la scuola e i coltelli

Mi manca il polso diretto ma ci sono stato dentro per quasi 40 anni e certe cose le percepisco a naso. In proposito mi piacerebbe che qualche ex alunno dicesse la sua.
Ciò che sta avvenendo con le aggressioni e le coltellate segna secondo me l’affacciarsi di un conflitto insanabile tra adolescenti ed adulti. Sta venendo avanti una generazione che vive, si regola, si giudica in un mondo totalmente impermeabile con le sue regole, le sue gratificazione, i suoi strumenti di comunicazione: il mondo dei pari cointrapposto a quello degli adulti entro cui si collocano i professori.
Non servono e non serviranno a nulla le regole sui coltelli, le pene legate alla detenzione, i metal detector (assolutamente improponibili dal punto di vista organizzativo e inutili dal punto di vista pratico).
Bisogna, sul piano educativo, rompere la separatezza del mondo chiuso ed autosufficiente il che non vuol dire negare il senso di spazi, luoghi e tempi auto-organizzati ma vuol dire rompere la separatezza e la incomunicabilità. Il giovane che parla con l’adulto non deve essere percepito come un traditore, la spia che, proprio per questo, la pagherà con l’isolamento.
Quando accadono gli episodi più gravi inizia tra gli adulti la discussione sulle chat e sui social percepiti come i luoghi in cui si sviluppano la emulazione, la documentazione, la discussione interna. In questo caso il ragazzino fuori di testa aveva al collo lo smartphone per fare l’immancabile video e a casa materiale per produrre mini-esplosivi caserecci.
Credo che, se il ministro ha dei soldi da investire lo debba fare per interrompere la connessione tra la mano e lo smartphone. La scuola deve tornare ad essere un luogo, il luogo della comunicazione, della socialità e deve avere delle regole ferree rispetto a ciò che lo impedisce. Nelle scuole ci siano spazi di tipo personale in cui si possono depositare in maniera sicura abiti, libri, materiali di cancelleria e gli smartphone che in quelle 5 ore devono essere altrove rispetto alla persona.
E’ il minimo per ricominciare a comunicare, per rompere la spirale della mano-smartphone-uomoscimmia.
La professoressa si è salvata perché sull’elicottero c’erano le sacche per procedere ad una immediata trasfusione e mi sento di ringraziare il sistema del 112 lombardo coordinato da Bertolaso uno di cui si è detto tutto il male possibile. Da quel che ho capito, con il fendente al collo c’era di mezzo una delle giugulari e in quel caso ci vuol poco a morire.
Dai primi commenti ed inchieste emergono le solite cose: una prof esemplare, severa ed impegnata, di alto livello; problemi di violenza all’interno con precedenti anche recenti.
Sono un pazzo? Un idealista? Un don Chisciotte?
Certo che non è facile; certo che sarà dura; certo che all’inizio non capiranno. Ma stiamo scivolando lungo una china molto brutta e se non ci mettiamo a remare contro finiremo per schiantarci tutti e non parlo della scuola ma della società. So anche che la scuola non basta se dietro non c’è una famiglia che si interroga. Insomma due attori per una unica educazione: tirar fuori e non mettere dentro