioni non si prendano in plenaria ma tramite collegi e che in caso di appello la decisioni spetti ad un collegio con composizione completamente diversa da quello che prese la prima decisione, … Ci si diverte ad ipotizzare cher i collegi saranno controllati dalla politica (esecutivo) e basta un po’ di aritmetica per far vedere che il compito spetterà in larghissima misura ad appartenenti alla magistratura e che le ipotesi di controllo esterno sono puri parti di fantasia.

Alla fine di tutto compare come un mantra il tema Presidente della Repubblica: vogliono controllare il Parlamento ed eleggersi il prossimo presidente. Beh, direi che se le cose stanno così, sia il caso di occuparsi di consenso elettorale, di progetti per l’Italia, di legge elettorale e di una coalizione all’altezza della sfida.

Non che si debba riscrivere enciclopedia Treccani (con un programma di 400 pagine come ai tempi dell’Ulivo) ma pronunciare parole chiare e definitive sorrette da una idea di politica della spesa e di stato sociale su: Sanità, Scuola, Infrastrutture, Energia, Politica Fiscale, Regionalismo, Politica Estera.

E poi ci deve essere una faccia perché in questa era le facce contano più dei partiti organizzati. Se la faccia di Eddy Schlein è considerata inadeguata e si pensa ad un papa straniero va detto adesso, non in conclave, e bisogna farci le primarie con una bella mobilitazione positiva come quella che è stata fatta per il richiano della foresta ma questa volta con il richiamo del futuro.

l’area di centro

La vedo dura ma che Calenda e il Partito Liberal-democratico che hanno scelto e dichiarato di non voler stare nè di qua nè di là lo dicano e si comportino di conserguenza. In caso di poilarizzazione forte potrebbe essere difficile ma se si fa va fatto subito. Li guardo con piacere ma con scarsa fiducia perché sino ad ora ci si è prevalentemente scottati.




che cos’è il governo forte

Il NO referendario muove da una duplice base.
  • La prima é un giudizio storico-politico contingente: il governo Meloni vuol dare una sterzata autoritaria e securitaria al Paese, coerentemente con la sua parentela ideologica con il Fascismo. Il giudizio è storicamente falso, ma funziona presso gli ignoranti della storia della Repubblica. Non sono pochi. D’altronde, se a molta sinistra togli la zattera dell’antifascismo, finisce con la testa sott’acqua.
  • La seconda base è la cultura politica del “governo debole”. Negli anni 1946-48 l’Assemblea costituente, sotto choc per la guerra perduta, con un Paese a pezzi, reduce da una guerra civile che sarebbe continuata in alcune zone fino al 1948, preoccupata per il ritorno di un “Uomo forte”, disegnò a bella posta la forma istituzionale del “governo debole”.

Il potere reale non stava più nell’Esecutivo, ma nel Parlamento. E dentro il Parlamento, non stava più nei Gruppi parlamentari, ma nei Segretari dei partiti, che li avrebbero fatti eleggere.

Il primato del “sistema dei partiti” è stato costituzionalizzato dall’Assemblea costituente, dove, appunto, comandavano i segretari di partito.

Dunque: partiti forti, legislativo debole, governo debole, ridotto a specchio e notaio dei momentanei rapporti di forza dei partiti.

L’art. 49 della Costituzione parla assai pudicamente dei partiti. E’ rimasto incompleto. Perché Togliatti e Nenni respinsero decisamente l’ipotesi avanzata da Benedetto Croce e da Costantino Mortati di un controllo di legge della democrazia interna dei partiti, che i due propo, prevedendo quella degenerazione di onnipotenza che sarebbe stata chiamata ben presto “partitocrazia” e che finirà per corrodere il loro rapporto con la società civile, generando una contro-reazione populista dai primi anni ’90 del ‘900, della quale primi beneficiari furono Bossi e Berlusconi.

La Commissione bicamerale del 1997-98 tentò di superare il tabù del “governo debole”, ma fu Berlusconi a ritirare il consenso. Temeva che nella tornata elettorale successiva avrebbe vinto di nuovo il centro-sinistra. Così quando il Cavaliere, vittorioso nel 2001, avanzò per referendum un’ipotesi di premierato, nell’illusione di poter vincere le elezioni del 2006, il centro-sinistra si mobilitò contro, il referendum Berlusconi fallì e nel 2006 vinse Prodi.

Da allora fino ad oggi centro-destra e centro-sinistra hanno istituito (o partecipato a) Commissioni istituzionali e proposto referendum costituzionali, dando tuttavia sempre l’impressione ai cittadini di perseguire vittorie elettorali a breve, non un salto di qualità della partecipazione dei cittadini alle decisioni politiche.

Perché una differenza è chiara: “governo debole” è un governo deciso dai partiti (donde 68 governi dal 1946); “governo forte” è un governo deciso dagli elettori o perché essi scelgono personalmente il proprio rappresentante (che poi sceglie il governo) o perché essi scelgono direttamente rappresentante e Capo del governo. Il governo forte dura per cinque anni oltre i mutevoli sondaggi, i cambi di umore, i capricci dei partiti e delle loro correnti.

In realtà, nessun partito oggi in Italia vuole il “governo forte”, se non quando sta al governo, in posizione dominante, e desidera ri-assicurarsela. Quando un partito sta all’opposizione preferisce il “governo debole”. La stessa Meloni nel 2016 si schierò a difesa del “governo debole” contro il referendum Renzi. E nella attuale maggioranza né la Lega né Forza Italia sono favorevoli all’ipotesi del premierato, per l’ovvia ragione che vedrebbe Meloni premier.

C’entra tutta questa storia con il referendum sulla Magistratura? Per nulla. L’opposizione sa benissimo che l’Esecutivo, in caso di vittoria del SI, non potrà mai allungare le mani sulla Magistratura, anche se a volte gli prudono, quando singoli magistrati sentenziano in modo sfavorevole al governo. Il NO nel referendum sulla Magistratura è un No, per interposto oggetto, al premierato e a qualsiasi forma di presidenzialismo.

L’opposizione è di principio: su tratta di impedire l’avvento del “governo forte”, che viene automaticamente identificato con il para-fascismo.

Modificare il Testo della II Parte della Costituzione riapre la strada al fascismo o al trump-fascismo. Su questa piattaforma convergono le organizzazioni cattoliche che partecipano al “Comitato Società civile per il NO”, presieduto da Giovanni Bachelet, e la neo-sinistra populista di Elly Schlein. Il rifiuto di modificare il Testo costituzionale lo chiamano “patriottismo costituzionale”, termine rielaborato per il contesto tedesco dal filosofo Jürgen Habermas, morto in questi giorni.

Si tratta, in realtà, di “feticismo costituzionale”, per il quale la Costituzione deve essere custodita e venerata sotto una teca come una reliquia. Conservare il testo costituzionale del 1948 come se fosse stato consegnato ai Padri costituenti tra i lampi e i nembi del Monte Oreb è un approccio assai simile a quello dell’originalismo fondamentalista americano. Se questa corrente conservatrice avesse prevalso negli Usa, staremmo ancora aspettando l’abolizione della schiavitù e la parità di diritti tra Bianchi e Neri. Dal 1946 noi Italiani stiamo ancora aspettando che le necessarie modifiche costituzionali ed un sistema elettorale con esse coerente ci consegnino finalmente un normale governo che duri cinque anni. Il 68° – il Governo Meloni – è solo un caso, istituzionalmente fortunato.


da Italia Oggi del 18/03/2026





di … riforma della Costituzione

Ho 80 anni e non la vedrò (la riforma della Costituzione) perché le hanno provate tutte:

  • commissioni bicamerali finite a dispettucci (bicamerale D’Alema 1997),
  • riforme profonde e improvvisate con molte cose da rivedere  (titolo V 2001) a colpi di maggioranza con referendum confermativo passato senza colpo ferire
  • riforme molto profonde con disponibilità a interloquire (Renzi-Boschi 2016) presto finite nel muro contro muro, approvata a maggioranza non qualificata e schiantata nel referendum confermativo dalla alleanza tra la destra e i malpancisti di centro sinistra (57%di NO).
  • riformina sulla separazione delle carriere (Meloni-Nordio 2026) ad alto rischio bocciatura nel referendum del 23 marzo p.v.

I problemi da affrontare (a parte il decotto CNEL che non ha mai funzionato) sono molti e hanno a che vedere con

  • ruolo, struttura e funzionamento del parlamento, schiacciato da decenni dalla invadenza del potere esecutivo che legifera attraverso decreti legge e leggi di conversione con apposizione della fiducia; incapacità a produrre leggi quadro di riforma, leggi delega su questioni complesse che passano la palla al governo attraverso i Decreti Legislativi, rapporti con le Regioni e questioni di potestà concorrente su temi come la sanità, la istruzione, l’energia, l’ambiente
  • ruolo e struttura del governo in rapporto alla Presidenza della Repubblica: elezione diretta del primo ministro, ministri attualmente nominati dal PdR, poteri e corsie preferenziali in ordine alla approvazioni di leggi, incapacità a far fronte alla emanazione dei decreti legislativi, gestione della politica estera
  • questione del carattere parlamentare o presidenziale della nostra Repubblica: elezione diretta del Presidente, ampliamento o riduzione dei poteri del Presidente
  • funzionamento della magistratura dopo la riforma Vassalli-Pisapia che, avendo introdotto il rito accusatorio (al posto del precedente rito inquisitorio), ha modificato il Codice di Procedura Penale e reda necessaria al separazione delle carriere tra Magistratura Giudicante e Magistratura Requirente. In questo quadro rapporto tra Magistratura Requirente e Potere Esecutivo in ordine alla obbligatorietà della azione penale e al controllo della Polizia Giudiziaria.
  • riforma della macchina statale nel suo complesso e delle diverse articolazioni dello Stato da quello centrale, giù giù sino ai Comuni e ai liberi cittadini sulla base del principio di sussidiarietà
  • struttura e funzionamento della Corte Costituzionale
  • messa in Costituzione di principi generali della legge elettorale (maggioritario di Collegio, proporzionale, maggioritario a doppio turno, preferenze, …)

Sono tutte questioni che avrebbero bisogno di una assemblea costituente eletta dal popolo sulla base di alcuni indirizzi: rivedere la II parte della Costituzione 80 anni dopo per adeguarla ai mutamenti della società e della tecnica, disponibilità preventiva ad accettare i compromessi e a prendere decisioni a maggioranza accettandone il risultato.

Segnalo in proposito che ciò che ha caratterizzato il lavoro della Costituente in un quadro di eterogeneità dei protagonisti, ben superiore a quella delle attuali forze politiche , è stato questo elemento ed è stato ciò che ha consentito di sciogliere (a maggioranza) alcuni nodi. Cito tra tutti la questione del carattere Parlamentare o Presidenziale della Repubblica, il ruolo del Presidente del Consiglio solo come coordinatore dell’azione dei ministri (no al premierato), il bicameralismo e in quel quadro le differenze di rappresentanza, ruolo e poteri della seconda Camera rispetto alla prima, accettazione del principio che le norme costituzionali si scrivono ragionando in termini di decenni ma contemporaneamente sono perfettibili e dunque modificabili.

il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati

Metto in fila, in ordine di importanza, le diverse questioni.

La separazione delle carriere e i due CSM

Questione assolutamente fondamentale: il PM e i giudici (sia quelli della fase istruttoria, sia quelli della fase dibattimentale) devono essere entità separate per poter dare piena attuazione al principio della terzietà di chi giudica. La pubblica accusa e la difesa devono essere sullo stesso piano e confrontarsi di fronte ad un terzo. Il difensore rappresenta l’imputato e, nel nostro sistema, il PM promana da un ordine (quello giudiziario) che gli garantisce uno status di indipendenza rispetto agli altri poteri, ma contemporaneamente è pubblico accusatore e a lui spetta l’onere della prova.

Una noticina che sfugge ai più e che poi porta alle polemiche: il magistrato singolo incarna il potere giudiziario e l’esistenza di organismi cosiddetti di autogoverno, quali il CSM, non ha valore di rappresentanza della magistratura ma una funzione strumentale a gestire, incarichi, carriera, collegi, trasferimenti e disciplina.

Il CSM organo di rilevanza costituzionale dopo la separazione delle carriere, visto che di quello, eminentemente si occupa, deve essere sdoppiato e lo si fa seguendo le indicazioni dei costituenti (doppia rappresentanza di togati e laici, presidenza al PdR).

la questione del sorteggio e i pesi tra le due componenti

Poichè l’ordine giudiziario è un organo istituzionale ne discende la necessità che il CSM organo di livello costituzionale debba essere sdoppiato e, per quanto riguarda la composizione interviene la novità del sorteggio.

In proposito credo si debba tener presente un elemento di natura sostanziale; negli anni si è avuto un cambiamento profondo nella magistratura italiana che, storicamente, era dominata da una fortissima componente conservatrice ereditata dallo stato liberale e fascista. Quando tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70 si ebbe in Italia quel grande rinnovamento culturale e di costume, che oggi chiamiano sinteticamente il 68, ne furono interessate tutte le istituzioni e nacquero dei movimenti associati che recavano l’aggettivo democratico/a nel nome: medicina democratica, urbanistica democratica, avvocatura democratica, magistratura democratica.

L’idea era quella di portare nel diritto e nelle sue interpretazioni una ventata di democrazia e basta pensare al periodo dei pretori d’assalto come richiamo storico. E’ avvenuto in magistratura qualcosa di analogo a quanto avvenne nella scuola con il progressivo affermarsi della CGIL-Scuola in un mondo sino allora dominato da una miriade di sindacati autonomi e di associazioni senza targa come ama dire e fare il mondo di destra.

Così è successo che l’egemonia all’interno della Associazione Nazionale Magistrati (ANM) è passata dalla storica componente conservatrice di Magistratura indipendente a componenti più progressiste quali Unità per la Costotuzione e Magistratura Democratica ora raggruppata sotto la sigla Area per poi tornare, dopo lo scandalo Palamara, a Magistratura Indipendente.

Ma ciò che mi interessa è che negli anni, quello che Marco Pannella denunciava già nei primi anni 90, è diventata la norma. Le correnti si sono trasformate da luoghi di riflessione culturale in centri di potere per il controllo del CSM al punto che nonostante siano iscritti alle correnti circa il 23% dei novemila magistrati italiani la componente togata del CSM è occupata per oltre il 90% da iscritti alle correnti.

Il perché lo facciano è del tutto evidente: il CSM è un grosso centro di potere e le correntii vogliono controllare nomine e trasferimenti; il perché ciò sia possibile è invece legato al fatto che il meccanismo elettorale richiede sia per la presentazione delle candidature, sia per la raccolta del consenso, l’avere una organizzazione su scala nazionale. Ecco spiegato com il 23% controlli il 90%.

Si dice ti faresti operare da un medico scelto per sorteggio? L’obiezione non sta in piedi perché come ho già osservato il titolare del ruolo giurisprudenziale è il singolo magistrato e dunque semmai i vincoli dovrebbero riguardare ruolo e anzianità e così sarà venendo a creare comunque un elenco di papabili molto ampio.

Il rapporto tra le due componenti (togata e laica) è fissato in 2 a 1 oltre ai membri di diritto di provenienza dalla magistratura.

I miei dubbi riguardano semmai il peso e la distribuzione interna alla cosiddetta componente laica ma la questione va al di là della riforma costituzionale. Attualmente la componente laica è così ripartita (dopo che con la riforma Cartabia nel 2022 i membri sono passati da 8 a 10): rapporto 7 a 3 tra maggioranza (4 FdI, 2 Lega, 1 FI) ed opposizione (1 PD, 1 5*, 1 Terzo Polo). In precedenza i membri erano 8: 3 dei 5*, 2 del PD, 2 della Lega, 1 di FI. Il vicepresidente attuale è della Lega e quello precedente del PD. Si è passati da un rapporto maggioranza opposizione 5 a 3 ad un rapporto 7 a 3 con un netto aumento nel controllo di maggioranza (e questo non depone a favore del centro destra).

La legge di riforma prevede anche in questo caso un sorteggio ma sulla base di un elettorato passivo più ridotto il cui numero non viene specificato rimandando implicitamente il tutto alla legge ordinaria. Il rischio di un 100% di area di maggioranza paventato da alcuni non esiste, così come non esiste attualmente, per ragioni di consuetudine costituzionale, ma trattandosi di una questione delicata sarebbe stato forse meglio precisare “in numero non inferiore a …” per esempio 100.

Insomma, questa è la mia opinione, il sorteggio serve a rompere il meccanismo correntizio e meglio avrebbe fatto la politica ad accettare che l’elenco dei laici fosse fissato in numero elevato ed aperto in modo di ridurre il più possibile la elezione di candidati nominati tramite sorteggio (si chiama sorteggio controllato).

l’alta corte

Si tratta di una proposta che viene da lontano e serve a separare chi si occupa di gestione e organizzazione del sistema da chi debba valutare gli illeciti. In proposito veniamo da una situazione così scandalosamente autoassolutoria (trovate in rete quanti esempi volete) che la situazione non può che migliorare.

Recita l’articolo 4 della legge:

L'Alta Corte e' composta da quindici giudici tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica tra professori ordinari di universita' in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio e tre estratti a sorte da un elenco di soggetti in possesso dei medesimi requisiti, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall'insediamento, compila mediante elezione, nonche' da sei magistrati giudicanti e tre requirenti, estratti a sorte tra gli appartenenti alle rispettive categorie con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimita'.

Come si vede anche in questo caso le correnti organizzate, con questi numeri, restano a casa. Si è obiettato che non esiste un ulteriore organismo cui presentare appello e la cosa mi appare sensata; si è previsto che sia la medesima corte in composizione diversa da quella che prese la prima decisione.

in sintesi

Per me si tratta di una occasione importante per girare pagina e perché si possa ricostruire un sano rapporto di fiducia tra magistratura e cittadini: terzietà, rottura delle correnti, controllo disciplinare realmente esercitato.

I miei dubbi riguardano la politica perché, come ho scitto in apertura dell’articolo, la nostra costituzione ha bisogno di un tagliando importante e senza un processo basato sull’ascolto e sulla concordia non si va da nessuna parte. Di cialtronate, dal mondo politico di entrambi gli schieramenti, in particolare in dirittura di arrivo, ne ho sentite tante e mi viene da chiedermi attraverso quali tragedie si debba passare per spazzar via questa politica di bassa lega e incominciare a pensare e progettare in grande.